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Il giudizio morale. Intervista a Luca Surian

Pensiamo che il Prof. Luca Surian, psicologo e ricercatore dell’Università di Trento, abbia saputo, con la sua introduzione sullo stato della ricerca in psicologia morale – pubblicata per il Mulino con il titolo “Il giudizio morale” (2013) – realmente fornire al lettore utili stimoli per avvicinarsi alla materia, o per farsi una prima idea, ma vera (e vera perché chiara), dei temi in argomento.

Nei sei capitoli che compongono il lavoro vengono affrontati i temi di che cosa si debba intendere per giudizio morale, della ricerca sugli aspetti universali e particolari del giudizio, della ricerca sullo sviluppo ontogenetico della capacità di ragionamento e giudizio morale, della relazione tra emozione e decisione morale, del programma di ricerca della Grammatica Morale Universale e, infine, dello sviluppo filogenetico della capacità di ragionamento e giudizio morale.

Particolarmente riuscito, per chiarezza e ragionevole esaustività, ci sembra il capitolo dedicato al programma di ricerca della Grammatica Morale Universale, basata sulla cosiddetta analogia linguistica. In libreria si possono trovare introduzioni alla grammatica generativa, anche molto valutate, che non riescono però a chiarire il punto con la semplicità con cui il prof. Surian riesce a spiegare l’analogia tra la ricerca in linguistica e la ricerca in psicologia morale. Di non immediata comprensione invece il capitolo iniziale, che tenta un’esposizione delle più rilevanti (per la psicologia morale) distinzioni concettuali operate in campo filosofico metaetico, e non va comunque a inficiare il valore complessivo del bel lavoro.

Nel complesso il libro si legge bene e velocemente, risulta appassionante probabilmente per chi cerca un’introduzione alla materia come per chi già la conosce a fondo. L’operazione di offrire al lettore un libro introduttivo chiaro, esaustivo e stimolante è senz’altro riuscita. Il che, nel panorama letterario contemporaneo, non è affatto cosa da ritenersi scontata, sia nella produzione specialistica sia nell’ambito dei volumi destinati al grande pubblico…

BrainFactor ha intervistato il prof. Luca Surian, professore ordinario del Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento, in occasione dell’uscita della sua introduzione alla psicologia morale, scritta per i tipi de il Mulino. Abbiamo voluto intervistare l’Autore per “riflettere assieme” su alcune questioni che ci sono sembrate centrali, controverse o, semplicemente, curiose.

Il libro è un’introduzione ai recenti sviluppi della ricerca sulla capacità morale, ma anche, come Lei stesso afferma, un’operazione di rimedio al fatto che ancora ci sono poche pubblicazioni italiane che trattano i temi della psicologia morale. Perché questa mancanza?

Fra i vari fattori che penso siano responsabili delle scarsità di opere introduttive alla psicologia morale ne suggerisco tre. Innanzitutto, una diffusa diffidenza, in ambito scientifico, per un argomento considerato da molti troppo complesso e vago per essere trattato con la precisione che ci si aspetta dalla ricerca sperimentale. In secondo luogo una sorta di comprensibile prudenza e disagio nell’affrontare argomenti potenzialmente pericolosi perché gravidi di importanti implicazioni in vari ambiti (sociale, educativo, religioso, sanitario) e, non di rado, fraintesi a causa della complessità dei concetti e dell’ambiguità dei termini. Infine è possibile che in Italia si subisca ancora l’influenza di una tradizione di pensiero secondo la quale la metodologia sperimentale delle scienze naturali non dovrebbe essere estesa allo studio dell’essere umano, in particolare di alcune sue facoltà mentali. Se si tratta di studiare la percezione visiva o i processi di memoria nessuno solleva più questo tipo di obiezioni, ma nello studio della capacità di giudizio temo siano ancora diffuse, anche se non sempre espresse in chiare dichiarazioni di principio.

In apertura Lei afferma che lo studio della psicologia morale può avere ricadute positive sulla qualità della discussione morale quotidiana.

