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Le energie degli uomini – W. James

Riporto e discuto la tesi sostenuta dallo psicologo e filosofo americano W. James nel saggio intitolato, in italiano, Le energie degli uomini – James, W. (1907). The Energies of Men. The Philosophical Review, Vol. 16, No. 1; pp. 1-20.

La tesi di James è che l’uomo vive, per cattiva abitudine, molto dentro i propri confini energetici, ovvero che l’uomo non adopera l’energia, che pure possiede, al suo massimo, e, così, agisce al di sotto del suo ottimo. Espressa in modo tanto vago la tesi sembra senz’altro vera. Dobbiamo però notare che essa racchiude in sé due tesi: una di tipo descrittivo, e una di tipo normativo. La tesi descrittiva è che l’uomo abitualmente non esprime tutta l’energia che possiede. La tesi normativa è che l’uomo dovrebbe esprimersi al massimo e che l’abitudine di vivere molto dentro i propri confini è cattiva.

Pensiamo che entrambe le tesi presentino dei problemi. La prima tesi presenta problemi che discendono dal fatto di non aver definito con precisione i termini usati. La seconda tesi presenta problemi che discendono dal fatto di non aver sviluppato a fondo le sue implicazioni pratiche. Ma prima di venire alla critica, riassumo brevemente l’argomentazione di James.

Allo psicologo americano va senz’altro riconosciuto il merito di aver attirato l’attenzione su una questione (in realtà su un intero possibile campo di ricerca) trascurata dallo studio scientifico sull’uomo. Da questa trascuratezza deriva il fatto che James si permette di restare vago, poco scientifico, e di non definire con precisione i termini che usa nell’enunciare la sua tesi. L’argomentazione di James si svolge più che altro sulla scorta di esempi, e la concezione su cui vuole discutere è una di quelle più adoperata dall’uomo comune nella pratica che dallo scienziato in laboratorio.

Si tratta della concezione della somma di energia utile per mettere in moto le proprie operazioni mentali e morali. James non chiarisce la nozione di energia, che dunque rimane vaga, ma è convinto che l’uomo comune comprenda bene di cosa parla quando parla di energia – egli coglie perfettamente la differenza che sussiste tra i giorni in cui il flusso di essa è alto e quelli in cui è basso. Quello che è chiaro e certo è che dispiegare al massimo la propria energia è una delle cose più importanti per l’uomo. Nonostante questo, critica James, la psicologia scientifica non si occupa del fenomeno.

Il fatto che l’uomo non dispiega al massimo la sua energia (le sue capacità mentali, fisiche e morali), nonostante possa farlo, è dimostrato attraverso degli esempi. È esperienza comune che certe funzioni sono paralizzate dall’esercizio di altre – ad esempio, difficilmente l’uomo è sia critico sia devoto, sia mistico sia scientifico. Il fenomeno della «seconda aura» esemplifica bene la situazione in cui ci accorgiamo di avere dei serbatoi di energia a cui abitualmente non attingiamo. Il fenomeno consiste in questo: quando la persona incontra un primo strato di stanchezza allora si ferma e smette di lavorare perché, per i suoi standard ordinari, affaticata abbastanza. Tuttavia, in alcune occasioni, in cui si è costretti (da una scadenza imminente, ad esempio) a continuare il lavoro, l’uomo procede oltre il primo strato di stanchezza, al che la stanchezza aumenta fino ad un punto critico, raggiunto il quale sorprendentemente ci si ritrova più freschi e attivi di quando si aveva iniziato il lavoro. L’uomo ha dunque attinto ad una riserva di energia, ha raggiunto uno strato nuovo di energia. È possibile pensare all’esistenza di più strati di energia nascosta. E siccome la soglia di stanchezza è fissata solo dall’abitudine, secondo James è possibile abituarsi a vivere in perfetto benessere a un livello di potere molto più alto. La differenza tra uomo di campagna e di città, e la trasformabilità dell’uno nell’altro, illustra bene questa possibilità.

Se dovessimo poi individuare cosa ci spinge al di là del confine della stanchezza, verso l’utilizzazione dell’energia in riserva, potremo parlare di eccitamenti, idee e sforzi.

