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L’orrore: che cosa è.

L’orrore è il dolore di un male intenzionale cosciente. L’orrore è prima di tutto dolore, un dolore ampio, capace di ottundere i sensi e ottenebrare la ragione. Ma è un dolore ben diverso da quello di una ferita. Esso è il dolore del bambino innocente che guarda il mondo con l’ingenuità del bene che viene sovrastato dal male. Così, l’orrore è un dolore che si subisce fino in fondo perché si radica direttamente nella natura dell’essere umano: essere uomini significa essere esseri capaci di provare orrore. L’orrore, infatti, sgorga come da una fonte dall’animo inquieto, doloroso e contratto, prostrato dalla sofferenza per la vita.

Il dolore per un male non è ancora una condizione sufficiente al definire l’orrore in tutti i suoi aspetti: a differenza di un male naturale, l’orrore nasce da un’intenzione, da un atto d’una volontà malvagia. La malvagità non è solo dell’intenzione, ma anche della consapevolezza. Dunque, l’orrore è il frutto della violenza della malvagità umana. L’orrore è il senso primitivo del dolore causato da un uomo verso un altro uomo.

Il dolore dell’orrore è ciò che discrimina l’orrore da un fatto metafisico astratto e lo rende concreto. Esso genera un senso di nausea nei confronti del mondo intero, un senso di alienazione e rigetto a causa di un solo unico fatto. Ma questo solo fatto produce in noi una risonanza amplissima e l’orrore si moltiplica, tutto diventa terribile, invincibile, inguardabile. E così il nostro essere diventa in blocco incapace di agire. E’ lo sbigottimento. L’orrore mette in scacco. Esso ti prostra perché per esso, così si crede, non c’è rimedio.

Quando si prova orrore per qualcosa, in generale, è la sensazione della nostra innocenza di fronte al male del mondo che diventa anche male di vivere. L’orrore nasce dalla constatazione della dismisura tra purezza del male che abbiamo subito (male intenzionale e consapevole) e la nostra forza, la nostra potenza. L’orrore, come detto, si propaga da un solo fatto alla nostra intera percezione del mondo. Il mondo intero ci pare malvagio, ci pare meschino. La vita diventa opprimente, malsana, nauseante.

Sbigottimento, impotenza, incredulità, terrore.

Il terrore è la paura folle, senza oggetto. L’assenza di un oggetto determina il senso di follia di vedere tutte le cose come animate dalla malvagità, pronte a farci del male.

Tenebre, assenza di fiducia negli altri, senso di autodigestione. L’orrore determina la paura di noi stessi, la paura di vivere, delle nostre capacità di sopravvivere al male del mondo, che è come un mare montante su una piccola barca alla deriva. Nell’orrore siamo proni al dolore e siamo da esso totalmente assorbiti. Nell’orrore, paradossalmente, non figura la morte perché il dolore estremo dell’orrore è il segno stesso di un conato vitale straziato, dilaniato ma ancor più vivo proprio per questo.

In conclusione, l’orrore è il dolore stesso di vivere, concentrato in un unico punto di attenzione nel quale un male intenzionale e consapevole ci ha determinato un dolore invincibile. La sua forza ci attira in esso, quasi che ci fosse impossibile rifiutarne la vista, proprio perché esso ci pare assolutamente irrefiutabile.

Dall’orrore si può non uscire con le nostre sole forze razionalizzanti. Non esistono rimedi, perché esso fa parte della vita e bisogna accettarlo come una delle condizioni del male di vivere in assoluto. Non esistono antidoti onnicomprensivi perché l’orrore è il dolore concreto del Male, male che, non essendo causato direttamente da noi, è anche fuori dalla nostra possibilità di essere evitato.

Quando si è nell’orrore, però, per quanto difficile perché la ragione fatica ad attivarsi, bisogna lottare contro di esso, per riuscire a dare la risposta al male di vivere. E la risposta è che non esiste solo il male intenzionale e cosciente. Esiste anche il bene intenzionale e cosciente, che è il contrario dell’orrore. Non esistono parole univoche per definire questa condizione di “bene intenzionale-cosciente” perché, in generale, possediamo molta più precisione per il dolore che non per il piacere, così per il male e per il bene. E il motivo è molto semplice: dal bene non si deve fuggire né è necessario trovare spiegazioni (si pensa spesso che non ce ne siano), viceversa, il male ci causa dolore, dal quale dobbiamo fuggire, e, dunque, ci richiede molto più sforzo. Dunque, se l’orrore è il dolore di un male cosciente, allora per vincerlo bisogna scindere il Male dell’orrore dal resto dei fatti del mondo, che vengono fatti passare in un secondo piano nella misura in cui siamo totalmente attanagliati dal senso del Male. E invece bisogna oltrepassare questa prima percezione del mondo malvagio per riconoscere che il mondo dischiude in sé grandi beni e tanta felicità. Se non nel presente, almeno nel futuro. L’orrore è un fatto presente, un dolore attuale. Così bisogna sforzarsi di concepire la felicità futura, che è possibile, come fosse reale, immediata. In fine, se il Male del mondo e il Male di vivere sono due forze cosmiche che si replicheranno indefinitamente nel tempo, è pur vero che ciò che chiamiamo “amore”, nel suo senso di “bene intenzionale e cosciente”, è sempre una possibilità del mondo, quel piacere del bene che è in grado di sconfiggere l’orrore della vita.

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