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Sulla Strada – Jack Kerouac

Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impiantiti, i passi al piano di sopra e altri rumori tristi e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Ero a metà strada tra una costa e l’altra dell’America, al confine tra l’Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e forse è per questo che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso.

Jack Kerouac

Sulla Strada è il romanzo tanto celebrato da quella che si autodefinitiva ʽbeat generationʼ (generazione battuta, generazione sconfitta), i cui confini e la cui sostanza rimangono da chiarire. Il libro Sulla strada (On the road) dello scrittore americano Jack Kerouac è un’opera con accenti autobiografici ma, soprattutto, dall’intenzione propriamente autoreferenziale. Ciò si evince, oltre che dall’uso di un io narrativo in prima persona e in cui il narratore non è onnisciente, soprattutto dal contenuto dell’opera.

La trama non è altro che un resoconto di alcuni viaggi che Sal compie da New York verso l’ovest (il West) o verso il sud. I percorsi non sono mai lineari, non tanto perché il personaggio sia a sua volta non lineare e, quindi, implichi un viaggio che sia interiore ed esteriore. Al contrario, i percorsi, gli itinerari non sono mai lineari perché la psicologia del personaggio principale, centro narrativo del romanzo anche se non centro del contenuto del romanzo, è un dominato da una personalità estremamente semplice, lineare, costante nel suo seguire gli impulsi senza avere uno sguardo sul mondo che sia mediato da qualche genere di ragione. Egli asseconda spontaneamente il suo desiderio del momento, come un bambino segue le sue fantasie. Non sorprenderà, dunque, scoprire che tutti i personaggi del libro sono sostanzialmente caratterizzati da una personalità sfuggente perché infantile.

Dall’est all’ovest, Kerouac riporta il mondo della strada come fosse il mondo della vita, in cui ci si perde per ritrovare quell’unico nucleo di senso possibile. Ma con “strada” Kerouac probabilmente intende qualcosa di molto diverso da un semplice passaggio, crocevia di destini. Nell’idea di “strada” Kerouac fa rientrare molto di più, il che ci consentirà di comprendere meglio il significato in sé dell’opera a partire dalla parola centrale. Con strada si intende tutto il flusso umano che segue una certa inclinazione in relazione ad un momento di vita in cui si desidera condividere una “esperienza” con degli altri individui, presumibilmente umani (sulla cui umanità, però, non si discute mai). Feste, bar, crocevia, treni, balconi, case diroccate, autostrade, campi coltivati, capanne sono tutti i luoghi vari in cui si concretizza il concetto di “strada” di Kerouac. In questo senso, sono tutti i punti fisici in cui si riuniscono quelle persone che tendenzialmente non hanno nessuna idea precisa della vita o di un valore superiore che non sia un flusso di coscienza che, in quanto tale, è sempre ancorato al momento presente, privo com’è di analisi precostituite.

Questo spiega perché i personaggi di On the road siano così emotivi ma privi di una complessa sostanza sentimentale. Essi non hanno, ad esempio, un’idea dell’amore (se non forse proprio Sal, ma forse solo perché meno capace di ottenere gli oggetti delle sue fantasie sessuali, a differenza del più esuberante Dean. Della serie: siccome non può ottenere tutto e subito, ci ragiona). Non associano alcun valore alla condivisione di interessi duraturi, anche di natura astratta. Sono, di fatto, dei vagabondi (alcuni anche nel senso ristretto del termine), vagabondi nel senso che non si soffermano su niente e passano leggeri e insignificanti sulla strada. Infatti, non si può dire che siano delle persone anodine, piatte, emotivamente inerti. Al contrario, i personaggi di Kerouac sono i precursori di molti ragazzi delle strade delle città del XXI secolo che non trovano alcuna ragione di vita duratura che non sia quella di accettare le cose così come sono, perché nessuno ha ben chiaro in mente come invece dovrebbero essere. Tutto ciò pur non essendo privi di una loro larvale intelligenza piuttosto che di una forte sensibilità priva di fondamenti stabili.

