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La libertà: analisi e storia di un concetto

La libertà è un tema tra i più antichi della filosofia. Se essa esista e in cosa consista è un dibattito aperto e non sempre ben definito. Parlare esclusivamente del termine “libertà” è assai insufficiente e vago. Il problema va inserito all’interno di una cornice che preveda due livelli:

  1. La natura della causalità fisica,
  2. Le procedure attraverso cui noi giungiamo alle nostre decisioni.

Il primo livello attiene alla realtà dei fatti e la sua interpretazione. A seconda di come noi concepiamo la relazione tra oggetti, con la conseguente variazione dell’immagine del funzionamento del soggetto, noi escludiamo l’esistenza di una certa concezione della libertà. Per esempio se escludiamo che esista una sostanziale differenza tra il primo e il secondo livello.

Se invece noi consideriamo la libertà come un assioma indiscutibile, allora bisogna reinterpretare le relazioni di causa/effetto in modo tale che esse non escludano dei livelli di decisione indipendenti dalla causalità fisica.

Una terza possibilità è quella di scindere i due livelli, riconoscendo che a livello fisico sembra non esserci spazio per qualcosa di simile alla libertà, mentre sul piano delle spiegazioni delle azioni umane, essa sia un concetto irrinunciabile.

Prendiamo un punto di vista piuttosto solido e affermato: il determinismo causale. L’interpretazione della realtà secondo il determinismo, è che a ciascun fatto, se ne pone necessariamente un altro precedente tale che questo sia la causa dell’altro. Non esiste evento che non sia definibile nei termini di causa ed effetto. La causa è definita come l’evento anteriore all’effetto nell’ordine di tempo, contiguo nello spazio e di magnitudine identica all’evento successivo. Riassumiamo il concetto di causa/effetto:

         i.            Due eventi E1 e E2 sono due fatti tali che la loro relazione E1R Esia intransitiva,

        ii.            E1 è precedente in senso temporale a E2 e non si dà mai l’inverso,

      iii.            E1 è contiguo in senso spaziale a E2,

      iv.            E1 è di pari grandezza di E2 nel senso che ciò che occorre per definire E2 deve valere anche per E1,

       v.            Senza E1 non si dà E2 ma viceversa si.

Queste premesse valgono per qualunque evento che sia definibile all’interno di un discorso fisico, vale a dire definito da variabili quantitative. Se si accetta che qualsiasi evento abbia una causa, dunque che qualsiasi fatto sia un effetto di uno precedente allora vien da sé che la libertà non esiste. Ciò è l’opinione di chi sostiene che all’interno di un contesto materialista/fisicalista non ci sia spazio per alcuna libertà. Con “materialismo” intendiamo tutte quelle filosofie che concepiscono la realtà come l’insieme degli oggetti materiali realmente esistenti. Con “fisicalismo” intendiamo la teoria esplicativa materialista, vale a dire la spiegazione che considera ogni evento definibile nei termini della fisica moderna. Di conseguenza, qualunque attività mentale deve essere pensata come una serie di stati fisici connessi causalmente.

a)       Ogni evento ha una causa,

b)       Ogni evento è definito da una serie di proprietà fisiche,

c)       Tutto ciò che esiste è spiegabile dalle proprie cause e queste sono descrivibili nei termini di un contesto quantitativo,

d)       La libertà è assenza di cause nella determinazione dell’azione,

e)       (d) è impossibile, se si accettano le premesse (a), (b) e (c); dunque la libertà non esiste.

Questa stessa impostazione, però, lascia aperta la strada alla libertà come “assenza di costrizione”. La libertà, in tutte le sue possibili concezioni, è sempre pensata nell’ordine delle possibilità che un individuo può o non può fare, indipendentemente di come ciò sia possibile. All’interno del determinismo fisicalista, è possibile che esistano delle situazioni in cui il soggetto non sia influenzato da alcuna costrizione ma possa agire solo in virtù di una sua momentanea predisposizione verso qualcosa. In questo senso, la sua decisione nasce a partire da cause precedenti, tuttavia la sua realizzazione è libera perché non è ostacolata da alcun evento esterno.

         i.            Ogni evento ha una causa,

        ii.            Ogni evento è definito da una serie di proprietà fisiche,

      iii.            Tutto ciò che esiste è spiegabile dalle proprie cause e queste sono descrivibili nei termini di un contesto quantitativo,

      iv.            La libertà è l’assenza di costrizione nella determinazione di un’azione.