La formulazione dei giudizi morali vede coinvolti sia processi automatici e inconsci, sia processi di ragionamento consci e flessibili. E’ quindi plausibile che lo studio della psicologia morale possa essere di aiuto nel guidare quest’ultimi e nel ridurre l’influenza dei primi, specialmente quando forniscono risposte contraddittorie o molto deboli. Lo studio della psicologia morale può aiutare la discussione perché permette di comprendere meglio le divergenze fra posizioni diverse e individuare con maggiore chiarezza le relative incongruenze. Questo, possiamo sperare, è un ulteriore passo verso una maggiore tolleranza e collaborazione fra persone di tradizioni culturali diverse. Inoltre può avere un ruolo nel ricordare quanto importante sia il giudizio e la cognizione morale nello sviluppo armonico delle persone e nella loro vita sociale e ci aiuta a distinguerlo dal moralismo e dall’uso ipocrita del giudizio a fini ideologici. Due esempi tragici di questo uso ipocrita: 1) milioni di oppositori di vari regimi comunisti furono uccisi nei campi di concentramento, dove ufficialmente erano stati inviati per la rieducazione a valori morali socialisti; 2) la propaganda dei fascisti giustificò le atrocità da loro commesse sugli africani sostenendo che erano volte a liberare quei popoli da tradizioni immorali che includevano, fra le altre cose, la legalizzazione della schiavitù. Lo studio della psicologia morale potrebbe aiutare anche a far luce sui processi di autoinganno.

Nel primo capitolo Lei sostiene che l’etica filosofica, più propriamente la metaetica, è rilevante per l’etica non filosofica, più propriamente per la psicologia morale. La filosofia sarebbe utile soprattutto nella fase di definizione dell’oggetto empiricamente indagato e di chiarificazione concettuale. Allo psicologo che si occupi di psicologia morale, è veramente necessario lo studio metaetico per trarre le distinzioni concettuali alla base dell’indagine empirica? Non basta l’applicazione della ragione, l’apporto delle distinzioni operate dal senso comune e l’analisi concettuale dello stesso psicologo?

Non so se la metaetica sia veramente necessaria allo psicologo, ma sicuramente può essergli utile. Se la psicologia morale fosse ora a un livello di sviluppo teorico simile a quello della fisica o della biologia, forse potrebbero bastare le distinzioni concettuali che troviamo nelle teorie psicologiche.  Ma la psicologia morale è ancora lontana dal raggiungere tali successi e perciò ignorare la metaetica per un ricercatore di psicologia morale non mi sembra, in questo momento storico, una buona idea. Se il fine che si propone il ricercatore è l’avanzamento sia della ricerca empirica sia dell’elaborazione teorica, per quale motivo non dovrebbe cercare di far tesoro di 25 secoli di riflessioni profonde espresse, spesso in forma elegante e chiara, nelle opere dei grandi filosofi? Tuttavia, considerata la vastità della letteratura filosofica, c’è il rischio che, se si pretende dal ricercatore di psicologia morale un’approfondita conoscenza metaetica, le sue ricerche empiriche subiscano gravi ritardi, o non inizino mai. Il ricercatore di psicologia morale deve evitare di farsi ‘schiacciare’ dalla filosofia morale e trovare in essa una preziosa fonte d’ispirazione e guida. Non penso sia casuale che una buona parte dei recenti contributi in psicologia morale siano stati scritti non da psicologi, ma da filosofi che, alla riflessione speculativa hanno affiancato l’impegno personale nella ricerca empirica.

Simpatizza per una certa posizione in filosofia morale o invece intende questa disciplina in senso strettamente strumentale ai fini empirici. Sappiamo, ad esempio, che Greene, noto studioso di neuroetica, difende (ampiamente nella sua tesi di dottorato) la posizione dell’antirealismo morale.

Simpatizzo per le posizioni realiste razionaliste e per le teorie sulla giustizia di John Rawls e Richard Dworkin. Ma ammiro anche i classici di altre tradizioni, incluso il sentimentalismo. Penso che la psicologia morale abbia ricevuto un importante impulso da ricercatori contemporanei come Martin Hoffman, Shaun Nichols, Steven Stich e Jonathan Haidt, solo per citarne alcuni, che si sono ispirati al sentimentalismo di Adam Smith e David Hume. Una buona teoria in psicologia morale probabilmente dovrà accogliere proposte che vengono anche da campi contrapposti della filosofia morale e del diritto.

