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Problemi per le teorie della conoscenza

Dementia Word-finding Disorders Words Alzheimer’s

Abstract

In questo articolo considereremo alcuni problemi aperti classici e recenti della filosofia della conoscenza di stampo analitico (epistemologia analitica). Si tratta di problemi le cui risposte sono controverse e più teorie filosofiche si confrontano per risolverli. Non sono stati messi in un ordine particolare, per quanto senza dubbio i primi tre siano da tener presenti come i fondativi e centrali di ogni teoria epistemologica. Sin dai titoli abbiamo voluto inserire i rimandi bibliografici per mostrare dove i problemi vengono formulati in modo chiaro. Il lettore è invitato a conoscerli personalmente, possibilmente non limitandosi alla lettura di questo articolo.


Struttura dell’articolo

1. La posta di Pascal: una formulazione classica riproposta da Fumerton [2006]

2. Doppia fortuna epistemica: Russell [1912] e Gettier [1963]

3. Scetticismi: scetticismo cartesiano e scetticismo pirroniano riportati in Sosa [2009]

4. Swamping Problem [Jonathan Kvanging e Greco [2010]) e Value of Knowledge

5. Credenza vera e conoscenza (Goldman [1999])

6. Truetemp, chiaroveggenza (Goldman [1986], BonJour [1980]) e i papi: strani sistemi cognitivi affidabili

7. I falsi fienili di Goldman [1976]: un controesempio che vale una teoria


1. La posta di Pascal: una formulazione classica riproposta da Fumerton [2006]

La posta di Pascal non si considera in genere un problema squisitamente epistemologico, ma è didatticamente utile per discriminare condizioni di razionalità distinte. Il problema di Pascal può essere così formulato:

(P) Dio esiste oppure Dio non esiste. Se tu non credi all’esistenza di Dio e Dio esiste, allora ne trarrai molti svantaggi nella vita ultraterrena. Se tu credi nell’esistenza di Dio e Dio non esiste, per quanto possano esserci degli inconvenienti rimane che il prezzo da pagare è poco in confronto al rischio scongiurato.

Nella formulazione classica non si tengono conto dei due casi più ovvi (Dio esiste e tu ci credi e Dio non esiste e tu non ci credi) perché non sono problematici. (P) mette in risalto il fatto che talvolta può essere conveniente nel credere o non credere in qualcosa.

Da un punto epistemologico, però, l’obiettivo è fornire condizioni di conoscenza, più che stabilire quando questa è conveniente. Per tanto la posta di Pascal mette in luce che in determinate condizioni in cui ci sono dei parametri di utilità, la ragione epistemica (che fornisce garanzie circa la nostra giustificazione in una certa credenza) può essere sottodeterminata rispetto a ragioni di utilità.

Il maggior problema, per Pascal, sarebbe consistito nel spiegare le condizioni in cui la giustificazione di utilità vince su quella epistemica. In questo caso chiaro, per esempio, sembra che la posta in gioco possa motivare un soggetto a credere nell’esistenza di Dio. Eppure non è affatto semplice chiarire se e fino a che punto questo debba valere sempre.

In quest’ultima considerazione ci si può legittimamente chiedere se il valore della conoscenza (problema aperto – si veda oltre -) sconfigga o meno il valore di altro genere di utilità. Tali problemi non nascono esclusivamente dall’opposizione ragione epistemica e ragione di utilità, ma si ripropongono anche in altri conflitti di razionalità (ad esempio, ragione epistemica e ragione morale o ragione morale e utilità non morale etc.).

Una formulazione del problema della posta di Pascal si trova in Fumerton [2006]. 

2. Doppia fortuna epistemica: Russell [1912] e Gettier [1963]

Scongiurare la fortuna epistemica è uno dei principali obiettivi della teoria della giustificazione in epistemologia. La definizione di conoscenza può non considerare al suo interno un impegno circa la giustificazione (ad esempio in Goldman [1967]), ma deve comunque escludere di per sé la possibilità di fortuna epistemica.

Si considera con “fortuna epistemica” (Epistemic Luck) il caso in cui un soggetto ha una credenza vera ottenuta in modo fortuito. Forniamo un esempio: Luisa fa un regalo a Gianna. Prima che Gianna apra la scatola con dentro il regalo Luisa chiede a Gianna di indovinare cosa c’è dentro. Poniamo il caso che Gianna dica “Dentro c’è un libro” e sia vero, saremmo inclini ad attribuire conoscenza a Gianna? Sulla base delle sole condizioni fornite nell’esempio, chiaramente no. Questo caso generale mostra il fatto che tra la credenza vera (en passant e rozzamente, disporre di una credenza vera significa che un soggetto pensa ad una proposizione e questa proposizione è vera), tra la credenza vera, dunque, e la conoscenza ci passa una certa distanza. Il fatto che talvolta possiamo accontentarci della sola credenza vera non significa che dalla conoscenza vogliamo di più.

