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Mind Wars. Moreno J. D.

MindMind Wars Brain Science and the Military in the 21th Century è un saggio di Jonathan D. Moreno, professore di etica all’Università della Pennsylvania ed editore capo della testata Science Progress. Egli è stato membro dello staff di tre commissioni del consiglio presidenziale ed ha partecipato a diverse riunioni del Pentagono. Il volume si propone di fornire una panoramica generale dello stato dell’arte delle neuroscienze finanziate o applicate alle attività militari. Il volume è reperibile solo in inglese e si può acquistare via Amazon. Sia detto per inciso che un simile lavoro dovrebbe venire pubblicato in lingua italiana perché riguarda l’interesse generale della comunità, laddove si toccano temi caldi per la sicurezza e per la scienza.

Il libro è assai denso e l’indice per capitoli illustra bene i contenuti del lavoro: 1. DARPA in Your Mind, 2. Of Machines and Men, 3. Mind Games, 4. How to Think about the Brain, 5. Brain Reading, 6. Building better Soldiers, 7. Enter the Nonlethals, 8. Toward Ethics of Neurosecurity. Senza entrare nello specifico dei singoli capitoli, è sufficiente riportare le varie tematiche investigate da Moreno. Sia detto e specificato che non si tratta di un lavoro analitico o per tecnici, al contrario è un’opera piuttosto divulgativa che non richiede particolari conoscenze né di etica, né di metaetica e tanto meno di neuroscienze o di warfare. E’ evidente, però, che se non ci si interessa di nessuno di questi campi il libro può risultare analogo ad un libro di fantascienza piuttosto che di etica o scienza.

In generale, Moreno intende mostrare l’impatto e la dimensione delle molteplici connessioni tra la neuroscienza (e non genericamente la scienza cognitiva) e il ministero della difesa americano. Sia detto chiaramente che il ministero della difesa USA non è certo l’unico caso nel pianeta di investitore nella ricerca negli studi scientifici, in particolare psicologici. Moreno riporta i casi della Germania nazista e dell’URSS e, più recentemente, della Cina. Egli, comunque, è interessato quasi esclusivamente alle attività USA sia perché egli stesso è americano, sia perché evidentemente la tecnologia americana nel campo della ricerca neuroscientifica e di intelligenza artificiale è indubbiamente la più avanzata.

Con il crollo dell’URSS, altro superstato che aveva investito cospicue risorse in progetti di psicologia applicata alla guerra e il cui scarso rispetto per i diritti umani consentiva margini di manovra perlomeno ampi, rimane quasi solamente la potenza americana a poter disporre di risorse economiche, tecnologiche e militari per poter coniugare insieme tutti questi interessi. Tanto più che il crollo delle torri gemelle ha consentito alle insicurezze americane di generare dei risultati al limite del delirio, laddove si considerano sostanzialmente i terroristi come malati mentali (basti considerare appunto il lavoro di Moreno e di come il terrorista sia al limite di uno squilibrato): un pericolo, a mio avviso, che va oltre la solita dimostrazione di come la scienza si faccia guidare spesso dalla politica. Esso un pericolo tanto maggiore perché ancora una volta costruire simili categorie umane riesce solamente ad oscurare le vere cause e quindi le giuste soluzioni. Inoltre, gli USA hanno anche agenzie come il DARPA che investe soldi in ricerca per promuovere tecnologie e conoscenze dal “doppio uso” (dual use).

Moreno considera i progressi delle neuroscienze, sia in ambito teorico che in ambito applicativo. Ad esempio, le ricerche di neuroscienze applicate alle attività militari dovrebbero mirare a migliorare le performance dei soldati, sia attraverso la stimolazione cerebrale, sia mediante il monitoraggio per neuroimaging delle loro funzioni cognitive, piuttosto che lo studio per produrre farmaci in grado di eliminare la fame o il bisogno di riposo e, al più, della deprivazione del sonno. Moreno rimarca il fatto che molte di queste ricerche rimangono sotto scacco di fronte ai problemi di testare le nuove tecnologie o poter compiere maggiori studi perché non sono eticamente sostenibili nell’eventuale sperimentazione ad esseri umani: questo ostacolo in simili contesti è particolarmente spinoso perché gli esperimenti vanno costruiti in laboratorio e, a differenza dei casi di monitoraggio di persone esposte casualmente a fallout nucleari, vanno ideati e monitorati intenzionalmente fin dal principio. Nonostante che le condizioni di diritto dei soldati americani siano talmente rilassate da consentire molti studi altrimenti impensabili (almeno a quanto sostiene più volte Moreno).

