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Il negro del Narciso – Joseph Conrad

James Wait s’imbarca nel Narciso. Wait è un marinaio di colore che si porta dietro un oscuro mistero che, ben presto, coinvolgerà tutto l’equipaggio. Gli uomini del Narciso sono una combinazione di varia umanità, dal capitano Allistoun al vecchio lupo di mare, Singleton. Ma tutti sono indispensabili, tutti concorrono alla vita della nave, compreso il fanatico cuoco, che spesso va in preda di possessioni oracolari sulla fine della nave e sulle fiamme dell’inferno. La traversata del Narciso inizia tranquilla, ma subito James manifesta il suo oscuro mistero: egli ha una malattia terminale ai polmoni che lo rende del tutto incapace di lavorare. Pesanti colpi di tosse e assenza di forze lo costringono ad un riposo forzato e reiterato nella sua cuccetta. Tutti i membri del Narciso gli vogliono bene e nessuno manifesta sentimenti di razzismo o di odio nei suoi confronti, tutti si prendono cura di James Wait. Il mare si volge in tempesta ben presto e per lunghi giorni il Narciso sarà trasportato dalla furia violenta di un mare che non intende concedergli nemmeno un attimo di respiro. Il vento freddo sferza la tolda e i sibili delle sartie risuonano come tristi echi di un terrore antico e gelido. I mariani vengono costretti a turni senza tregua, lavoro incessante, condizionato ulteriormente dalla decisione del comandante Allistoun di non tagliare i pennoni per non rovinare la nave. Più di una volta i marosi invadono il ponte con le loro murate d’acqua che entrano dentro la nave che, nonostante tutto, non può essere interamente impermeabile. Wait finisce intrappolato nella sua stessa cuccetta, quella che gli era stata ceduta da un’ufficiale. Riuscire a tirarlo fuori dal buco in cui era finito non fu un lavoro semplice, tra le oscillazioni della nave e la difficoltà di sfondare il legno. Ma alla fine Wait venne tirato fuori, non senza le sue consuete lamentele che alimentavano un certo senso di colpa nelle coscienze dei volenterosi marinai. La tempesta continuava ma il Narciso riuscì a cambiare rotta, grazie alla rotazione del vento. A quel punto iniziò ad insinuarsi l’idea che James Wait fosse, in realtà, sano come un pesce. Il capitano Allistoun, quando gli animi erano già caldi, per poco non rischia l’ammutinamento imponendo al nero di rimanersene in cuccetta, nonostante Wait avesse assicurato di essere in condizioni di lavorare o, almeno, di stare sul ponte. Ma Allistoun fu irremovibile: se era malato, se ne sarebbe rimasto dentro: egli sospettava Wait volesse lavorare giusto gli ultimi giorni prima di rientrare a casa per percepire la paga intera. Ci furono momenti nei quali l’ammutinamento sembrava ormai prossimo. Ma Allistoun, dopo un discorso all’equipaggio, riuscì a tenere il pugno di ferro, a imporre la disciplina necessaria a salvare la nave e a salvare l’ordine. Quando erano ormai giunti vicino a casa, il disprezzabile Donkin, un uomo che difendeva la propria miseria e la propria pigrizia con i diritti dei marinai, comprese che Wait era ormai sull’orlo della morte e, dopo averlo deriso e sbeffeggiato, finalmente più forte di qualcuno, finalmente poteva rifarsi su un essere vivo dell’odio che tutti gli riversavano per il suo cattivo essere, gli rubò i soldi. Quando il Narciso tornò in Inghilterra non c’è che lo spazio di qualche ricordo e qualche bevuta prima che tutti si dimentichino l’uno dell’altro e ognuno ritorni alla sua vita.

