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Come nasce un impero Condizioni necessarie per un evento non necessario

Abstract

Un impero non nasce nel vuoto o dal vuoto, ma richiede la presenza di più cause concomitanti. La nostra disamina cerca di rintracciare delle condizioni generali senza le quali un impero non potrebbe esistere. Tuttavia, come ogni fatto storico, un impero non è un avvenimento necessario, ma contingente, per cui è possibile solo fornire una disamina generale delle condizioni generali senza scendere nel dettaglio della ricostruzione storica.


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La nascita di un impero è un fatto relativamente raro nella storia e, a parte un breve periodo (XIX-1918), la concentrazione di imperi coevi è ancora più rara. Ancora più raro è che più imperi si confrontino direttamente l’uno con l’altro. Un impero è un’organizzazione estremamente complessa, che ingloba più strutture burocratiche, più etnie e più nazionalità. Per questa ragione la formazione di un simile apparato organizzativo è assai complessa, perché richiede un insieme di condizioni ognuna delle quali risulta di bassa probabilità, data la natura composita delle cause.

Le condizioni necessarie, ma probabilmente non sufficienti, per la nascita di un impero non sono molte, almeno quelle che abbiamo rintracciato all’interno della letteratura storica. Esse, tuttavia, sono imprescindibili e per tale ragione vale la pena di esaminarle nello specifico per comprendere, almeno in modo parziale, la natura delle cause necessarie per cui un impero può venire ad essere. Sia chiaro sin da subito che esse non sono sufficienti e non sono quelle che consentono ad un impero di durare. Ciò che determina la nascita di qualcosa è assai raramente la causa della longevità dell’evento.

Le condizioni non sono propriamente delle cause, perché sono genericamente delle categorie di cause. Per tale ragione, esse sono semplicemente delle proposizioni condizionali la cui verità può essere garantita da una congerie di fatti estremamente diversi. Per tanto, noi non entreremo in una disamina propriamente storica ma contempleremo i fatti della storia dall’alto di una analisi metastorica e condizionale, la cui utilità consiste nel rintracciare l’unità nel molteplice per poter apprezzare la medesima dinamica di fondo, almeno a grandi linee.

Forniamo ora un insieme discreto di condizioni non elencate con un ordine di preminenza:

Un impero nasce a condizione che

  1. Ci sia una generale attitudine al combattimento da parte dei membri del gruppo di individui del nucleo di base della futura organizzazione.
  2. I quadri dirigenti e la periferia condividono una buona capacità di intelligence nei confronti delle aree di interesse immediato e futuro.
  3. I singoli individui godono di ampio margine di manovra nella periferia.
  4. E’ necessario un ampio margine temporale.
  5. Gli individui devono condividere uno scopo condiviso.

Vediamo le condizioni una per una e cerchiamo di capire se sono negoziabili. L’attitudine di un popolo al combattimento è una condizione indispensabile per la nascita di un impero, anche di natura non militare. Infatti, si usa distinguere gli imperi in commerciali e militari ma non si distinguono imperi propriamente pacifici, se non nei confronti della civiltà materiale interna. L’impero romano e l’impero inglese forse si distinguono sulla base del fatto che il primo era incentrato sullo sviluppo e sul mantenimento di un esercito permanente. Senza dubbio, però, entrambi avevano una popolazione la cui attitudine al combattimento era alta.

Con “attitudine al combattimento” si intendono più proprietà distinte: (1) il popolo accetta il combattimento come sistema idoneo per raggiungere i propri scopi, quali che siano; (2) il popolo e i quadri dirigenti riconoscono nelle attività di combattimento (e nella guerra) un fatto di prestigio. E’ chiaro che (1) e (2) non sono logicamente correlate, laddove è possibile riconoscere il combattimento come un mezzo talvolta idoneo per certi scopi, ma senza che in esso si veda o si riconosca prestigio alcuno. Viceversa, può anche darsi il caso in cui una società riconosca il combattimento come un’attività di prestigio, ma non riconosca ciò che un mezzo idoneo per raggiungere certi scopi. L’esempio dei duelli nel XVIII è chiaro: esso era un fatto di prestigio ed era un modo per raggiungere certi scopi, ma da un certo momento in poi ha cessato di essere idoneo (visto che furono vietati). In altre situazioni priva avviene la perdita di prestigio e solo successivamente si abbandona la pratica.

