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Larry Laudan

1. Breve nota biografica

Larry Laudan nasce nel 1941 in Texas. Si laurea in fisica per poi studiare filosofia presso la Princeton University. Insegna – soprattutto per le università americane – filosofia della fisica, storia della scienza e filosofia della scienza.

2. La filosofia della scienza di Laudan

La filosofia della scienza di Laudan parte col porre il problema di come la conoscenza scientifica effettivamente cresca, ovvero col tentativo di comprendere i meccanismi che muovono il progresso scientifico, proprio come, prima di lui, avevano fatto ad esempio Kuhn e Toulmin.

Con la chiara intenzione di dare un resoconto descrittivo del funzionamento del meccanismo scientifico, egli sostituisce innanzitutto alle nozioni di ‘paradigma’ (Kuhn) e ‘programma di ricerca’ (Lakatos) la nozione di ‘tradizione di ricerca’, ad indicare un certo insieme di regole per la costruzione di una teoria scientifica. Più in particolare la ‘tradizione di ricerca’ è composta da una ontologia e da una serie di regole metodologiche. Il susseguirsi nel tempo delle diverse ‘tradizioni di ricerca’ (ovvero il procedere nel tempo del meccanismo scientifico) può senz’altro essere segnato dalla sostituzione radicale dei principi centrali della ‘tradizione di ricerca’. In generale il progresso scientifico è concepito, dal Nostro, come un procedere per risoluzione di problemi, sia di tipo empirico che  concettuale. La scienza avrebbe come primo obbiettivo risolvere il maggior numero di problemi empirici. E spesso risolvere il problema empirico significa impegnarsi nella risoluzione di problemi concettuali collegati.

Le teorie scientifiche vengono giudicate al tribunale del successo pratico, ovvero in relazione alla loro capacità risolutiva di problemi. Una teoria scientifica è definita razionale ed efficace quando e se in grado di risolvere problemi. Ne segue che l’impresa scientifica non si pone innanzitutto il compito di ricercare la verità. Da ciò non implica tuttavia che il progresso scientifico sia in qualche modo illusorio. Al contrario, il progresso scientifico è reale. Laudan però lo vede consistere nell’accrescimento della capacità pratica di risolvere problemi, piuttosto che nell’accrescimento e accumulazione delle verità sul mondo. Le teorie sarebbero tra loro incomparabili, e questo certamente può gettare una luce relativistica sulla visione della scienza di Laudan, però bisogna tenere ben presente che il Nostro non è qui affatto interessato alla comparazione delle teorie in sé, quanto piuttosto ai meccanismi di razionalità pratica che regolano il preferire quelle teorie che effettivamente hanno maggior successo.

Per riassumere si può dire che Laudan rigetti diverse tesi (assai centrali) della filosofia della scienza, tra cui principalmente quelle che sostengono che il progresso scientifico richieda necessariamente una metodologia determinata (da cui seguono le varie teorie normative sulla metodologia scientifica), la conservazione cumulativa dei successi delle teorie del passato e  la convergenza verso la ‘verità’.

Laudan dunque propone un argomento decisamente cogente contro il ‘realismo scientifico’: la nota ‘meta-induzione pessimistica’. L’argomento poggia su considerazioni di storia della scienza piuttosto che su considerazioni puramente concettuali. In buona sostanza Laudan sostiene che ci siano ragioni positive, di carattere induttivo, per non credere nell’esistenza delle entità teoriche descritte dalle nostre migliori teorie. Il Nostro filosofo fornisce una lunga lista di teorie ormai abbandonate (tra cui la teoria dell’etere e la teoria del calorico), che nonostante questo fatto hanno avuto il loro buon successo predittivo ed esplicativo. Queste teorie spesso contenevano termini teorici che si pensava riferissero a entità non osservabili, tuttavia il progresso scientifico mostrò che in realtà questi termini non riferivano proprio a nulla. Queste considerazioni di carattere storico forniscono così una base induttiva per concludere pessimisticamente che anche le nostre attuali migliori teorie – le quali non sono di tipo diverso rispetto alle teorie rifiutate del passato1[1] – verranno un giorno rimpiazzate da altre teorie, e questo perché ritenute false nonché contenenti termini teorici fondamentali senza alcun riferimento. E non si può nemmeno sostenere che le teorie pur non essendo vere, lo sono almeno in modo approssimativo, infatti se si dà il caso – come continuamente si dà all’interno del progresso scientifico: e un esame accurato della scienza lo mostra chiaramente – che i termini teorici fondamentali della teoria non hanno alcun riferimento, allora la teoria non può essere né vera né approssimativamente vera. Risulta chiaro allora che l’esistenza di queste teorie – ovvero delle teorie del passato ritenute false nonostante il loro successo predittivo ed esplicativo – impedisce di argomentare a favore del realismo scientifico attraverso la tesi per cui la verità (approssimata) spiega in modo soddisfacente il fatto che la scienza abbia effettivamente successo empirico-pratico. Laudan in sostanza si impegna a mostrare come di fatto il successo referenziale dei termini teorici di una teoria non sia una condizione affatto necessaria per il suo successo predittivo, e lo fa attraverso la storia della scienza, la quale fornisce molti contro-esempi all’argomento dei miracoli, i.e. fornisce molti esempi di teorie (anche mature) che nonostante il loro successo nel predire fenomeni nuovi, furono poi giudicate dalle nostre attuali migliori teorie contenere termini teorici senza alcun riferimento. E poiché secondo il realista scientifico il successo referenziale dei termini teorici fondamentali è condizione necessaria della verità (approssimativa), la storia della scienza qui precisamente fornisce casi di teorie (mature) in grado di prevedere con successo nuovi fenomeni, pur non essendo nemmeno approssimativamente vere. Allora è chiara che né la verità (approssimativa) né il successo referenziale dei termini teorici fondamentali sono condizioni necessarie affinché una teoria sia in grado di prevedere con successo nuovi fenomeni. L’argomento dei miracoli in particolare è bloccato, i.e. non vi sono affatto giustificazioni per pensare (e anzi, semmai ce ne sono per pensare proprio il contrario) che il realismo scientifico debba essere usato per spiegare il successo predittivo delle nostre teorie scientifiche.