Il negro del Narciso (The nigger of the “Narcissus” (1897)) è la terza opera di Conrad. Si tratta di un romanzo breve nel quale la storia sembra essere quella di un bastimento, il Narciso, e del suo equipaggio. La caratterizzazione dei vari personaggi è molto netta, sebbene mai banale. Allistoun è il comandante della nave che, con una certa saggezza, riesce a mantenere l’ordine e la nave, egli è descritto come un uomo solitario ma capace. Il secondo ufficiale Baker è un uomo di cuore, sebbene dai modi rudi, che è il giusto complemento di un comandante secco come Allistoun. Baker, nonostante i suoi modi rudi, e anche per quelli, riesce simpatico alla ciurma che gli attribuisce sia un certo carisma che rispetto. Singleton rappresenta il “vecchio lupo di mare” (così nel testo) che ha compiuto mille traversate senza battere ciglio, un essere ammantato di leggenda, con un grande fisico e una grande tempra, anche morale. Il cuoco, invece, è il mistico della nave che, con i suoi due figli e moglie a terra, rappresenta il lato perbene di quella piccola umanità che è sin troppo legata ai precetti della religione per esser del tutto capace di vivere una vita esemplare. A fianco alla “ciurma”, la cui descrizione è ora lasciata a brevi accenni, ora lasciata al narratore in prima persona (singolare o plurale) che mette in luce i vari sentimenti condivisi da tutti; a fianco alla “ciurma”, dunque, c’è Donkin, un uomo inetto, incapace e debole, ma dalla buona parlantina, sufficiente a farlo odiare, insufficiente a farlo rispettare ma capace di dispensarlo, spesso, dalle fatiche del lavoro: si tratta di quel genere d’uomo ch’è capace solo di lamentarsi dei propri mali, senza mai essere in grado di riscattarli, senza mai provarci e, per questo, finisce per odiare i suoi simili, che non capisce ma invidia perché capaci di sopportare la vita. In fine, c’è James Wait, il personaggio più misterioso e oscuro, di cui si sa poco e si dice relativamente poco: egli è una presenza, più che un personaggio, il fantasma di un uomo a cui tutti pensano, a cui tutti rivolgono la loro cura e attenzione.

Lo sfondo storico de Il negro del Narciso è quello degli inizi del novecento, durante il quale i bastimenti a vela e quelli a motore hanno convissuto assieme, un periodo di commistione ideologica al quale seguirà anche il tramonto della coscienza positiva del colonialismo occidentale nel mondo e Conrad, in questo senso, sarà il principale narratore della presa di coscienza piena della nostra cattiva coscienza. Vale la pena di osservare come l’edizione americana non sia stata titolata come quella inglese perché conteneva la parola “nigger” che negli Stati Uniti era già oggetto di discriminazione. Ma vale la pena di notare come, d’altra parte, non ci sia alcun accento razzistico nelle pagine di Conrad, che inscena una storia plausibile di un equipaggio qualunque, di una delle tante navi dell’inizio del secolo scorso. Di conseguenza, possiamo ipotizzare che il fenomeno del razzismo sia proprio qualcosa di piuttosto recente, creato con gli ordinamenti più totalitari: il colonialismo di per sé aveva dato avvio solo indirettamente al fenomeno del razzismo, ma non ne aveva posto le basi in modo sistematico e chiaro, come poi avverrà con l’imperialismo dell’ottocento-novecento.

Particolarmente importante, all’interno di una più profonda comprensione dell’opera di Conrad, è la pregnante prefazione dello stesso autore nella quale viene definito il ruolo dello scrittore, il quale si distingue tanto dal pensatore quanto dallo scienziato. Lo scienziato, infatti, indaga la realtà naturale con una lente di ingrandimento, cercandone le spiegazioni e le cause. Il pensatore, invece, rivolge la sua attenzione ai propri pensieri e alla conoscenza. Il narratore, invece, cerca di riportare l’autenticità della vita, attraverso la ricostruzione di un particolare momento dell’esistenza che diventa, così, simbolo e, al contempo, oggetto di narrazione attraverso la quale riportare la vividezza dell’esperienza esistenziale all’interno di una cornice propriamente artistica. Lo scrittore, dunque, è colui che scrive per riportare alla luce della coscienza ciò che essa ha già vissuto e, allo stesso tempo, un pezzo di realtà altrimenti perduto. La lettura attenta della prefazione da una chiave di lettura in prospettiva dell’opera di Conrad, scrittore già maturo e consapevole del proprio ruolo nella prosa artistica.