Per (1) e (2) l’attitudine di combattimento è una condizione che include sia una valutazione sociale (il combattimento non è sempre indesiderabile) sia una funzione di autovalutazione (il combattimento è un’attività di prestigio per chi la fa). Un impero non si costruisce esclusivamente sulla forza delle armi ma si istituisce sulla legittimità riconosciuta della capacità di far valere i propri interessi sulla base dell’attività di combattimento, anche quando non prenda la forma di una guerra su vasta o piccola scala.

Non esistono casi di imperi commerciali che non abbiano avuto un’alta capacità di concentrare le loro forze per vincere la resistenza di popoli esterni inclusi nelle aree di interesse imperiale. Il motivo è semplice: senza l’uso della forza non è sempre possibile costringere gli altri ad adottare la burocrazia e gli interessi di una certa compagine sociale. In altre parole, il nostro è uno di quei mondi possibili che non esclude il caso di guerre utili, dal punto di vista non morale. In altre parole, ci sono casi in cui non è possibile raggiungere un certo scopo senza combattere.

Inoltre, le popolazioni o gli stati che subiscono l’iniziativa imperiale (sia sottoforma di emigrazioni di massa che di invasioni o di entrambe) non hanno la possibilità di mantenere invariata la propria organizzazione senza l’uso esplicito della forza. Infatti, se uno stato a vede entrare migliaia di individui di uno stato b, egli non può non costringere gli immigranti a rispettare le sue proprie leggi. La sovranità di uno stato si esercita nel peggiore dei casi con la forza, sicché talvolta lo stato a dovrà usare la forza. Se lo stato b intende tentare di inglobare lo stato a, allora sfrutterà le condizioni dei propri emigranti per compiere ingerenze sulla politica interna dello stato a. A maggior ragione ciò accadrà nel caso in cui lo stato b decida di intervenire direttamente sullo stato a con mezzi militari.

La seconda condizione riguarda la capacità dell’amministrazione imperiale o neoimperiale di disporre di un’ampia rete di intelligence. L’impero britannico fondava molto del suo potere indiretto sulla capacità di reperire informazioni affidabili sulle sue aree di influenza e sui suoi potenziali nemici. Allo stesso modo l’impero romano disponeva di conoscenze sui suoi principali nemici (germani, parti, celti…) le quali erano a disposizione sia dei generali che della classe dirigente. Sia ben chiaro che l’intelligence imperiale risulta tanto più efficiente quanto più è capillare e radicata alle fondamenta della società. Questo perché, come vedremo con la condizione (3), la nascita di un impero sfrutta ampiamente l’intraprendenza degli individui posti nella periferia imperiale. La condizione (3) è di primaria importanza, per quanto se ne sottovaluti assai spesso la portata.

L’intelligence, dunque, deve essere a disposizione dei governanti e delle elite per massimizzare la portata del comando e controllo. Ma deve essere ampiamente fruibile dai singoli perché le azioni dei singoli individui disposti a rischiare la vita per espandere il proprio prestigio e le proprie ricchezze diventano assai più efficaci, qualora siano guidate da conoscenze precise della tipologia, natura e qualità del territorio che si desidera controllare. La capacità dell’intelligence in termini di qualità dell’informazione e di sicurezza di condivisione consente di amplificare l’iniziativa individuale e l’efficienza del sistema politico.

La libertà e capacità di azione dei singoli individui di operare liberamente ai danni delle popolazioni o nazioni limitrofe ad un impero è decisiva. Ogni struttura burocratica rigida ha il problema del ricambio della classe dirigente. La forma di governo può variare, ma le elite di potere tendono ad imporre un modello sociale e comportamentale che tende ad escludere gli outsider, ciò per delle ragioni naturali: (1) gli uomini tendono a massimizzare il proprio interesse personale rispetto al benessere complessivo della società, quindi sono minimizzatori del rischio e, quindi, temono coloro che possono sostituirli nella conduzione degli affari di governo. Dato il fatto che gli uomini sono più avversi al rischio di quanto ne siano amanti (l’economia comportamentale ha portato prove inoppugnabili per questo fatto), specialmente quando è aperta la possibilità che il caso peggiore li escluda o li elimini dalla scena politica, essi tendono ad essere conservativi e limitare la possibilità di scalata sociale di persone che non siano altrettanto conservative o loro affini. In linea di massima si tende a rischiare solo a condizione di cedere ciò che si ritiene in eccesso e, quindi, se tolto non causa danni o non sarebbero comunque percepiti come tali.