Qualche lettore, poco familiare alla filosofia morale, potrebbe, leggendo il primo capitolo, pensare che realismo e cognitivismo sono due declinazioni di una stessa posizione. Ma è davvero così? Le due posizioni rispondono a domande diverse. Il cognitivismo afferma che gli enunciati morali hanno valore di verità; il realismo afferma (nella buona definizione di Brink) che ci sono fatti o verità morali e che questi sono indipendenti dall’evidenza a loro sostegno. Prova della fondamentale differenza tra le due tesi è che esiste una ben nota posizione cognitivista antirealista: la teoria dell’errore di Mackie, tesi ontologicamente antirealista ed epistemologicamente scettica per cui ogni proposizione morale è una proposizione falsa (dunque sensata).

Avrei dovuto sforzarmi di rendere più chiaro e bilanciato il primo capitolo, ma non penso che un lettore attento cadrà nell’errore che Lei indica. Le sue osservazioni sono comunque molto utili per evitare di confondere realismo morale e cognitivismo e anche per stimolare i lettori a studiare gli importanti contributi di John Mackie che, nel mio libro, non è mai citato.

Nel libro è usata la formula inconsueta di “emozionismo” per riferirsi all’emotivismo. È una scelta particolare. Può spiegarne le ragioni?

Emozionismo ed emotivismo non sono sinonimi e nella prima stesura del libro ho cercato di usare entrambi i termini in modo appropriato. Nella stesura definitiva ho poi invece ceduto ad una richiesta di semplificazione avanzata dai curatori della collana i quali hanno suggerito, visto il carattere divulgativo del testo, di non appesantirlo con troppe distinzioni terminologiche e di utilizzare solo uno dei due termini, emozionismo. Avrei dovuto insistere nell’uso di emotivismo e nel leggere la sua domanda mi pento un po’ di non aver mantenuto la stesura originale, ma, considerato che il testo è rivolto a chi inizia ad avvicinarsi alla disciplina, non agli addetti ai lavori, questa semplificazione e imprecisione mi sembra accettabile. Una buona fonte di ulteriori chiarimenti il lettore la può trovare nelle voci ‘Emotivism’ e ‘Moral cognitivism vs. Non-cognitivism’ della Stanford Encyclopedia of Philosophy (http://plato.stanford.edu).

Come giudica la tesi di Daniel Dennett per cui i giudizi morali sarebbero dei meccanismi utili per fermare le conversazioni?

Mi sembra che per alcuni tipi di giudizi morali sia una tesi plausibile, ma non è facile metterla alla prova perché non sono chiare le predizioni empiriche. Ho inoltre l’impressione che si applichi facilmente ai giudizi prodotti da sistemi cognitivi veloci ed inflessibili, ma non ai giudizi che emergono invece da sistemi centrali e flessibili: in questo caso il giudizio più che un conversation-stopper si rivela un conversation-trigger!

Nel capitolo secondo viene trattato il tema della ricerca sugli aspetti universali e particolari del giudizio morale. Come percepisce il rapporto attuale tra scienza cognitiva e antropologia? BrainFactor, in una recente pubblicazione, ha auspicato ad una maggiore collaborazione tra le due discipline. Quanto è importante, e quanto è di fatto considerata da parte della scienza cognitiva, la ricerca etnografica al fine di stabilire l’universalità di alcuni tratti del carattere morale dell’uomo?

Non vedo l’antropologia come una disciplina distinta dalla scienza cognitiva, ma come una delle discipline che contribuiscono alla scienza cognitiva. Nella scienza cognitiva, l’antropologia ha avuto finora un ruolo meno importante di altre discipline come l’informatica e la linguistica. Alcuni antropologi, ad esempio Dan Sperber, hanno però fornito importanti modelli teorici che orientano la ricerca psicologica e neuroscientifica. Per quanto concerne la ricerca etnografica, il contributo mi sembra prezioso e insostituibile. Pensiamo, ad esempio, al lavoro di Rita Astuti, che ha saputo mettersi in proficuo dialogo con le teorie dello sviluppo concettuale, raccogliendo dati molto interessanti nelle popolazioni del Madagascar.

Sempre nel capitolo secondo lei accenna alla possibilità che lo studio scientifico sulla morale possa formare, nell’opinione pubblica informata, una visione nichilista sui valori e sul giudizio. Lei definisce la strada che conduce alla filosofia (morale) di Nietzsche “scivolosa”. In quanto detto Lei riporta affermazioni e preoccupazioni altrui oppure affermazioni e preoccupazioni che condivide? In sostanza, secondo Lei, la filosofia di Nietzsche sarebbe pericolosa?

