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Nexus – Mark Buchanan

Nexus è un libro di divulgazione scientifica sul tema delle reti a piccolo mondo (little world nets), il suo scopo è quello di mostrare in modo facile, semplice e diretto in cosa consista la grande scoperta scientifica sulla quale si sostanzia parte della nuovo approccio alla scienza, l’approccio alla complessità. Buchanan, fisico e divulgatore, conduce il lettore alla scoperta del nuovo campo in cui più approcci scientifici stanno confluendo, il campo aperto dallo studio “dell’organizzazione” della materia: fisica, sociologia, scienze cognitive si stanno sempre più muovendo verso lo studio delle connessioni tra gli elementi basilari oggetto di studi delle rispettive discipline. A seguito di molte analisi, si è visto che sembra esistere una forma unificata di organizzazione globale dell’esistente, che prescinde dalla natura degli elementi coinvolti nella connessione. Questa organizzazione può essere descritta matematicamente dalle reti, le reti a piccolo mondo, che costituiscono il “protagonista” del libro.

Il primo capitolo Strane connessioni si presenta come un’introduzione generale al problema, in particolare del perché sembra che il mondo sia “così piccolo”. In fondo, non è poi così rara l’esperienza di trovare, nel posto più impensabile, un nostro vicino di casa, pur senza che lo sapessimo. Questo è dovuto al fatto che il mondo è una rete interconnessa dove ogni individuo è connesso con ogni altro da soli sei passi. Per quanto possa essere strano, Buchanan mostra le ragioni per cui due individui qualunque, posti sul globo terracqueo, sono effettivamente connessi da sei soli “passi”, intendendo con “passi”, ogni singola relazione tra individui che distanzia due persone qualunque.

Il secondo capitolo La forza dei legami deboli tratta dell’importanza nelle reti sociali di quelli che vengono chiamati “legami deboli”, cioè, genericamente, tutte quelle persone che conosciamo giusto di vista, con le quali ci potremmo anche salutare, se le incontrassimo per strada. Buchanan si prodiga in varie argomentazioni per dimostrare come siano proprio questi legami deboli a rendere la rete globale dell’umanità così fortemente connessa e interconnessa. I legami deboli sono una potente risorsa per la vita di tutti i giorni perché, alcuni di questi contatti, sono a loro volta collegati con qualcuno che potrebbe apportare dei significativi vantaggi. Secondo uno studio, l’86% delle persone che ha trovato lavoro, lo ha trovato non grazie agli amici, ma grazie ai contatti secondari o ancora meno significativi. Il motivo è illustrato bene da Buchanan: alcune persone sono più interconnesse di altre e abbassano le distanze tra la domanda e l’offerta; mentre gli amici, spesso, si conoscono tra loro, dunque, non favoriscono un passaparola che vada molto in avanti. Non sapendo a chi rivolgerci, soltanto nella gran massa si può sperare di avere aiuto e, appunto per questo, i contatti deboli svolgono una funzione fondamentale all’interno delle reti sociali che sono, appunto, un “piccolo mondo” proprio grazie a questi “grandi connettori”. Ma in questo capitolo, non vengono analizzati gli Hub (nodi) ma viene illustrato il motivo per cui siano proprio i legami deboli a fornire quei “ponti” tra insiemi di individui a connessioni forti (gruppi di amici) che sono indispensabili per la formazione di società fortemente interconnesse.

Piccoli mondi è il terzo capitolo del libro e, in questo, si presentano due delle principali caratteristiche reiteranti del libro. Innanzi tutto, la struttura di “rete a piccolo mondo” è presente in diversissime realtà, creando, così, delle analogie molto forti nell’organizzazione spontanea dell’esistente. In secondo luogo, viene descritta la rete a piccolo mondo: essa si presenta come una rete parzialmente ordinata (dove ogni individuo è connesso con tutti gli altri ma ogni individuo ha lo stesso numero di connessioni definite e poste nello stesso modo di tutti gli altri) per via del fatto che, a differenza di una rete ordinata, ha alcuni legami “casuali”, intendendo, con ciò, che esistono dei legami che non sono previsti nella definizione delle connessioni della rete ordinata: sono dei collegamenti casuali, posti tra due individui qualunque della rete. Quello che è emerso è che proprio queste connessioni accorciano in modo decisivo la distanza tra i vari punti della rete, così che la rete parzialmente ordinata è un piccolo mondo. Sembrerebbe, infatti, che per avere una rete in cui tutti gli elementi sono collegati tra loro in pochi passaggi ci sia bisogno di una grande quantità di connessioni. Ma è, appunto, questa una delle “scoperte” più interessanti e rilevanti: non è così. Un piccolo numero di connessioni basta per connettere tutti gli individui a tutti gli altri.

