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La via del samurai: tra Daidòji Yuzàn e Yamamoto Tsunemoto Considerazioni analitiche sul modello del guerriero giapponese

Abstract

In questo saggio ci proponiamo un modello generale del samurai, costruito sull’interpretazione di due autori fondamentali, Daidòji Yuzàn (Introduzione alla Via del samurai) e Yamamoto Tsunemoto (Hagakure). I due testi hanno diversi punti in comune così che è possibile ricostruire un modello assiologico e deontologico comune, tale che può pensarsi come ad un modello unico della via del samurai.


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La via del samurai (bushidò) è il percorso di addestramento che l’aspirante guerriero deve compiere per poter diventare un perfetto combattente. Noi considereremo principalmente il ʽmodello del samuraiʼ così come emerge dai testi di Daidòji Yuzàn (Introduzione alla via del samurai) e Yamamoto Tsunemoto (Hagakure) e, soprattutto, dalle comunanze dei due testi. La nostra operazione non vuole essere in alcun modo una ricostruzione storica della figura del samurai, quanto l’operazione di cosa deve essere considerato almeno un samurai. In realtà, le comunanze tra i due autori sono piuttosto cospicue e sufficienti a fornire un quadro coerente per comprendere la natura dell’ideale guerriero giapponese.

Il samurai è prima di tutto un uomo (maschio) che ha deciso di dedicare la sua vita al combattimento per un signore. Un samurai senza signore è come una nave senza timoniere: essa è in grado di galleggiare, ma non di navigare efficacemente perché non ha un obiettivo, un punto di arrivo. Quindi, la prima regola del samurai è quella di assumere per sé la volontà del proprio signore. Ogni uomo, però, ha una sua volontà che resiste al suo annientamento. Essa si fa condurre dalle passioni in diverse direzioni (i piaceri del ventre e dello stomaco prima degli altri, più volte condannati), dall’indisciplina e dall’incapacità di mantenere salda la propria umiltà, senza cercare alcuna fama. Per eliminare ogni desiderio contrario alla volontà del padrone non v’è altra disciplina che la contemplazione della morte.

La contemplazione della morte è sia un fine che un mezzo della via del samurai (bushidò). Fine perché la morte è il termine ultimo della vita e suo metro di giudizio: una morte senza onore implica una vita senza onore. L’onore si misura sulle azioni che in vita ci hanno condotto alla morte più onorevole. In qualche modo, dunque, la morte in battaglia o attraverso il suicidio rituale dovrebbe essere il termine ultimo (e fortunato) di una vita spesa nella sua stessa ricerca. La via più onorevole non consiste nell’identificazione perfetta della morte sul campo di battaglia, quanto il sacrificio supremo per la massima utilità del signore. Non basta morire, bisogna morire conseguendo il massimo vantaggio per il proprio sovrano. Un codardo, un samurai di infimo livello avrà terrore e non avrà la capacità di morire da guerriero, ma nelle coltri della sua casa: questo è il massimo del disonore.

La morte è, però, anche un mezzo. Come idea dell’annullamento totale essa conduce al comprendere l’assurdità di ogni passione momentanea, di ogni desiderio passeggero e ci spinge, così, a realizzare fino in fondo la compenetrazione della nostra volontà con quella del nostro signore. La morte, infatti, per il guerriero è un mezzo e un fine, perciò è necessario continuamente averla in mente. Su questo punto fondamentale, sulla morte come principale compagna di riflessione e di paragone, si fonda quasi tutto il bushidò tanto in Daidòji Yuzàn che Yamamoto Tsunemoto. Così in proposito alcuni passi dell’Introduzione alla via del samurai:

Colui che vuole diventare un vero guerriero dovrebbe prefiggersi innanzitutto di pensare alla morte giorno e notte, da quando prende in mano le bacchette per il pasto festivo del primo dell’anno della sera dell’ultimo dell’anno. Questo dev’essere il suo intento principale. Quando qualcuno pensa sempre alla morte, riuscirà ad applicare le virtù della lealtà e della pietà filiale… (Yuzàn, p. 461).

