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Economia cognitiva. Lo scritto verte sulla necessità di una migliore contestualizzazione dei modelli teorici della economia cognitiva.

                                 I want you to sense chaos where first you noticed an orderly arrangement of well-behaved things and processes.

Feyerabend

1.Quello della (micro-)economia cognitiva è un programma di ricerca appartenente alle scienze cognitive.

Le scienze cognitive suggeriscono all’economia cognitiva – questa ultima informa le scienze cognitive.

2. La teoria e i modelli sono necessari alla ricerca.

3. Si è aperta la scatola nera: essa è piena di cose: alcuni trovano cose che non vi sono, alcune cose non sono state trovate.

4. Il mondo è reale (popolato di agenti reali che prendono decisioni in modo reale in situazioni reali).

Le norme sono convenzioni: si cerca invece di descrivere ciò che è reale.

5. Esiste una dialettica normativo–descrittiva. Essa è catalizzatrice di conoscenza. Non si da conoscenza assoluta, ma solo conoscenza relativa. Non si dice: l’uomo (l’agente economico) è irrazionale (infatti ciò non ha neppure senso: non corrisponde a nulla di reale). Invece si dice: l’uomo non si comporta in conformità alla razionalità normativamente intesa.

Oggi: le expected utility theory sono da considerarsi normative, invece le non-expected utility theory (tra le quali la teoria del Prospetto) descrittive.

La teoria normativa è un gioco (alla Wittgenstein: solo un gioco tra i tanti). La teoria della razionalità è strumentale. Essa dialoga con le teorie cognitive.

La teoria dell’economia neoclassica approssima il comportamento reale, la teoria dell’economia cognitiva è solamente una migliore approssimazione.

Tuttavia, la teoria economica classica prevede, ed in funzione di ciò deve descrivere. La descrizione è poco realistica: la previsione generalmente risulta sbagliata o troppo approssimata. La teoria cognitiva invece descrive e prevede le preferenze di soggetti reali. E lo può fare introducendo nella teoria economica la componente psicologica: un peso probabilistico soggettivo che certo non coincide con la concezione classica e normativa di probabilità. V’è soluzione di continuità tra le teorie storicamente proposte: la teoria classica di Von Neumann – Morgenstern e poi la teoria di Savage coinvolgono probabilità che sono sempre rispettivamente quelle della teoria frequentista e soggettivista, al contrario, la teoria Kahneman – Tversky ( la quale spiega preferenze reali; le quali hanno funzioni di probabilità non lineari) pesa le probabilità, cosicché le funzioni di probabilità coinvolte non sono normativamente coerenti (sono non lineari), non soddisfano gli assiomi classici.

La teoria del Prospetto è un modello cognitivo (delle scelte in condizioni di incertezza): essa essenzialmente dice: i portatori di valori sono cambiamenti di stato (punto di riferimento), piuttosto che gli stati finali – i pesi decisionali combinati a tali valori non coincidono con le probabilità normative.

La teoria del Prospetto in sintesi: la funzione dei valori v(x) e la funzione di probabilità soggettiva W(p).

Soprattutto: normativamente W(p)=p ed y=1; descrittivamente y=circa 0.61 (oppure equivale al parametro di Prelec).

La teoria del Prospetto (qui: il modello descrittivo) è costruita (indotta – dedotta) a partire dai moltissimi dati sperimentali, nonché permette l’interpretazione del dato. Inoltre: anche e soprattutto la teoria normativa suggerisce l’ipotesi sperimentale. Ancora oltre: è il riconoscimento delle violazioni sperimentali sistematiche della norma ciò che permette effettivamente la crescita della ricerca: la norma permette il riconoscimento della violazione della stessa.

Normativamente: assecondando la teoria classica: pensare è calcolare (Hobbes). Descrittivamente: assecondando i modelli dell’economia cognitiva: calcolare il pensare (leggi anche: prevedere e comprendere le forme del ragionamento umano, nonché del comportamento).