Nel capitolo quattro, Come funziona il cervello, viene mostrato come anche il cervello, di cui si sa molto poco, apparirebbe come una rete a piccolo mondo. Si può azzardare, visto che sia le reti sociali che altre reti già considerate da Buchanan, che gran parte delle strutture complesse, nel quale ci siano molti diversi elementi interagenti in cui ci siano scambi e interazioni tra elementi, abbiano la stessa organizzazione complessiva. Il cervello sarebbe un’altra delle tante strutture in cui la materia si organizza seguendo le linee della rete a piccolo mondo. Le reti sociali, il cervello, la scomposizione del piccolo verme, cenorabbitis-elegans, mostrano tutte la medesima organizzazione emergente che, come si vedrà, è propria anche di altre realtà fisiche (e non solo).

Il quinto capitolo, La rete piccolo mondo, analizza la rete piccolo mondo e individua l’importante legge della potenza, una delle leggi cardine che mette in luce una delle proprietà universali delle reti in questione:

 Analizzarono una sottoserie di 4389 nodi collegati tra loro da 8256 connessioni, ed elaborarono un grafico del tipo appena descritto [alcuni nodi della rete risultano molto più connessi con gli altri punti rispetto agli altri]. Dalla curva risultava che tra nodi e connessioni vi era un rapporto molto semplice, ossia che distribuzione seguiva quella che i matematici chiamano “legge della potenza”: ogniqualvolta il numero di connessioni raddoppiava, il numero di nodi con quel numero di connessioni diminuiva di cinque volte, Questa semplice relazione vale sia per i nodi con poche connessioni sia per quelli che ne hanno molte centinaia e, come osservano i Falautsos, “è improbabile che si tratti di una coincidenza”. La legge della potenza, nella sua semplicità, fa pensare che, per quanto casuale e accidentale sembri la mappa di internet, vi sia in essa un ordine nascosto.[1]

Internet è una rete a piccolo mondo che rispetta la legge della potenza. Essa assume la “forma” di una serie di punti (siti) interconnessi (link) in cui alcuni punti sono molto più interconnessi di altri (hub). In altre parole, esiste una sterminata serie di siti che sono poco interconnessi tra loro e una minuscola serie di siti che sono molto interconnessi. Questi nodi (hub) si formano casualmente, non c’è un processo per cui questi grandi “nodi” si formino o, per lo meno, non si sa perché siano proprio quelli e non altri, ma il risultato finale è sempre lo stesso: nel formarsi reti di questo tipo, si formano dei grandi hub. La formazione dei grandi nodi ha una funzione molto importante: riescono ad accorciare la distanza di siti altrimenti molto distanti. In questo modo, così dimostra Buchanan, ogni sito è connesso con tutti gli altri con un numero di “click” di poco meno di trenta, il che è quasi incredibile, considerato che il web vanta decine di miliardi di siti. Ma, preso uno a caso di questi siti, basta cliccare trenta volte per finire in uno qualunque degli altri. Questa proprietà della rete piccolo mondo è caratteristica di quelle che Buchanan chiama “reti aristocratiche” dove il termine metaforico vuole indicare che ci sono dei nodi che sono molto più connessi di altri. Reti simili sono, più o meno tristemente, le reti economiche, le reti sociali dell’alta società (finanza, politica etc.), così che in esse poche persone detengono la gran parte delle connessioni con tutti gli altri. Ma c’è anche un’altra rete che si è dimostrata “piccolo mondo aristocratica”: è la rete dell’attività sessuale delle persone. Stando a quanto proposto da uno studio, sembrerebbe che esiste una grandissima quantità di persone che sono sessualmente attive in modo normale, alcune in modo ristretto e altre in modo molto intenso. Secondo quanto mostrato dallo studio, la probabilità che una persona trovi un partner è pari al doppio rispetto al numero di partner che ha avuto nel passato. In questo modo, chi ha una vita sessuale più attiva, tende ad averne una, nel futuro, ancora più attiva. Attenzione. Buchanan non intende dimostrare che le relazioni umane siano stratificate in base al numero di connessioni che si possiede, viceversa, egli fornisce un’immagine molto poco particolareggiata della rete. Egli si limita ad osservare che ci sono persone con più connessioni di altre, ma non indaga sulla natura delle connessioni, né ne dà una connotazione precisa. Per esempio, è evidente che Obama funge da hub nella rete sociale globale, ma non è altrettanto evidente che questo non è perché è lui, ma in quanto è il suo ruolo a imporgli una serie di connessioni che ha qualunque altra persona nelle sue condizioni. Gerald Ford non avrà avuto le stesse connessioni di Obama, ma avrà avuto una quantità di connessioni molto simile sia nella natura che nella quantità. Questo è da rimarcare perché, ad esempio, non è affatto chiaro cosa significhi che un uomo è “sessualmente attivo”: egli compie più atti sessuali con una stessa persona oppure egli compie pochissimi atti sessuali con più partner nel tempo? E ancora, una stessa persona può avere un periodo della vita in cui ha più partner nel tempo, ma magari ha poi un solo partner nella vita: come andrebbe considerato questo caso? Si deve tener conto, fin da ora, che il libro si espone continuamente a questo genere di obiezioni, qui solo presentate perché era opportuno mostrare che le perplessità del lettore della recensione non sono dovute alla recensione stessa, ma sono questioni nodali (!) che lo stesso Buchanan non risolve.

