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Dilemmi e scelte morali, oltre Greene?

Il modello teorico proposto da Joshua Greene a spiegazione delle scelte morali in situazioni dilemmatiche è ormai diventato paradigmatico. Jonathan Baron e colleghi, in uno studio pubblicato l’anno scorso sulla storica rivista Synthese dal titolo “Use of a Rasch model to predict response times to utilitarian moral dilemmas”, propongono un modello esplicativo differente.

I dilemmi usati da Greene, e da molta letteratura neuroetica, per lo studio del processo di presa di decisione morale sono strutturati in modo da stimolare nel soggetto un conflitto tra decidere per la massimizzazione del bene comune (fine utilitarista) e decidere per l’incondizionato rispetto di una norma morale (deontologica).

L’esempio classico è la situazione per cui, al fine di salvare cinque persone, ne deve essere sacrificata una. I modi del sacrificio possono variare e determinare una minore o maggiore facilità di giudizio da parte del soggetto. Ad esempio, se, per sacrificare la persona, dobbiamo semplicemente tirare una leva, ecco che la decisione è facilitata rispetto alla situazione in cui dobbiamo agire fisicamente (con le nostre mani) sulla vittima al fine di sacrificarla.

Greene propone un modello esplicativo per cui il giudizio morale è il risultato di uno scontro tra due diversi sistemi. Un sistema intuitivo, automatico, emotivo e veloce che propone al soggetto di scegliere l’opzione deontologica (ovvero quella basata su semplici regole morali guida al comportamento); un sistema razionale, più lento, che propone la scelta consequenzialista (basata sul calcolo utilitario delle conseguenze dell’azione).

Questa teoria sarebbe in grado di spiegare perché i tempi di riposta per le risposte consequenzialiste sono più lunghi rispetto a quelli relativi alle risposte deontologiche. La risposta consequenzialista sarebbe il risultato della vittoria del sistema razionale sul sistema emotivo e intuitivo, mentre la risposta deontologica sarebbe il risultato dell’abbandono immediato al dettato del sistema intuitivo.

I processi che porterebbero alla risposta, nei due casi, sono, per Greene, asimmetrici. Ci sarebbe soluzione di continuità tra i due tipi di risposta, poiché a variare sarebbe la dinamica degli eventi subcoscienti responsabili del giudizio.

Baron et al. considerano un modello esplicativo alternativo basato sull’assunzione di un conflitto simmetrico tra le due tendenze di risposta. La differenza sarebbe in buona sostanza quantitativa, e dipendente da semplici variabili individuali. Secondo questo modello i dilemmi morali differirebbero tra loro solamente per il fatto di suscitare una chiara risposta utilitaristica; i soggetti, da parte loro, differirebbero nella tendenza o abilità a dare questo tipo di risposta.

Gli autori paragonano i compiti di giudizio morale (che impiegano i dilemmi) a test di abilità come la verifica del vocabolario. Fornire una risposta utilitaristica sarebbe come definire correttamente una parola. Le persone differiscono per l’ampiezza del loro vocabolario e le parole per la loro ‘difficoltà’, inversamente proporzionale alla loro diffusione. Le persone risulterebbero differenti alla stessa maniera per la loro abilità o tendenza a dare risposte utilitaristiche e i dilemmi differirebbero per grado di difficoltà.

In sostanza, i tempi di reazione sarebbero una funzione di due variabili, l’abilità del soggetto e la difficoltà del dilemma. Questo pone i diversi tipi di giudizio su una linea continua, e ne spiega le differenze in termini quantitativi, ovvero senza postulare differenze a livello della dinamica dei sistemi psicologici responsabili del processo di presa di decisione morale.

Davanti alla situazione dilemmatica, il soggetto considererebbe entrambe le opzioni. Tempi di risposta più lunghi dipenderebbero dall’equilibrio tra le considerazioni per l’una e l’altra opzione, determinanti una situazione di incertezza, che per questo stesso motivo porrebbe difficoltà al giudizio. Nel caso invece di considerazioni per lo più favorevoli ad un’opzione delle due, la risposta apparirebbe come più probabile e verrebbe data velocemente.

Dobbiamo notare che il nuovo modello è proposto solamente a spiegazione dei dati sperimentali relativi ai tempi di reazione. Questa nota non è secondaria poiché Greene insiste con costanza, ove deve difendere la sua teorizzazione, sull’argomento che essa è basata su diverse (in quanto a metodologia e tecnica) evidenze sperimentali. Anche per questo gli autori dichiarano che il loro studio non discute la teoria dei due sistemi di Greene in generale.

Quello che però interessa di questa proposta è il valido suggerimento di considerare le differenze individuali nella loro rilevante interazione con la situazione dilemmatica. Il problema posto ai risultati di Greene è perlopiù che essi potrebbero dipendere in maniera significativa dalla selezione dei dilemmi e dei soggetti.

I tempi di reazione più lunghi potrebbero di fatto indicare l’azione di un sistema razionale calcolatore, come pensa Greene. Tuttavia rimane poco chiaro come distinguere la presenza di questo tipo di riflessione dalla presenza di una situazione ordinaria dove due opzioni sembrano attrarre il giudizio in maniera del tutto equivalente.

Reference:

  1. Baron, J., Gürçay, B., Moore, A. B., & Starcke, K. (2012). Use of a Rasch model to predict response times to utilitarian moral dilemmas. Synthese (special issue on psychological models of (ir)rationality and decision making, edited by C. Witteman & W. van der Hoek).
  2. Greene, J., & Haidt, J. (2002). How (and where) does moral judgment work? Trends in Cognitive Sciences, 6, 517–523.

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.

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