Altre ricerche interessanti verrebbero condotte per sviluppare tecnologie intelligenti. La costruzione di robot o di protesi è un altro piano di investimento cospicuo da parte del DARPA e di altre agenzie americane. Naturalmente, a seconda della natura della protesi, si ritorna a considerare problemi relativi all’etica e all’etica applicata agli studi scientifici. In questo quadro si situano gli studi che cercano di trovare sistemi per potenziare le capacità cognitive dei soggetti umani, siano essi militari che non. L’idea non è quella di creare un nuovo individuo totalmente artificiale (si suppone ormai che un essere con milioni di anni di evoluzione alle spalle sia sufficientemente efficiente e abbia, soprattutto, delle capacità cognitive intuitive che in molte circostanze risultano addirittura vitali). L’obiettivo è quello di aumentare selettivamente delle capacità cognitive che siano utili per risolvere problemi reali. Questo può essere fatto sia mediante nuove tecnologie sia mediante lo sviluppo di farmaci. Va da sé che i maggiori problemi si pongono proprio per il doppio uso che queste tecnologie consentono: gli uomini d’affari o gli studenti potrebbero voler disporre di simili strumenti e si sa che una volta inventati è difficile mantenere troppo a lungo un severo controllo su simili tecnologie.

Altro settore di ricerca e sviluppo rilevante è senz’altro la tecnologia delle armi non letali, che possono diminuire il carico di morte e distruzione, oltre a consentire delle indubbie novità per le mani e le menti dei capi militari. Tuttavia alcune di queste tecnologie non sembrano essere legittime per le convenzioni internazionali, mentre altre rischiano di essere dannose nell’applicazione eventuale in contesti non militari.

In fine, Moreno considera i problemi etici correlati di volta in volta, ma in particolare si concentra su di essi nell’ultimo capitolo. Che stranamente risulta anche il meno interessante del lavoro, giacché l’analisi filosofica di Moreno (che non si sostiene pacifista) risulta perlomeno poco argomentata se non proprio male argomentata, laddove un argomento con meno passi dei minimi sufficienti è anche un cattivo argomento, salvo il caso in cui tale argomento sia un’abbreviazione di uno più lungo, fatto che non avviene in questo caso. Cosa che potrebbe stupire dato il campo di studi e lavoro di Moreno.

Sia detto chiaramente: il libro mette in luce le croci e le delizie della neuroscienza. Le delizie sono quasi triviali, ma vale la pena di ricordarcele: essa consente uno studio particolareggiato del cervello (o meglio dei cervelli visto che si suppone che il cervello di una cavia da laboratorio – nelle varie modulazioni di topi, primati o delfini… – sia in qualche modo analogo a quello di un uomo), essa costruisce nuove tecnologie e spinge verso strumenti sempre più sofisticati che nel migliore dei casi consentono di allungare la nostra qualità della vita sotto casi di traumi cranici o altre problematiche connesse al rapporto mente/cervello. E le delizie non finiscono qui!

Infatti, la neuroscienza ci consente di portare finanziamenti da più parti utili per la migliore ricerca scientifica, nella misura in cui dalle industrie al ministero della difesa sono interessati a sapere cosa ci passa per la mente: dalla pubblicità di un rossetto alla propaganda politica passa talmente poco che alla fine dei conti la differenza ci serve solo perché vogliamo legittimità diverse. E l’industria, la pubblicità e la propaganda sono tipicamente tre floridi campi in cui si può sperperare denaro senza timore, visto che anche se non danno frutti, comunque si ritiene che si sia fatto il giusto investimento: essi sono orti sempre verdi in cui si può gettare denaro a fondo perduto perché nessuno di quelli che immette denaro crede che non possa forse valerne la pena.

Le croci, comunque, non sono certamente poche. Innanzi tutto, il valore di certe ricerche è assai discutibile nella misura in cui non si fornisce neppure una minima chiarificazione concettuale di cosa si voglia ottenere. Tipicamente, in questo ambito spesso si dimentica di chiarire e chiarirsi quali sono i propri obiettivi nel senso di cosa stiamo andando ad indagare: non sempre, ma spesso, visto che l’urgenza di produrre paper su riviste per ottenere finanziamenti conduce ad un inevitabile proliferazione di carta che determina a sua volta un collo di bottiglia sempre più stretto per la selezione di lavori ben ponderati. Il risultato è che quando Moreno parla di “futurologiche” macchine della verità non chiarisce che cosa queste macchine dovrebbero dirci: la “verità” non è uguale alla sincerità. E la sincerità non uguale a conoscenza. Né conoscenza è uguale a verità. E così via. E infatti quando Moreno illustra i risultati delle ricerche nell’ambito della elaborazione di simili macchine il risultato è mediocre e non si capisce neppure la natura dell’oggetto dell’interesse di chi svolge gli interrogatori: il che è particolarmente problematico laddove non disponiamo di una tecnologia che ci mostri le immagini o le frasi che un soggetto cognitivo sta letteralmente pensando (ammesso che sia così chiaro avere in mente cosa significa pensare…). E in fine sia detta un’altra cosa: che la verità, qualunque cosa sia la verità, non è neppure l’unico interesse di chi vuole estorcere informazioni con la violenza. Infatti, la violenza è essa stessa parte integrante dell’interesse di chi la applica: la si vuole utilizzare proprio perché rientra in un altro interesse convergente, che è quello della deterrenza. In 1984 il protagonista non viene torturato per altro che per piegarne la volontà. Perciò non ci si deve prendere troppo sul serio quando si parla di simili sistemi perché, se vogliamo andare a parlare delle cose come stanno (come ci si aspetta in un libro simile e da parte di un professore di etica) bisognerebbe entrare nel dettaglio e spiegare perché i sistemi violenti sono ancora una delle grandi tragedie (mai ben comprese) del sistema di reperimento di informazioni.