É dovere però chiarire meglio la posizione di Laudan puntualizzando ch’esso – al contrario di Feyerabend ad es. – non abbandona affatto il realismo scientifico per sviluppare una posizione di tipo relativistico, nonostante effettivamente affermi che non si può giustificatamente parlare di verità a proposito dei termini teorici (es. quelli usati per riferirsi alle entità inosservabili). Per Laudan (e personalmente condivido questa affatto ragionevole visione) il fatto di essere un realista scientifico deve richiedere solamente il fatto di riconoscere i benefici pratici dell’usare i termini teorici della teoria in un certo modo realistico, e così deve richiedere il fatto di accettare il realismo semantico: tuttavia, essere un realista scientifico non deve anche richiedere il fatto di credere che ai termini teorici usati (es. i termini teorici usati per parlare delle entità inosservabili) effettivamente corrisponda qualcosa di reale. In definitiva si può dire che il realismo scientifico non è dunque affatto supportato dall’argomento abduttivo – per il quale solo il fatto che le teorie scientifiche siano (approssimativamente) vere può spiegare l’effettivo successo pratico del meccanismo scientifico. Così, ripetiamolo senz’altro, il realismo scientifico non può giustificatamente venire difeso dal principio per cui se una teoria scientifica è vera allora avrà anche successo empirico-pratico, di fatto non più di quanto un pragmatismo spicciolo possa giustificatamente venire difeso dal principio opposto per cui se una teoria scientifica ha successo empirico-pratico allora sarà di conseguenza anche vera (o approssimativamente tale).

Un ulteriore punto rilevante nella teorizzazione di Laudan è il fatto ch’egli non è in alcun modo interessato nella definizione di regole metodologiche a priori: di fatto, le regole metodologiche della scienza – nella visione di Laudan – possono forse essere meglio comprese se considerate in quanto imperativi ipotetici della forma ‘per realizzare lo scopo cognitivo A, segui il metodo B’. Inoltre queste regole metodologiche evolvono insieme alla scienza (dove e all’interno della quale d’altra parte tutto evolve e muta nel tempo), e così non possono essere in alcun modo definite ponendosi al di fuori dell’effettivo attuale processo di crescita della conoscenza scientifica.

Lo studio filosofico della metodologia scientifica viene dunque naturalizzato – non certo alla maniera di Quine, il quale prescrive la riduzione dell’epistemologia alla psicologia scientifica – attraverso una valutazione delle metodologie che si pone sempre all’interno dell’attuale effettivo progresso scientifico di risoluzione di problemi.

3. Bibliografia

– Ladyman J. (2002), Understanding Philosophy of Science, Routledge.

– Shook J. R. (2005), article in Dictionary of Modern American Philosophers.

– Enciclopedia Ganzanti di Filosofia (2004).


[1] Riguardo alla questione dell’appropriatezza dell’elenco delle teorie fornite dal Nostro, notiamo che i realisti non considerano affatto appropriati la maggior parte degli esempi proposti, e di conseguenza suggeriscono di ridurre l’elenco a quelle teorie del passato considerabili ‘mature’ nel senso di somiglianti in modo rilevante alle nostre teorie scientifiche attuali. Una teoria viene definita matura quando incontra requisiti come quello di coerenza con i principi fondamentali delle teorie degli altri domini conoscitivi scientifici, e quando in generale rispetta i principi fondamentali della scienza che ne definiscono dominio e metodo in un continuo sforzo di unificazione. Però si nota che l’elenco di Laudan fornisce anche esempi di teorie del passato considerabili mature: possiamo allora dire che 1. vi sono teorie mature del passato che si sono rivelate false, 2. le nostre attuali teorie non sono molto diverse da quelle (nel senso che tutte queste teorie si somigliano secondo i criteri della maturità), 3. i.e. l’argomento della meta-induzione è ancora valido.


Francesco Margoni

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. Studia lo sviluppo del ragionamento morale nella prima infanzia e i meccanismi cognitivi che ci permettono di interpretare il complesso mondo sociale nel quale viviamo. Collabora con la rivista di scienze e storia Prometeo e con la testata on-line Brainfactor. Per Scuola Filosofica scrive di scienza e filosofia, e pubblica un lungo commento personale ai testi vedici. E' uno storico collaboratore di Scuola Filosofica.

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