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Ti punisco perché sì …

La teoria retributiva della pena afferma che è giusto punire qualcuno perché e solamente perché se lo merita; dunque è giusto punire chi trasgredisce poiché ha trasgredito. Ad essa si oppone la teoria consequenzialista, secondo la quale il trasgressore deve essere punito in virtù delle conseguenze positive della pena per l’individuo punito (ad esempio, in termini di rieducazione) o per la società (rinforzo della norma, comunicazione ed esempio, deterrenza etc.).

Notoriamente, Kant sostenne una teoria retributiva, mentre Nietzsche, per citare un caro amico, sostenne una teoria consequenzialista. La teoria retributiva è generalmente associata al pensiero di destra, mentre la teoria consequenzialista è più frequentemente sostenuta dagli intellettuali di sinistra, ma dagli intellettuali in generale. Trattasi comunque di classificazioni approssimative.

Recentemente è uscito The future of Punishment, volume collettaneo curato da Thomas Nadelhoffer, edito da Oxford University Press per la Oxford series in Neuroscience, Law and Philosophy.

The future of Punishment raccoglie diversi contributi sul tema delle credenze morali riguardanti la responsabilità, la punibilità di un agente e il libero arbitrio, scritti in un’ottica interdisciplinare (tra filosofia e psicologia sperimentale) da affermati studiosi della mente umana.

Shuan Nichols, autore del secondo capitolo del volume, noto psicologo e filosofo, firma un’interessante (ma criticabile) sorta di difesa della posizione retributiva. Desideriamo innanzitutto riportare l’argomentazione di Nichols, per poi procedere nell’esposizione di alcune critiche ad essa.

Il punto di partenza dell’argomentazione del Nostro è il riconoscimento del fatto che è oggettivamente complicato riuscire a giustificare le norme della giustizia retributiva. Secondo Nichols questo fatto spiegherebbe, almeno in parte, il motivo per cui alcuni filosofi morali hanno accettato il realismo morale, teoria metaetica particolarmente controversa. Il retributivismo troverebbe sicura accettazione una volta considerato alla stregua di verità morale.

Nichols tenta però una strada differente al fine di difendere la legittimità della norma retributiva, una via tipicamente americana, degna del migliore pragmatismo. Assumendo pure la falsità del realismo morale, Nichols si impegna a difendere la peculiare e risolutiva visione per cui le norme retributive fondamentalmente non hanno bisogno di giustificazione, ovvero possono benissimo essere accettate come legittime senza giustificazione. Quello di garantire la legittimità alla norma retributiva sembrerebbe allora un falso problema.

Se questo è vero, dobbiamo comunque specificare che il fatto che le norme retributive non abbiano bisogno di giustificazione per preservare la loro legittimità, non implica che la teoria retributiva di per sé debba, al netto di tutte le possibili considerazioni, venire preferita rispetto alle altre teorie. Per tanto quella di Nichols è una difesa molto indiretta della posizione retributiva, e piuttosto una difesa della legittimità della norma retributiva.

Un punto centrale dell’argomentazione di Nichols è che la norma retributiva (per cui il malfattore deve essere punito perché e solo perché ha compiuto, nel passato, il male) sembrerebbe piuttosto diffusa nell’etica del senso comune. Le prove empiriche e sperimentali a supporto di questa affermazione vengono per lo più dall’economia sperimentale, ovvero dallo studio della presa di decisione attraverso giochi di tipo economico.

I lavori dell’economia sperimentale dimostrano, ad esempio, che le persone, di norma, puniscono gli attori iniqui anche nel caso in cui l’atto punitivo sia costoso e non ci sia alcuna prospettiva di future interazioni con essi; le persone puniscono anche attori che non saranno consapevoli della punizione (vedi Fehr & Gachter 2002; Fehr & Fishbacher 2004; De Quervain et al. 2004; Nadelhoffer et al.). Sembrerebbe dunque che, di fatto, la decisione di punire qualcuno non sia informata o motivata da considerazione utilitaristiche.

La norma retributiva seguita dalle persone che decidono di punire qualcuno è allora molto simile alla norma che proibisce l’incesto. Ovvero è “inferenzialmente basilare”: non è prodotta per mezzo di alcuna inferenza cosciente da altre norme o fatti. Semplicemente si dà, e così motiva al giudizio e all’azione. Ora, un ulteriore punto dell’argomentazione di Nichols è che emozioni forti come rabbia o risentimento, sebbene non siano necessarie all’attivazione della norma retributiva nell’individuo, sembrano aver dato forza culturale alla norma retributiva. La rabbia avrebbe contribuito al successo evolutivo culturale della norma.