Sembra facile scongiurare il caso della fortuna epistemica aumentando i requisiti della conoscenza rispetto alla sola credenza vera. Ad esempio, Gianna poteva aver saputo da Laura, che aveva visto Luisa mettere dentro il libro nel pacco, che il regalo sarebbe stato un libro. Quindi, nella raffinazione dell’esempio, Gianna è giustificata per testimonianza di Laura, a sua volta giustificata per via percettiva. Quindi, in generale, sembra che per avere conoscenza basti avere una giustificazione per la propria credenza vera, esattamente come quella che dispone Gianna.

Contro questa ipotesi sono stati formulati diversi contresempi che mostrano come la credenza vera giustificata, stando a questa caratterizzazione intuitiva, non è comunque sufficiente. Il che mette in luce il fatto che disporre di giustificazione non sembra essere sufficiente a garantire conoscenza. I classici esempi sono di Russell [1912] ma soprattutto di Gettier [1963], il quale, per repliche e dibattiti, ha di fatto dato vita all’epistemologia contemporanea. Per formulare un esempio non di Gettier, ma simile a quello di Gettier, riprendiamo il caso di Gianna, Luisa e Laura. Poniamo il caso che Laura abbia visto Luisa mettere il libro dentro al pacco, poniamo ora che Luisa spedisca il pacco a Gianna ma il pacco viene scambiato con un altro molto simile (per non dire identico) all’altro in cui ci sia ancora un libro all’interno. Quando Luisa chiede a Gianna di indovinare, Gianna, preventivamente informata da Laura del regalo di Luisa, dice subito “Dentro c’è un libro”. Ciò rimane vero, ma è evidente che in questo caso Gianna non sa che dentro c’era un libro, anche qualora ciò fosse vero. Ciò semplicemente perché è un caso (appunto, un caso fortuito) che Gianna credesse nel vero.

Questi e simili sono casi di doppia fortuna epistemica. Doppia perché si dà un caso in cui la credenza sia vera e giustificata in base a ragioni fortuite, nel senso di aleatorie. Bisogna chiarire, infatti, che la nozione di “fortunosità epistemica” significa semplicemente che compaiono elementi aleatori che però fanno risultare vera e giustificata una certa credenza, esattamente come nell’ultimo caso presentato. Quando si parla di “doppia” fortuna epistemica (che forse sarebbe meglio tradurre con “doppia aleatorietà” epistemica) si intende il fatto che la nostra credenza risulta vera (e quindi compatibile con la conoscenza) e giustificata (e quindi, di nuovo, compatibile con la conoscenza) eppure incapace di discriminare casi di conoscenza.

Il problema epistemologico è stringente (I) perché mette in luce il fatto che una teoria della giustificazione troppo generale sia sostanzialmente insufficiente. E quindi bisogna fornire una caratterizzazione della nozione che perlomeno marginalizzi se non escluda la causalità epistemica. Alcuni epistemologi tendono a cercare di marginalizzare, più che escludere totalmente forme di causalità epistemica perché sono più interessati a caratterizzare la giustificazione, più che a risolvere direttamente nella teoria della giustificazione i casi di doppia fortuna epistemica. Il che sembra indicare che la conoscenza in questo senso così forte non possa fondarsi esclusivamente sulla giustificazione ma forse richieda ulteriori condizioni (ad esempio in Goldman [1986] si parla di condizioni anti-Gettier esplicitamente e così altri). (II) Ciò che veramente si vorrebbe è escludere condizioni di aleatorietà che influenzino il risultato delle nostre teorizzazioni e condizioni. Infatti, ci potremmo accontentare del fatto che la nostra teoria fornisca delle condizioni forti, anche se restrittive, che però riescano a discriminare i casi di conoscenza. Questo non è così facile come sembra. Per l’affidabilismo è stato costruito un caso di controesempio fondato sulla doppia (o quadrupla) fortuna epistemica (Chicken Sexer).

