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Spie Storia degli 007 dall’antichità all’era moderna. Vecchioni D.

Spie Storie degli 007 dall’antichità all’era moderna è un saggio di Domenico Vecchioni, ambasciatore italiano a cuba e autore di numerosi testi monografici di storia e di storia dello spionaggio. In questo lavoro, edito nel 2007, egli fornisce una sintesi della storia delle spie fino all’età moderna. Il saggio termina con l’avvento del primo sistema di “intelligence” pienamente strutturato e organizzato, il precedente del più celebre MI6.

Non si tratta di un testo analitico, né intende esserlo. Piuttosto esso costituisce una buona introduzione alla storia dei sistemi di spionaggio (che, come ben dice Vecchioni, non è facilmente distinguibile dal moderno concetto di “intelligence”). Si tratta senza dubbio di un lavoro per non iniziati, quindi introduttivo. Questo si evince sia dall’estrema asciuttezza dei contenuti che della scelta di uno stile facilmente accessibile e scorrevole. Il che non significa che Vecchioni non riesca anche a fornire dei profondi spunti di riflessione. In particolare, noi ne vogliamo segnalare due: il primo, che ritorna in più punti del libro, considera il problema dell’utilità dell’informazione (e quindi dello spionaggio) all’interno della storia e della storia militare. Si dibatte, infatti, tra chi sostiene che l’intelligence abbia chiari effetti positivi (o negativi, ma chiari effetti…) sulle vittorie o sconfitte di eserciti o popoli e chi, invece, ritiene che, alla fine, l’intelligence al più aiuta ma non è in grado di cambiare il corso degli eventi. Più sotto dimostreremo come sia falsa questa seconda posizione, mentre sia senza dubbio vera la prima. Anche Vecchioni, infatti, mette in luce il fatto che lo spionaggio non può cambiare i rapporti di forza tra due attori politici complessi (tanto più se sono molto complessi) ma può senza dubbio essere determinante in diverse circostanze. Il secondo punto su cui Vecchioni fa riflettere è quanto noi possiamo valutare o svalutare il ruolo della spia (o dell’intelligence) da un punto di vista operativo e, poi, morale: sono efficaci? In cosa si misura la loro efficacia? E, comunque, sono moralmente così disdicevoli oppure no?

Per quanto attiene al primo tema, cioè se l’intelligence sia o meno decisiva nella storia, è facile dimostrare che lo sia. L’argomento di chi si oppone è il seguente: l’informazione non decide le battaglie più di quanto lo facciano gli eserciti. In termini più generali, l’informazione non potrà mai sostituire la vittoria sul campo. Questa tesi, viene fatta parzialmente propria da John Keegan (almeno, così vien detto nel saggio), senza dubbio uno dei più autorevoli e influenti studiosi di storia della guerra del XX secolo, autore di lavori straordinari come A History of Warfare e The face of the battle. Ma in questo caso, è evidente che l’argomento dell’ininfluenza dell’intelligence sia fallace. Dimostrarlo è agevole. L’ininfluenza dell’intelligence su che basi può essere stimata? Da due punti di vista: essa è sempre e comunque inutile in qualunque mondo possibile oppure essa è utile in qualche mondo possibile ma non in questo. Se in tutti i mondi possibili l’intelligence risultasse ininfluente, allora essa sarebbe ipso facto logicamente ininfluente. Ma in quale di questi mondi potrebbe esserlo? Solo in quelli in cui la mente è scissa dal corpo, cioè quella in cui le decisioni mentali non hanno alcun peso sull’attività del corpo. In questo caso, effettivamente, non si vede che efficacia causale potrebbe avere l’informazione rispetto al corso di una battaglia decisa a partire dal fisico. Esistono certamente simili mondi possibili, ma non sono tutti i mondi possibili. Quindi, noi non possiamo escludere l’efficacia dell’intelligence da un punto di vista logico. Allora lo scettico dovrebbe ridimensionarsi. Egli dovrebbe allora sostenere che in questo mondo, e al più solo in questo, l’intelligence è ininfluente. Ma in questo caso incorre nel problema: se è vero, allora egli stesso come potrebbe spiegare le complicate e dispendiose operazioni che salvaguardano l’informazione? E come potrebbe spiegare la presenza stessa dell’influenza dell’informazione rispetto a quanto i normali decisori pensano? Se si trattasse di una mera illusione, allora questa stessa illusione da che cosa sarebbe prodotta se non da informazione strategicamente rilevante (quanto potrebbe essere importante sapere che l’intelligence è inutile?). In fine, non si può neppure dire che l’intelligence non sia in grado di cambiare il mondo (in meglio o in peggio, questo è un altro problema): infatti, l’intelligence è chiaramente capace di farlo. Molti fatti storici attestano questo fatto, sicché l’intelligence ha un evidente efficacia causale nel mondo. Quindi abbiamo due argomenti per sostenere in questo mondo l’efficacia dell’intelligence: (1) si tratta di un argomento indiretto secondo cui l’informazione non può essere pensata come ininfluente laddove la negazione di ciò comporta la stessa nozione di informazione (negare l’efficacia dell’informazione è essa stessa un’informazione); (2) si tratta di un argomento fattuale, che mostra come in molti casi la storia è stata determinata dalla conoscenza informativa più che dalla vittoria militare o di altro tipo.

L’altra questione aperta da Vecchioni riguarda il problema di come inquadrare moralmente lo spionaggio. E’ lecito o illecito, morale o immorale utilizzare i servizi di spionaggio, tanto più rispetto a quanto essi sono in grado di fare in termini operativi (mentire, uccidere, riutilizzare l’informazione alle spese di terzi…)? Su questo problema Immanuel Kant aveva, a suo tempo, dato una risposta categorica e molto chiara ne Per la pace perpetua: le spie vanno eliminate perché producono menzogne e spargono il seme della discordia tra i popoli perché ne minano la reciproca fiducia. Ma rimane il fatto evidente che questo sia un problema aperto di non semplice trattazione. Ad esempio, dove inizia e finisce l’intelligence? Cercare di capire cosa farà il nostro superiore annotando scrupolosamente le sue mosse e i suoi pensieri, magari giungendo a leggere i suoi database piuttosto che i suoi diari è illecito, è immorale? Specie se tenuto presente che lui ha il potere di licenziarci. Guardare le proprie amiche per capire come si vestiranno e anticipare le tendenze della moda è un atto di intelligence? E’ evidente che, quale che sia la risposta che si voglia dare a queste domande, bisogna rifletterci a lungo. Ed è un merito di Vecchioni l’aver indicato questo come problema rilevante.

Un testo introduttivo, un testo interessante per una delle attività su cui si ignora di più e di cui ogni tanto si potrebbe anche parlare con cognizione di causa. Come Vecchioni riesce a fare, pur nei limiti di un testo chiaramente elementare. Segnaliamo l’ottimo glossario finale.

Domenico Vecchioni

Spie Storia degli 007 dall’antichità all’era moderna

Editore Olimpia

Pag.: 115.

Euro: 12,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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