E’ noto che la filosofia di Nietzsche è stata utilizzata per dare sostegno al nazismo. In questo senso, il pericolo mi sembra chiaro. Si è trattato solo di un’interpretazione errata e strumentale, basata prevalentemente sugli scritti postumi pubblicati a cura della sorella? O alcune delle sue proposizioni, effettivamente, si prestano troppo facilmente a interpretazioni criminali e quindi non si possono incolpare solo gli esegeti fanatici? L’opera di Nietzsche è vasta e complessa, una sua lettura superficiale può portare a pericolose interpretazioni, ma lascio volentieri agli esperti di storia e di filosofia il lavoro di fornire una valutazione e una risposta completa alla domanda sul suo ruolo nello sviluppo di azioni criminali e programmi politici devastanti.

Il capitolo terzo mi pare sia quello che tratta l’argomento che a Lei interessa e ha interessato di più, ovvero lo sviluppo ontogenetico della capacità morale. Viene detto che i bambini, per molti aspetti, sono dei realisti morali. Qualche lettore potrebbe trarre l’inferenza (che, da un punto di vista logico, sarebbe un perfetto esempio di fallacia dell’affermazione del conseguente) che i realisti morali siano un poco infantili.

Questa inferenza sarebbe, ovviamente, un errore. L’ipotesi che i bambini manifestino una concezione realista ed eteronoma delle regole è uno dei temi centrali della teoria piagetiana, e i dati della ricerca per alcuni anni hanno dato sostegno a questa teoria. Le ricerche di Turiel e colleghi hanno in parte confutato le affermazioni piagetiane sull’eteronomia, ma hanno dato ulteriore sostegno all’ipotesi sul realismo. Di realismi però ne esistono molti tipi. Piaget distingueva fra il realismo ingenuo dei bambini e quello critico che invece troviamo nelle concezioni più evolute degli adulti. Le concezioni realiste che troviamo nella letteratura filosofica sono tutt’altro che infantili! Il realismo che troviamo nel senso comune degli adulti può essere, invece, un parente stretto di quello dei bambini. Ciò, ovviamente, non si può escludere.

L’esistenza di una distinzione netta tra norme morali e convenzionali è, da più parti, considerata controversa. Sembrerebbe invece empiricamente molto fondata.

Le recenti ricerche condotte da Steven Stich, filosofo della Rutgers University, e dai suoi collaboratori sfidano la fondatezza empirica di questa distinzione. A me sembra che l’enorme mole di ricerche su questo problema indichi che gli esseri umani, fin da piccoli, distinguano questi due tipi di norme. E’ probabile che i risultati di Stich siano dovuti a fattori che gli autori non hanno tenuto sufficientemente sotto controllo, non alla mancanza di una distinzione fra i due tipi di norme, ma questa non è la sede per entrare in questi dettagli metodologici.

Il capitolo quarto è dedicato all’illustrazione della ricerca sulla relazione tra emozione e giudizio morale. Quali sono i maggiori aspetti della prospettiva sentimentalista che Lei ritiene validi e quali da rivedere?

Come Lei sa non solo un filosofo morale e valutare con precisione quali sono gli aspetti validi da mantenere del sentimentalismo e quali sono invece da rigettare richiede una competenza maggiore di quella che ho io. Mi limiterò qui ad indicare un aspetto che sicuramente trovo molto valido e uno che invece trovo molto problematico.  Il sentimentalismo mette in rilievo l’importanza di studiare in modo approfondito il ruolo delle emozioni nella cognizione morale e nella formulazione dei giudizi. Penso che questo stia portando dei frutti importanti nella ricerca empirica. Ecco un esempio molto recente: Angelika Seidel e Jesse Prinz, in un articolo pubblicato quest’anno nella prestigiosa rivista Cognition, riportano che ascoltare rumori irritanti influenza più la formulazione di giudizi morali su azioni che violano diritti delle persone che i giudizi su azioni che violano norme relative all’ordine naturale, mentre ascoltare rumori disgustosi ha l’effetto opposto. Questo è proprio quanto ci si attende in base ad un noto modello sentimentalista, il modello CAD, proposto da Paul Rozin e colleghi. Un aspetto problematico nei modelli sentimentalisti proposti finora in  psicologia è la scarsa chiarezza dei processi computazionali sottostanti ad un giudizio. Mancano indicazioni precise su come le informazioni che contribuiscono ad giudizio sono selezionate, rappresentate ed elaborate.