Il paradosso del valore di On the road nasce proprio dal fatto di essere un libro inconsistente e autoreferenziale. Esso è il prodromo, il precursore di un modo a-ideologico di vivere. Non compare mai, in nessuna circostanza del libro una qualifica morale, una riflessione etica, una analisi razionale, una ricostruzione complessa dei sentimenti. I personaggi sono indifferenti rispetto al bene comune, ma assecondano i loro desideri. Gli individui descritti da Kerouac non pongono il problema di capire perché bisogna agire in un certo modo piuttosto che in un altro. Semplicemente agiscono. Ancora, essi non sono affascinati dalla ragione ma sono in qualche modo incuriositi da una forma misticheggiante del sapere dove è l’intuito puro (sempre molto comodo) che è il sistema cognitivo preposto a formare conoscenze sul mondo (si pensi alla discussione – inevitabilmente ingenua, per mantenerci su un versante positivo – tra Dean e Carlo Marx (sic!)).

Naturalmente non si scende mai nei dettagli, si rimane sempre ancorati alla superficie di un esperienza che passa e fluisce, come l’acqua di un fiume. In fine, e più sorprendente, non c’è alcuno scavo psicologico dei personaggi sia nel senso che il protagonista (l’oggetto del romanzo) non pensa dalla sua prospettiva alla personalità dei suoi compagni di viaggio, sia nel senso che il romanzo stesso non mostra alcuno scavo nella personalità degli individui che descrive. E questo ha una chiara motivazione: non c’è niente da scavare, primo perché non c’è niente che meriti di essere investigato; in secondo luogo perché i desideri sono sempre limitati al flusso di coscienza che come viene se ne va. Tutto ciò nonostante che Kerouac faccia sfoggio di un’erudizione, ci sia consentito, quasi fine a se stessa, visto che non sembra che Sal sappia fare un uso oculato di quella saggezza contenuta nelle opere di gente come Céline, Beethoven, Hemingway, l’immancabile Dostoevskij (immancabile per qualunque scrittore che si rispetti così da mostrare tutta la propria cultura colta): grandi i cui nomi vengono sfoggiati come medaglie su una giubba e, per ciò, tanto più insignificanti. Per tornare alla questione dell’umanità, ci sia data la possibilità di portare un esempio chiaro di quanto detto in queste ultime righe, si pensi a questa rara discussione tra Sal e Dean, in cui si fa un vago cenno alla condizione umana:

[Sal] “Non puoi andare in giro per il Paese a seminare bambini in questo modo. Quei poveri piccoli cresceranno senza protezione. Devi dar loro qualche possibilità di farcela”. Dean si guardò i piedi e annuì. Ci salutammo nel crepuscolo freddo e rosso, su un ponte sopra un’autostrada.

“Spero di trovarti a New York quando tornerò” gli dissi. “Quello che spero, Dean, è che un giorno possiamo abitare nella stessa strada con le nostre famiglie e invecchiare insieme parlando dei bei tempi andati”.

“Giusto, amico… Lo sai che prego per questo completamente conscio dei guai passati e di quelli futuri, come ben sa tua zia che me l’ha ricordato. Non volevo questo nuovo bambino, ma Inez ha insistito, abbiamo anche litigato. Lo sai che Marylou ha sposato un commerciante di macchine usate a Frisco e sta per avere un bambino anche lei?”

“Si. Stiamo arrivando tutti al dunque”.[1]

E’ impossibile rimanere indifferenti di fronte a questo dialogo perché mette a dura prova i nervi di un lettore minimamente sensibile nei confronti della vita umana, specialmente considerato che è preceduto da 366 pagine in cui non ci si pone nessuno scrupolo particolare nei confronti di quanto si fa o si pensa. In questo caso, però, non emerge nessun genere di analisi morale, psicologica, sentimentale o di qualsiasi altra ragione. E quindi risulta quasi sorprendente che un Dean abbia “anche litigato” per sottrarsi a quello che normalmente concedeva con munificenza (visto che aveva altri figli sparsi per l’America, figli di cui naturalmente non aveva minimamente a cuore la sorte). Infatti, se per un uomo è naturale seguire l’inclinazione del momento di andare da una donna piuttosto che da un’altra perché l’una offre ciò che l’altra non può offrire o non offre più, così, in questa dimensione a orizzonte limitato, la donna accetta il passaggio dell’uomo sulla sua vita. L’uno esercita il suo potere di fecondare il mondo, così l’altra accetta di esercitare il ruolo di incubatrice. Fecondatore e incubatrice di un nuovo futuro di miseria. Naturalmente, il fatto solo, poi, che una donna abbia un desiderio di un figlio, litigio a parte, sembra essere una ragione sufficiente per creare un nuovo individuo probabilmente pronto a finire in miseria. Il mondo di Kerouac è quello di chi ha abbandonato l’idea che la vita abbia alcun senso al di fuori di quello di un continuo spostamento attraverso i luoghi della strada, che consistono in feste, serate, concerti jazz (se fosse vissuto oggi sarebbero stati di altri generi musicali. Ma la sostanza è sempre la stessa) e vagabondaggi, in modo tale da poter sempre pensare di essere in un moto perpetuo che sollevi dalle fatiche della vita e della comprensione. Ma questo sistema risulta efficace?

