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Recensione di The Travels Of Reverend Olafur Egilsson

Estate 1627, Islanda. Corsari africani algerini arrivano – forse per scommessa – fino alle coste meridionali dell’isola e catturano circa quattrocento abitanti, uccidendone una quarantina, al fine di venderli come schiavi una volta tornati in patria. Il vecchio prete luterano, Olafur Egilsson (nato nel 1564), viene catturato insieme agli altri. Le vicende del rapimento, del trasporto e della vendita degli islandesi sono registrate nel resoconto scritto dal prete, insieme a quelle relative al viaggio da esso compiuto fino in Danimarca, coll’intento più o meno favoloso di riscattare i familiari attraverso il denaro da chiedersi al Re (l’Islanda, a quel tempo, era sotto la Danimarca).

Andò più o meno in questo modo. Nel 1627 i poveri e timorosi islandesi se ne stavano cheti nel loro mondo domestico… come d’improvviso, liberando una violenza ferma e particolarmente rapace, alcune navi di pirati “turchi”, spinti fin lassù forse dall’ironia del loro sangue caldo o, forse, dalla curiosità di chi si sente sicuro della propria forza, approdarono lungo le coste meridionali e sulle isole Westman per catturare quanti più individui possibile da vendere come schiavi nelle piazze di Algeri. Chi opponeva forza alla forza veniva ucciso senza esitazione, chi scappava veniva rincorso fin nel più remoto anfratto. La violenza era esercitata indistintamente su uomini, donne, bambini e anziani. Chi pregava il Dio sbagliato o parlava senza permesso riceveva un addizionale di percosse e, infine, la sua cattiva sorte veniva sadicamente derisa. Uomini catturati come pecore, o peggio, dunque. Tanta era la distanza che, nella mente del turco, separava i carnefici dalle vittime. Gli uomini e le donne maggiormente adatti a sopportare le fatiche della schiavitù furono prelevati e portati ad Algeri. Con essi chiese di essere preso anche il prete Olafur, poiché non desiderava abbandonare alla triste sorte la moglie e i figli. Ad Algeri, poi, il prete è spedito dai turchi in Danimarca. L’intento di questi ultimi è ricevere il riscatto in denaro necessario per ridare la libertà agli schiavi. Con queste premesse inizia il viaggio del prete. Egli arriverà in Italia, dopo essere stato nella Sardegna degli Aragona e nella Sicilia degli Asburgo. Sarà a Livorno, importante snodo mercantile del tempo, a Genova (da cui, nella sua ignoranza geografica, egli, il prete, dirà di intravedere le luci di Roma), a Venezia, per poi tornare sui suoi passi (da Venezia a Genova in due giorni, secondo il ricordo evidentemente distorto dell’uomo che, forse, abituato a considerare la distanza tra mondo terreno e sopraterreno aveva perso il senso di quelle distanze che separano le cose terrene tra loro) e raggiungere Marsiglia, infine in nave fino in Danimarca – a Copenhagen. Il Re di Danimarca, in un brutto momento economico, non darà alcun denaro al prete sicché, dopo tutto questo sforzo, ahilui invano, il prete se ne tornerà rassegnato in Islanda – triste realismo degno di tutto il miglior piangente cinema neorealista.

Il viaggio è raccontato con uno stile asciutto ma vivido. Il racconto delle vicende è intrecciato a brevi riflessioni sul rapporto tra Dio e le azioni umane. Vengono forniti curiosi dettagli sui costumi e gli usi sia degli africani di Algeri sia, poi, degli italiani e dei francesi – meno dei danesi poiché questi, per il prete e per coloro ai quali era destinato il racconto, già erano conosciuti. Il tutto è narrato con profondo stupore, il quale contagia senz’altro anche chi legge. Vi è come un’aria magica e fantastica, un profumo di Mille e una notte nel susseguirsi degli avvenimenti raccontati. Il tono narrativo del prete è delicato senza cedere, per questo, al pietismo. Nella sua struttura fondamentale la narrazione è accostabile all’Odissea di Omero, o al Satyricon di Petronio … e allora, perché no, a Fratelli d’Italia di Arbasino? Ah, devo dirlo io? Come? E’ una recensione e, dunque, non posso fare domande a chi non sa ancora nulla del testo recensito … e allora?