Da cosa dipende la capacità di affrontare il nemico sul campo di battaglia, o di compiere azioni meritorie nelle arti marziali per farsi una solida reputazione? Solo dalla ferma determinazione di morire in battaglia. (Yuzàn, p. 494).

Alcuni sono incapaci di pensare con costanza alla morte, come ho già indicato. Al contrario, apprendendo della morte di altri, ne saranno contrariati, delusi: infatti, confidavano nel fatto di poter vivere in eterno. L’evento della morte è infettato dalla brama e dal desiderio di vivere. (Yuzàn, p. 496).

 Ancora più esplicito, forse, è l’Hagakure:

  1. Ho scoperto che la Via del samurai consiste nella morte (Tsunemoto, p. 597).
  1. Se moriamo disattendendo il nostro progetto esistenziale periamo da fanatici, eppure non avremo nulla di cui vergognarci: questo è lo stile esistenziale della via del samurai (Tsunemoto, p. 598).
  1. Ogni mattina e ogni sera dovremmo continuamente pensare alla morte, sentendoci già morti da sempre; in tal modo, saremo liberi di muoverci in ogni situazione (Tsunemoto, p. 598).

Da quanto fin qui detto possiamo stilare, allora, alcune regole universali da inglobare nel modello generale:

I. Per ogni samurai esiste un solo signore tale che la volontà del suo signore è la volontà del samurai.

II. Ogni samurai ha dei desideri contrari alla volontà del signore: egli deve eliminare i pensieri contrari all’attuazione della volontà del suo signore.

III. Per rispettare (II) il samurai deve pensare continuamente alla morte sia come fine che come mezzo.

III.I. In quanto fine, il samurai desidera la morte in battaglia per il suo signore.

III.II. In quanto mezzo, il samurai pensa alla morte per essere lucido in ogni circostanza.

A questo punto possiamo fare un passo in avanti. Sia Yuzàn che Tsunemoto considerano il samurai come un guerriero dotato di virtù. Una virtù è, in generale, una caratteristica individuale che aumenta la probabilità che si manifesti un certo tipo di risposta a particolari condizioni ambientali. Per tanto, la via del samurai è un addestramento fisico e morale che deve condurre all’acquisizione delle virtù del guerriero.

La massima virtù è quella di seguire la volontà del signore, ma esiste un periodo di addestramento preliminare nel quale l’uomo si sta avviando alla strada del guerriero senza esserlo ancora. In quel caso egli non può disporre ancora di un signore, ma non per questo sarà senza un comando da seguire: il comando è dato dai genitori.

Yuzàn e Tsunemoto considerano entrambi la pietà filiale come una virtù essenziale del buon guerriero. Non si stabilisce neppure una relazione diretta tra pietà filiale e fedeltà al signore, nel senso che attengono a due virtù distinte. Tuttavia, esse sono evidentemente accomunate da due proprietà: (1) esse si fondano sulla venerazione e (2) sulla capacità di essere ubbidienti a tal punto da saper prevedere in anticipo i propri doveri. E infatti le virtù che realizzano le due proprietà (1) e (2) sono fondate su un’attitudine comune del samurai. Per tale ragione un buon samurai non solo deve essere fedele al suo signore ma pure riguardoso nei confronti dei suoi genitori. Sulla pietà filiale Yuzàn insiste di più di Yamamoto Tsunemoto:

Perché? Le parole “genitori” e “signore”, “pietà filiale” e “lealtà” sono diverse, ma per una mente devota e sincera hanno tutte le stesso valore. Un motto degli antichi dice: “Cerca il suddito leale nella casa di un figlio che coltiva la pietà filiale”: Sarebbe assurdo, o eccezionale, che qualcuno trascuri la pietà filiale per i genitori e si mostri leale verso il proprio signore (Yuzàn, p. 468).