Il negro del Narciso è un libro che si presta ad almeno due letture, una più letterale e una più astratta. Stando alla lettera, siamo di fronte alla narrazione di un’avventura nel quale un equipaggio si trova faccia a faccia con le forze della natura, che deve contrastare e vincere, se vuol sopravvivere. In questa lettura, ogni individuo trova la sua parte, come in tutti i romanzi di Conrad, e tutti sono chiamati a rispondere delle loro azioni di fronte alla chiamata del destino: non c’è spazio per le ritirate. All’interno di questa vicenda drammatica si staglia, dunque, la presenza della morte incombente di Wait, il quale serve da catalizzatore e accentratore dell’umanità, ora buona, ora meschina. Eppure, questa lettura, che già renderebbe di per sé degno il libro, ci sembra insufficiente. Innanzi tutto, non riesce a inquadrare la presenza di Wait, una figura particolare, strana, complessa, all’interno della struttura generale. In secondo luogo, il libro potrebbe risolversi semplicemente nell’avventura, ma allora lascerebbe fuori l’attenzione psicologica collettiva e l’uso di un linguaggio altamente metaforico, non sempre facile e ricco di piccole allegorie morali: Conrad è molto attento all’aspetto etico di tutti i personaggi e, allo stesso modo, del collettivo e ne parla con un linguaggio figurato, talvolta astratto ma sempre moralmente carico. Partendo dalla considerazione che si può costruire un simbolo universale su una storia particolare, possiamo considerare il bastimento stesso come la vita stessa di un uomo, nel quale c’è un capitano, un secondo, e molte anime dentro. La nave diventa essa stessa il simbolo di un uomo, della sua coscienza e delle difficoltà che vive. In questa nuova dimensione, si può riconsiderare il ruolo di tutti i personaggi e di come essi cooperino per riuscire a formare un’unica “anima”: Wait rappresenta lo spettro della morte che c’è in tutti gli uomini e ha come contraltare il fanatismo religioso (il cuoco); tutti hanno un comandante ragionevole; tutti si portano dietro parte di quella saggezza atavica dei nostri padri (Singleton); in certe circostanze si è pusillanimi, codardi e miserabili (Donkin), in altre si è teneramente tesi verso il prossimo (Baker). E così si spiega bene anche la presenza di uno “strano” narratore che ora si cala in “prima persona”, ora si cala in “prima persona plurale”, ora diventa esterno ed onnisciente. La figura stessa del narratore è quella della coscienza che, d’altra parte, non è mai così monolitica, come appare nei resoconti in prima persona, perché essa è, in realtà, ben più scissa, più decentrata di quanto possa apparire, proprio dalla prosa letteraria. La coscienza narrativa dell’Io-narrante di Conrad diventa l’emblema stesso dell’occhio della mente rivolto verso sé (la nave). Questa lettura non banale del testo, che vuole essere solo la presa di coscienza di una maggiore complessità di un romanzo straordinario sotto molti punti di vista, vuole portare all’attenzione il fatto che questo breve romanzo sia, sostanzialmente, una grande metafora dell’individuo e non un romanzo di avventura (che già suona dispregiativo a certi addetti ai lavori presunti), o un romanzo sulla “storia post-coloniale”, come se Conrad fosse interessante solo per i risvolti del cambiamento della politica tra l’800 e il ‘900!

Quando si dice che Conrad sia lo scrittore della decadenza, si parla per frasi fatte. Conrad parla sempre di quell’umanità eterna che sempre risorgerà in questa Terra, anche oltre la fine dei tempi. Questo perché Conrad è uno che arriverà alla fine dei tempi, insieme a tutte le sue opere.



CONRAD JOSEPH

IL NEGRO DEL NARCISO


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

3 Comments

  1. alessiaalessia aprile 12, 2013

    Faaaaantastica analisi!!!!!!!

  2. pasquale muzzupappapasquale muzzupappa agosto 27, 2014

    Ottima critica, che veramente riesce ad andare all’essenza della narrazione. Il racconto come metafora di un singolo individuo,quindi di tutti, ognuno, come Everyman, il destino che traccia il suo disegno nell’allegoria medievale. Ma come disse un critico, Wait è un qualcosa cui il viaggiatore, la nave o l’equipaggio, deve liberarsi prima che il viaggio abbia termine. Un qualcosa che scaturisce dalle potenti pulsioni dell’inconscio, che risorge proprio quando pensavamo di averlo esorcizzato! Ma come si può esorcizzare veramente? Con le forze antitetiche di Singleton, Allistoun e Baker, mentre l’io, il narratore che danza dentro e fuori la storia, cerca di presentare la storia in modo obiettivo e coinvolgente. Pasquale Muzzupappa

    • Giangiuseppe PiliGiangiuseppe Pili agosto 29, 2014

      Caro Pasquale, grazie per l’articolato commento. Conrad nel “Negro del Narciso” tratta alcuni suoi temi “classici” ma in una versione relativamente diversa rispetto ai grandi capolavori più celebri (penso a Nostromo, a Lord Jim) ed è diverso anche dagli ultimi lavori meno impegnati sul piano letterario. Ne “Il negro” ha senza dubbio ancora quella libertà che si sente lo scrittore al principio della sua capacità letteraria, almeno al momento in cui le esigenze creative non sono state spostate o eliminate da altre. Si tratta, a mio parere, del suo primo grande capolavoro.

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