(2) E’ ben difficile che gli interessi dell’elite siano condivisi da quelli che vorrebbero farne parte, per la semplice ragione che si cerca di amministrare le propria posizione di vantaggio senza creare le condizioni generali che potrebbero per turbare la situazione.

(3) I sistemi di comunicazione tra l’elite di potere e le basi sono rese difficoltose dalla reciproca diffidenza dovuta alla distanza sia nella forza (e quindi capacità di negoziare) che nella modalità di relazione. Lo stesso modo di vita dell’elite è differente rispetto a chi fa parte della base, in quanto questo stesso fattore di consumo e di estetica costituisce un ostacolo al riconoscimento della legittimità reciproca. Non è un caso, allora, che le elite tendano ad accettare più facilmente coloro che dimostrano di seguire il loro stile di vita (si pensi alle manovre di etichetta di Luigi XIV per vincolare la nobiltà francese ai suoi voleri).

Data la dimensione di una compagine imperiale, anche quando essa sia al principio, la burocrazia è inevitabile. Tutti gli imperi sono stati e sono imperi burocratici. Basti considerare l’esempio dell’impero romano come modello: essi sono stati i più grandi legislatori dell’epoca antica e non perdevano l’occasione per produrre nuove leggi alla bisogna. Il caso di impero burocratico più clamoroso, però, fu quello spagnolo del XVI-XIX in cui la burocrazia era talmente capillare che si creò velocemente un collo di bottiglia informativa che determinava un rallentamento progressivo della capacità dell’imperatore di prendere decisioni per tempo (il caso di Filippo II è solo il più celebre).

Statisticamente è giustificato credere che la maggioranza degli individui parte di un’organizzazione quale che sia cerchi di migliorare la propria posizione in forza del fatto che è più facile accettare le valutazioni imposte dall’educazione e dalla cultura del gruppo di cui fa parte, piuttosto che rigettarle. Infatti, per rigettare una credenza normativa di natura sociale (esprimibile mediante un ordine o una norma di valutazione) è richiesta una certa attitudine individuale alla riflessione, alla disamina critica (anche quando non sia razionale) e alla difesa delle proprie opinioni. Entrambe le capacità sono raramente accessibili ad individui poco istruiti, anche quando questi intuiscano che c’è qualcosa che non va nel loro sistema di vita. Non è un caso, infatti, che sono stati gli strati più istruiti a fornire la critica dei valori condivisi delle società: le principali rivoluzioni della storia (rivoluzione inglese, americana, francese e russa) sono state figlie di una riflessione prolungata degli intellettuali ed è proprio in forza del loro alto valore ideologico che esse sono diventate i modelli per altre rivoluzioni (si pensi al penso dei valori rivendicati durante la rivoluzione americana, francese e russa e del loro peso nel corso della storia successiva). Per tale ragione ne possiamo concludere che gli esseri umani tendono ad uniformarsi ai valori di una società piuttosto che rifiutarli, almeno fino a quando non si crea un seguito numeroso alternativo che offra una nuova credenza condivisa tale da sconfiggere quella precedente. Per tanto, dato il fatto che la società fornisce credenze normative sull’onore e sul prestigio, esisterà sempre un insieme di individui disposti a grandi sacrifici pur di migliorare la propria posizione sulla base dei valori generali condivisi dalla società.

Gli individui di questa tipologia sono tipicamente quelli che hanno abbastanza acume, fiducia e mezzi per potersi accollare il rischio di un eventuale fallimento. Oppure sono persone di grande intelligenza o iniziativa o ambizione ma privi di grandi possedimenti, sicché non hanno nulla da perdere. Simili persone si rendono presto conto che la società interna è bloccata da ragioni burocratiche, di prestigio o di etichetta. Il denaro fornisce i mezzi per aggirare il prestigio o pagarsi le etichette, o costituisce esso stesso un’etichetta di valutazione. Per tanto il denaro non va considerato di per sé il marchio del potere, ma il suo sintomo o il suo prerequisito.