Più che di “Libertà” in senso assoluto, in questo caso si dovrebbe parlare di “azioni libere”. Infatti non esiste alcuna possibilità di autodeterminazione del soggetto perché non è possibile che esista un evento senza una causa precedente. Inoltre, questo evento è definito da un insieme di proprietà di genere quantitativo, vale a dire riscrivibile all’interno di un contesto fisicalista che non considera sotto nessun punto di vista il “mondo delle qualità”. In generale, quando compio un’azione la libertà risiede nell’ordine della pluralità di spiegazioni: se posso dare almeno due motivi diversi per una medesima azione, vuol dire che non c’era costrizione. Viceversa, quando sono coatto, allora vuol dire che esiste una sola spiegazione per l’azione. Da un punto di vista fisico, si badi, non sono “libero” di agire a prescindere dalle circostanze perché prendo le mosse sempre da una serie di eventi passati che causano il mio comportamento. La mia decisione non è posta da una serie di atti immateriali della mente, bensì essa è determinata fisicamente in un certo modo e, di conseguenza, non è libera dalle influenze esterne presenti, interne passate. Con “influenze” intendiamo delle concause capaci di avere qualche rilevanza sulla decisione di un soggetto, ma insufficienti per la sola spiegazione del fenomeno. Se una persona non ha particolare sete, ma sa che ha un’aranciata nel frigo, è possibile che la prenda. Costui non era vincolato da un reticolo di cause tali che l’azione fosse necessaria, ma, allo stesso tempo, non era immune da una certa quantità di influenze.

Per costruire altre concezioni della libertà, come si è detto, bisogna operare proprio sulla descrizione materialista/fisicalista. Se le premesse del discorso fisicalista fossero accettate, automaticamente o la libertà non esiste, oppure la libertà esiste nei termini dell’assenza di costrizione, ma non di autodeterminazione morale in senso assoluto: non esiste né il libero arbitrio né la capacità di autodefinizione formale dell’azione.

         i.            Ogni evento ha una causa,

        ii.            Ogni evento è definito da una serie di proprietà fisiche,

      iii.            Tutto ciò che esiste è spiegabile dalle proprie cause e queste sono descrivibili nei termini di un contesto quantitativo,

Chi non fosse un sostenitore del determinismo causale, fa a meno dell’idea che ad ogni evento corrisponda una causa. La (ii) e la (iii) possono essere accettate. Un’altra strategia potrebbe essere quello di accettare l’idea che ad ogni evento corrisponda una causa, ma potrebbe non essere accettata la premessa secondo cui ogni evento è definito da una serie di proprietà fisiche. Vediamo le due possibilità ciascuna per sé.

Se consideriamo che ogni evento ha una causa allora escludiamo che il soggetto possa non essere costretto a scegliere due alternative in base alle sue conoscenze passate, o dall’insieme delle circostanze che lo vincolano in quel momento. Però, secondo l’opinione di gran parte dei complessi morali delle religioni, ciò non si accorda con la realtà dell’uomo. In altre parole, il soggetto conserva la capacità di decidere indipendentemente da tutte le influenze esterne a cui è sottoposto. Dunque, non è vero che ogni evento ha una causa perché nell’atto decisionale c’è almeno un evento che non ha una causa pregressa. L’uomo può sempre scegliere il bene o il male. Questo sembra fondare la responsabilità delle azioni dell’uomo esclusivamente nell’uomo. Ciò è un paradosso: se ammetto che posso sempre scegliere tra due azioni, una buona e una negativa indipendentemente da ogni influenza interna o esterna allora devo concludere che la mia decisione sarà indipendente da ciò che penso e, in ultima analisi, sarà frutto del caso. Se infatti scegliessi “il bene” sarei stato a mia volta condizionato, non libero, dalle mie conoscenze. Se scegliessi il male, sarei stato vincolato da esso. La religione è estremamente contraddittoria nell’elaborazione della teoria della libertà perché la scioglie dal contesto fisico e, allo stesso tempo, da quello mentale. Il libero arbitrio, in quanto scelta non operata a partire da ragioni, non è una forma di libertà positiva ma solo negativa e, in ultima analisi, difficilmente plausibile.

Potremmo invece accettare l’idea che esista una causa per ogni evento, tuttavia potremmo rigettare la possibilità che ogni fenomeno sia descritto nei termini della fisica matematica, vale a dire a partire dalla definizione di una serie di quantità definibili da rapporti numerici grazie ai quali si può prevedere ciò che avverrà. L’idea è quella di scindere su due piani i livelli di esistenza i fenomeni: gli eventi fisici e gli eventi mentali. Gli eventi fisici sono definiti attraverso rapporti matematici all’interno di un’intelaiatura meccanica. Ma la mente non è riscrivibile all’interno del mondo della quantità e va descritta secondo le qualità. Ciò implica che ogni evento mentale sia definito in modo diverso dagli eventi fisici, sebbene per ogni attività mentale si possa dire che sia determinata da un qualche stato mentale passato. In questo senso, l’indipendenza del mentale dal fisico implica che il mentale possa non essere subordinato alle circostanze fisiche negli atti decisionali. Di conseguenza, la realtà non è interamente determinata da cause meccaniche perché ne sono esclusi tutti i fenomeni mentali.

