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Il problema della felicità: commento ad un articolo di S. Cahn.

Di Margoni F., con un commento di Pili G.,  www.scuolafilosofica.com

Commento all’articolo The Happy Immoralist di Steven M. Cahn apparso sul Journal of Social Philosophy, Vol. 35 No. 1, nella primavera del 2004.

Cahn offre un controesempio alla caratterizzazione della ‘felicità’ offerta dalla filosofa Philippa Foot.[1]

Secondo la Foot la ‘vera felicità’ (traduco così l’inglese ‘great happiness’), a differenza del piacere o dell’euforia, deve provenire da qualcosa che è fondamentale nella vita dell’uomo, e che è in relazione a ciò che è profondo nella natura umana. Tutto ciò è necessariamente vago, ché la felicità è un concetto intrattabile.

Cahn propone di pensare a Fred, un personaggio immaginario. Egli ha dedicato la sua vita al raggiungimento di tre obbiettivi:

1) celebrità,

2) ricchezza,

3) reputazione d’uomo onesto;

ed è, di fatto, riuscito a raggiungere i suoi obbiettivi, pur agendo in modo moralmente disapprovabile. Fred è soddisfatto di se stesso, prova sicuramente piacere ed euforia, ed è felice. Tuttavia, per Foot, Fred non è felice.

Per Cahn Fred è felice, e se qualcuno di infelice debba esserci, quel qualcuno siamo noi: infelici con Fred, dal momento che non vogliamo vedere ricompensata l’ipocrisia e il vizio morale. Quindi la caratterizzazione della Foot non è corretta.

Commento di Francesco Margoni

Una semplice osservazione invalida il contoesempio offerto da Cahn: Fred è un falso caso psicologico. Non esiste nessun Fred, ché non potrebbe esistere nel nostro mondo. Infatti, nel nostro mondo, una persona – salvo casi patologici, s’intende – non può essere soddisfatta di sé semplicemente perché è considerata dagli altri moralmente integra, ma per essere soddisfatta di sé e così felice deve anche essere moralmente integra, e questo non è il caso del nostro Fred – un caso impossibile. A supporto di quanto dico l’analisi di Smith Adam in Teoria dei Sentimenti Morali. Non giudichiamo della correttezza della caratterizzazione data dalla Foot, giudichiamo invece dell’inadeguatezza del controesempio offerto da Cahn, che quindi non pone problemi alla proposta della Foot.

Commento Giangiuseppe Pili

Il controesempio di Cahn si basa sull’idea che i tre punti (1) celebrità, (2) ricchezza, (3) reputazione d’uomo onesto costituiscano “qualcosa che è fondamentale nella vita dell’uomo”. Tuttavia, sia la celebrità che la ricchezza comportano sentimenti derivati: cerchiamo dei mezzi per essere felici. Essi, in altre parole, costituirebbero degli strumenti per il fine ultimo (la felicità). Ma, essendo dei mezzi esterni alla natura umana, violano l’idea, assunta dallo stesso Cahn, sulla quale egli stesso costruisce il suo controesempio, che essi siano qualcosa di “fondamentale” nella vita. In questo senso, tutto ciò che rende felice l’uomo non può che essere qualcosa di già presente nella natura umana, non certamente ricchezza e celebrità e, soprattutto, la reputazione (di qualunque cosa): come osserva una tradizione che si rifà da Socrate, passa per gli Stoici (Epitteto, per esempio) e giunge fino a Spinoza, tutto ciò che ci dà felicità, una duratura forma di soddisfazione, non può esser nulla che non sia direttamente in nostro potere e non qualcosa su cui abbiamo solo possibilità di controllo che sono soggette alla necessità del resto delle cose.

In secondo luogo, l’uomo di Cahn presuppone l’idea che si possa essere felici in senso molto debole giacché tutti e tre i punti non si conservano né si ottengono con le medesime qualità e non permangono nel tempo, come hanno fatto notare tutti i filosofi.

In terzo luogo, Cahn cade nella trappola della “scissione delle qualità” giacché egli immagina che tale uomo sia felice nonostante i mezzi per raggiungere i suoi scopi siano (implicitamente) non desiderabili e causa di infelicità. Non si può essere felici di aver avuto duemilioni di euro a seguito di un omicidio, là dove la causa del nostro bene è generata da un fatto che addolora (per riflesso) noi stessi in modo duraturo. La letteratura costruisce casi di conflitto interiore che si gioca su queste basi: Machbeth è l’esempio più chiaro ed è anche un buon caso di non-violazione del principio di scissione delle qualità, a differenza di quello che fa Cahn. Un altro esempio illustre e, sul piano psicologico molto fine, è offerto da Raskolnikov in Delitto e castigo di Dostojevky: in questo libro il protagonista, dopo aver ucciso una vecchia perché ossessionato dalla vita fino alla creazione di fantasmi interiori che lo spingono ad un gesto estremo per liberarsene, si sente a tal punto oppresso dal suo atto che non riesce più a vivere e finisce per confessare il proprio delitto alla polizia.