Dato il fatto che non si viene ad esistere in un mondo vuoto, ma in un mondo sufficientemente pieno da avere più difficoltà a trovare alleanze che nemici, dato il fatto che la scalata al potere è assai complessa e non garantita in modo diretto: esso richiede tempo, risorse umane, capacità sociali, saper scendere a compromessi, capire il momento giusto per agire, sapersi costruire il giusto profilo sociale – cursus honorum – e tempo. Specialmente per chi non dispone né di un prestigio né del denaro per pagarselo, all’interno di un impero è sempre possibile la strada della frontiera.

Tutti gli imperi, specialmente alla loro nascita, hanno ampi confini in cui le leggi sono meno rigide, in cui i controlli sono più difficoltosi e non sono neppure incoraggiati. Non vale la pena di effettuare controlli ai margini del limes perché costa e perché è più svantaggioso. Così, ai margini dell’impero c’è molto margine per l’iniziativa degli uomini ambiziosi o dotati di varie virtù e decisi ad attuare tutti i mezzi necessari per istituire il proprio potere. I casi di questo genere non si contano: Mario diventò potente proprio quando vinse la guerra contro Giugurta, il cui esito politico fu principalmente la scalata sociale dello stesso Mario (come ci racconta acutamente Sallustio); l’impero spagnolo nacque grazie all’intraprendenza di persone come Cristoforo Colombo, Hernan Cortéz e Francisco Pizzarro, avventurieri ben noti che ridussero i popoli dell’America sotto la bandiera spagnola; ampio margine di manovra contro le popolazioni indiane furono possibili ai coloni inglesi, come pure in India e nelle altre zone africane; è ben noto come gli imperi cinesi si siano formati varie volte dopo che la periferia (una certa parte) riuscì a prendere il potere al centro (l’impero manciù o la lunga marcia di Mao sono degli esempi chiari). Il caso cinese è forse il più evidente, ma tutt’altro che eccezionale.

La periferia di un impero consente tutto ciò che il centro non rende disponibile. Questo perché l’impero in evoluzione è un mondo profondamente aperto, in cui la scalata sociale è resa ancora possibile proprio perché le regioni di confine consentono ampliamenti tali che la politica delle elite chiusa dovrà poi ratificare ufficialmente. E a quel punto deve concedere riconoscimenti anche agli uomini che hanno condotto l’espansione oppure si accollano il rischio di un loro ritorno in armi. Molto acutamente Robert Kaplan osservava in una sua conferenza (USAWC Strategy Conference 2014) che l’impero segue l’espansione dei legami e dei commerci, e quindi costruisce i suoi interessi dietro a quelli degli individui che si spostano dal centro alla periferia dell’impero. Kaplan, però, manca di riconoscere il valore e le possibilità dell’iniziativa individuale rispetto al centro chiuso: è proprio la sinergia tra la chiusura e l’apertura che consente sforzi e sacrifici a migliaia di individui che vogliono lottare per la propria posizione con la scusa di fare la potenza dell’impero. Ma è proprio questa santa alleanza tra l’intraprendenza degli interessi individuali e quelli dell’impero a costituire una delle spinte decisive per la generazione di un grande impero.

Che questa condizione sia indispensabile è mostrata anche dal fatto che gli imperi incominciano a scricchiolare proprio quando questo meccanismo si inceppa. Quando l’impero romano raggiunge i confini naturali (la grande foresta in Germania, i monti in medio oriente e il deserto in africa, l’atlantico a ovest) non è più in grado di garantire la scalata sociale ad outsider e se le guerre civili non sono mai una necessità, è però evidente che diventano sempre più frequenti quando il malcontento è diffuso, specialmente tra coloro che vogliono la scalata sociale: essi rivolgono i loro sforzi e i loro interessi verso il centro di potere.

Il problema principale è che il meccanismo di scalata sociale imperiale è assai spesso il risultato di un’attività non pianificata. Sicché quando esso si interrompe non è possibile porvi rimedio. Anzi, esso nasce proprio perché c’è la chiusura delle elite e quindi gli outsider ambiziosi devono cercare alternative, altre strade possibili. Siccome l’elite di governo tende a mantenere i propri standard, i propri modelli in modo identico, anche perché chi entra all’interno è già integrato nel sistema di governo; siccome, dunque, l’elite rimane comunque chiusa, essa costituisce un muro la cui sconfitta è segnata dal suo stesso abbattimento: quella forza esogena che spingeva all’aumento del potere imperiale si rivolge dentro l’impero. Ma non sono più gli individui ambiziosi e acuti, i principali outsider diventano quei membri ai margini dell’elite al potere che hanno mezzi e forze sufficienti per sconfiggere il controllo interno.

