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Guerra, battaglie e rivolte nel mondo arabo – Andrea Frediani

Guerra, battaglie e rivolte nel mondo arabo di Andrea Frediani è un saggio di storia del medio oriente edito per la Feltrinelli nel 2011.

Nel primo capitolo Il crollo dell’impero ottomano e il sogno di Lawrance d’Arabia si considera la genesi della frantumazione del medio oriente (di cui viene in quel periodo coniato il nome), momento di dissoluzione di un impero millenario che, secondo l’autore, ha determinato un tracollo a livello geopolitico, etnico e culturale nell’ampia regione dell’ex impero ottomano e nell’intero mondo arabo. In analogia con il crollo degli imperi, specialmente quello romano, l’autore sottolinea il problema della ricongiunzione e rinascita di nuovi apparati sociali (statali ed economici) a seguito del termine di una organizzazione a suo modo capace di gestire un ampio e complesso mondo sociale e burocratico. All’interno di questa cornice, le potenze occidentali, specialmente l’impero inglese, francese e, poi, gli Stati Uniti e l’URSS hanno determinato in modo importante l’evoluzione dello stato di cose nel medio oriente. In questo senso, la figura di Lawrance d’Arabia assume un ruolo paradigmatico di occidentale che ha sostenuto ma indirizzato l’evoluzione storico-politica di un mondo sull’orlo dell’abisso.

Nel secondo capitolo La nascita dello stato di Israele si considerano i problemi successivi alle due guerre mondiali, accresciuti dalla nascita del nuovo stato israeliano all’insegna di movimenti sociali estremamente aggressivi, colonizzazioni forzate e la costituzione di uno stato al cui centro sta l’apparato militare. Lo stato di Israele si colloca sin da subito come ulteriore elemento di destabilizzazione, nonostante abbia fatto da catalizzatore per la costituzione di una regione in cui gli ebrei potessero trovare un loro collocamento stabile.

Nel terzo capitolo La campagna del Sinai viene trattata la prima vera guerra tra Israele e gli stati arabi, culminata nell’occupazione del Sinai da parte delle forze israeliane, la cui unità, determinazione e tecnologia trovano una grande capacità strategica dei vertici per imporsi tra gli apparati militari più efficienti della regione.

Nel quarto capitolo La guerra dei sei giorni viene considerata la seconda guerra arabo-israeliana in cui Israele riuscirà ad avere la meglio su una molteplicità di avversari la cui forza convenzionale sopravanzava la propria in termini numerici. Tuttavia, in condizioni di estrema disunità di forze, intenti e tecnologie, nonché l’incapacità degli strateghi e politici dell’allora coalizione araba determinò una clamorosa disfatta della coalizione araba, rafforzando lo stato di Israele, sempre più “giustificato” ad assumere una veduta aggressiva, neohobbesiana in cui solo con la forza si ottiene l’ordine sufficiente per garantire la pace.

Nel quinto capitolo La guerra del Kippur l’autore considera uno degli eventi centrali della storia del mondo arabo, in cui Israele riesce ancora una volta ad imporsi sugli eserciti arabi, pur dovendo accettare la continua presenza di interessi delle superpotenze (USA e URSS in particolare). Per la prima volta, poi, gli stati arabi utilizzano l’arma del petrolio per ottenere influenze importanti sulle potenze occidentali.

Nel sesto capitolo La guerra in Libano viene riportata la guerra tra Israele e il Libano, culminata nel controllo di Beirut da parte dell’esercito israeliano. Tuttavia, questa è la prima guerra in cui Israele fronteggia un’invasione su un’ampia parte di uno stato in cui si sviluppa ben presto una guerra di popolo. Nata come guerra antiterroristica specialmente contro i gruppi palestinesi, finisce per presto per determinare un escalation decisiva all’interno degli strati della popolazione libanese, nonostante la loro frammentazione. Nella guerra in Libano per la prima volta l’esercito israeliano non avrà il favore del sostegno della popolazione e sarà poi costretto a ritirarsi.

Nel settimo capitolo La guerra Iran-Iraq tratta di una delle guerre meno conosciute, ma tra le più sanguinose, del medio oriente. L’Iran postrivoluzionario, stato musulmano, entra in guerra con il dittatore Saddam Hussein, il cui arsenale militare non era ancora arrivato alla massima espansione ante prima guerra del golfo. Il risultato è un massacro in cui vengono utilizzate tutte le risorse disponibili, in una logica sostanzialmente clausewitziana. La guerra ha termine dopo quasi un decennio in cui si assiste all’assoldamento di bambini-soldato, l’uso di armi chimiche, distruzione dei pozzi petroliferi, affondamento di petroliere nel golfo.

Nell’ottavo capitolo Le guerre afgane dai sovietici agli americani considera la storia delle guerre nell’area medio orientale più vicina all’estremo oriente, punto di congiunzione di una quadruplice direttrice: a nord la Russia o l’URSS, a est la Cina e il Pakistan, a ovest la Persia o l’Iran e a sud le potenze occidentali (ora l’impero britannico, ora l’USA). Il controllo della regione era importante per i Sovietici per garantirsi una maggiore forza a livello politico e strategico, nonché il controllo di risorse petrolifere. Mentre gli Stati Uniti finiscono invischiati in Afganistan per l’eliminazione dei campi di addestramento dei terroristi qaedisti. Entrambe le potenze sembrano non essere in grado di controllare una regione così montagnosa in cui le fazioni in lotta riescono comunque a organizzarsi quel tanto che basta da costituire una minaccia permanente per le forze di occupazione, rendendo continuamente precario la vita delle forze armate.

Nel nono capitolo Le guerre irachene l’autore considera a grandi linee le due guerre del golfo, in particolare rispetto alla seconda non può trarre conclusioni decisive (da un punto di vista storico) in forza del fatto che l’occupazione americana in Iraq non solo non era conclusa, ma non sembrava chiaro quale fosse il possibile dopoguerra. Ancora ad oggi lo stato di cose in Iraq non legittima a tracciare una storia su questo avvenimento la cui cesura storiografica è tutta da discutere.

Nel decimo capitolo Le guerre libiche vengono trattate le guerre nella Libia, a partire dall’avventura coloniale dell’Italia monarchica e poi fascista, per terminare con l’intervento della coalizione anglo-europea in cui anche l’Italia ha fatto la sua parte fornendo aiuti logistici importanti per la coalizione. Ma come per il capitolo precedente, non è chiaro fino a che punto l’autore possa tracciare un quadro esaustivo in una zona in cui non si vede il termine dei conflitti. Infatti, l’autore pubblica il libro prima dell’uccisione di Gheddafi.

Non si tratta certamente di un libro tecnico, analitico, che avrebbe preso ben più pagine di quelle del volume considerato. Tuttavia esso risulta estremamente prezioso proprio per l’adeguata capacità di sintesi e di analisi degli eventi considerati. In particolare, l’autore ricostruisce in modo pertinente le guerre arabo-israeliane e riesce a fornire un’immagine globale dei vari conflitti nella regione, di per sé dominata da estrema frantumazione, disunità, disorganicità con una congerie di interessi la cui definizione eccede le possibilità di una sintesi. Il lettore, dunque, riesce alla fine a entrare all’interno di una cornice grazie alla quale potrà muoversi poi autonomamente. Il che, ci pare, una delle principali virtù di simili lavori non tecnici ma non per questo da sottovalutare.


Andrea Frediani

Guerre, battaglie e rivolte nel mondo arabo

Feltrinelli

Pagine: 244.

Euro: 6,90.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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