Fino a che punto il pensiero (ragionamento) è un processo descrittivamente esauribile? (fino a che punto quantizzabile? Scientificamente esplorabile? Vi sono cose nella scatola nera che le scienze cognitive non vedono per limiti intrinseci ad esse?). Evidentemente il pensiero è cosa descrittivamente esauribile da parte della scienza cognitiva fino al punto in cui lo è. A questo proposito ho già detto che l’approccio descrittivo (e intendo la teoria dell’economia cognitiva) è approssimativo. Perciò tale questione deve interessare relativamente poco. Essa aprirebbe forse lo spazio ad un contributo fenomenologico per la comprensione della micro-economia – delle scelte dell’agente: tale contributo sarebbe forse incomprensibile; si parlano lingue diverse: la lingua fenomenologica e la lingua delle scienze cognitive.

Vi sono due contesti soprattutto: il contesto della scelta razionale e il contesto della scelta (approssimativamente) reale.

Il contesto della scelta normativamente razionale (contesto di scelta parametrico) contiene soprattutto preferenze ordinate sulle conseguenze secondo caratteristiche di completezza, transitività, monotonicità, convessità; funzione di utilità, ed in condizioni di incertezza il valore atteso, gli assiomi della teoria dell’utilità attesa quali il principio di cancellazione, della transitività, di indipendenza, della dominanza e dell’invarianza.

Il contesto della scelta reale del soggetto reale nel mondo reale (in particolare il contesto della teoria del Prospetto): contiene soprattutto il fenomeno dell’effetto del contesto (o framing – per cui il contesto in cui il soggetto si trova nello scegliere, ha un effetto determinante sulla scelta stessa) e quello delle avversione alle perdite (per cui nella maggior parte dei soggetti, la motivazione ad evitare una perdita è superiore alla motivazione a realizzare un guadagno); un processo decisionale composto di due fasi: la fase di editing (ovvero l’analisi preliminare dei prospetti offerti) con le operazioni di codifica (dove gli esiti vengono codificati come perdita o guadagno rispetto ad un punto di riferimento neutro, lo status quo del soggetto), combinazione (dove i prospetti sono semplificati tramite la combinazione delle probabilità degli esiti identici), segregazione (dove si separa all’interno di uno stesso prospetto la componente rischiosa da quella priva di rischio), cancellazione (dove le componenti comuni alle diverse opzioni non vengono considerate), dominanza (dove si individuano prospetti dominanti rispetto agli altri in termini di esito e probabilità) e semplificazione (dove 1. vengono approssimati esiti e probabilità, 2. vengono eliminati i risultati del tutto improbabili) e la fase di valutazione (delle conseguenze, delle probabilità e l’integrazione dei valori ponderati) che computa un valore complessivo del prospetto definito da due funzioni (la funzione di ponderazione e la funzione di valore); i bias e le euristiche – scorciatoie mentali – (in particolare si discute sotto in relazione alla euristica della rappresentatività – usata per stimare la probabilità che un dato oggetto appartenga a una certa classe o che un dato evento avvenga in conformità con una certa ipotesi).

I due contesti sono chiaramente in stretta relazione l’uno all’altro. Essi ricalcano la dialettica normativo – descrittiva: v’è infatti una dialettica contesto della scelta razionale – contesto della scelta reale per la quale vale quanto si dice per la dialettica normativo – descrittiva.

I contesti hanno confini. Pur intrattenendo relazioni più o meno fertili con gli altri contesti, il contesto mantiene la sua autonomia e non oltrepassa i propri confini. Perciò vi può essere anche incomprensione nella relazione tra i contesti: i confini sono confini del linguaggio. Questo è evidente (fuori dalla dialettica contesto della scelta razionale – contesto della scelta reale) quando si tenta un’improbabile dialettica tra contesto della spiegazione delle scienze cognitive  e contesto della spiegazione fenomenologica in materia di ragionamento e scelta economica.

Premessa: l’esperimento di Linda – diventato decisamente cult – chiede ai soggetti di leggere una descrizione di una certa Linda, per poi riferire quale delle seguenti opzioni è la più probabile: 1. Linda è un’impiegata di banca 2. Linda è un’impiegata di banca e un’attivista no global. La maggior parte dei soggetti giudica 2 più probabile (certo alla luce della descrizione data, che però è irrilevante), chiaramente contraddicendo il calcolo delle probabilità e facendo un errore logico elementare.