Rimane il fatto che un samurai rimane un guerriero che ha sempre un capo superiore. Per tale ragione, egli non dispone mai di alcuna libertà e autonomia, ma dispone sempre di qualcuno che è idoneo a comandarlo. Nel caso in cui non abbia nessun signore (per esempio se egli è disoccupato -condizione prevista – o se è un ronin – condizione in cui si può ricadere per svariate ragioni) egli deve agire come se si addestrasse per meglio accondiscendere gli ordini del nuovo padrone. Il guerriero con o senza padrone deve coltivare la pietà filiale.

Una volta stabilito l’orizzonte finale su cui si muove il samurai, è possibile sancire che un samurai che possiede dei tratti di carattere che aumentano la sua propensione per il rigore nei suoi doveri rispetto ai genitori e al signore, è un guerriero virtuoso: l’ethos del samurai è fondato sulle virtù, non dissimilmente dall’ethos proposto da Vegezio. Questo non sorprende perché Tsunemoto, Yuzàn e Vegezio si muovono all’interno di problemi che attengono alla formazione degli individui in grado di combattere e di combattere nel modo migliore. Anche se Vegezio considera anche i problemi dell’organizzazione degli eserciti, rimane il fatto che nella prima parte della sua opera egli arrivi a conclusioni abbastanza vicine a quelle di Yuzàn e Tsunemoto, almeno rispetto all’ethos fondata sulla virtù del guerriero e sulla disciplina costante sia del fisico che della mente. La differenza fondamentale, forse, tra il modello di Vegezio e quello dei due autori giapponesi consiste nel fatto che i samurai adottano una condotta di vita, hanno una strada che deve essere percorsa dalla nascita alla morte e, per tanto, devono adottare una sorta di filosofia globale, fatto del tutto estraneo a Vegezio.

Il samurai, dunque, non è un semplice guerriero, cioè un uomo d’armi il cui compito si esaurisce nel tenere la spada e nel combattere valorosamente. In generale, il samurai non esaurisce i suoi compiti e i suoi doveri in guerra, ma egli rimane a disposizione del suo signore a vita. Può al massimo cambiare padrone, ma non è prevista alcuna sospensione dei suoi doveri. Come abbiamo già detto, la massima aspirazione del samurai è quella di morire in battaglia. In quanto il samurai è consapevole del suo ruolo sociale di fronte ai doveri verso i genitori e il signore, egli deve fare tutto ciò che è in suo potere per aumentare il potere complessivo del signore. Così, il samurai ha un complesso amplissimo di doveri che possiamo dividere in due generi: (1) doveri diretti e (2) doveri indiretti.

I doveri diretti sono tutti quelli che il samurai deve rispettare per essere efficiente come guerriero e come uomo al servizio di un signore: studiare l’arte della guerra e della strategia, prendersi cura del corpo, addestrarsi nelle arti militari (equitazione, uso della spada, uso delle armi da lancio, apprendimento di arti marziali corpo a corpo), rispettare e anticipare la volontà del signore sono tutti i doveri diretti del samurai. Egli non può condurre una vita dissoluta perché questo nuocerebbe al suo corpo e, perciò, sarebbe ipso facto inefficiente. Il tutto può riassumersi nel fatto che il corpo umano stesso del samurai non è più del samurai, una volta che esso si è assunto i doveri della sua casta: “un samurai che riceva dal suo signore uno stipendio adeguato e adempia ai compiti assegnatigli non dovrebbe mai considerare il suo corpo o la sua vita come sua proprietà (Yuzàn, p. 521)”. Un samurai scrupoloso si prende cura di sé:

Se un uomo, ancorché giovane e forte, ha sempre in mente l’idea della morte; se morigerato, prende le distanze dalla sessualità, e mangia e beve con moderazione, si preserverà da malattie e calamità. Il suo corpo si manterrà forte, e lui sarà sempre giovane, mostrando meno anni di quelli che ha. E’ opinione comune che sarà un uomo longevo, per nulla afflitto da malattia (Yuzàn, p. 463).