La lettura della triste vicenda è interessante, da una parte, poiché da essa si ricavano una serie di nozioni storicamente rilevanti, calando, per così dire, la storia dei manuali in scene di vita quotidiana, dall’altra, poiché permette di seguire degli avvenimenti che sono al contempo interiori e sofferti, nonché sospesi, nel loro esito finale, per quasi tutto il racconto. Non sembra affatto scontato per un vecchio uomo, seppur di cultura, abituato a vivere nelle strette dimensioni del paesino, senza denaro e troppa conoscenza geografica, attraversare mari infestati da pirati e città straniere, girare tutta l’Europa, risalire dall’Africa settentrionale alla Danimarca … e, poi, ottenere denaro da un Re (Christiano IV) che stava perdendo soldi, uomini e, in definitiva, battaglie nella guerra dei Trent’anni … infatti …

Un altro punto rende apprezzabile questo libretto; esso permette di confermare e approfondire una serie di valutazioni sul carattere nazionale degli islandesi. Noi crediamo di possedere un’idea abbastanza chiara di tale carattere. Ora, con il permesso dei gentili lettori islandesi (e quanti saranno?) e dei lunatico-sensibili relativisti sul modello “è-sempre-meglio-poiché-impossibile-altrimenti-non-giudicare-no-non-me-la-sento-di-giudicare-non-chiedermi-questo”, mi appresterei ad esporre “le mie verità” sul carattere nazionale di questo popolo, partendo proprio dalla vicenda del rapimento.

Facciamo le prime considerazioni confrontando la figura dell’islandese predato con quella del turco predatore. Schiavi e padroni. Il turco, nella descrizione del prete, è violento, facile all’ira, temperato semmai dalla propria donna, durante il rapimento ulula come un lupo e corre come una volpe, ha la velocità e la forza di un cane da caccia … e, tuttavia, è calmo, composto, non beve alcolici, ha, con i propri pari, maniere delicate e silenziose. E’ vestito elegantemente ed ha, in buona sostanza, i tratti della superiorità. L’islandese è codardo, timido, superstizioso, impotente di fronte alla potenza e alla velocità del suo predatore; si appiglia a Dio ma questo non lo sostiene che nella passività – al contrario del turco il quale, tenendo Dio alle spalle, si protegge con esso nell’azione; il turco si sente l’inviato di Dio – l’islandese la pecorella del Grande Pastore, la sua frase preferita è “io sono nelle mani di Dio, io prego Dio per la mia fortuna e la mia salvezza, possa Dio aver deciso di esaudire le mie preghiere anche se, in ogni caso, qualsiasi cosa decida, io rimango la sua pecora fedele”. La mollezza insegnata da parte della religione cristiana agli isolani (nel 1000 l’Islanda era già cristiana) è veramente profonda; timidezza, rozza stupidità, mancanza di vera profondità, una certa aria di muffa, povertà culturale e storica, chiusura entro stretti confini, tutto ciò caratterizza l’islandese, anche se, accanto a queste caratteristiche ne sopravvivono di opposte.

Ad insediarsi sull’isola furono inizialmente i norvegesi (quelli dissidenti che non volevano stare sotto un’unica corona). Dalla Norvegia questi uomini portarono poche donne, sicché quelle necessarie le prelevarono come schiave dall’Irlanda. La condizione di schiavitù non deve essere comunque durata a lungo se dopo pochi secoli esse acquistarono pari diritti in materia di divorzio (vedi il codice legale islandese Gragas). In ogni caso, l’attitudine dello schiavo deve essere passata nelle generazioni future grazie alle donne, o meglio, grazie alle madri, o ancora più precisamente, grazie all’educazione religiosa delle madri sui figli (maschi). I norvegesi arrivati sull’isola possedevano un’indole ribelle, l’attitudine del viaggiatore, dello scopritore, di colui che apre e inventa una nuova via, di colui che, attivamente, desidera trasformare la propria sorte, la volontà di rendersi indipendente e conquistare un nuovo diritto su sé stesso. La loro era un’etica dell’onore, del coraggio e della distanza, non già un’etica della prudenza, della carità e dell’umiltà. L’amicizia tra pari, il valore della forza e dell’abilità del combattente, la durezza dell’animo, queste cose rappresentavano i loro appigli morali. Non un Dio dell’amore, ma molti dei e mitologie sanguinarie; un aldilà dove gli uomini, i combattenti, bevono birra e si allenano nel combattimento, e le donne … di esse non si parla ancora. Nemmeno l’ombra di vergini sante e guance battute più volte; piuttosto, qui sulla terra, il dovere di vendicare. Le saghe islandesi non sono che, per lo più, racconti di “allevatori che si calpestano a vicenda”; nemmeno occhio per occhio, ma piuttosto “vita per schiaffo”, dove lo schiaffo abbia leso l’onore, dove esso venga recepito nel suo pieno significato. E in questo c’è tanto il riconoscimento del valore dell’altro quanto il riconoscimento della sua pericolosità, e molta fierezza certo pronta a degenerare in rozza stupidità da contadino. C’è qualcosa di elevato e nobile che ancora sopravvive negli islandesi. C’è qualcosa di queste origini vichinghe in essi. Questo senz’altro. Ma c’è soprattutto cristianesimo, il peggiore cristianesimo. Thor trae malamente dalla sua barba la forma di una croce …

