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La casa in collina – Cesare Pavese

Io non credo possa finire. Ora che ho visto cos’è la guerra, cos’è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

Cesare Pavese

La casa in collina è un romanzo breve, o racconto lungo, ambientato durante la seconda guerra mondiale nella campagna torinese. Il racconto non ha una trama particolarmente elaborata e si riassume brevemente: un professore di scuole medie vive l’esperienza della guerra, prima indirettamente e poi in prima persona. Da principio sembra che il rombo della guerra sia solo lontano, ma poi si intensificano i bombardamenti, gli eserciti si avvicinano e quando avviene il crollo del regime fascista anche l’ultima sicurezza viene meno. Incominciano a dominare le paure per prossima guerra civile, il cui incipit è uno stato di attonicità sorda e inquieta, ma ancora calma, che rafforza la percezione della caducità del momento presente. Il protagonista è costretto ad abbandonare la casa di campagna in cui dimora, i suoi amici vengono dispersi ed è presto costretto ad allontanarsi da un fanciullo, che sospetta possa essere suo figlio. Dopo aver soggiornato in un convento, imboscato e fuggiasco, decide di ritornare a casa, tra il terrore della morte per le esplosioni e il rischio di essere trovato dai tedeschi o da qualche banda locale.

La casa in collina è un capolavoro della narrativa italiana dell’immediato secondo dopo guerra. La narrazione è in prima persona e ogni aspetto e ogni evento è lasciato filtrare dalla personalità inquieta e placida, allo stesso tempo, del protagonista, il quale è costretto a vivere in tempi di scelte di campo importanti (politiche, ideologiche, individuali…) suo malgrado. Si tratta del vissuto di un uomo che avrebbe fatto a meno di vivere i grandi eventi in cui si trova coinvolto, sia perché è una personalità incline alla solitudine e alla riflessione, sia perché caratterialmente schivo e privo di grandi ideali ed ambizioni. In questo senso, la grandezza del romanzo, e la sua principale peculiarità rispetto a molte opere simili, sta proprio nel fatto che non c’è nessun ideale da perseguire, nessun vero senso per delle scelte di campo nette e definitive. In controluce emerge la presenza di un dubbio sistematico e angosciante, che costringe e relega il protagonista ad un personale confino interiore, lontano dalle lotte di classe e politiche che di lì a poco avrebbero costretto il paese alla guerra civile e generale. Il protagonista è un realista convinto, nel senso che è in grado solo di limitarsi ai fatti e a qualche scarna considerazione politica, interessandosi molto di più all’aspetto propriamente morale, interiore della guerra. Egli mangia la realtà, la assimila ma non riesce a venirne fuori, prostrandosi all’interno di un’angoscia profonda e latente che si esprime in una sua imperitura “incapacità di amare”, come lo accusa la Cate, una delle principali figure del racconto. Ma la sua “incapacità di amare” è qualcosa di molto più profondo, più radicato. In fondo, non può dirsi l’Io di una persona egocentrica o egoista, o non più di altri. Lo stesso interesse per il mondo mostra chiaramente che egli sia più aperto di quanto non appaia. Ma la sua stessa apertura è una saracinesca, come di chi guarda il mondo e lo assimila senza essere in grado di comprendere le necessità di quella folla bruta che preferisce prendere chiare scelte di campo per darsi una ragione di vita o una identità definita che, molto spesso, è la stessa cosa. Ma il protagonista ha già una sua identità precisa, che non gli consente di avvicinarsi a quel mondo esterno così chiaro e oscuro allo stesso tempo.

Il senso di morte, dell’altro e di sé, domina il cupo racconto di Pavese, nel quale non ci sono momenti o scene madri, ma è il dispiegarsi della coscienza progressiva dell’atto di morte di un mondo, di un paese, visto attraverso la propria angosciata esperienza di una guerra sostanzialmente priva di senso. Si combatte per sopravvivere, per quanto la stessa sopravvivenza sembra essere priva di interesse anche per chi la ricerca. Perché chi muore è morto e chi è vivo è vivo? Su cosa si cela la differenza, la distanza tra chi è rimasto e chi se n’è andato? Il mondo visto con la lente di ingrandimento costante della percezione del nonsenso della morte, almeno sotto questa sua forma. Ma Pavese sembra travalicare anche questo, quando descrive tutti i personaggi. Nessuno vive per qualcosa, vive perché sta al mondo, la peggiore forma di vita dopo quella delle amebe. Nessun personaggio sembra salvarsi dalla vuotezza estrema, nessuno riesce a “riscattare” il senso di morte perché ne è già interamente dentro. Questo è mostrato tanto dalla Cate e dai suoi amici rivoluzionari, quanto dai fascisti che, ormai, combattono per abitudine, come le stesse donne di campagna, così avvizzite interiormente da essere dimenticate e già morte anzitempo. Due sole le figure capaci di conferire un barlume di speranza: il cane Belbo e il fanciullo. Due figure destinate ad assumere una consistenza opaca, perché vivono in un mondo di spettri. Perché questo è il mondo lasciato filtrare dalla luce nella tenebra immensa di Pavese: un mondo di fantasmi.


CESARE PAVESE

LA CASA IN COLLINA

EINAUDI

PAG. 165

EURO: 10,50


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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