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Siamo forse degli inflessibili punitori?

L’ipotesi per cui vi sarebbe un’avversione universale verso colui il quale viola una norma morale, motivante di per sé lo spettatore all’atto punitivo, non avrebbe una reale validità empirica. Uno studio elegante e finalmente ecologico, pubblicato su Plos One con l’accattivante titolo “Choosy Moral Punishers” da Clavien et al., porta dell’evidenza empirica contraria all’ipotesi di un impulso universale a punire il trasgressore, necessario e sufficiente a motivare la condotta punitiva.

Sembrerebbe che altri fattori, per così dire esterni, debbano essere presenti. Evidentemente i fattori che, caso per caso, motivano l’individuo a punire il colpevole sono molteplici e specificatamente relativi alla situazione. Negli ultimi quindici anni la ricerca psicologica ha studiato con un certo interesse l’avversione alla trasgressione della norma morale e sociale, come particolare e centrale forza motivazionale.

Tale ricerca, condotta attraverso giochi economici e scenari morali da giudicare dall’esterno, suggerirebbe, secondo molti, che l’uomo abbia sviluppato una forte e universale disposizione a punire colui che viola le norme morali del gruppo (ovvero colui che rileva un’intenzione antisociale violando una norma utile al benessere collettivo). Tuttavia la scarsa validità ecologica di questi studi giustifica una certa dose di scetticismo sulla validità dell’ipotesi del carattere perfettamente motivante della disposizione.

In filosofia si è a lungo discusso – e si discute ancora! – se il giudizio morale sia di per sé motivante oppure se, invece, la fonte della motivazione sia esterna al giudizio del soggetto.

La discussione vede contrapposti internalisti a esternalisti. I primi sarebbero senz’altro in sintonia con la tesi dalla fondamentale disposizione a punire il trasgressore, mentre i secondi rifiuterebbero la tesi argomentando a favore del fatto che, di per sé, un giudizio di disapprovazione morale non motiva l’atto punitivo e che non esiste qualcosa come una disposizione a punire che sia trasversale alla casistica morale. L’esternalista pensa, in sostanza, che i giudizi morali da soli non bastino a motivare l’azione. Vi sarebbe bisogno, in aggiunta, di un movente esterno non derivato dal giudizio morale. Nel recente dibattito filosofico il lavoro di Bernard Williams, che sviluppa una posizione internalista (criticata, ad esempio, da Christine Korsgaard e John McDowell), è senz’altro una delle fonti classiche utili ad inquadrare con chiarezza il punto filosofico della discussione.

Lo studio condotto da Clavien et al. è, dunque, interessante anche perché riesce a portare ulteriore evidenza empirica alla tesi esternalista in metaetica. Gli autori hanno studiato soggetti appartenenti a differenti categorie socio-professionali (liceali, studenti in preparazione per divenire ufficiali di polizia e studenti in preparazione per divenire insegnanti) in condizioni di vita reali. Il particolare disegno sperimentale ha permesso di eliminare fattori potenzialmente rumorosi poiché motivanti, come l’adeguamento alle aspettative dello sperimentatore, la ricerca di una buona reputazione, la paura della vendetta o, ancora, la prospettiva di un incentivo o un deficit monetario. Infatti i soggetti sono stati osservati a loro insaputa e chiamati a dare un giudizio anonimo senza obblighi formali di alcun tipo. Il compito non consisteva in un gioco economico. Piuttosto, in un contesto scolastico ordinario, i soggetti erano invitati a valutare alcuni giovani musicisti, mostrati in video, impegnati in un’importante competizione musicale – i soggetti, inoltre, erano informati della condotta moralmente disapprovabile di uno dei violinisti di maggior talento, il quale avrebbe ripetutamente tentato di rovinare il lavoro degli altri musicisti (ad esempio, manomettendo gli strumenti altrui).

Il risultato è significativo poiché, a differenza di quanto, forse, ci si potrebbe attendere, solamente il gruppo dei futuri insegnanti ha deciso, in seguito alla formulazione di un giudizio di disapprovazione morale (comunque condiviso da tutti i partecipanti), e in modo del tutto disinteressato, di punire il giovane trasgressore svalutandone il saggio musicale. Ciò rappresenta un’evidenza empirica decisamente contraria all’ipotesi di un impulso universale a punire il trasgressore della norma, oltreché contraria alla posizione internalista in metaetica. Ci sarebbero, dunque, altri fattori motivanti necessari e responsabili della punizione morale, oltre al semplice giudizio morale. Andrebbe, in sostanza, presa in considerazione la specificità del contesto – in tutta la sua complessità.

Non sono del tutto chiare le ragioni per cui solamente i futuri insegnanti hanno deciso di punire – e, dunque, qui c’è ancora ampio spazio per il pensiero speculativo. In ogni caso, gli autori affermano che, probabilmente, le persone sono maggiormente propense a punire il violatore in situazioni ad esse familiari (nelle quali vi sarebbe una chiara assegnazione dei rispettivi doveri sociali), rilevanti per la loro categoria sociale e, possibilmente, per esse strategicamente vantaggiose.

La posizione esternalista in filosofia dunque sarebbe supportata da questa e da altre ricerche empiriche, le quali rivelano il fatto che il comportamento morale umano è profondamente sensibile al contesto, ad esempio, individuando il ruolo cruciale di vari aspetti strategici nel motivare all’azione morale o nel formulare un giudizio morale. Esistono studi che concludono in favore della rilevanza ed esistenza del parrocchialismo in morale (cfr. Bernhard et al. 2006), ma anche studi che, ad esempio, individuano la responsabilità condivisa (la presenza di un altro osservatore) come un fattore strategico in grado di modificare direttamente la percezione della violazione e la motivazione a punirla (cfr. Lewisch et al. 2011).

References

  1. Bernhard, H., Fischbacher, U., Fehr, E. (2006) Parochial altruism in humans. Nature 442: pp. 912–915.
  2. Clavien, C., Tanner, C., Clement, F., Chapuisat, M. (2012) Choosy Moral Punishers. Plos One  7(6): e39002. doi:10.1371/journal.pone.0039002
  3. Lewisch, P., Ottone, S., Ponzano, F. (2011) Free-Riding on Altruistic Punishment? Experimental Comparison of Third-Party-Punishment in a Stand-Alone and in an In-Group Environment. Review of Law & Economics 7: pp. 165–194.
  4. Williams, B. (1981) Internal and External Reasons, in Williams B., Moral Luck, Cambridge University Press, pp.101-113.

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.

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