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Religione e neuroscienze, dialogo possibile?

Fede e neuroscienze. Questo il tema del contributo del cardinale Angelo Scola al volume collettaneo “Neuroetica. La nuova sfida delle neuroscienze”. Edito da Laterza e curato da Vittorio Sironi e Michele Di Francesco, il libro fa il punto sullo stato dell’arte della neuroetica, così come è emerso dall’omonimo convegno tenutosi nell’Aula Magna della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca nel giugno del 2009.

Importanti nel panorama scientifico internazionale le “firme”: fra queste infatti vediamo A. Roskies, M. Reichlin, A. Oliverio, D. Perani, M. Tettamanti, R. Rumiati, G. Vallortigara, D. Ovadia, F. Turone, V. Sironi e diverse altre. Non solo neuroscienziati, neurobiologi, neurologi, psicologi, dunque, ma anche medici, giornalisti, filosofi, nonché un cardinale, attento e curioso interprete della materia…

Alla fine, l’intervento più controverso sembra essere proprio quello del cardinale. Vuoi per la posizione “esterna” dello studioso alla materia trattata, vuoi per l’esigenza, propria di molti uomini di Chiesa, di conciliare, almeno in parte, fede e ragione, religione e scienza. Il punto del suo discorso è che non è possibile operare una sintesi che chiuda in un sapere oggettivo e unitario la polarità costitutiva dell’unità mente-cervello morale.

Questa polarità è costituita dal polo biologico, da una parte, e dal polo ampiamente definito sociale, dall’altra, che comprende anche il trascendentale e il religioso. Il che sta a dire che l’anima non è una parte riducibile della nostra essenza, ma è “tracimante” qualsiasi discorso scientifico e oggettivante. Ora, al di là della tesi, che non intendo discutere direttamente, è opportuno soffermarsi nell’evidenziare alcuni punti critici dell’argomentazione, pur senza fornire, di questa, una ricostruzione analitica.

Più volte nel discorso il cardinale si riferisce alla non falsificabilità di un’ipotesi o di una teoria in termini positivi: poiché x non è falsificabile scientificamente, x merita di non essere negato o marginalizzato nel contesto del sapere umano. Le teorie secondo le quali la realtà cela un disegno intelligibile e quella dell’immortalità dell’uomo, garantita dalla vita eterna dell’anima, non sono falsificabili scientificamente.

Noi certamente ricordiamo l’insegnamento di Popper sull’importanza della falsificabilità. Tale insegnamento non è valido solamente all’interno del dominio conoscitivo della scienza. L’uomo ragionevole si trova a proprio agio nell’applicarlo, anche se non rigidamente, a tutti i domini conoscitivi. Evidentemente si dovrebbe capire innanzitutto cosa intendere con il termine “ragionevole”, qui e laddove il cardinale afferma che «la fede e la teologia è dimensione che […] sta tutta nell’ambito del ragionevole».

Se poi di dominio conoscitivo vogliamo proprio parlare… Il cardinale Scola ritiene che la neuroetica «si alimenti da un confronto, sempre più serrato, con […] la teologia morale». Ciò non appare evidente a chi si occupi della disciplina. Che la neuroetica sia in dialogo stretto con la psicologia, la pedagogia, il diritto, l’etica e la filosofia mi pare un’evidenza, non altrettanto scontata è invece la relazione con la teologia morale.

Un altro punto rilevante per il cardinale è l’esigenza di costruire un’unità del sapere, tra le parti, secondo lui, in gioco. Ma che la teologia sia un sapere, e che dunque sia unibile a qualsivoglia cosa nell’ambito della conoscenza, è per lo meno un’affermazione che ad alcuni potrebbe apparire controversa. Secondo Scola due criteri dovrebbero essere presi in considerazione dalla neuroetica (come neuroscienza dell’etica). Il primo è avere ben chiara ed operare la distinzione tra ciò che possiamo accertare del mondo tramite l’uso di una teoria scientifica e il mondo stesso; il secondo è non perdere mai di vista che il sapere umano muove attraverso l’uso di diverse forme di pensiero e sistematizzazione.

Ora, per quanto si possa trovare corrette in sé queste richieste, non pare adeguato porle a criteri guida della neuroetica, poiché il loro posto sembra maggiormente adatto nella direzione della riflessione (filosofica) sulle conclusioni della neuroetica. La neuroetica è una disciplina scientifica che attraverso l’applicazione di procedure sperimentali controllate, dunque per mezzo di metodi rigorosi e strumenti tecnologici avanzati, si propone di far progredire la conoscenza sulle intuizioni e sul senso morale dell’uomo. Non è compito della neuroetica come “neuroscienza dell’etica” dirimere le questioni sulla centralità o marginalità dei suoi risultati all’interno del complesso conoscitivo umano.

Notiamo in Scola una certa vaghezza mista a rigidità di pensiero, raramente mitigata… Pur ponendo all’attenzione della comunità scientifica questioni non prive di interesse e di importanza, non riesce però, a nostro avviso, ad argomentare la sua tesi in modo convincente. Che non sia possibile a priori «un sapere compiutamente oggettivante del cervello capace di spiegare tutto l’uomo» non qualifica di certo in modo automatico la “tracimanza dell’esperienza religiosa” come qualcosa di cui l’uomo deve tenere conto nell’operare la presunta unità del sapere.

Reference:

  1. Sironi, V. e Di Francesco M. (a cura di). Neuroetica. La nuova sfida delle neuroscienze. Editori Laterza; Roma-Bari 2011
  2. Abstract del convegno di Neuroetica di Milano del 2009

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.

Questo articolo è stato inoltre pubblicato nel monografico dedicato alla morale di Brainfactor Journal Vol. 5 Issue 2 pg. 2.

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