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La Germania e la Prima guerra mondiale. Il dibattito tra gli storici da Fischer a Clark

Il professor Jörg Wollenberg dell’Università di Brema nella prima parte del seminario tenutosi a Cagliari ha sviluppato un discorso incentrato sui problemi che i vari storici della Germania hanno incontrato nell’affrontare lo studio della propria nazione, la cui complessità, determinata dalla sensibilità imposta dall’autocoscienza storica degli avvenimenti considerati. Dover affrontare verità scomode e personaggi tutt’altro che umani nella storiografia tedesca e non solo ha prodotto talvolta opere coerenti e precise, ma altre volte lavori che tendevano a riconsiderare non in modo sufficientemente dettagliato e rigoroso certi elementi di primaria importanza.

Ancora oggi, affermava lo stesso professor Wollenberg è difficile trovare una buona interpretazione del nazismo all’interno della storiografia, anche perché, secondo lui, i tedeschi non sono abbastanza aperti e inclini ad “internazionalizzati”. Infatti si sono sviluppati diversi filoni interpretativi. Per il decano dello storicismo tedesco, F. Meinecke, a cui va associato Fritz Fischer, tutto doveva rifarsi all’ipotesi della Sonderweg, ovvero un percorso segnatamente tedesco che aveva portato al nazismo: proprio F. Fischer dirà che è a partire dalla prima guerra mondiale che si pongono le basi per una responsabilizzazione tedesca nei confronti del nazismo. È da quegli anni che la Germania perderà l’innocenza. Meinecke analizzerà in toto le caratteristiche dell’esercito prussiano e il suo caratteristico autoritarismo nonché la disciplina ferrea: niente di strano, dunque, che il presidente Hindenburg chiamerà al potere una figura come quella di Adolf Hitler. Mentre per lo storico Cristopher Clark è ancora in dubbio la questione su chi fossero i vero responsabili dell’avvento del nazismo. Di certo, l’analisi di storiografi spesso più conservativi e protettivi ha deviato talvolta, quello che era il vero focus su cui si doveva porre l’obiettivo degli studi. Gerhard Ritter (1888 – 1967) visse a pieno tutti i periodi storici fondamentali della Germania: egli spiegò il nazismo come una parentesi storica demoniaca, ascrivendo la nascita del nazismo non ai tedeschi, ma a una forma politica e sociale più generale che si era formata all’interno del continente europeo.

L’altra grande interpretazione del nazismo fu quella della filosofa Hannah Arendt, la quale nei primi anni cinquanta del secolo XX si dedica alle teorie sul totalitarismo (fondamentali i suoi saggi La banalità del male e Le origini del totalitarismo): Arendt aprirà le basi per una comparazione fra il sistema del regime nazista e quello sovietico.

Gli anni Sessanta apriranno un nuovo filone di indagini storiografiche che faranno riferimento alla figura di Hans Mommsen che aprirà il dibattito sulla figura del Fuhrer, figura questa ingrandita per la centralità di Hitler rispetto alle decisioni, alla gerarchia e alle diverse componenti dello Stato nazista. Mommsen, coadiuvato dal pensiero di Martin Broszat, sostiene che non sarebbe stato possibile arrivare a uno stato così robusto e totalizzante come quello nazista, se prima non ci fosse stata una programmazione e pianificazione sistematica e puntiforme delle riforme istituzionali e organizzative da imporre. Ancora a riguardo del Fuhrer, Mommsen spiegherà che egli non era l’unico a decidere, per quanto certo rimasse il perno centrale della Germania nazista. Broszat parlerà di “policrazia nazista” laddove c’erano diversi poli decisionali e ideologici all’interno del sistema, assieme a divergenze e anche forti rivalità, soprattutto agli albori della presa al potere del 1933.

