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Recensione del film “Nel cuore di una tenebra immensa” di Giangiuseppe Pili

Se Blasetti ebbe a dire, agli albori del cinema italiano moderno, e non per gioco, che il suo tema era unico ed era l’imbecillità della violenza e della guerra, qui abbiamo, in Pili regista ed ideatore – nel contesto del nostro cinema contemporaneo il quale, a differenza di quello dei tempi di Blasetti che seppur non completamente nazionalizzato lo era certo almeno in parte, in una nazione diretta secondo precise ideologie (e sappiamo quali), comunque sottoposto a più o meno sapienti poteri di veto, ebbene, in un contesto nuovo ma non meno privo di elementi disapprovabili, dove abbiamo una produzione frastagliata e nauseante perché troppo libera (?), continuamente emancipata da un’infinità innegabile ma negata (e costantemente) di soggetti … che è, in sostanza, un cinema disapprovabile perché non funzionante, funzionale solo nell’imperativo d’accomodare i gusti più triviali dello spettatore, disattento alla sua (vera) ricchezza, occultata con parsimonia sotto a tutta la sabbia di tutti i deserti e le spiagge del mondo, trasandato e, per larghi strati (ovvero quelli emersi), trascurabile, e ancora (lo ripeto) trascurante, poiché schiavo di logiche mercantili padrone relative a mercati al contempo vicini e lontani, ormai quasi senza identità propria, ecco, qui, abbiamo invero una voce – abbiamo la concreta ed esplicita espressione di una voce, nuova anche se non nuovissima (Pili non è alla prima prova), la quale (voce) affronta con piglio deciso ma attento il vecchio tema caro, almeno a parole e qui da noi, a Blasetti.

Pili, diciamocela tutta e fino in fondo, molto più che Blasetti, sembra riflettere con costanza e profondità sul tema del male. Ci riflette in modo particolarmente esplicito con questo ultimo lungometraggio intitolato Nel cuore di una tenebra immensa. Non possono esserci dubbi.

La riflessione filmica di Pili ha il pregio di evitare, con sapienza, l’autocompiacimento, e il rischio in esso contenuto, ovvero, nel caso, la scelta del tema come mero pretesto per mostrare divertiti e sadici la violenza nelle sue espressioni più esplicite. Il punto è un altro. Ne è indizio l’equilibrio con cui sono affrontate le scene di guerra della prima parte (quella, per altro, più riuscita) del film; equilibrio che evita, nella rappresentazione della scena di guerra, da una parte i facili eroismi del soldato (di cui abbiamo avuto i martiri più convinti nel cinema americano, di propaganda, anche peggiore di quello sovietico, perché pure diseducativo), e, dall’altra, come già abbiamo notato, l’altrettanto facile compiacenza per la miseria dei fatti trattati (questa propria del realismo poetico, se dovessimo, per spirito di simmetria, trovarne un’espressione prototipica). Siamo veramente a metà strada, o in mezzo ad una strada circondata da abissi deprecabili. Abbiamo evitato i due maggiori pericoli che immancabilmente si prospettano nell’affrontare la riproduzione della tragedia della guerra. Possiamo, almeno in parte, vedere la spiegazione di questo trovato equilibrio nel fatto che il punto è un altro. Non si tratta di mostrare la violenza, il male o la guerra, ma l’assurdità della violenza, del male e della guerra.