Domande quali “I risultati ottenuti nell’esperimento di Linda  sono veramente un fenomeno ascrivibile alla fallacia della congiunzione ed ad un’euristica del giudizio come quella di rappresentatività? O forse sono piuttosto diretta conseguenza di un equivoco linguistico? Infatti, lo sperimentatore intende la parola probabilità quale inserita in un contesto (gioco) di tipo logico-matematico, e dunque diverso dal contesto di tipo quotidiano in cui il soggetto inserisce la “sua” probabilità?” sono domande cui l’economia cognitiva deve una risposta? E allora: l’economia cognitiva veramente non può che escludere l’ipotesi di spiegazione dell’equivoco e del contesto linguistico? Tale ipotesi sembra porre infatti una domanda cui teoria e metodo di tipo cognitivo non sono in grado di rispondere direttamente (im-mediatamente): infatti non è veramente importante l’analisi introspettiva del soggetto (cosa intende quel soggetto per probabilità in tale o talaltro specifico contesto). La scienza cognitiva non è fenomenologia. Non si cercano risposte dirette: si cercano fatti da cui inferire ipotesi verificabili attraverso l’osservazione di altri fatti – che perciò spiegano fatti. La risposta alla domanda di cosa il soggetto intenda per probabilità è sempre risposta indiretta – secondo le esigenze del metodo di conoscenza della scienza cognitiva.

Però anche attraverso la lettura dei dati ricavati dal briefing fatto con attenzione all’interno di una ripetizione dell’esperimento di Linda si potrebbe e dovrebbe ipotizzare sul come e se il soggetto abbia inteso (e intenda) la parola probabilità all’interno del contesto sperimentale. Nel caso le risposte dei soggetti permettano la possibilità di fare ipotesi interessanti suggerisco di ripetere l’esperimento accompagnandolo al V.P.A. (Verbal Protocol Analysis, Ericsson e Simon). Un buon coding (ovvero una buona decodifica – interpretazione – del resoconto) potrebbe rivelare qualcosa sul come il soggetto intenda e forse sul perché il soggetto intenda un uso linguistico piuttosto che un altro della parola probabilità. Se ancora si trovano dati interessanti (che supportano l’ipotesi dell’equivoco linguistico) si potrebbe rischiare uno studio di neuroimmagine su uno stesso campione di soggetti. Si potrebbe cercare di localizzare le aree attivate sottese ad un uso linguistico piuttosto che ad un altro, creando due condizioni sperimentali per cui modificando la presentazione verbale del problema di Linda si creerebbero due contesti specifici in cui i gruppi di soggetti sarebbero inseriti (in un primo esperimento all’interno di un chiaro contesto quotidiano, in un secondo all’interno di un chiaro contesto matematico). Però lo studio di neuroimmagine sembra veramente troppo inadatto a questa situazione: v’è il problema di presentare ad uno stesso gruppo di soggetti lo stesso problema più volte e così il problema del non essere in grado di controllare le possibili variabili intersecanti e influenzanti le varie condizioni seguenti la prima, inoltre v’è il problema di ben definire cosa s’intende per contesto quotidiano e contesto matematico. Perciò l’ipotesi di un’indagine di neuroimmagine in questa situazione è da abbandonare.

Comunque, questa (briefing e V.P.A.) sembra essere la procedura possibile al fine di una migliore chiarificazione del dubbio sopra (l’equivoco linguistico): è anche, all’interno della scienza cognitiva, ciò che più si avvicina ad un’introspezione fenomenologica.

Domande quali “cosa ha veramente in testa Tizio quando dice P?” hanno senso se veramente la scienza del comportamento non è comportamentismo.

Allora abbiamo forse risolto quell’impossibilità di cui s’è detto di rispondere all’interno della scienza cognitiva in modo diretto? No, la nostra sarà pur sempre una risposta di tipo indiretto (pur attraverso l’interpretazione anche statistica di risposte dirette – V.P.A.).

Propongo qui un’integrazione tra la classica spiegazione cognitiva dell’esperimento di Linda e l’alternativa spiegazione in termini di equivoco linguistico.