La quinta condizione per l’esistenza di un impero è l’ampio margine temporale. Nessun impero si genera nel giro di un lampo. Esso può diventare visibile nel giro di pochi anni, ma le condizioni della sua esistenza dipendono intrinsecamente dall’accumulo di potere militare, di un’organizzazione burocratica che possa seguire le conquiste e avere una popolazione abbastanza compatta per non avere grandi rivolgimenti interni, almeno rispetto alla politica estera: i tumulti interni sono endemici in ampie strutture imperiali, proprio quanto detto sopra, essi però risultano relativamente innocui alla vita dell’impero a condizione che essi non degenerino in forme di separatismo. Questo accade quando la popolazione dell’impero, anche quella insoddisfatta, riconosca un alto valore all’impero stesso: l’impero romano è un esempio sufficiente, laddove esso non si dissolse dall’interno o comunque non venne meno durante le ripetute guerre civili o nelle fasi di conquista del principato.

Tutte queste condizioni richiedono tempo perché la formazione di un apparato militare efficiente passa attraverso il suo addestramento e il suo impiego in campagna. Tanto più ciò vale per la formazione di una organizzazione compatta e burocraticamente stratificata. Ancora maggiore è il tempo richiesto per la formazione di una coscienza comune che riconosca nell’impero il massimo risultato della civiltà.

In fine, l’ultima condizione consiste nel disporre di una popolazione che condivida a grandi linee il progetto imperiale. Questo perché non è possibile a nessuna organizzazione burocratica e stratificata una mobilitazione di massa per far fronte a problemi concreti senza che la popolazione stessa riconosca il senso della richiesta del sacrificio. Il prestigio della popolazione deve specchiarsi nell’amore per l’impero. Quando la popolazione di un impero raggiunge una certa maturità e riconosce il valore della sua organizzazione, essa accetta di considerare la potenza dell’impero come un bene inalienabile. Da un lato negativo, l’educazione impone da sempre l’accettazione di norme sociali favorevoli alla società (se così non fosse, le organizzazioni umane si dissolverebbero); da un lato positivo, gli individui sanno che è conveniente che il gruppo sociale di cui fanno parte diventi più ricco, che li difenda dalle aggressioni. Ma soprattutto l’impero vincitore diventa un valore intrinseco in quanto simbolo del proprio gruppo e del proprio stile di vita. E’ per questo che è sempre stato difficile trovare un indigente che non vorrebbe essere al posto del politico, non per cambiare il mondo, ma per avere i suoi stessi vantaggi.

Le cinque condizioni sono tutte indispensabili, anche se non sono necessarie. La loro disamina mostra come non possano essere negoziabili. Perché nella storia si può parlare sensatamente solo al passato, tanto più che gli imperi sono organizzazioni di vaste dimensioni e complesse che non consentono uno studio che non sia anche di dettaglio. Tuttavia, ci sembra che almeno le condizioni considerate siano sufficientemente rilevanti da essere assunte come condizioni generali per la nascita e sviluppo di una compagine imperiale.


Bibliografia ragionata e schematizzata

Bayly C., (2006), La nascita del mondo moderno, Mondadori, Milano.

[Lavoro di grandissima qualità in cui lo storico inglese considera la storia del mondo moderno (dal 1780 al 1914), in particolare la storia della civiltà, del colonialismo e l’evoluzione della tecnica].

Brendon P., (2008), The Decline and Fall of British Empire, Random House, New York.

[Opera che considera il declino dell’impero inglese, fatto iniziare dalla guerra di indipendenza americana e terminato con la restituzione di Hong Kong al governo cinese. Particolarmente importante, rispetto alla nostra analisi, la descrizione dell’impero britannico in India e di come l’iniziativa individuale fosse continuamente affiancata all’attività politica. Stesse considerazioni per la colonizzazione dell’Oceania].

Cullen M.C., (2003), A History of Japan: 1582-1942, Cambridge University Press, Cambridge.