I doveri indiretti sono, invece, quelli che il samurai potrebbe anche non rispettare, se non si concepisse egli stesso di qualcun altro. Un samurai, ad esempio, non può disinteressarsi della sua stessa reputazione, perché anche qualora non sentisse che i problemi delle dicerie altrui lo riguardassero, danneggerebbero la reputazione del suo stesso signore, cosa che egli non può in alcun modo desiderare:

E’ fondamentale che un guerriero in servizio intrattenga relazioni amichevoli, intime, in privato e in pubblico, con i suoi colleghi più audaci, gli amanti del senso del dovere e dell’onore, i saggi e gli arguti, i buoni parlatori. Guerrieri di questa risma sono pochi in una casata, ma anche uno o due del genere saranno sempre meglio di tante amicizie irrilevanti. Queste persone risultano affidabili in ogni situazione. In genere, i guerrieri non si scelgono i propri amici, e il modo in cui intrattengono rapporti, per trovarsi a gozzovigliare e a bere, è tutt’altro che ottimale (Yuzàn, p. 514).

Per la stessa ragione un samurai deve curare il proprio aspetto e deve curare le proprie maniere in società: “163. Un samurai deve eccellere nell’apparenza esteriore (fùtai), nell’eloquio e nella calligrafia. L’apparenza esteriore si fonda nel sapersi adeguare ai tempi e ai luoghi (Tsunemoto, p. 643)”. In una sintesi estrema, il samurai deve avere pochissime virtù interiori (pietà filiale e devozione per il proprio signore, continua riflessione sulla morte) ma ha una infinità innumerabile di doveri estrinseci: proprio perché qualsiasi azione del samurai è come se fosse fatta dal suo stesso signore egli non può considerarsi indipendente e tanto meno autonomo dal suo signore. Perciò egli deve essere impeccabile in qualsiasi giudizio e in qualsiasi azione.

Quanto possa spingersi nel dettaglio la puntigliosità dei precetti di Yuzàn o di Tsunemoto è sorprendente, tanto che si può legittimamente rimanere sovrastati. Infatti è abbastanza palese che il corpus dei doveri espressi da Yuzàn e Tsunemoto non avrebbe senso, se non fosse che essi osservano le devianze continue del comportamento del samurai rispetto all’ideale del bushidò. Tuttavia essi finiscono per definire un complesso di obblighi, espressi da precetti la cui legittimità non è discutibile dal samurai, tali da non poter essere quasi rispettabili tutti simultaneamente.

Dato il fatto che il samurai deve sostanzialmente anticipare il volere del padrone e prendersi cura della sua stessa vita possibilmente in anticipo, un modello che può essere familiare al lettore è quello della moglie ideale, ovvero di quell’insieme di idee vaghe e considerate variamente desiderabili per una donna che cerca marito nella nostra tradizione culturale (su cui non ci interessa tracciare alcun giudizio): prima di tutto lei è fedele e leale, deve essere devota, non invasiva, generosa, capace di ogni sacrificio e deve essere ragione di vanto e plauso per il marito. Il samurai, però, non si limita all’abnegazione totale, ma deve anche essere un guerriero. Perciò deve essere capace di uccidere e di attendere ai doveri militari. Il modello muliebre del samurai trova comunque anche tracce esplicite nei testi dei due autori di riferimento:

  1. Certi vassalli rimangono imperturbabili e non cessano di votarsi al servizio, che li si tratti gentilmente o meno, che siano famosi o ignoti. Questo è un compito facile. O meglio: tutti sono convinti della validità di questo atteggiamento. Tuttavia, quando si tenta di metterlo in pratica, sono pochi quelli che vi riescono. Quest’attitudine rimane un’inclinazione inattuata dell’animo. I vassalli migliori, però, vi si applicano con successo. E’ una qualità prossima all’amore. Quanto più si è respinti, tanto più si pensa all’amato. Inoltre, sebbene ci si incontri di rado si è ugualmente inclini a dare la vita per amore di lui o lei. E’ un buon modello di comportamento.
  1. Per tutta la vita, in parole o in azioni, non si manifesta mai; eppure si è disposti a morire per l’amato: è questo il tipo di amore più profondo. Persino mentre si viene ingannati, si gioisce dell’amato; persino quando si apprende dell’inganno, aumenta il pensiero verso di lui o lei. La relazione tra signore e suddito è improntata su questi stessi principi. In questo atteggiamento si comprende il vero significato del servizio di un vassallo; esso, però fuoriesce dal dominio della logica (Tsunemoto, pp. 648-649).