Nel capitolo sesto, Una scienza accidentale, viene mostrata un’altra delle tante analogie che sembrano supportare l’idea che la formazione di strutture descrivibili con reti a piccolo mondo sia un fatto quasi intrinseco a gran parte delle organizzazioni della materia, quale che sia. In questo caso, Buchanan mostra come le reti fluviali, nonostante la loro diversità, rispecchiano tutte la stessa conformazione (per cui si ha una ramificazione la cui grandezza è inversamente proporzionale alla portata del fiume) e la legge della potenza. Di più! Il caso dei fiumi mostra un’altra caratteristica importante: essi sono, sì, tutti diversi, eppure mantengono grossomodo la stessa organizzazione generale, quale che sia stata la loro “storia” particolare. In altre parole, la storia segue un andamento necessariamente probabilmente necessario. Spieghiamoci meglio. Molti fenomeni sono necessari, perché non sarebbero che potuti accadere in quel modo: il fiume non si sarebbe formato se non fosse caduta abbastanza pioggia nello stesso luogo per più tempo. Ma sono suscettibili di variazioni imprevedibili, per questo non sono del tutto necessari in senso nomologico, sono suscettibili di variazioni contingenti nella loro formazione. Una volta formati, però, seguono un percorso di evoluzione necessario: una volta che il fiume esiste, incomincia a formarsi la ramificazione e, su quella, continua ad espandersi.

Nel settimo capitolo, I ricchi diventano sempre più ricchi, si traggono delle “drammatiche” conseguenze del discorso tracciato. Se la rete a piccolo mondo aristocratica (come quella dell’alta finanza) tende a creare dei “grandi hub”, questo non dipende dalla natura dei singoli elementi della rete, ma dalla proprietà emergente dell’organizzazione spontanea stessa della rete. Seguendo il principio secondo cui chi ha dieci connessioni aumenta del doppio la probabilità di averne di altre, la probabilità che pochi individui sviluppino ancora più connessioni rispetto agli altri aumenta, rispetto a chi, invece, ha poche connessioni. Il problema evidente è che, allora, se la rete economica è una rete aristocratica a piccolo mondo, allora chi è ricco tende ad aumentare le sue risorse in modo molto più rapido del povero. Questo sembra pacifico. Ma quello che non è “pacifico” è che questo sia irrimediabile. Ma i problemi della redistribuzione del reddito in reti a piccolo mondo non sono trattati in questo capitolo, ma nel seguente.

Nell’ottavo capitolo, Costi e conseguenze, si considera il problema delle reti a piccolo mondo aristocratiche. Un esempio di rete a piccolo mondo aristocratica è quello degli aeroporti, che ha avuto una particolare attenzione perché, per via del traffico aereo sempre più intenso, si stava intasando. E il problema era molto grave perché anche aumentando il numero di aeroporti, rimaneva che il traffico non sarebbe stato sensibilmente diminuito. Ma dopo l’11 settembre i problemi del traffico aereo si risolsero da soli perché per la diffidenza diffusa il numero di biglietti emessi è diminuito a sufficienza da determinare un abbassamento del numero di voli. Ma rimane il problema. Grazie agli studi effettuati sugli aeroporti si è constato un fatto interessante: che quando un hub supera la soglia di sostenibilità di connessione, allora gli altri punti ad esso connessi cercano “altre strade” per smistare la propria informazione. Così, quando un ricco non riesce più ad incrementare altrettanto velocemente che nel passato la propria ricchezza, allora i più poveri tendono ad aumentare la loro più velocemente:

