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Sentimenti che ruotano attorno ai software di scacchi.[1] [Temi: perché crediamo che il computer “giochi” a scacchi? Decostruzione delle ragioni di un pregiudizio radicato].

Di Giangiuseppe Pili                                                   www.scuolafilosofica.com

Capita che gli esseri umani vogliano misurarsi coi computer che hanno creato in qualche attività di tipo intellettuale, come quando si fa giocare il tal campione di scacchi contro un software scacchistico (…). Man mano che aumentano la potenza e le capacità dei calcolatori elettronici, molte persone si sentono rassicurate dal fatto che un campione del mondo di scacchi riesca ancora a battere il computer, e viceversa, avvertono una sorta di disagio se, invece, è la macchina a spuntarla. (…) Il fatto è che a molti dà fastidio l’idea che un computer possa essere più intelligente di noi.[2]

Berto F.

Attorno al computer scacchistico, vivono due generi di opinioni distinte e contrastanti: da una parte ci sono i “luddisti”, quelli che vedono nell’arrivo del computer la fine dell’intelligenza e la vittoria del meccanicismo negli scacchi. Generalmente i “luddisti” sono dei nostalgici e vorrebbero tornare all’ingenuità, persa con il computer.

Dall’altra parte ci sono i “trionfalisti”, quelli cioè che vedono nel computer la concretizzazione dell’intelligenza, la sua manifestazione “reale” o la sua espressione massima. In entrambe le posizioni l’intelligenza umana viene dopo quella del computer quando, in fin dei conti, il computer non è poi molto diverso da una ruota o da una trave: è uno strumento incapace di autodeterminarsi, un puro mezzo.[3] Il fatto che Fritz sia più efficiente, mediamente, di un giocatore umano non implica che sia “mentalmente superiore” ed esso non deve essere paragonato all’uomo ma ad un coltello. Infatti nessuno si rammarica che un coltello tagli la fetta di salame meglio di una mano priva di strumento. Eppure, vedere le cose secondo questo punto di vista, richiede uno sforzo psicologico superiore a quel che, generalmente, si sente il bisogno di fare.

Questa visione delle cose è generata dal grande successo che intuitivamente suscita in noi il Test di Turing: lo eseguiamo in automatico. Il Test è semplicemente questo: una macchina è intelligente se svolge un compito particolare in modo simile a come lo farebbe un uomo.

Secondo i teorici della pertinenza[4], concezione della pragmatica strutturata sugli attuali modelli scientifici, la mente umana ha in sé un modulo di psicologia ingenua. Un modulo è una procedura di calcolo che attinge a dati specifici, non accessibile alla coscienza del soggetto che può solo usufruire dei risultati ma non può mettere mano all’elaborazione dell’informazione. Ciò garantisce la rapidità e l’efficacia dell’esecuzione del compito ché, se avesse continuamente interferenze, produrrebbe dei risultati meno sicuri e dopo un ragguardevole spreco di tempo ed energie. La mente umana è una macchina economica, finita nei mezzi e nella dimensione. La conferma dell’esistenza di questi moduli è confermata sia dallo studio su traumi o disturbi delle capacità cognitive di pazienti lesionati a livello cerebrale o nati con disturbi come la sindrome di Down, l’autismo, sia da alcune evidenze sperimentali. E’ interessante osservare che i bambini autistici hanno mostrato incapacità nell’attribuire stati mentali agli altri, cosa che determina in loro l’impossibilità non solo di avere aspettative sul comportamento altrui, ma anche sul proprio. Questo significa che essi non sono in grado di attribuire agli altri credenze e per tale ragione la loro capacità di introspezione è profondamente limitata, nel senso ristretto di “possibilità di capirsi”.