Per illustrare la posizione realista in morale Lei cita alcuni passi dell’enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II, invece che gli scritti di qualche filosofo. Perché questa scelta? Secondo Lei è utile all’avanzare dello studio della psicologia morale la riflessione teologica e religiosa?

Ho scelto di citare l’enciclica Veritatis Splendor, invece che gli scritti di un filosofo, perché penso sia importante che la riflessione non sia limitata o centrata solo sui contributi dei filosofi. Ciò che è ritenuto vero e giusto dalla Chiesa Cattolica ha un impatto molto ampio sulla società, in Italia e in molti altri paesi. E’ quindi interessante prestare attenzione non solo al dibattito filosofico, ma vedere come questo dibattito interseca i contributi che vengono da altre tradizioni seguite da milioni di persone nel mondo. Un esempio chiaro di contributo della riflessione teologica alla psicologia morale ci viene dalle opere di Tommaso d’Aquino, la sua Summa è spesso citata sia nelle teorie sulla psicologia delle virtù, sia nelle ricerche sperimentali di John Mikhail o in quelle neuroscientifiche di Joshua Greene. In questi studi è emerso che le persone, in modo inconscio, formulano spontaneamente giudizi coerenti con un principio, discusso da Tommaso d’Aquino, chiamato la Dottrina del Doppio Effetto. Mentre l’utilità del contributo dei classici è fuori discussione, quello dei teologi contemporanei non è ancora chiaro. Penso che il suo valore dipenderà molto dalla loro capacità di studiare con interesse non solo le teorie psicoanalitiche, ma anche la psicologia cognitiva e dello sviluppo.

Leggendo i risultati presentati nel quarto capitolo, per cui il processo di presa di decisione morale è significativamente influenzato da fattori extramorali come, ad esempio, il profumo della stanza o l’essersi o meno lavati le mani, qualche lettore potrebbe modificare la sua concezione del giudizio morale. Che effetti rischia di avere sul senso comune questa possibilmente poco edificante visione del giudizio morale?

In questa domanda mi sembra di scorgere l’antico, e fondato, timore che alcune scoperte scientifiche possano nuocere al senso comune e alla società perché diffuse da divulgatori incauti e interpretate male da persone inesperte. Si pensi all’uso sconsiderato che si è fatto spesso della teoria darwiniana per giustificare politiche disumane e programmi eugenetici. Nel caso da Lei sollevato, c’è il rischio di indurre le persone a pensare che il giudizio è totalmente in balia di fattori irrilevanti che avrebbero dovuto essere ignorati. Questa sarebbe una conclusione, ritengo, eccessivamente pessimista. Identificare gli input e le possibili fonti di errore è un’operazione che può rilevarsi di grande utilità. Un po’ come quando si studiano i bias di ragionamento umani. Scoprire questi bias non dovrebbe condurre alla conclusione che le persone sono incapaci di ragionare logicamente, ma che la loro razionalità è comunque vincolata e limitata da varie caratteristiche del contesto e del sistema cognitivo.

Nell’esporre i risultati dello studio con i dilemmi morali sviluppato da Joshua Greene Lei presenta una critica alla conclusione per cui il processo di presa di decisione morale sarebbe governato dall’emozione solamente nei casi in cui la situazione valutata sia personale. La critica è basata sull’osservazione che anche le situazioni impersonali (dove, in sostanza, la violazione morale non coinvolge un contatto fisico tra carnefice e vittima) sono guidate dall’emozione, che risponderebbe non tanto all’osservazione della sofferenza della vittima quanto piuttosto al sollievo provato in relazione alla salvezza del maggior numero di persone. Questa tesi è molto interessante. È proposta ancora in forma ipotetica oppure esistono studi empirici che la supportano direttamente?

Non sono a conoscenza di studi che hanno direttamente sottoposto a verifica questa ipotesi.

In conclusione al capitolo quarto Lei afferma che «se da un lato i meriti dell’emozionismo nell’ambito dell’etica descrittiva sono innegabili, dall’altro molte restano le perplessità sui suoi successi in ambito prescrittivo». Che peso ha questa considerazione sul lavoro di uno psicologo morale?