Il risultato concorda con i dati sugli aeroporti e, a posteriori, è perfettamente sensato anche dal punto di vista intuitivo. Più la rete cresce, più i ricchi si arricchiscono e si formano gli hub. Ma dopo un certo tempo gli elementi iperconnessi cominciano a perdere il loro vantaggio nell’acquisire nuove connessioni; allora gli ipoconnessi a poco a poco li raggiungono e la rete diventa maggiormente egualitaria, con ciascun elemento dotato dello stesso numero di connessioni degli altri.[2]

Il nono capitolo Una rete intricata tratta di un altro ambito in cui la scienza delle reti si è dimostrata particolarmente importante. Per ragioni politiche il Canada ha compiuto stragi di foche perché era diminuita la popolazione dei merluzzi, di cui le foche sono grandi cacciatrici. Al governo canadese riusciva molto scomodo ammettere che la pesca cinquantennale di grandi pescherecci ha decimato la popolazione di merluzzi, così che ha deciso, per aumentare il numero dei suddetti pesci, di compiere un “genocidio animale”. Ma anche la catena alimentare si è dimostrata essere una rete a piccolo mondo aristocratica, nella cui rete finiscono tutti gli animali e le conseguenze di una distruzione selettiva di una specie hanno ripercussioni su tutti gli altri. A seguito di questo, e di altri problemi, il capitolo prende in considerazione cosa può succedere se in una rete a piccolo mondo aristocratica vengono distrutti gli hub. Il risultato è che la rete si disgrega in piccole rete non connesse tra di loro! Questo era il rischio paventato dagli studiosi per una rete come quella di Internet, in caso di attacco mirato da parte di organizzazioni militari ben finanziate per azzerare le comunicazioni nel paese attaccato.

Il decimo capitolo, Punti critici, considera un altro aspetto fondamentale per descrivere la dinamica reticolare. Dopo la distinzione tra reti casuali, reti ordinate, reti a piccolo mondo aristocratiche e reti a piccolo mondo democratiche, dopo la legge della potenza, viene focalizzato un nuovo punto: ogni rete ammette un punto critico per la diffusione di un’informazione oltre il quale l’informazione si distribuisce in modo capillare per tutta la rete. Il punto critico è influenzato dalla quantità di nodi e dalla natura della rete. Una rete a piccolo mondo interconnessa è indubbiamente una rete con un basso punto critico. Il punto critico sarebbe quello oltre il quale si impone una moda, un’abitudine mentale, piuttosto che… la diffusione di una malattia! La pandemia scatta quando la malattia oltrepassa il punto critico e viene contratta da parte dei grandi hub della rete (ad esempio, gli hub sessuali), che tendono poi a diffondere la malattia nel resto della società. L’analisi di questo punto particolare è trattata nel dodicesimo capitolo, L’esplosione delle influenze nel piccolo mondo.

Nel dodicesimo capitolo, Leggi della vita economica, si mostrano le conseguenze di quanto analizzato, applicato alla dimensione specificamente economica, cosa che in precedenza era stato fatto solo sporadicamente. Quello che più colpisce è che, a quanto sembra, il comportamento degli individui sia molto meno importante di quanto lo sia l’organizzazione globale della rete. Il punto, comunque, è sempre lo stesso: non si è mai sicuri di chi è il grande hub se non dopo che se ne sono visti gli effetti. In questo senso, può sembrare paradossale, ma, a questo punto ci siamo anche smaliziati, che la razionalità o l’irrazionalità dell’agente economico sia molto meno importante rispetto alla collocazione dello stesso nello “spazio economico reticolare aristocratico”:

Lo stesso risultato [delle simulazioni] si registrava anche se a tutti gli individui del modello era attribuita un’identica capacità di “fare soldi”, e questo lasciava capire come le differenze di talento fossero ben poco connesse con la sperequazione della ricchezza tipica della maggior parte delle società; perequazione dipende semmai da una legge fondamentale della vita economica che emerge spontaneamente come caratteristica organizzativa della rete.[3]

Una delle leggi del mondo economico fu scoperta da Vilfredo Pareto, il grande economista italiano, che scoprì come la ricchezza di un paese sia detenuto da un numero irrisorio di persone e tale possesso segue una curiosa legge: un numero di individui che possiede ricchezza è un quarto del numero di persone che possiede il doppio della ricchezza. Così che pochi possiedono moltissimo e moltissimi pochissimo. Questa proprietà emergente sarebbe spiegabile, secondo Buchanan, con quanto accennato. Non dipende dai singoli, dalla loro spregiudicatezza ma solo dalla loro dalla loro particolare collocazione nella rete economica.