La nozione stessa di casualità epistemica è centrale in tutta l’elaborazione teorica il cui principale impegno consiste proprio nel caratterizzare la connessione tra l’evidenza (e cosa conta come evidenza) e la credenza vera. Sia in campo esternista (ad esempio Goldman [1986] e Nozick [1981]) che in campo internista (ad esempio, Chisholm [1966], BonJour [1998], Conee, Feldman [2004]) il problema della doppia fortuna epistemica rimane centrale come ben sottolinea un eccellente articolo di Duncan Pritchard (Pritchard [2003]). Il problema viene riconsiderato anche in chiave di Virtue Epistemology, anche se in modo più indiretto. Tuttavia, essi sono parte delle inquietudini dei filosofi del settore, i quali devono almeno fornire posizioni che, se proprio non risolvono interamente il problema, almeno non lo ignorano del tutto.

3. Scetticismi: scetticismo cartesiano e scetticismo pirroniano riportati in Sosa [2009]

Le sfide scettiche rappresentano almeno dall’epoca sofista in poi la principale sfida di chi sostiene la possibilità, almeno di principio, della conoscenza. Qualsiasi cosa vada intesa come “conoscenza”. Platone contrastava il relativismo e l’implicito scetticismo sofista. Aristotele, invece, replicava direttamente alla teoria platonica delle idee.

Attualmente lo scetticismo è un tema che appassiona i filosofi meno che in altre epoche storiche. Come nel caso della doppia fortuna epistemica nessun filosofo può permettersi di ignorarne i problemi come se non esistessero, può però dire che non se ne occuperà direttamente (ma che naturalmente potrebbe farlo). Questo, in genere, si fa per due ragioni: (a) evitare critiche immediate sollevate mostrando come la posizione abbia ignorato i problemi scettici e (b) mostrare il fatto che si sa che il problema esiste ma che, per una ragione o per un’altra, non è l’obiettivo filosofico di cui si desidera occupare. Simili escamotage burocratici talvolta sono in malafede (non si possiede una risposta seria al problema… ma naturalmente non si può dire…), ma talvolta sono anche indispensabili perché per ogni risposta possibile filosofica esistono talmente tanti problemi che non ci si può concentrare su tutti simultaneamente.

Esistono almeno due casi di scetticismo che vengono continuamente riproposti: lo scenario cartesiano e l’obiezione pirroniana. Lo scenario cartesiano consiste nel mettere in dubbio la nostra capacità di avere conoscenza per via percettiva e, di seguito, per ogni via. Ma principalmente l’obiettivo cartesiano è mettere in dubbio la percezione. Questo era stato fatto da Cartesio ne Le meditazioni metafisiche (prima meditazione, per una analisi di ciò si possono vedere sia Pili [2011] che Pili [2011b]), il quale, però, voleva mostrare come, in realtà, si risolva il dubbio mediante alcune assunzioni metafisiche le quali sono razionalmente fondate e garantiscono la conoscenza anche dei sensi. Questo lo diciamo perché sin troppo spessi si tralascia disinvoltamente il fatto che Cartesio sia tutt’altro che uno scettico, mentre egli era sostanzialmente un realista riguardo alla conoscenza.

Si considerano scenari scettici in stile cartesiano il caso in cui un soggetto cognitivo sia in un mondo possibile in cui ogni sua percezione gli induca la credenza di proposizioni false. In un simile mondo, se vedo una mela sul tavolo e via percezione mi formo la credenza “c’è una mela sul tavolo” mi sto ipso facto ingannando (per questo Cartesio adombrava la temibile possibilità che esistesse un Dio ingannatore…). Più recentemente è stato formulato in filosofia della mente il caso dei cervelli invascati (da Putnam [1981]): un cervello che fosse posto in una vasca elettrostimolante sarebbe in una condizione simile all’uomo nel mondo del genio maligno cartesiano.

In fine, più recentemente, per fare riferimento a simili scenari si parla di mondo di Matrix (Matrice), in cui i soggetti si formano continuamente delle credenze false sul mondo e vengano, così, continuamente ingannati.

Lo scetticismo cartesiano rappresenta la sfida scettica per tutte le teorie successive. Da David Hume a Alvin Goldman, sostanzialmente ogni epistemologo deve avere almeno una vaga idea di cosa si tratti e di come poter approcciarsi a risolverlo. In particolare, la teoria affidabilista di Alvin Goldman [1986] e l’approccio neoaffidabilista di Sosa [2009] sembrano particolarmente efficaci contro lo scetticismo. C’è, però, chi sottolinea che la loro posizione paghi dazio rispetto a problemi specifici dell’affidabilismo, soprattutto rispetto al problema dello scetticismo pirroniano. Di certo gli internisti hanno problemi più seri riguardo a questo tipo di scetticismo.