Inoltre, Cahn immagina che la valutazione di ciò che ci arreca felicità sia derivata da quella degli altri: le ricchezze e la reputazione sono, tipicamente, dei fatti che dipendono in massimo grado da ciò che credono gli altri. Saremmo ancora ricchi, in una società che bandisce il denaro? Saremmo ancora belli, in un’isola deserta? E saremmo ancora felici, in quei casi?

Cahn, tra l’altro, assume l’idea che la morale si fondi sul cossequenzialismo: è bene ciò che è meglio. Questa assunzione è garantita dal fatto che egli scinde i mezzi dal fine che, dunque, giustifica quelli, qualunque essi siano. Tuttavia, il cossequenzialismo conduce, inevitabilmente, a relativizzare i beni in base alle circostanze che, dunque, sono ciò che costituisce la nostra base per la felicità. Ma, spingendoci un passo in avanti, se le ricchezze di Fred fossero la cagione della sua rovina? Questo sarebbe il caso del Re di Persia, Dario, che fu sconfitto e ucciso da Alessandro Magno proprio perché ricco, celebre (chi più celebre del re di Persia) e (fra l’altro) considerato (dallo storico Arriano) moralmente buono. E questo non è un esempio immaginario!

In fine, si può ben dubitare del fatto che io sia infelice là dove veda che un uomo che compia ingiustizie e riesca a farla franca. Ma questo genere di presunto di infelicità si può considerare in due modi: non è esso stesso motivo di giustificazione di Fred; in secondo luogo, perché dovrei essere infelice per questo? Anzi, se sto alla clausola offerta da Foot, io sarò felice nonostante l’ingiustizia di quello che, d’altra parte, può essere squalificato sul piano morale senza essere, per questo, causa della mia infelicità.

Un controesempio molto più forte sarebbe il caso del Soma dello scrittore di fantascienza Aldous Huxley: il Soma è una droga priva di effetti collaterali che rende felici dal suo ingerimento sino al ritorno alla realtà. In questo caso si può assumere che la droga stimoli i centri cerebrali giusti per dare felicità in senso chimico all’individuo, rispettando così l’idea che tale soddisfazione duratura sia possibile per “qualcosa che è fondamentale nella vita dell’uomo”. Cosa c’è di più fondamentale dei neuroni e delle loro connessioni? Questa forzatura, evidentemente, mostra l’inadeguatezza della clausola della Foot e necessita di essere riscritta in forme più adeguate: “qualcosa che dipende esclusivamente dalle proprietà intrinseche dell’Uomo” e, allora, si evita il problema del Soma: esso è un oggetto esterno e non consente una felicità dipendente dalle sole qualità intrinseche dell’Uomo ma da una stimolazione artificiale e causalmente secondaria (perché non interna all’Uomo stesso) che genera un “surrogato di felicità”. E’ interessante che Huxley non discuta tanto del fatto che tale droga sarebbe effettivamente in grado di rendere felici gli esseri che usano il Soma, quanto che non sarebbe soddisfacente il modo grazie al quale la ottengono: non si può slegare il fine dai suoi mezzi e una felicità ottenuta dalla semplicità, senza contrasti e conseguente lotta, non sarebbe effettivamente degna anche quando le sensazioni finali sono le stesse. Un’interessante considerazione che costituisce un altro argomento contro il controesempio di Cahn.


[1] In Philippa Foot, ‘Moral Relativism’, in Moral Dilemmas and Other Topics in Moral Philosophy (Oxford: Clarendon, 2002), 35.


Francesco Margoni

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. Studia lo sviluppo del ragionamento morale nella prima infanzia e i meccanismi cognitivi che ci permettono di interpretare il complesso mondo sociale nel quale viviamo. Collabora con la rivista di scienze e storia Prometeo e con la testata on-line Brainfactor. Per Scuola Filosofica scrive di scienza e filosofia, e pubblica un lungo commento personale ai testi vedici. E' uno storico collaboratore di Scuola Filosofica.

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