Il parossismo deontologico del samurai, dunque, giunge alla formulazione di un modello di vita che non scinde doveri di tipo sociale e doveri di tipo morale. Noi abbiamo distinto i doveri del samurai in due categorie per ragioni esplicative, ma non per distinguerli in ordine di importanza. Una volta fissate le regole (I) e (II), ogni dovere discende immediatamente da esse e, per tanto, ogni dovere ha importanza quanto i suoi fondamenti deontologici: per tale ragione non può esserci una preminenza tra precetti. Essi, infatti, hanno la medesima importanza perché sono fondati sui medesimi assunti.

Il fatto che non ci sia alcuna sospensione delle leggi generali del bushidò è mostrato dal fatto che il samurai può avere moglie (possibilmente quando ha già una posizione solida) a cui comunque non può dedicare più tempo di quello richiesto al suo sostentamento: egli non può sostituire la propria donna al proprio signore (come dice esplicitamente Yuzàn). Inoltre, i doveri del samurai continuano ab libitum non disponendo della possibilità di andare in pensione e sospendere così il suo servizio. Addirittura vien detto che il samurai può continuare ad essere utile al suo signore anche senza arti!

Da queste considerazioni si può trarre il fatto che la via del samurai è unica e che deve essere intrapresa con una determinazione che sconfina nel fanatismo. Che la via del samurai è unica è garantito dal fatto che egli è portatore di doveri unici rispetto a tutte le altre categorie (signore, mercanti, contadini): “43. Non esiste una Via diversa da quella dei saggi e degli eccellenti (Tsunemoto, p. 609)”, “88. Si dice, in altri luoghi, che l’arte aiuti a sviluppare la persona. Nel territorio di Nabeshima, si pensa invece che l’arte distrugga la persona. Qualsiasi arte si professi, infatti, si resterà un artista e non si diventerà mai un samurai. Dobbiamo prefiggerci di meritare la qualifica di samurai (Tsunemoto, p. 621)”. In definitiva, come vien detto, il samurai ha dei doveri estrinseci (quindi deve saper leggere e scrivere, deve saper essere adeguato alle circostanze mondane) ma non deve sostituirli con i suoi doveri intrinseci. A questo si cautela ricordandosi sempre che egli deve morire, così che si sviluppi in lui immediatamente il ricordo dell’inutilità delle cose caduche della vita.

Il fatto che il samurai debba essere un fanatico non è sostanzialmente una regola da acquisire nell’insieme delle norme generali comuni per un samurai. Il fanatismo è, però, una conseguenza. Per essere un buon guerriero, audace e capace di anticipare i desideri del signore fino ad annullare la propria volontà, non ci si può fondare esclusivamente sulla ragione, ma è necessario sentire delle emozioni che inducano il samurai ad abbracciare l’amore per la morte onorevole e per la devozione del signore (si ricordi, infatti, che Tsunemoto parli di modello di amore per il samurai. L’amore è un sentimento). In questo senso, il fanatismo diventa l’annullamento di se stessi e, se necessario, se si dà il caso che…, e anche del proprio Io: “69. La Via del samurai consiste in questo: incedere come folli accanto alla morte. Una persona che si comporti così non potrà essere neppure uccisa. 70. Le grandi imprese non si compiono da sobri. 71. Incedere come folli accanto alla morti significa – diventare pazzi -. Se nella Via del samurai si coltiva la capacità di giudizio, si verrà presto sconfitti. (Tsunemoto, p. 616)”.

A questo punto possiamo aggiungere alcune regole a quelle fornite sopra:

IV. Il samurai deve coltivare la pietà fiale.

V. Il corpo del samurai è del signore.

V.I. Ogni azione del samurai deve essere pensata in relazione ai vantaggi o agli      svantaggi del proprio signore.