[Storia del Giappone dal 1582 al 1942. L’autore si concentra soprattutto sullo sviluppo del tessuto socio-economico e propriamente economico. Si tratta di una introduzione abbastanza di dettaglio alla storia del Giappone nel periodo successivo agli stati combattenti. L’ultimo capitolo considera l’ascesa e caduta dell’impero nipponico].

Elliot J., (2006), Imperi dell’Atlantico, Mondadori, Milano.

[Descrizione sistematica e comparativa dell’impero spagnolo e dell’impero britannico nelle americhe. Risulta un’opera molto di dettaglio, per un lettore non interessato alle dinamiche endogene dei due imperi, ma proprio perché offre un’immagine comparativa dei due imperi, risulta prezioso per comprendere le dinamiche imperiali di due organizzazioni assai diverse].

Foucault M., (1975), Sorvegliare e punire: la nascita della prigione, Einaudi, Torino.

[Un classico della riflessione sul potere e sui mezzi dello sfruttamento della conoscenza da parte della classe dirigente].

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[Disamina generale del ruolo della guerra e delle sue sfumature all’interno del mondo antico. Particolarmente interessante la parte dedicata al mondo romano].

Gibbon E., (1781-1789), Decadenza e caduta dell’impero romano, Mondadori, Milano.

[Classico della storia della decadenza dell’impero romano, che termina con la caduta di Bisanzio contro i turchi. Si tratta di un’opera monumentale in tre volumi].

Gilbert M., (1994), La grande storia della prima guerra mondiale, Mondadori, Milano.

[Storia del conflitto mondiale che considera in modo molto dettagliato la vita sul campo e i problemi vissuti dai soldati. Non interessante da un punto di vista propriamente militare e del warfare, risulta un libro interessante per lo studio delle dinamiche politico-sociali].

Harper J., (2011), La guerra fredda, Il mulino, Bologna.

[Storia della guerra fredda, confronto tra USA e URSS, con il crollo dell’impero sovietico. Particolarmente illuminante rispetto al problema delle relazioni internazionali, di cui l’autore è esperto].

Keegan J., (1993), A History of warfare, Vintage, London.

[Storia del mondo dal punto di vista del warfare, essa risulta particolarmente importante per chi voglia comprendere lo spazio della guerra all’interno dei sistemi sociali, inclusi gli imperi].

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[Dove si dimostra che il futuro storico è aperto e non può essere previsto in tutti i dettagli].

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[Storia della guerra tra l’impero romano d’oriente e i goti]

Sallustio, La congiura di Catilina, Mondadori, Milano.

[Classico della storia su una delle figure che ha tentato di entrare nell’elite di governo mediante una rivoluzione al potere].

Sallustio, La guerra di Giugurta, Rizzoli, Milano, 1973.

[Classico della storia assai spesso sottovalutato perché di un evento bellico apparentemente marginale. Esso considera l’ascesa al potere di Mario come conclusione della guerra in Africa].

Schmidt-Glintzer H., (1997), Storia della Cina, Mondadori, Milano.

[Libro che tratta della configurazione attuale della Cina, in particolare rispetto alle problematiche dell’unità cinese rispetto alle province].

Tacito, Germania, Mondadori, Milano, 1991.

[Studio etnologico-politico sugli antichi germani].

Tacito, Storie, Garzanti, Milano, 1991.

[Capolavoro dello storico romano, di cui ci è rimasta la parte della scalata al potere da Galba a Vespasiano]

Schmidt-Glintzer H., (1997), Storia della Cina, Mondadori, Milano.

[Libro che tratta della configurazione attuale della Cina, in particolare rispetto alle problematiche dell’unità cinese rispetto alle province].

Vari, (2010), La Cina. L’età imperiale dai tre regni ai Qing, Mondadori, Milano

[Libro monumentale sulla storia della cina imperiale, dai regni combattenti fino all’impero Qing. Un libro consigliato a chi voglia conoscere approfonditamente la storia della Cina fino alle guerre dell’oppio]

Zubock (2007), A failed Empire: The soviet Union in the Cold War from Stalin to Gorbachev, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 2007.

[Storia dell’URSS durante la guerra fredda. Si tratta di un libro estremamente critico nei confronti del sistema sovietico, la cui disamina si concentra sia sul versante politico che su quello economico].


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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