Noi siamo dunque in grado di attribuire pensieri e credenze per la sola ragione che la nostra mente computa alcune informazioni in quel determinato modo. Se vedo una persona è per me irresistibile pensare che egli creda qualcosa. Tuttavia, noi non ci limitiamo a credere che altre persone pensino. Quando vediamo un film pensiamo agli stati mentali dei protagonisti dimenticandoci che essi non li possono affatto avere, giacché non ci sono personaggi ma, al massimo, attori di fronte a noi. Nel cinema c’è solo finzione eppure ci è irresistibile non crederlo. Quando poi vediamo dei disegni animati di animali parlanti, come volpi o lupi, facciamo la stessa cosa. Allo stesso modo ci è impossibile non attribuire pensieri al nostro cane, pensieri come “Hugo sa che domani piove. I cani lo sentono”. Lo sentono, forse, ma non possono crederlo. Credere implica pensare per frasi e i cani non rientrano nel dominio della Grammatica Universale o generativa. Come si vede, noi crediamo che altre cose pensino, anche quando non lo possono fare, e tali pensieri sorgono in noi di continuo.

L’attribuzione di credenze a entità non umane è compiuta per la sola ragione che ciò che distinguiamo nell’ambiente come “un comportamento simile al nostro”, cioè analogo a quello che noi attribuiamo a noi stessi e agli altri, stentiamo a distinguerlo dal nostro e ne associamo le stesse presunte cause. Questo vale anche per eventi fisici che non hanno nulla a che fare con menti, scacchi e computer: quando diciamo che “il sole sorge” non vogliamo certamente dire che il sole vuole farlo o che sia in qualche modo un soggetto come lo è un uomo quando si alza dal letto! Dal nostro meccanismo mentale è determinata la natura stessa dei nostri pregiudizi.

L’uomo produce continuamente delle idee di causalità tra eventi diversi e sconnessi per genere: è sufficiente percepire due fatti distinti ma simili in una successione temporale per creare un’idea di causalità[5].

Si può fare anche di peggio. Si può dare valore intenzionale ad azioni o eventi che non hanno nulla a che fare con un soggetto intenzionale (cioè che ha dei pensieri rivolti al mondo). Così per secoli è stata dominante l’idea di un progetto finale e intelligente, sia in campo naturale che in campo sociale. Le bestemmie, ad esempio, sono state avversate da sempre non perché del tutto prive di buon gusto (ragione estetica) ma perché cause di mali in senso materiale (evento fisico). Alla bestemmia si associava l’evento negativo inspiegabile ed ecco che irresistibilmente tutti credevano in tale correlazione. Più attuale è l’esempio delle onde elettromagnetiche che, secondo dati scientifici più solidi (anche se pochi, per la verità) non causano direttamente malattie incurabili. Il problema delle malattie “incurabili” è che si sente la necessità di trovargli una spiegazione, di qualunque genere e questo determina, assai spesso, le invenzioni causali più disparate. Allo stesso modo, possiamo pensare ai riti e ai miti che continuamente costruiamo e a quelli passati.

Se tante volte innalziamo teorie insensate per eventi chiaramente sconnessi, figuriamoci le conseguenze di pregiudizi ragionevoli (non razionali): quando giochiamo a scacchi contro un computer ci è automatico attribuirgli credenze, stati mentali, emozioni e bisogni quando il computer non è altro che una calcolatrice e, al pari di questa, si limita ad esibire risultati senza avere accesso diretto e introspettivo a quegli stessi. Se la conoscenza è “credenza vera giustificata”, il computer non “sa” perché non può credere, può essere al limite giustificato. Fritz, a differenza nostra, non ha un’idea di ciò che egli stesso è, perciò egli non ha pregiudizi né può costruirsene.



[1] Segnaliamo che questo articolo è reperibile nella rivista di Lucio Ragonese, disponibile in www.scuolafilosofica.com.

[2] Berto F., Tutti pazzi per Gödel, Laterza, Roma-Bari, 2008, pag. 206.

[3] Mi sia consentito rimandare al mio precedente lavoro (Pili (2010) dal quale ho tratto questo inizio di capitolo.

[4] Per una trattazione introduttiva ma molto efficace, Bianchi (2009).

[5] Ciò secondo David Hume e una tradizione solida che giunge fino alle attuali concezioni scientifiche della causalità come correlazione forte tra eventi.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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