Assumiamo che lo scopo principale dello psicologo morale è scoprire come le persone ragionano su ciò che è bene e giusto, non come devono farlo. Se questo è vero, allora l’affermazione che Lei riporta non dovrebbe influenzare molto l’attività dello psicologo morale. Tuttavia, ipotizziamo che la teoria prescrittiva sia uno strumento per fornire una descrizione a livello computazionale, nel senso di Marr. Come l’aritmetica lo è per alcune competenze matematiche, o come il calcolo proposizionale, secondo Piaget, lo è per quelle del ragionamento. In questo caso, la teoria prescrittiva che lo psicologo ritiene corretta influenza il suo lavoro perché fornisce uno dei tre livelli richiesti in una spiegazione completa di una particolare facoltà mentale. Infine, si noti che in molti scritti di psicologi e filosofi, i due ambiti si intrecciano strettamente. Per Kohlberg, ad esempio, i dati a favore della correttezza descrittiva della sua teoria, avevano importanti implicazioni a livello prescrittivo. Il mio commento era quindi volto a sottolineare che i due ambiti, pur riconoscendo importanti legami, sono distinti e non vanno confusi.

Il capitolo quinto è particolarmente chiaro ed interessante. In esso viene presentato il paradigma di ricerca basato sull’analogia linguistica. Quanto, per Lei, è importante il ragionamento analogico per il progresso della conoscenza scientifica?

Il ragionamento analogico è per la conoscenza scientifica uno strumento di vitale importanza. Lo è stato nei tempi classici e lo è tuttora. Le analogie sono frequenti nella letteratura dei filosofi-scienziati dell’antichità e nelle teorie moderne delle scienze naturali e cognitive. Alla teoria della selezione naturale Darwin è arrivato anche utilizzando l’analogia con la selezione artificiale, operata da coltivatori e allevatori. Freud paragonava lo sviluppo psicosessuale all’avanzare di un esercito. La psicologia e le neuroscienze cognitive si basano sull’analogia funzionale fra l’elaborazione di informazioni che troviamo nei sistemi intelligenti artificiali, i computer, e l’elaborazione realizzata nei sistemi naturali, i sistemi nervosi che troviamo negli animali.

Vi è chi sostiene che il programma di ricerca che si sviluppa attorno all’analogia tra competenza linguistica e morale, sia particolarmente valido e promettente. Tra i filosofi italiani a sostenere questa opinione vi è, ad esempio, Roberto Mordacci. Quanto probabile valuta che un giorno si arrivi di fatto all’individuazione dei principi universali che orientano il giudizio morale?

Ritengo che le probabilità siano alte, ma sui tempi non è facile fare previsioni perché ci sono problemi di metodo di non facile soluzione.

Lei si augura un’integrazione tra il programma dell’analogia linguistica e la proposta sentimentalista. Sembra un auspicio ragionevole.

Questa integrazione mi sembra si stia già avviando, basta leggere gli ultimi scritti di Jonathan Haidt, per notare che alcune delle proposte ‘modulariste’ della prospettiva linguistica hanno fatto breccia sulla sua prospettiva, inizialmente totalmente avversa al razionalismo e interamente orientata dai principi sentimentalisti.

Vuole chiarire, per i lettori di BrainFactor, la relazione tra altruismo compreso in chiave evoluzionistica e morale?

E’ bene distinguere l’altruismo di cui si parla nelle teorie evoluzioniste dall’altruismo inteso in senso psicologico. Il primo è valutato esclusivamente in base alla fitness riproduttiva degli organismi coinvolti, la loro probabilità di sopravvivere e riprodursi. Nella prospettiva evoluzionista, un comportamento è altruista se diminuisce la fitness riproduttiva di colui che lo attua e aumenta la fitness di un altro agente. In senso psicologico, invece, un atto è altruista se compiuto con l’intenzione di anteporre il benessere altrui a quello proprio. I biologi in genere negano l’esistenza dell’altruismo inteso in senso evoluzionista perché del tutto contrario alle leggi della selezione naturale. La confusione fra i due concetti di altruismo porta però alcuni di loro a negare anche che esita anche l’altro tipo di altruismo, quello psicologico. Molti modelli evoluzionisti recenti, basati sulla reciprocità e sul mutualismo, forniscono invece proprio una spiegazione di come la selezione naturale possa favorire, in determinate condizioni, l’emergere di un autentico altruismo psicologico.