Gli eccitamenti sono quelli soliti delle emozioni (amore o collera), il contagio della folla, di una situazione straordinaria, oppure della disperazione. L’esempio che prende più pagine è quello di un ufficiale che durante un assedio, durato sei settimane, arriva a trascurare se stesso (le proprie malattie e i propri dolori) e a dedicarsi completamente alle operazioni militari (che in quel momento lo eccitano più di qualsiasi altra cosa) con un’energia smisurata, con intelletto chiaro e nervi saldi, nonostante la propria condizione fisica e mentale sia obbiettivamente deficitaria, salvo poi, subito appena concluso l’assedio, crollare fisicamente.

Lo sforzo si collega all’attività della volontà (sforzarsi significa sforzarsi di volere), la quale è la normale scopritrice di strati più profondi d’energia – ma sappiamo quanto è difficile da disciplinare o adoperare. La disciplina ascetica metodica (ad esempio lo Yoga) è un modo di disciplinare la volontà e così tenere sempre a portata i livelli di energia più alti. Il risultato dello sforzo ascetico e dell’esercizio costante è la forza di carattere, il potere su se stessi e la resistenza d’animo.

Le idee, infine, sono il terzo grande agente di superamento degli abituali livelli di energia. E lo sono in quanto mettono in libertà credenze, le quali a loro volta mettono in libertà la volontà. Ovviamente non ci sono idee che, a priori, senza una considerazione del soggetto che le fa proprie, possano essere individuate come maggiormente efficaci. Una stessa idea può essere suggestiva per una certa persona ma non per il suo vicino. Generalmente, comunque, le idee legate all’onore, all’unione, alla patria, alla libertà, alla lealtà, alla religione, sono quelle astratte che maggiormente suscitano le energie degli uomini. James porta l’esempio dell’ostinazione d’un uomo nel portare a termine una certa attività dopo che aveva dato la sua parola d’onore di farlo, e poiché aveva fatta sua l’idea di onore. Anche le conversioni religiose (o politiche o di altro tipo) sono delle modalità forti con cui l’uomo può sprigionare le proprie energie inutilizzate. Queste idee, in sostanza, sfidano la volontà e la spronano ad essere quanto più attiva.

Questo è quanto dice James a supporto della sua tesi, già enunciata sopra. In conclusione del saggio, lo psicologo americano fa un’operazione interessante: definisce le linee generali per un progetto di ricerca, da sviluppare da parte della comunità scientifica, su questo tema.

Il problema della chiarificazione dei concetti di «lavoro mentale» e «energia mentale» sembra a James un’operazione molto difficile e per il compimento della quale si dovrà aspettare comunque molto tempo.

Due ulteriori problemi invece compongono un programma di lavoro da subito attuabile e senz’altro degno di suscitare l’interesse dei colleghi. Il problema di quali sono i nostri poteri, e il problema di quali sono i nostri mezzi. La prima direzione della ricerca sarebbe dunque quella di mappare i limiti del potere umano, usando a tal scopo materiale biografico e storico, la seconda quella di capire quali sono stati i mezzi e i percorsi usati da persone realmente esistite per utilizzare al massimo le proprie energie. Questo è quanto.

Ora, all’inizio della nostra presentazione abbiamo detto che ci sono due ordini di problemi con la tesi James. Vediamoli succintamente.

La prima critica ha a che vedere con la parte descrittiva della tesi: che l’uomo non esprima abitualmente tutta l’energia che possiede. Il problema è che la tesi non può essere detta né vera né falsa, checché ne dica James, finché non si avrà definito chiaramente almeno cosa si intende per «energia». Ovvero, la formulazione della tesi si serve di termini troppo vaghi (ed è troppo ampia) per poter essere presa in seria considerazione da un punto di scientifico.

La seconda critica ha a che vedere con la parte normativa della tesi: che l’abitudine di vivere molto all’interno dei propri confini è cattiva, mentre l’abitudine di vivere a più alti livello di consumo energetico è buona o comunque migliore. James non ci fornisce alcuna ragione per accettare questa parte della tesi, semplicemente la afferma. Infatti, i dati che potrebbero supportare la sua affermazione normativa sono proprio quelli ricavabili dal programma di ricerca che delinea. Se James fosse stato maggiormente rigoroso avrebbe dovuto lasciare il verdetto normativo sulla bontà o cattiveria delle nostre abitudini al concludersi dei lavori di ricerca da lui stesso prospettati sul tema in questione. Ovvero, per stabilire che l’abitudine di inferiorità al nostro pieno essere è cattiva, bisogna appunto a) capire qual è il nostro pieno essere, e b) chiarire cosa accade all’uomo quando egli vive secondo il suo pieno essere – ma ciò è parte di un programma di ricerca futura delineato da James proprio per supplire ad una situazione di ignoranza.

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