Il problema dello scetticismo pirroniano riguarda il dubbio sistematico sui principi che garantiscono la nostra conoscenza. Se noi sappiamo qualcosa, lo sarà ad una ragione. Quale ragione abbiamo per credere che la nostra ragione in quella credenza sia ben fondata? Da qui segue un ragionamento all’infinito che faceva concludere ai pirroniani l’impossibilità di fondare la nostra conoscenza. Anche in questo caso, lo scetticismo pirroniano pone seri problemi rispetto alla posizione internista, mentre è meno problematica rispetto a quella esternista.

La sfida allo scetticismo è stata sostanzialmente riconsiderata all’interno del panorama di Virtue Epistemology in modo sufficientemente efficace, per quanto naturalmente rappresenti una sfida permanente alle teorie. In particolare, i problemi maggiori nascono per scetticismi locali, più che per scetticismi globali (che mettono in dubbio ogni nostra capacità di conoscere) o quasi globali (che mettono in gioco ogni nostra capacità di conoscere in questo mondo). Questo è stato ben evidenziato da Fumerton [2006].

4. Swamping Problem e Value of Knowledge

Il problema del valore della conoscenza si fonda sulla domanda: perché la conoscenza ha maggior valore della sola credenza vera? Il problema, come il problema della giustificazione, si fa risalire sino a Platone nel Teeteto. La questione è assai controversa anche perché la parola “valore” è problematica e non è neppure chiaro se essa debba o meno coinvolgere nozioni di natura utilitaristica (generalmente sapere produce più vantaggi che svantaggi al lato pratico… ma non sempre) piuttosto che morale (si può spiegare il valore epistemico sulla base di aver compiuto un particolare dovere).

Lo swamping problem, la cui traduzione suona come “problema dell’essere sommersi”, è stato sollevato da Jonathan Kvanving, commentato e criticato (ad esempio da Goldman [2009] e Greco [2010]). Kvanving chiede prima di tutto perché la conoscenza sia preferibile alla sola credenza vera (problema classico), poi perché la conoscenza sia preferibile alla sola credenza vera giustificata e poi se la conoscenza abbia più valore di queste due sempre e in ogni caso. John Greco fa osservare che il problema classico è molto meno oneroso rispetto alle richieste di Kvanving, che potrebbero eccedere le esigenze teoriche da un punto di vista epistemologico. In fondo, il valore della credenza vera giustificata potrebbe non essere distinguibile dal valore della conoscenza. Si tratta di una questione controversa, ma John Greco ha almeno mostrato come la strategia di Kvanving porti a richieste non necessariamente identiche a quelle di partenza (stabilire perché la conoscenza si più valevole della sola credenza vera). E in questo è difficile ribattere, anche se si può fare osservare che, in realtà, da un punto di vista teorico ogni domanda dello swamping problem deve avere una risposta.

Il problema dello swamping problem e del valore della conoscenza sono tanto più fastidiosi per gli approcci esternisti, perché questi sostengono una sorta di primato nei confronti della verità, sia in ambito classico che di Virtue Epistemology. Cioè ciò che può contare come conoscenza è una credenza formata attraverso un processo cognitivo affidabile. O comunque in un modo che garantisca la connessione adeguata tra fatto, proposizione e credenza in modo che quest’ultima sia ben formata. In ultima analisi, l’obiettivo dell’affidabilista è proprio quello di garantire la verità delle credenze. Mentre l’internista fa più presa sulle ragioni che costituiscono uno stato di evidenza per le nostre credenze. Per questo gli internisti hanno un gioco più sciolto rispetto a questo specifico problema e tanto più ciò si vede nello swamping problem. E infatti questi due problemi, pur essendo comuni a tutte le teorie espistemiche, risultano particolarmente fastidiosi per gli esternisti-affidabilisti.

5. Credenza vera e conoscenza (Goldman [1999])

E’ sempre vero che la conoscenza è preferibile alla sola credenza vera? In molti contesti abituali, quotidiani, secondo diversi epistemologi la risposta è negativa. Molto spesso ci basta credere nel vero piuttosto che sapere. Il problema, qui, lo formulo io nei termini di quanto viene detto en passant da Goldman [1999]. Egli ritiene che a livello sociale la credenza vera talvolta sia sufficiente ad assolvere i nostri scopi.

Il problema, però, è che fornire condizioni specifiche per stabilire in quali contesti o in quali circostanze la credenza vera sia insufficiente è tutt’altra cosa. Il problema, allora, non è semplicemente dire che la credenza vera è sufficiente talvolta o spesso. Ma una volta concesso che può esserlo, allora bisogna fornire delle condizioni sufficienti per distinguere i casi in cui la conoscenza debole (sola credenza vera) è sufficiente sotto gli aspetti teorici e filosofici. Di fatto, da un punto di vista filosofico individuale, tale problematica sembra sfuggire perché si suppone già che l’obiettivo sia proprio l’opposto.