Che cosa implica l’affermazione che alcuni «processi specializzati [negli animali] manifestano importanti omologie, o analogie, con i processi che, negli umani, producono i giudizi morali centrati sulla lealtà e sul rispetto dei ruoli gerarchici»?

Un’implicazione importante è che anche per quella che in psicologia morale è talvolta chiamata la morale della comunità, vi possono essere radici biologiche, propensioni comportamentali e cognitive, che si sono evolute nel corso della filogenesi e che costituiscono i “mattoni” con cui viene costruita la capacità di giudizio. Fra questi precursori filogenetici vi sono probabilmente la tendenza innata a codificare il ruolo gerarchico dei conspecifici e a tenerne conto nel corso delle interazioni. Questa propensione è recentemente stata documentata nei lavori di Susan Carey, Gergely Csibra e collaboratori. Quando il tener conto della posizione di dominanza non è solo motivato dalla paura di essere maltrattato da un conspecifico dominante, ma dal sentimento di un obbligo a conformarsi a norme di obbedienza, siamo giunti a quel senso del rispetto che è centrale per il giudizio in molte società e tradizioni culturali.

Può la seguente citazione riassumere il messaggio prescrittivo centrale dato dal suo libro? «Fra assolutismo dogmatico e relativismo scettico esiste, invece, una terza strada, una via che, forse, riusciremo a percorrere con l’aiuto della ragione, dei sentimenti e delle intuizioni sagge.» Non trova troppo semplice o scontato individuare una ragionevole alternativa tra estremismi? Lei pensa che il discorso civile sia di fatto governato da queste posizioni etiche estreme?

Lo scopo principale del mio libro è stimolare e guidare la riflessione, non insegnare ciò che è giusto. Quindi non penso sia corretto affermare che vi sia un messaggio prescrittivo centrale. E’ possibile che per molti la frase che Lei cita sia un discorso ovvio (io lo spero!).  Non è però inutile ribadire il valore del dialogo e della ricerca anche in questo campo di riflessione in cui, invece, troppo spesso la preoccupazione di segnalare l’appartenenza ad un gruppo o una ideologia prevale sulla motivazione a scorgere una verità più alta.

Il libro è dedicato allo psicologo, recentemente scomparso, Michael Siegal. Desidera concludere ricordandone i meriti di studioso e di uomo?

L’argomento di studio affrontato nei primi lavori di Michael è stato proprio lo sviluppo morale nei bambini, il suo primo libro, del 1982, si intitola Fairness in chidren. A social-cognitive approach to the study of moral development. Negli anni successivi Michael ha studiato prevalentemente lo sviluppo cognitivo e comunicativo, non il giudizio morale, ma il suo interesse per questo argomento non si è mai esaurito ed ha accolto con entusiasmo la proposta di riprendere gli studi sul giudizio morale e sulla relazione fra giudizio e attribuzione di intenzionalità nei bambini e negli adulti, studi che abbiamo condotto negli anni che Michael ha trascorso a Trieste come Marie Curie Chair. Micheal è stato uno scienziato creativo e originale e i suoi contributi sono apprezzati dai migliori studiosi dello sviluppo in tutto il mondo. Sono stati il frutto di un lavoro intenso e rivolto ad aspetti molto diversi dello sviluppo tipico e atipico: dalla cognizione matematica alle concezioni biologiche e cosmologiche, dalla teoria della mente alle capacità conversazionali. Ho ancora negli occhi l’immagine del suo computer portatile al quale, a forza di scrivere, aveva consumato i tasti. Un lavoro fatto anche di collaborazioni con molti amici e colleghi, sparsi in quattro continenti, che Micheal visitava regolarmente o riceveva con grande ospitalità nella sua casa vicino a Sheffield, UK. Chi, come me, ha avuto la fortuna di poter lavorare con lui a lungo, ne ha apprezzato non solo la competenza e l’originalità, ma anche la generosità d’animo, la sincerità e la bontà. Lavorare e conversare con lui è stato un vero piacere e un privilegio. La sua scomparsa, una grande perdita per i suoi amici e per le scienze della mente.

Francesco Margoni

Il libro:

Luca Surian, Il giudizio morale, Il Mulino, Collana “Farsi un’idea”, 2013

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.

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