L’esperimento di Linda può essere spiegato dal modello bias ed euristiche (l’euristica della rappresentatività come strategia sistematica che semplifica il processo di giudizio di fronte al problema), dalla proposta di Macchi (la formulazione del testo del problema –per alcuni problemi, e questo è il caso- è la variabile cruciale nel prevedere e spiegare il comportamento del soggetto di fronte al problema), e anche dalla teoria di Gigerenzer e dalla teoria dei modelli mentali (Johnson Laird). Qui si contrappone (e si prende in considerazione solamente) il modello di spiegazione cognitivo al modello di spiegazione della Macchi, nonché si tenta un’integrazione – attraverso la nozione di concetto – tra i modelli.

Vi sono contesti in cui il decisore sistematicamente non sceglie razionalmente (la teoria dell’economia cognitiva parla anche di framing, effetto del contesto appunto).

La formulazione del problema non è elemento estraneo al problema, altresì è elemento integrato al problema. Il problema è un contesto (un particolare gioco) – ciò non significa però semplice relativismo: non ogni variabile od elemento possibile, solo per il fatto di appartenere al contesto o problema, ha ruolo causale significativo sul comportamento del soggetto. Dunque questo: se si cambia un elemento – e questo elemento è una variabile significativa, quale la formulazione del problema (per alcuni problemi, quale quello sottoposto ai soggetti nell’esperimento di Linda) – si cambia il contesto: se si cambia linguaggio si cambia gioco.

 Differenti formulazioni del testo del problema (nonché differenti interpretazioni linguistiche di uno stesso testo) – differenti linguaggi – creano differenti contesti. Vi sono contesti in cui il decisore agisce in modo razionale, contesti in cui agisce sistematicamente in modo non normativamente razionale secondo giudizi guidati da euristiche. La formulazione del testo del problema alle volte è causalmente significativa e di conseguenza è coinvolta nel criterio di demarcazione tra contesti. La formulazione è una variabile, alle volte determinante: essa certamente costruisce attivamente il contesto cui partecipa.

La variabile della formulazione linguistica e la variabile euristica devono integrarsi all’interno della cornice teorica propria del modello della economia cognitiva. La presenza dell’euristica all’interno del processo decisionale dipende dal contesto: la stessa presenza o meno dell’euristica definisce il contesto: anche la formulazione linguistica definisce il contesto che è definito dalla presenza di una certa formulazione linguistica e dalla presenza o assenza dell’euristica di giudizio. Però è chiaro questo: la particolare formulazione linguistica decide della presenza dell’euristica.

Il comportamento deve essere spiegato dal contesto, non da una singola variabile. Non si può dire che il soggetto abbia così agito perché la formulazione linguistica era così. Invece è lecito sostenere che il soggetto all’interno di quel contesto abbia effettivamente avuto un determinato comportamento piuttosto che un altro. Il soggetto ha agito così e il suo comportamento non discosta dalla previsione del modello descrittivo integrato. Il ragionamento è prodotto del contesto: molti fattori sono presenti.

La teoria dei bias e delle euristiche non è quindi confutata dal modello di spiegazione della Macchi: solamente deve essere riveduta. Sono necessari alcuni accorgimenti. È Macchi che ci suggerisce la necessità della modificazione del modello di spiegazione dell’economia cognitiva. Dunque, si deve ragionare in termini di contesto (gioco). Il contesto è tutto, il contesto è la realtà. Il contesto è definito dalle variabili. Le variabili implicate nella spiegazione del modello cognitivo e quelle implicate nella spiegazione del modello della Macchi hanno uguale dignità epistemica, entrambe definiscono attivamente il contesto.

Allora, il modello dell’economia cognitiva deve considerare come variabile significativa all’interno delle proprie spiegazioni quella della formulazione linguistica del testo del problema. Questa variabile interagisce nella spiegazione con le altre variabili che spiegano il comportamento.

Quindi al fine di spiegare le risposte dei soggetti sottoposti all’esperimento di Linda si considera il contesto. In particolare esso è di tipo matematico (però confuso da parte del soggetto per un contesto di tipo quotidiano), ma ciò che spiega il comportamento è la presenza dell’euristica del giudizio.

Il contesto contiene anche l’interpretazione del soggetto della situazione in cui è inserito. Quest’interpretazione alle volte definisce attivamente il contesto. È questo il caso dell’esperimento di Linda.