Possiamo comunque osservare che nel linguaggio ordinario attuale degli islandesi sopravvivono echi d’un’etica dell’onore. Gli islandesi parlano di onore in relazione a cose su cui, noi italiani, ad esempio, ragioniamo in termini del tutto neutri. Se questo è vero, lo è, però, anche il fatto che la categoria dell’onore sembra essere per lo più linguistica e poco sostanziale, tant’è lunga l’ombra del cristianesimo che su di essa è calata. Buona e cattiva fortuna, in islandese, possono significare anche essere buono moralmente ed essere cattivo moralmente, i termini sono gli stessi. Sicché una persona buona sarebbe una persona fortunata, una cattiva una sfortunata. Non dimentichiamo che si tratta perlopiù di un fenomeno linguistico di superficie, e tuttavia … quanto grande è la distanza tra l’eguaglianza appena considerata e il nostro modo di sentire? Quest’idea che si sia buoni per fortuna, dunque per nascita, ad esempio, porta facilmente con sé l’identificazione dei buoni con i ricchi, i nobili, i forti (scegliamo forse la nostra costituzione fisica?), i coraggiosi e i vittoriosi in battaglia; nonché l’identificazione dei cattivi con gli sfortunati, gli emarginati, gli uomini di poco valore. Con ciò si è a un passo dal non sentire il peso (sulla coscienza) di vivere in una società dove uomini, nella condizione di schiavi, servono altri uomini.

Sopravvissute nel linguaggio e come sfumature delicate e rare del carattere, queste direzioni sembrano aver perso il loro ruolo orientante – il carattere si è fatto più molle e sinuoso. La mancanza di stimoli, la povertà dell’ambiente e un certo sentirsi piccoli e vuoti di fronte a spazi ampi e aperti ha determinato, con tutta probabilità, una certa ristrettezza della veduta … questa gente non ha allenamento poiché non ha alcun bisogno di allenamento. La profondità è, da sempre, una questione verticale; la loro dimensione è, invece, orizzontale, il loro sguardo è perso nella distanza sicché, poi, al sicuro nella vicinanza. E come serpenti arrotolati su se stessi, se calpestati, possono reagire mortalmente, così essi dormono con un occhio aperto e passano velocemente dal riso affettato allo sguardo rabbioso … che importa al serpente delle tue intenzioni?

Ancora una volta queste sono le mie verità, cosicché ognuno potrà averne di proprie. Il carattere nazionale rimane sempre, e comunque, una Sfinge arcigna e dispettosa … sicché?

***

Il libro è stato tradotto, nel 2011, dall’islandese all’inglese e, successivamente, edito da Hreinsson e A. Nichols per i tipi di Saga Akademia. Noi l’abbiamo acquistato in Islanda e pagato circa quindici euro – soldi spesi bene, in ogni caso. Integrano la narrazione del prete alcune lettere spedite in patria, ai famigliari, da alcuni islandesi ormai schiavi da diversi anni in Marocco. Dei quattrocento sfortunati solamente una trentina riuscì ad essere riscattato e tornare, vivo, sull’isola. Tra questi la moglie del prete. Non i figli.

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