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Aron, perché hai giocato quella mossa? Quattro cause per una partita di scacchi.

Pili G., www.scuolafilosofica.com

“Il cavallo? Cavallo in h1! E’ chiaramente impazzito… Mossa 18 ) Ch1”.

Penso tra me quando vedo la mossa del mio avversario. E’ un peccato che non si possa parlare, ogni tanto in una partita a scacchi viene di sbottare qualche cosa, un insulto magari o una domanda. In effetti, le domande e gli insulti per tanti hanno lo stesso sapore, ma per me, giocatore di scacchi incallito, sono indispensabili.

Ragioniamo, allora, il cavallo in h1 difende i punti g3 e soprattutto il pedone debole in f2, dunque il cavallo l’ha piazzato là con uno scopo difensivo. No, forse no. E’ più probabile che abbia considerato che il cavallo in h1 fosse in grado di occupare poi una posizione vantaggiosa: portandosi in h1 può portarsi in f2. Forse la motivazione riguardava la proprietà del cavallo di muoversi ad elle…

-Il tempo del bianco è fermo, il tempo del nero scorre-

Accidenti, mi sto facendo distrarre, forse quella mossa non aveva senso. Anzi, probabilmente era stata fatta a caso. Ma il caso non c’è negli scacchi e certamente Nimzowitsch non gioca una mossa senza averla pensata. Il caso potrebbe essere una mossa che per sbaglio ostacola la realizzazione di un fine. Be’, però, se una mossa invece che ostacolare le mie intenzioni le favorisse non parlerei più di caso ma di fortuna… Ma che sto pensando, accidenti a me?

-Il tempo del bianco è fermo, il tempo del nero vola-

Non riesco a pensare ad una mossa se non ho prima capito quale è il senso della mossa del mio avversario. Quali cause ci sono dietro questa mossa? Se mi pongo da un punto di vista fisico potrei dire il cavallo è stato mosso per una di causa efficiente: senza la mano del mio avversario quel cavallo puzzolente mica starebbe lì a nitrire! E invece c’è.

Comunque a che accipicchia mi serve sapere che il cavallo è lì perché una mano ce l’ha messo? Bravo Akiba, bravo, pensa a queste cose che intanto il tempo passa.

Devo riprendere le analisi che stavo facendo prima. La mossa Ch1 è dettata dal fatto che il cavallo può muoversi ad elle, è del cavallo saltare ad elle e difendere e attaccare in quel modo particolare. Quindi, so per certo che il cavallo sarà caratterizzato ovunque vada da queste qualità. Ma mi pare che oltre a difendere i punti in f2 e in g3 questo cavallo non faccia altro, considerato tutto, poi, non mi pare che Aron intenda sviluppare un gioco difensivo.

-Il tempo del bianco è fermo, il tempo del nero passa come un lampo- il silenzio dell’orologio elettronico scandisce i secondi di tensione senza pietà, come ogni cosa scandita da oggetti artificiali.

Devo sommare le due analisi, le due intuizioni: il mio avversario ha giocato cavallo in h1 proprio perché il cavallo si muove ad elle, ma, visto che ha una funzione in previsione del futuro, quale è, dunque, il futuro presumibile di questo equino? Ragioniamo sulle cause, ragioniamo sul fine.

Se il cavallo si sposta in f2 si posiziona in una casa dove non serve nulla: la sua capacità di controllare le case ad elle salta! Un cavallo che salta il proprio compito… vien quasi da ridere! In ogni caso, in f2 non serve a nulla, deve andare da qualche altra parte, da qualche altra parte. La casa in e4 è controllata e non può nemmeno occuparla con un pedone sostenuto dal cavallo, la casa in g4 è pure controllata dal mio pedone in f4 e dall’alfiere in d7. Non può certo pensare di sfondare in quel modo… E’ chiaro che vuole portare quel cavallo in h3. Interessante, e poi portarlo in g5.

-Il tempo del bianco è eterno, mentre quello del nero è volatile come l’etere- due aspetti del tempo, la relatività del tempo è tutta in quel doppio orologio: due giocatori, due tempi, due partite diverse.