No. E questo emerge in modo manifesto dalle note malinconiche che pervadono il libro. La depressione e l’angoscia sono esplicitate raramente, ma è impossibile non fare mente locale sul penso che queste rare apparizioni spettrali lasciano nella mente. In realtà, questo semplice e lineare sistema di aggirare ogni problema connesso alla comprensione non risolve alcun problema (semplicemente, lo scorrere del tempo non è sufficiente a diminuire l’entropia ma semplicemente l’asseconda senza lotta). La verità è che per risolvere un problema bisogna lottare, bisogna capire che dietro ad una persona c’è un valore intrinseco e non soltanto un individuo da sfruttare per il proprio divertimento.

La verità è che i vari personaggi di On the road non riconoscono alcun valore intrinseco alla vita, ma solo dei pregi estrinseci che sono determinati dalle sensazioni emotive di un momento, che non sono neppure in grado di apprezzare fino in fondo, laddove sono continuamente braccati dall’ansia di assecondare il nuovo desiderio, inseguiti come sono dall’angoscia di vivere senza un perché in un mondo che non offre loro nessuna ragione di per sé. Sempre con l’ombra della depressione, la comprensione si prende la sua rivincita su un mondo che risulta cattivo perché non si prende neppure la briga di fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni.  Sempre pronti a risparmiarsi dal pensare, sempre efficienti nella propria indifferenza, essi dischiudono semplicemente il male della banalità, che si perpetua semplicemente perché irriflesso. E questo pure si paga, nonostante le apparenze, perché, alla fine dei conti, quello che lascia il romanzo On the road, nonostante le grandi ubriacature, discussioni, vagabondaggi, sfoghi sessuali (più rari del prevedibile), consumo di droga, baci, abbracci, insulti, carezze e dialoghi tutto al suono dell’allora musica del popolo che era il jazz bop di Gillespie e Charlie Parker, dopo tutto rimane chiaramente solo un senso di vuoto e di ansia. Dominata dalla consapevolezza mai esplicita di una grande solitudine incolmabile e senza senso.

Chiunque voglia cimentarsi con il presente, che è già un passato del mondo americano, ebbene si legga le pagine di Jack Kerouac, il quale, pur morto solo in una stanza di albergo con svariati bicchieri di whiskey e bottiglie semivuote, ha saputo restituire tutta la vacuità di un’umanità che può ispirare pena, terrore, disgusto o pietà a seconda di come la si voglia vedere. Kerouac, il narratore dell’umanità senza tempo la cui peculiare forma è quella del giovane del mondo contemporaneo. Sia pur lecito comunque dire che siamo ben lontani dal citato  genio Céline piuttosto che del grande Henry Miller, per fare un paragone con altri autori di capolavori affini nello spirito a quello di Kerouac. Ci sia consentito concludere con una nota all’introduzione, meravigliosa nella sua capacità di non aggiungere o togliere nulla a quello che qualcuno può sapere sull’autore e sulla sua opera, così che risulta inutile sia rispetto alle informazioni che alla forma di un’opera che, tutto sommato, poteva meritare qualche nota più interessante che non una forma di omaggio alla memoria di un autore prematuramente scomparso.


Jack Kerouac

Sulla strada

Mondadori

Pagine: 445.

Euro: 15,00.


[1] Kerouac J., (1957), Sulla strada, Mondadori, Milano, p. 367.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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