L’esempio sulla verità è solo uno dei casi di trattamento insoddisfacente di ciò che è l’oggetto stesso della ricerca. L’ambiguità completa del termine non può non mostrare il fatto che dentro la ricerca scientifica di questo genere si finisce per vedere qualsiasi cosa, così che una ricerca di neuroimmagine finisce per dire ciò che vogliamo farle dire.

Oltre al fatto che le neuroscienza finisce per dire spesso tutto e l’incontrario di tutto, specialmente quando vuole fingere che avere una nozione chiara delle cose che si vanno cercando da qualche parte sia un fatto irrilevante, altra sua croce consiste nel fatto che molto spesso i risultati conseguiti sono pochi, almeno rispetto alle promesse. Pochi e mediocri rispetto alla qualità delle cose che si volevano trovare.

Sia detto chiaramente che non si nega né l’importanza della neuroscienza né di molti suoi risultati, ma del fatto che bisogna cercare di scindere la dimensione propriamente scientifica da quella di una mediocre attività a beneficio di interessi costituiti. Perciò, appunto, non voglio essere frainteso: queste non sono critiche alla validità della neuroscienza come indagine scientifica, quanto del suo uso strumentale che talvolta se ne fa. Quindi qualsiasi eventuale attacco personale su questo punto andrà rigettato al mittente: io ho fatto parte per un breve periodo di un corso di specialistica in neuroscienze cognitive, sicché non si può realmente credere che sia contrario a riconoscere alla neuroscienza quell’indubbio valore che essa possiede.

Ma il punto principale di tutto il discorso si può tracciare con poco. Rimane un dato evidente: la guerra e il warfare sono attività politiche e si vincono solo nella misura in cui si ottengono risultati politici. Le neuroscienze possono fornire nuovi mezzi, ma siamo sempre lì a girare attorno a trovare la pietra filosofale che i B52 hanno dimostrato non esistere. Prima erano i proiettili e la balistica, poi le molecole e la chimica, poi gli i motori a reazione e gli ingegneri, in fine gli atomi e i fisici teorici e sperimentali. Per ogni era storica dell’evo moderno c’è stata la nuova fantascienza strumentale di turno che ci diceva di avere le soluzioni a portata di mano. Prima l’uomo era un manichino, poi una macchina idraulica, quindi un’entità elettrica, poi tutte e tre le cose assieme, quindi è diventato un comportamento evidente di una black box inscrutabile. E intanto il nostro Frankenstein non sembra arrivare neppure da quegli imbarazzanti manichini che fanno finta di giocare a calcio (si guardino i video su youtube in proposito). Ma il punto è che anche quando arriverà il nostro amico artificiale ci staremo ancora chiedendo perché non servono a vincere le guerre e i nostri obiettivi di vita.

Perché gli obiettivi della vita e della politica sono tali che la tecnologia non serve o non serve abbastanza. E non ho visto ancora ragioni per credere che la nuova superscienza e il DARPA avranno mai la fantomatica panacea e che naturalmente può trasformarsi in apocalisse all’occorrenza. Ma l’apocalisse potrebbe essere la panacea una parte di umanità: a quel punto tutto si risolve nell’esser già parte della parte giusta. Il Vietnam era un paese arretrato, con persone che vivevano arando personalmente le risaie e con le tenie che gli risalivano su per i piedi. Gli USA disponevano di una tecnologia talmente superiore a quella del Vietnam che si suppone non avrebbero mai potuto perdere una simile guerra con dei contadini di risaie e che scavavano tunnel come talpe in un giungla piena si insetti.