Insomma, ci siamo, vuole portarsi in g5. Secondo me è un piano perdente: impiega quattro tempi almeno per portarsi in g5… e poi? Non mi pare che il caro Aron possa vantare un cavallo così tanto forte, in fin dei conti.

Il tempo era quasi finito e il grande scacchista Akiba Rubistein giocava con l’aria di chi respira giusto perché c’è spazio nel mondo. La mossa cavallo in h1 lo aveva del tutto privato di ogni presenza di spirito e concentrazione, che è tutto negli scacchi. Entrò in un finale perdente e quel che rimaneva era solo un misero tentavo di patta con un pezzo in meno. Abbandonò dopo pochi istanti.

Alla fine della partita i due si trovarono nella sala di analisi a discutere su una delicata questione:

Akiba: “Aron, senti, mi spieghi perché hai giocato il cavallo in h1?”

Aron: “Guarda, è stata la chiave della partita… ma la domanda richiede un certo approfondimento… in effetti, forse non lo sai, ma da poco mi è capitato sotto gli occhi un libro. Se mi capita te lo presto”.

Akiba: “Un libro di scacchi?”

Aron: “No, non direi. Con gli scacchi si rapporta solo indirettamente. No, è un libro di filosofia. Il primo libro della metafisica di Aristotele, un libro stupendo, affascinante… ma a differenza di tanti libri che ho letto, tra un’analisi casalinga e un’altra, è un libro che fa capire. Da lì mi è venuta l’idea”.

Akiba: “Non mi dirai che Aristotele parla di cavalli? Se è così…”

Aron: “Ma quali cavalli! Parla di come noi arriviamo a conoscere le cose, ad avere una salda conoscenza e di come si distingue un sapiente da un ignorante”.

Akiba: “Senti, parliamo di scacchi…”

Aron: “Non puoi capire quella mossa senza conoscerne le cause. Le cause sono le ragioni per cui quella mossa esiste e non ce n’è stata un’altra e senza sapere le cause non puoi sapere perché quella mossa è capitata…”

Akiba: “Grazie tante, non hai idea di quanto mi sia messo a pensare durante la partita… un sacco di tempo…”

Aron: “Si, ho visto, mi stavo annoiando… il tempo non passava mai. Eterno. Ecco, mi hai fatto vivere un momento strano. Pensavo in quell’interminabile tesissima attesa: ecco come devono stare le anime nel paradiso. Un’eternità di tempo! Accidenti, ma quanto è l’eternità…”

Akiba: “Vola basso, torniamo alla partita… ti volevo dire che nelle mie riflessioni mi è passato per la testa che la mossa in questione è avvenuta a causa di un evento precedente, non nel senso che ci hai ragionato sopra, cioè, anche, ma perché hai usato la mano e hai mosso proprio quel cavallo”.

Aron: “E in un certo senso è andata anche così, da un punto di vista fisico il cavallo è arrivato lì perché il mio braccio l’ha mosso: l’azione da cui è venuta potremmo chiamarla, per esempio, causa efficiente…”

Akiba: “Si, mi pare che rende l’idea. Un fatto che da cui ne segue un altro. Un fatto che fa. Efficiente! Però, però… mi pare che la domanda sul perché della mossa non si esaurisca qui. Mi pare, piuttosto, che la causa efficiente ci dica molto poco sul motivo della mossa. Anzi, mi sembra che non ci dica proprio nulla”.

Aron: “Direi di sì, eh, eh…”

Akiba: “Insomma? Guarda, è tardi e io devo andare mangiare. Tra scacchi e filosofia mi è venuta una gran fame: pensare fa venire fame”.

Aron: “Già, anche a me è venuto un certo  languorino. Una bella tagliata… ma torniamo a noi. Senz’altro la mossa non sarebbe avvenuta se non ci fosse stata una causa passata che ha prodotto l’evento. Dobbiamo anche notare un’altra cosa: che una partita a scacchi, e quindi anche quella mossa, non sarebbe mai potuta avvenire se non ci fosse stata una scacchiera e gli scacchi materialmente parlando. Dunque dobbiamo dire che anche la materia gioca un suo ruolo, nell’esistenza della mossa”.