L’ultimo capitolo, Oltre la coincidenza, cerca di tracciare un bilancio “operativo” di quanto è possibile fare o subire a partire dalle nuove conoscenze nella “scienza dell’organizzazione della materia”, la scienza delle reti.

Abbiamo già avuto modo di accennare ai limiti del libro. Innanzi tutto, esso è evidentemente troppo ottimista per quanto riguarda la possibilità di studiare le reti indipendentemente da ciò che le compongono. Infatti, quel che viene presentata è un’immagine “attuale” della rete, ma non viene mostrato come si forma un “grande hub”. Fa una grande differenza capire perché si forma o perché non si forma. In secondo luogo, non viene minimamente presa in seria considerazione un fatto importante: le relazioni sociali sono molteplici e di diverso tipo. Una relazione può essere di lavoro, di amicizia, di affetto etc., e tutte hanno conseguenze molto diverse. Una relazione di lavoro conduce a formare molte più relazioni che non nel caso di una relazione di affetto, per ragioni che tutti comprenderanno, a meno che non ci si innamori del proprio capo… Il fatto è che Buchanan sembra ignorare non solo la dimensione temporale della rete, non solo la natura dei singoli punti (considerati non indispensabili per comprendere il comportamento globale della rete), ma pure delle relazioni. E questo ha una conseguenza disarmante. In moltissimi casi, un hub non è un uomo ma un ruolo. Ad esempio, un grande hub è il generale Patton. Ma se muore il generale Patton c’è il suo vice, che sostituisce perfettamente il generale Patton, lasciando, così inalterata la struttura globale della rete a piccolo mondo. E, allora, la rete che ha fotografato Buchanan, non è la vera rete “orizzontale” ma è qualcosa di molto diverso: è un ibrido di due reti, la rete orizzontale e quella verticale, che sono fondamentalmente diverse! Ad esempio, un grande hub in una rete, potrebbe non esserlo in un’altra. Altre critiche potrebbero essere rivolte alla superficialità lessicale, spesso forzata per salvare la leggibilità. Ma, d’altronde, un buon libro di divulgazione si misura sul grado di verità che riesce a trasmettere senza pagare troppo lo scotto con la noia o il tecnicismo. Ma molte imprecisioni (vedi la definizione offerta di “riduzionismo”) sarebbero state tranquillamente evitabili, se l’autore non fosse stato troppo impegnato a difendere un approccio stilistico estremamente lineare. In fine, è biasimevole che un libro siffatto non abbia bibliografia, così che i lettori interessati devono scartabellare le note (anch’esse insufficienti) per trovare i riferimenti per avere ulteriori informazioni; cosa grave anche questa, per un libro che vuole essere una porta per un lettore interessato I difetti, dunque, non sono pochi e non di poco rilievo.

Rimane il fatto che Nexus da un’immagine di quello che è il sottosuolo del mondo emergente, che non è affatto banale notare e che, di fatto, non è stato notato fino ad oggi. E’ evidente che comprendere la natura delle reti nella loro dimensione ontologica, fisica (statica e dinamica!) sia un passo decisivo per la comprensione della realtà sociale e della storia. E’ un libro, Nexus, che cade vittima di facili generalizzazioni, ma rimane il fatto che riesce a catturare delle idee profonde e importanti, altrimenti difficili da cogliere se non si è ricercatori del settore. In definitiva, si tratta di un libro interessante, non esente da pecche, ma che può realmente dare un contributo significativo e decisivo alla propria immagine del mondo. E questo non è poco.


BUCHANAN MARK

NEXUS

MONDADORI

PAGINE: 273.

EURO: 10.00.


[1] Buchanan M., (2003), Nexus, Mondadori, Milano, p. 95.

[2] Ivi., Cit., p. 145.

[3] Ivi., Cit., p. 233.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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