Sono allora perfettamente aderenti, al tema e allo stile con cui questo è affrontato, i riferimenti al classico di Conrad Cuore di Tenebra, occorrenti non soltanto ed evidentemente nel titolo e nella sceneggiatura, ma anche e in modo particolarmente penetrante nelle atmosfere stesse del film (perlomeno in quelle della sua prima parte). Come non vedere, e prima ancora sentire, il bosco, attraversato dal plotone 3092 della Brigata Sassari, permeato dalle stesse atmosfere sospese, cupe, ambiguamente maligne, estranee ma penetranti (e dunque intime) allo stesso tempo, connotanti l’attraversamento del fiume africano da parte di Marlow per raggiungere l’enigmatico Kurtz? Il plotone deve raggiungere una postazione nemica la cui presenza si sente (nelle ombre, nei suoni, nelle pause e nei silenzi, in una parola, nell’atmosfera) fin dall’inizio, e che solo alla fine appare sullo schermo, e rimane, nel personaggio del cecchino, a determinare il tragico epilogo, ma in fondo e appunto è come fosse già stata, da sempre e per sempre, poiché la presenza dell’orrore determinato dalla guerra e dal suo carico di assurdità è una cosa che segna il nostro passato come il nostro presente e, dunque, il nostro futuro. Non male la trovata di girare queste scene con il sole allo zenit, poiché l’atmosfera assolata ma al contempo cupa d’un bosco formato visivamente di bianchi e neri contrastati quasi con fare espressionista, contribuisce a creare nello spettatore una sensazione di tesa ambiguità e disagio. È alle porte, anzi, è già arrivato, il tema del film: la presenza, nel mondo, del male operato in modo assurdo.

«Certo la guerra fa dire un mucchio di assurdità» è il cinico commento d’un soldato all’uscita grottesca d’un suo compagno di squadra; «si ammazza per piccolezze … la vita non è fatta per le grandi celebrazioni … si muore per dettagli» scrive sul diario l’investigatore privato, un personaggio per altro riuscitissimo, ben recitato dall’attore Wolfgang F. Pili, e particolarmente interessante perché, da una parte, etereo e concettuale (sembra un’incarnazione del bene, della buona volontà e parola), dall’altra, concreto (anche il suo sangue scorrerà miseramente fuori dal suo corpo, per un dettaglio). Le frasi riportate riassumono piuttosto bene il senso del messaggio racchiuso nel film, in immagini, narrazioni di fatti e parole, dette e scritte.

Ora, se il finale (debitore, quanto a forma, al Tarantino de Reservoir Dogs o forse dell’intera trilogia pulp, come in generale parte della seconda metà del lungometraggio; anche se (il debito) non porta con sé l’adolescenzialismo, l’esasperazione e la spettacolarizzazione della violenza, la violenza per la violenza, caratteristiche del tarantismo, per fare un gioco di parole, confermate, per altro, dal suo ultimo film nelle sale in questi giorni, dove i brandelli di carne dei cattivi saltellano con allegria e compiacimento generale) sia pessimistico non è del tutto una questione chiara. Diciamo pure che, nei fatti, lo è – senza ombra di dubbio. Nella conclusione però, la conclusione per così dire morale del film (ovvero, proprio: per migliorare questo mondo ingiustamente cattivo, partiamo tutti coll’avere una morale solidamente interiorizzata), possiamo intendere una speranza e una nota di ottimismo, esplicitamente indicata, e più volte.

In maniera defilata rispetto alla soluzione morale, Pili propone anche un’altra prospettiva di salvataggio di fronte al nostro mondo selvaggio oceano di orrore ingiustificato e insensato, ed è la prospettiva del godimento artistico, nel caso, musicale. La prospettiva di questa soluzione non è approfondita tanto con la narrazione dei fatti quanto, piuttosto, resta sullo sfondo, comunque sempre presente e disponibile, decisiva anche nei momenti più critici, come è ovvio per la musica di e in un film, qui in doppia veste di colonna sonora, dunque accompagnamento alle immagini, e possibile nota risolutiva o, per lo meno, attenuante del problema affrontato dalla narrazione.

Insomma, sembra proprio che Pili ci abbia donato un film in grado di farci riflettere, con una strumentazione nuova e stimolante, su un tema tanto banale (poiché, in fondo, sempre presente nelle nostre vite, nei piccoli come nei grandi fatti della storia) quanto difficile da affrontare con chiarezza e compostezza in chiave narrativa.


Francesco Margoni

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. Studia lo sviluppo del ragionamento morale nella prima infanzia e i meccanismi cognitivi che ci permettono di interpretare il complesso mondo sociale nel quale viviamo. Collabora con la rivista di scienze e storia Prometeo e con la testata on-line Brainfactor. Per Scuola Filosofica scrive di scienza e filosofia, e pubblica un lungo commento personale ai testi vedici. E' uno storico collaboratore di Scuola Filosofica.

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