Akiba: “Questo come lo chiamano? Mi pare, uovo di colombo…”

Aron: “Ti sembra una cosa così ovvia? Mi sembra che sia difficile giocare a scacchi senza scacchiera e anche ammettendo che si possa tra me e te, che siamo bravi, è un dato di fatto però, che deve esistere un sostrato materiale a cui ineriscono le mosse: fosse anche solo il cervello”.

Akiba: “Questo mi pare ovvio”.

Aron: “Se ti chiedo di guardare gli occhi di una persona con occhiali, non ti puoi mica fermare alle lenti! Per capire la verità bisogna sempre fare un piccolo passo in più. Comunque, torniamo alla mossa. Essa esiste se c’è un evento precedente che la produce e se c’è un sostrato materiale che la realizza, si qui siamo tutti d’accordo. Però…”

Akiba: “Però sappiamo ancora troppo poco, abbiamo bisogno di altre cause per capire la mossa!”

Aron è colto in contropiede, convinto com’era che dovesse fare la parte di colui che sa di fronte all’ingenuo allievo. Ma si era dimenticato che Akiba non era l’ingenuo che voleva far vedere e lui stesso ripensò alle lenti e agli occhi e arrossì di colpo.

Aron: “Si, è proprio così. Dunque, la mossa è definita da delle proprietà, che sono quelle poste dal pezzo che abbiamo mosso, in questo caso un cavallo. Il cavallo muove ad elle…”

Akiba: “… e controlla le case f2, g3 non immediatamente attaccate da nessun pezzo…”

Aron: “… per ciò non può neanche esaurirsi con la definizione della mossa, considerata nel solo momento presente. Se pensi solo al presente o al passato la geniale, scusami se insisto, cavallo in h1 non sarebbe semplicemente comprensibile”

Akiba: “Ho anche pensato che fosse il frutto di un puro caso o di fortuna, visto che mi sembrava debole, capace di aiutarmi nella vittoria…”

Aron: “Un caso è una mossa che non porta ad alcun fine, è una specie di aborto… Non si può dire che negli scacchi ci sia questa dimensione, al nostro livello, certamente. In effetti escludo l’esistenza del caso tra giocatori molto forti per una buona ragione: le mosse portano ad un fine o sempre o per lo più e ciò che ha un fine non ammette caso”.

Akiba: “Lapalissiano, amico mio!”

Aron: “Quindi esiste un fine nella mossa. Tutta la sequenza di mosse era stata pianificata, progettata proprio per portare il cavallo in g5. Come hai potuto vedere, lì ha svolto il suo compito come il cavallo rampante di Alessandro Magno, bucefalo e così gli ho dato quel nome nella mia testa[1]. Ma ciò che conta è che la sequenza di mosse in generale era finalizzata, era ordinata secondo uno schema che non poteva essere diverso, considerato il punto a cui tendere, naturalmente”.

Akiba: “Interessante, dunque, alla domanda –perché hai giocato quella mossa?- in un certo senso devo considerare le quattro cause nello stesso momento. In effetti, senza sostrato materiale non ci sarebbe stata direttamente la partita e neanche la mossa. E il cavallo non avrebbe mai raggiunto quella casa se un evento precedente non avesse fatto si che ci andasse. Questa spiegazione puramente meccanica non ci dice però perché il cavallo si dirige proprio dove poi è andato né l’ordine della successione degli eventi. Così dobbiamo dire che quel cavallo è andato lì per assolvere uno scopo preciso”.

Aron: “Esatto, bravissimo! Ora hai capito perché ho giocato quella mossa: hai ricostruito per intero il processo causale della mossa e in te ora hai le idee chiare!”

Akiba: “E’ vero. In me ho le idee chiare… e anche una gran fame!… Vieni con me e andiamo a festeggiare la tua mossa. Prendo una bistecca di cavallo e paga Aristotele!”



[1] Era procedimento usuale di Nimzowitsch considerare i pezzi della scacchiera come dotati di una loro sensibilità. Ne “Il mio sistema” spesso ai pezzi associa gradi di esercito.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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