La partita in epistemologia individuale si gioca proprio principalmente nel stabilire come e perché il valore della conoscenza è superiore alla sola credenza vera ed è un problema sufficientemente complesso da soprassedere il fatto che, se invece talvolta fosse identico al valore della credenza vera, allora bisognerebbe cercare di capire in che modo le due nozioni si distinguono nei vari casi. A mia conoscenza non ci sono trattazioni esaustive su questo problema.

6. Truetemp, chiaroveggenza (Goldman [1986], BonJour [1980]) e i papi: strani sistemi cognitivi affidabili

Questi problemi sono sostanzialmente esclusivi per le teorie affidabiliste, per quanto esse vadano per la maggiore. Per capire il problema, bisogna ricordarsi la definizione di giustificazione per una posizione affidabilista standard. In generale e rozzamente, una credenza è giustificata solo se è prodotta da un processo cognitivo affidabile, tale che esso formi più credenze vere che false. Si intende che il processo cognitivo sia un processo causale. Quindi, ogni credenza formata via percezione o inferenza è giustificata.

I tre casi mettono in luce che questa caratterizzazione della giustificazione è compatibile con casi perlomeno anomali di processi cognitivi. Truetemp è il caso di un uomo che non sa di avere un termometro in testa che gli fa formare sempre credenze vere sulla temperatura. Il caso della chiaroveggente è quello di una donna che formula sempre credenze vere sul futuro. Il caso dei papi (che è mio) è il caso di un’istituzione che per definizione induce formazione di credenze vere per testimonianza.

C’è chi sarebbe indotto a sostenere che questi casi (assai strani) comunque potrebbero garantire giustificazione al soggetto cognitivo. Infondo, si tratta pur sempre di processi cognitivi straordinariamente affidabili (per come si sono costruiti i gli esempi). Eppure già nell’esempio del papa si coglie che c’è pur qualcosa che non va. Sia ben chiaro che qui non si stanno facendo obiezioni di natura morale o sostanziale, ma solo il fatto che formarsi credenze vere sul mondo mediante processi cognitivi affidabili non sembra di per sé sufficiente a garantire conoscenza. Se l’obiezione è corretta, infatti, si può estendere anche a tutti gli altri processi cognitivi e, allora, la stessa nozione di giustificazione fondata sul principio di buona formazione delle credenze scricchiola. Si può anche dire i casi di processi cognitivi strani non contino come conoscenza (e quindi la critica cade nella fallacia logica dello scivolamento, si veda Pili [2014]). Ma allora urge fornire una definizione di ciò che conta come processo cognitivo non-strano e cosa no e, possibilmente, con ragioni.

I tre casi si pongono tutti per tutte e le sole teorie che fondano la giustificazione sulla nozione di processo cognitivo e processo cognitivo affidabile. Quindi il 90% della riflessione esternista. Forse l’approccio della Track Theory di Nozick [1981] resiste meglio alla prova dei controesempi sotto questo punto di vista. Ma rimane il fatto che gli affidabilisti possono replicare in diversi modi, ad esempio postulando restrizioni circa le condizioni di finalità dei processi cognitivi considerati.

7. I falsi fienili di Goldman [1976]: un controesempio che vale una teoria

I falsi fienili sono un contresempio alla teoria causale della conoscenza di Alvin Goldman (Goldman [1967]). Dal grande epistemologo che è, è stato lo stesso Goldman [1976] a formulare.

La teoria causale voleva semplicemente che un soggetto S sapesse che p a condizione che la credenza di S in p fosse causalmente collegata in modo adeguato con il fatto che al rendeva vera. Questo escludeva i casi di casualità epistemica alla Gettier.

Questa teoria, però, entra in crisi di fronte al caso immaginario di un soggetto che sia nel paese in cui ci sono alcuni fienili e alcuni facsimili di fienili. Egli non potrà discriminare i casi di verità delle sue credenze dai casi di falsità. Inoltre, le condizioni di conoscenza della teoria causale sono rispettati, ma sembra appunto molto discutibile che soggetto S sappia che p anche quando ciò sia vero! In questo caso si tratta di una peculiare forma di casualità epistemica in cui il soggetto sa o non sa in base alle stesse ragioni in base a ciò che di volta in volta vede. Ed è in questo punto che la drammaticità del controesempio è particolarmente chiara per la teoria causale.

Alvin Goldman raffinerà la sua teoria (Goldman [1979, 1986, 2009]) e approderà alla formulazione della teoria affidabilista della giustificazione e della conoscenza.

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Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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