Il punto è che la tecnologia non dà salvezza ma sposta semplicemente il problema da un’altra parte. La morte non si elimina ma si può spostare. Allo stesso modo, la tecnologia può rimediare ad un problema, ma spesso ne crea altri dieci e non è sempre ovvio che il problema risolto sia un fine sufficiente per dimostrare che i nuovi dieci problemi siano preferibili a quell’unico eliminato. Sembra perlomeno controintuivo. Ad esempio, la tecnologia che misteriosamente rende più intelligenti (ma cosa vuol dire, poi, essere intelligenti? Avere una capacità cognitiva superiore alla media non è dimostrazione di efficienza politica o sportiva, ad esempio…) non servirebbe a risolvere i veri problemi delle persone. Perché? Perché un politico intelligente, che prende decisioni razionali, non lo diviene grazie a meravigliosi marchingegni, né viene selezionato per la sua intelligenza. Se le persone credessero o disponessero di intelligenza, allora avremmo già politici intelligenti. Per esempio, se avessimo una pillola per non dormire, anche ammesso (e affatto concesso) che non dia alcun effetto collaterale, cosa significherebbe? Significherebbe aumento del carico di lavoro, accumulo di ancora più fatica che presto o tardi viene fuori. Ma soprattutto, si accelera ancora di può il tempo a disposizione per vivere una vita che abbia un briciolo di senso. Francamente, dunque, mi sembra il classico caso di non rendersi conto che ciò che dovrebbe essere il vero obiettivo sia ancora una volta non chiaramente capito.

In definitiva, nella misura in cui la neuroscienza si configura come scienza è inevitabile che da essa ci si aspetti molto. Ed è anche vero che lo studio della mente umana è una sfida che taluni credevano impossibile (e ancora non si è del tutto dimostrato il contrario). Rimane il fatto, naturalmente, che la neuroscienza ha da dirci molto sul funzionamento del cervello. Ma quando la neuroscienza dimentica la sua dottrina deontologica di scienza e diventa strumento per facili fantasticazioni e farneticazioni pericolose allora essa raggiunge l’obiettivo mediocre di dare adito alla solita formulazione di nuove risposte per vecchi problemi. Che rimarranno aperti tanto più a lungo quanto più si trattino in modo inadeguato.

Ma siamo sempre lì, siamo sempre a quell’uomo cieco che credeva di risolvere la sua cecità mettendosi un paio di occhiali. E una volta che si è creato gli occhiali finisce per cercare di trovare chi poteva fornirgli un cannocchiale, perché gli occhiali erano insufficienti. E’ sempre più facile concentrarsi sullo strumento perché esso si può costruire e si può vedere. E soprattutto occorre poca fantasia e poca intelligenza, sicché la costruzione di strumenti è sempre un utile evidente a tutti. Salvo poi rendersi conto che l’uomo è sempre così inutile, infelice e inefficiente e ci si chiede ancora il perché.

Dalla nascita delle religioni allo sviluppo della scienza tutti dichiarano di aver trovato la panacea. Eppure l’uomo lascia ancora ampiamente a desiderare perché si crede che sia colpa di quella natura che ci ha fatto così vicini ai maiali tanto che i nostri organi sono così simili ai loro. In fondo il nostro cervello è indirettamente vicino a quello dei topi, se è da un singolo sorcio (o meglio da milioni di singoli sorci dislocati in varie parti del globo) che si inizia l’investigazione della grande macchina pensante. E date queste premesse, io sono fiducioso nel fatto che quella dura essenza che ci ha creato continuerà ad esistere anche quando verrà fuori una nuova scienza che reclamerà per sé la nuova pietra filosofale: si accomodi perché c’è spazio per tutti coloro che sanno vendere bene le proprie illusioni, tanto più quando in buona fede.

Concludiamo rimarcando il fatto che si tratta di un libro davvero molto interessante, capace di illuminare sulle zone oscure e poco conosciute dei legami tra la neuroscienza e la psicologia cognitiva e il warfare. Le nostre critiche sono rivolte alla sostanza di ciò che Moreno dice di altri, non al lavoro di Moreno stesso. Dati gli investimenti che questo genere di studi richiedono, il libro di Moreno si concentra quasi esclusivamente sulle ricerche americane. In generale, la tesi di Moreno è quella di cercare di massimizzare la diffusione degli studi di neuroscienza applicata, nella misura in cui la comunità scientifica può crescere più velocemente e così anche i progressi. Data la natura degli oggetti investigati Moreno difende la presenza di un controllo anche di natura etica sugli studi. Un libro indubbiamente da conoscere, tanto per i neuroscienziati che per tutti quelli che hanno a che fare con l’ampio mondo della cognizione e della guerra.

Jonathan D. Moreno

Mind Wars Brain Science and the military of 21th century

Belleuve Literary Press

Pagine: 234.

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