Erich Fromm (1900 – 1980), rifugiatosi negli USA a partire dal 1934, sosteneva che il nazismo doveva essere sì analizzato dal punto di vista delle condizioni economiche e politiche in cui si era affermato, ma anche dal punto di vista psicologico. Gli anni dalla metà dell’ottocento in poi sono stati caratterizzati dall’aumento delle libertà, mentre con l’avvento del nazismo questo sistema di libertà andava ridimensionandosi a scapito anche di un gruppo identitario che comunque in Germania non era mai stato dominante. La fiducia che il popolo tedesco aveva perduto, dopo la prima guerra mondiale, nei confronti della monarchia riuscì a ritrovarsi dopo il 1929 con la sottomissione della piccola borghesia nei confronti del nazismo, d’innanzi al quale i più erano totalmente inermi.

L’ultimo filone storiografico che analizziamo è quello dei revisionisti: questi tendono a minimizzare e a ridimensionare (e giustificare) il significato dell’olocausto. I protagonisti di questa scuola di pensiero, la Historikerstreit, riconsiderano la natura dello sterminio come il frutto estremo dell’imbarbarimento della lotta politica europea tra bolscevismo e fascismo. I cosiddetti negazionisti, oscurati dagli stessi storici tedeschi, affermavano che le camere a gas erano addirittura state solo una mera invenzione della fantasia di qualche mente perversa. I problemi di questa impostazione, va da sé, sono dovuti alle innumerevoli testimonianze e dati di fatto che ne rendono molto difficile la difesa perlomeno in sede storico-scientifica.

I principali esponenti della corrente revisionista furono Michael Sturmer, il quale affermava che la memoria dei tedeschi non avrebbe dovuto considerare il periodo nazista come tappa determinante della storia tedesca, tesi la cui natura e le cui conseguenze non sono facili a trarsi. Ernst Nolte (allievo di Heidegger, filosofo noto per i suoi legami con il nazismo) disse che lo sterminio degli ebrei altro non era che una guerra civile europea fra bolscevichi e nazisti: l’olocausto sarebbe stata una reazione ai crimini staliniani.

Questi ultimi filoni storiografici analizzati sono stati, fortunatamente, spesso messi in ombra dagli stessi tedeschi: Jurgen Habermas, influente sociologo e filosofo, sostenne che questi storici volevano dissolvere i sensi di colpa dei tedeschi, senza accorgersi però che confluivano in un pensiero fortemente nazionalista, considerato estraneo all’attuale panorama nazionale tedesco.

Infine, bisogna pur spendere due parole per l’importante conclusione del professor Wollenberg: egli sostiene fermamente che certi errori non si devono più ripetere, per questo bisogna stare attenti all’insorgenza dei nuovi conflitti, sempre così numerosi e forieri di pericoli per l’umanità presa nel suo complesso oltre che a livello dei singoli individui. Più volte ha citato preoccupato l’acre conflitto che si sta sviluppando nei confini russo-ucraini, traendo ragione di dissenso sulla politica Vladimir Putin e della cancelliera Angela Merkel, nonché del presidente Joachim Gauck, rimproverandoli di attuare una politica sempre più fondata sul pesante riarmo e riconversione economica indirizzata agli apparati militari. Forse la seconda guerra mondiale non è stato un insegnamento sufficiente. E non lo è stato laddove l’uomo è “una razza vecchia” e fatica a dover riconsiderare se stesso anche alla luce delle pagine più nere della sua storia.


Wolfgang Francesco Pili

Sono nato a Cagliari nell’aprile del 1991. Ho sempre coltivato una passione per l’osservazione di tutto ciò che mi circonda. Nell’anno scolastico 2008/2009 mi sono diplomato al Liceo Classico Siotto Pintor di Cagliari conseguendo la maturità classica. Attualmente sono iscritto al corso di Laurea in Lettere moderne con curriculum storico presso l’Università degli studi di Cagliari, adoperandomi per l’appunto in un indirizzo che predilige la storia, una delle mie passioni, in particolare la storia della Sardegna e la storia contemporanea. Nell’ bimestre Ottobre-Dicembre 2014 ho svolto un Master in TourismQuality Management e attualmente gestisce la propria impresa.

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