Considerare questi due punti, la diffusione e l’origine emotiva della norma, dovrebbe portare, secondo il Nostro, a non sorprendersi e a non preoccuparsi del fatto che non possiamo giustificare razionalmente la norma retributiva. La conclusione di Nichols è che non abbiamo bisogno di fornire alcuna giustificazione razionale per rendere legittima la norma retributiva. Sarebbe un fatto (poco problematico) che per alcune norme non vi è alcuna giustificazione razionale definitiva e indipendente. Ci sono norme che semplicemente e senz’altro possediamo, ma non per questo tali norme devono venire escluse dal nostro dominio morale. Escludendole ci ritroveremo con un’etica intuitivamente inaccettabile, poiché priva di alcune delle sue norme fondamentali.

In definitiva Nichols propone una forma di conservatorismo etico, secondo il quale alcune norme morali non perdono legittimità normativa se non trovano una giustificazione razionale. Nichols propone tre criteri per idenficare queste norme: a) la diffusione nella comunità; b) il fatto di essere inferenzialmente basilari; c) e l’essere radicare nell’emozione. Un esempio? La norma “aiuta i bambini sofferenti”. Se la norma è molto diffusa, non è dedotta per inferenza da altre norme o fatti, ed è radicata nell’emozione allora è una norma che non perde legittimità nel caso non trovi una giustificazione razionale.

La ragione principale per accettare il conservatorismo è che con esso si garantisce la morale del senso comune, anche quando e se essa abbia origini emotive arazionali. Secondo Nichols la posizione è conservatrice ma non reazionaria. Le norme non giustificabili possono comunque essere discusse, ad esempio sulla base di altre considerazioni di tipo morale. Rimanebbe dunque una questione aperta se, tutto considerato, si debba o meno accettare il retributivismo. In ogni caso non possiamo abbandonarlo solamente per il fatto che le sue norme mancano di una giustificazione indipendente.

Fin qui abbiamo esposto gli argomenti e la posizione di Nichols. Ora desideremmo presentare alcune osservazioni critiche.

Nichols afferma che non dovremmo sorprenderci e preoccuparci del fatto che non possiamo giustificare razionalmente la norma retributiva. Infatti la abbiamo ereditata da un’evoluzione culturale guidata emotivamente e non già attraverso la scoperta razionale. Il fatto, poi, che sia diffusa nella comunità, che non sia dedotta da altre norme o fatti e che sia radicata nell’emozione, la metterebbe al riparo dall’essere valutata illegittima solamente perché priva di giustificazione razionale indipendente.

Troviamo l’argomentazione di Nichols sfuggente, troppo prudente e, forse, un tantino pericolosa. Innanzitutto non è vero che possiamo giustificare o pretendere una giustificazione solamente per ciò che è scoperto razionalmente. Possiamo e certamente vogliamo giustificare anche ciò che è radicato nell’emozione. È senz’altro corretto affermare che non sembra esserci un gran bisogno di giustificare norme come quelle che vietano l’incesto o affermano che i genitori hanno degli obblighi speciali nei confronti dei figli. Ma non c’è ancora alcuna ragione di credere che l’evidenza intuitiva di queste norme sia sufficiente, insieme ai criteri di Nichols, a metterle al riparo dalla discussione, dove discussione significa propriamente individuare una giustificazione razionale indipendente per la norma. Il rischio è quello di non poter discutere razionalmente e liberamente sulle norme morali (e, potenzialmente, immorali).

Nichols, di fronte alla apparente impossibilità di giustificare alcune norme morali, prende la strada più semplice o più corta e sembra nascondere la testa tra le ginocchia … invece è proprio il compito di uomini coraggiosi, desiderosi di camminare saldi guidati dalla propria ragione, che non smettono mai di interrogarsi anche sui fatti appartemente più banali del proprio pensare e del proprio agire, quello di riflettere severamente anche sulle questioni più apparentemente intoccabili come le questioni morali. In sostanza, non è per paura di dover escludere su base razionale alcune norme che intuitivamente ed emotivamente ci sembrano fondamentali e inescludibili, che dovremmo smettere la ricerca di un fondamento razionale nelle questioni morali. Non è un bene in sè preservare la morale del senso comune, come non è vero che esistono norme speciali, individuate sulla base di fatti e proprietà extra-morali, che sono esonerate dalla possibilità di trovare un fondamento razionale indipendente.

References:

  1. Cottingham (1979). Varieties of Retributivism. Philosophical Quarterly, 29, 238-246.
  2. De Quervain, D. et al. (2004). The Neural Basis of Altruistic Punishment. Science, 305, 1254-1258.
  3. Fehr, E. & Fischbacher, U. (2004). Third Party Punishment and Social Norms. Evolution and Human Behavior, 25, 63-87.
  4. Fehr, E. & Gachter, S. (2002). Altruistic Punishment in Humans. Nature, 415, 137-140.
  5. Moore, M. (1987). The Moral Worth of Retribution. In F. Schoeman (ed.), Responsability, Character, and the Emotions. Cambridge: Cambridge University Press.
  6. Nadelhoffer, T. (Ed.). (2013). The Future of Punishment. Oxford University Press.
  7. Nadelhoffer, T. et al. (forthcoming). Folk Retributivism: In Theory and in Practice. Economics and Philosophy.

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.

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