V.II. Il samurai ha dei doveri diretti e indiretti verso il suo proprio signore.

V.III. La via del samurai è unica.

Le condizioni (I)-(VI) sembrano includere sostanzialmente il nucleo assiologico a fondamento della deontologia del samurai. Essa si configura, così, come un insieme di precetti che il samurai può semplicemente dedurre facendo proprie le regole (I)-(VI). Esse, infatti, stabiliscono il fine e i mezzi attraverso cui un samurai può diventare virtuoso e non semplicemente il membro mediocre della sua casta. Il percorso del samurai si configura come un insieme di regole prescrittive che sanciscono in qualsiasi circostanza il dovere del samurai. Il samurai non è mai libero, non gode di alcuna autonomia, ma deve sempre pensare al suo signore.

Modello assiologico del bushidò

I. Per ogni samurai esiste un solo signore tale che la volontà del suo signore è la volontà del samurai.

II. Ogni samurai ha dei desideri contrari alla volontà del signore: egli deve eliminare i pensieri contrari all’attuazione della volontà del suo signore.

III. Per rispettare (II) il samurai deve pensare continuamente alla morte sia come fine che come mezzo.

III.I. In quanto fine, il samurai desidera la morte in battaglia per il suo signore.

III.II. In quanto mezzo, il samurai pensa alla morte per essere lucido in ogni circostanza

IV. Il samurai deve coltivare la pietà fiale.

V. Il corpo del samurai è del signore.

V.I. Ogni azione del samurai deve essere pensata in relazione ai vantaggi o agli      svantaggi del proprio signore.

V.II. Il samurai ha dei doveri diretti e indiretti verso il suo proprio signore.

V.III. La via del samurai è unica.

In conclusione, dunque, il modello del samurai, così come emerge dall’opera di Yuzàn e di Tsunemoto esprime una visione individuale del guerriero, il quale ha determinate virtù che aumentano la probabilità di un suo comportamento idoneo in base alle circostanze. Il samurai non ha una sua volontà, ma assume quella del signore. Egli, quindi, deve essere prima di tutto fedele, poi scrupoloso sia nell’addestramento fisico che in quello mentale. Per questo egli deve continuamente contemplare la morte: per essere certo di ricordarsi qual è il suo vero scopo e il suo obiettivo unico. Ed essendo unica la strada che può portare a realizzare il suo intento, egli deve seguire scrupolosamente nei dettagli il bushidò.

Si tratta, in ultima analisi, di un guerriero raffinato, studioso ma che non si perde nell’inutile speculazione. Egli sa stare in società, sa prendere decisioni all’occorrenza, sa stare al suo posto e tollerare le manchevolezze del suo padrone. Ma in ogni caso egli non può mettere in discussione né il suo padrone né il bushidò, perché la via del guerriero non è questionabile: chiedere una legittimità è andare oltre quelli che sono i dettami di base della via del samurai. La legittimità del guerriero è intrinseca al suo ruolo e dipende appunto dalle sue qualità. Quindi, il samurai è il modello ideale di un soldato che si dedica ad un solo compito: la cura del suo signore.



Bibliografia

Pili G., “L’arte della guerra di Publio Flavio Vegezio Renato Considerazioni analitiche e Metastoriche“, 2014, https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/2014/09/07/giangiuseppe-pili-larte-della-guerra-di-publio-flavio-vegezio-renato-considerazioni-analitiche-e-metastoriche/ o in www.scuolafilosofica.com.

Pili G., Uno studio su L’arte della guerra di Sun Tzu, 2013, www.scuolafilosofica.com.

Sun-Tzu, L’arte della guerra, Rizzoli, Milano, 2004.

Tsunemoto Y., Hagakure. Il codice dei samurai, in L’arte della guerra e della strategia, a cura di Vittorio Arena, Rizzoli, Milano, 2008.

Vegezio P.F., L’arte della guerra, Rizzoli, Milano.

Yuzàn D., “Introduzione alla Via del samurai”, in L’arte della guerra e della strategia, a cura di Vittorio Arena, Rizzoli, Milano, 2008.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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