Esperimento di Linda:

–          Variabile euristica del giudizio (presente oppure assente)

–          Variabile formulazione del testo della domanda (matematica – dove per probabilità s’intende probabilità matematica in senso stretto – oppure quotidiana – dove per probabilità s’intende probabilità nel senso ampio e quotidiano del termine).

Osservazione comportamentale: il soggetto risponde in modo non normativamente razionale. Perché il soggetto risponde come risponde?

Perché il contesto dove si trova a rispondere è definito dalle seguenti caratteristiche: 1. variabile formulazione del testo (non chiara senza il soggetto interpretante) 2. variabile euristica del giudizio (presente) 3. incomprensione linguistica tra il soggetto (che interpreta il contesto come quotidiano) e lo sperimentatore (che interpreta il contesto come matematico).

Quindi, generalizzando, quando v’è un contesto composto dalla presenza di un problema (il quale problema è presentato in modo da evocare – attraverso incomprensione – nel soggetto il significato quotidiano proprio di probabilità) cui il soggetto risponde attraverso un comportamento che segue l’euristica, il soggetto stesso non risponde in modo normativamente razionale. E perché non risponde in modo razionale? Per via dell’euristica soprattutto (per via del contesto stesso secondariamente). E perché il soggetto risolve il problema ricorrendo all’euristica? La risposta non deve essere: perché il contesto era inteso dal soggetto come quotidiano invece che matematico. La risposta piuttosto va cercata nel contesto come mondo complesso: difficilmente una sola variabile spiega il comportamento umano.

La dialettica gioco matematico – gioco quotidiano ricorda la dialettica normativo –  descrittiva. Come la dialettica contesto matematico – contesto quotidiano provoca incomprensione tra sperimentatore e soggetto quando l’uno contesto è creduto l’altro, la dialettica normativo – descrittivo può provocare anche incomprensione, se non viene compresa in quanto catalizzatrice di conoscenza, come detto in precedenza, e se si confonde il discorso normativo per quello descrittivo, o quello descrittivo per quello normativo: e quindi si parlano contemporaneamente lingue diverse senza accorgersene.

La dialettica normativo – descrittivo è anche pensabile così: la teoria normativa fornisce (solamente) un’approssimazione di validità limitata per alcuni dei fenomeni meglio descritti al livello descrittivo della teoria della economia cognitiva. V’è dunque – nonostante quanto detto su – una certa continuità tra la spiegazione normativa e quella descrittiva.

6. I processi cognitivi sono contestualizzati.

La dialettica sistema 1 (S1) – sistema 2 (S2) ricorda la dialettica intuizione – ragionamento: grosso modo mentre le operazioni del sistema 1 sono veloci, parallele, automatiche, senza sforzo, associative e lente da apprendere, quelle del sistema 2 sono lente, seriali, controllate, faticose, governate da regole e flessibili. Mentre le operazioni di S1 (oltre che il sistema percettivo) genera impressioni, S2 è coinvolto nella formazione di giudizi – una funzione principale di S2 è proprio quella di controllo della qualità dell’operazione mentale e del comportamento manifesto (es. il ragionamento in modo rigoroso ed esplicito).

La distinzione tra sistema 1 (S1) e sistema 2 (S2) è una chiara astrazione. Scordarlo rischia di portarci verso una scienza decontestualizzata, oppure magari prigioniera di entità teoriche dalla semplice e schematica operatività. Il sistema 1 è fortemente contestualizzato: l’intuizione è sottesa da una vasta serie di attivazioni di porzioni differenti del cervello e questa attivazione può differire a seconda del diverso contesto. La realtà è complessa, non corrisponde certo alla descrizione del testo scolastico. Il sistema 2 interagisce in modo complesso con il sistema 1. Vi sono contesti in cui il conflitto coinvolge in modo complesso S1 ed S2.

I meccanismi cerebrali non sono semplici astrazioni: essi combinano in modo complesso processi controllati e processi automatici, cognizione ed affetto.

Fondamentale è anche tenere a mente l’onnipresenza (silenziosa) della postilla ceteris paribus, di assai ardua formulazione all’interno della teoria della decisione.

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