In fine, l’ultimo modo di concepire la libertà è quella di considerare fermo il paradigma fisicalista, non rinunciando sul piano morale alla libertà. Questa strada sembra essere perdente, eppure è esattamente quella scelta da Kant, il quale nella Critica della ragion pura non riconosce nessuna autonomia al pensiero, mentre nella Critica della ragion pratica asserisce che la libertà è un assioma morale, dunque, indimostrabile. Kant interpreta la causalità in senso forte, ma non vuole rinunciare alla Libertà. La sua concezione non è contraddittoria nel senso che non considera le due concezioni come sovrapponibili e, di conseguenza, non arriva a contraddirsi, sebbene sia piuttosto imbarazzante dover riconoscere da un punto di vista scientifico l’inesistenza della libertà per riammetterla sotto un’analisi morale. Kant concepisce la capacità di decidere come il risultato di un’autodeterminazione formale da parte del soggetto. Il soggetto morale può partire da un punto di vista intersoggettivo e giungere alla definizione di un atto morale riconosciuto dalla ragione, oppure può porsi a partire da fini limitati nel tempo e nello spazio giungendo così alla realizzazione di un proprio vantaggio egoistico. Il soggetto è libero di autodeterminarsi giacché egli non è influenzato da cause esterne nell’elaborazione di una decisione. In questo senso, Kant mantiene distinti i giudizi morali da quelli fisici non rendendoli assimilabili tra loro.

Dopo aver passato in rassegna tutte le varie possibilità, facciamo un breve riassunto del percorso generale per poi passare in rassegna i singoli casi dei filosofi più illustri.

La libertà è un concetto che si riscrive all’interno del problema della fisica e della causalità. Storicamente, la fisica ha smesso di porsi il problema della L. da Kant in poi, etichettandolo, giustamente, come un problema che non la riguardava. Per non parlare a vanvera del concetto di libertà, bisogna per forza spendere due parole sul come vada interpretata la realtà causale del mondo. Non è un caso che Wittgenstein rigetta nel Tractatus il problema sostenendo che esso è al di là di ciò che si può sensatamente parlare, vale a dire che le proposizioni che hanno la libertà o come proprietà o come soggetto sono prive di significato. Ciò è vero se si considera la libertà in senso troppo astratto, ma potrebbe essere diverso se si considera il problema come la definizione delle possibilità del soggetto e di come questi agisca. D’altra parte, per Wittgenstein l’intero “mondo del soggetto” è fonte esclusivamente di tautologie.

Cartesio rendeva la fisica libera dalla questione perché scindeva la causalità fisica dalla processazione mentale. Questo è un esempio di “dualismo tra la mente e il corpo” vale a dire che la descrizione della mente è irriducibile a quella del corpo e viceversa perché i singoli eventi mentali sono del tutto diversi da quelli fisici. Questa concezione può avere come risvolto la possibilità di interpretare la libertà a diversi livelli, esattamente come fa Cartesio, che le distingue in tre diverse categorie: la libertà da…, la libertà di indifferenza, e la libertà di… La “libertà da” è la possibilità di agire senza costrizioni dall’esterno a partire da una qualche nostra intenzione. La libertà di indifferenza consiste nel non avere ragioni per propendere ora per una opera per un’altra possibile decisione, vale a dire, il libero arbitrio. In fine, “la libertà di” è la possibilità di agire in un certo modo.

Di tutt’altro avviso è il determinista Spinoza, il quale concede solo la possibilità di “libertà da” accettando pienamente l’idea che il mondo sia determinato dall’insieme di cause, sia a livello mentale che fisico.

Locke concepisce il problema della libertà solo all’interno di un contesto fisico: è libero quell’atto volontario non ostacolato da uno resistente. La volontà non è una facoltà libera. La libertà ha, per Locke, due presupposti: (1) l’intenzione del soggetto verso un’azione, (2) l’assenza di costrizione da parte di cause esterne. La libertà diventa semplicemente la descrizione del rapporto tra facoltà intenzionale e realizzazione, tuttavia né il mondo fisico né il mondo mentale sono liberi nel senso di non determinati da cause.

Hume non concepisce la libertà nei termini dell’intenzione, giacché la mente umana segue delle regole precise nella formazione delle proprie idee e i desideri sono irrazionali, non soggetti in alcun modo al dominio della ragione la quale può solo riconoscere i mezzi adeguati per raggiungere un certo fine.

Di Kant abbiamo già parlato. Hegel invece concepisce la libertà solo all’interno della società e non al di fuori. Essa vive all’interno dello spirito che è l’idea concreta di un dato periodo storico. Senza entrare nella questione, Hegel ridefinisce i termini del discorso sulla libertà all’interno dei processi storici che la rendono possibile. La storia dell’umanità è la storia della liberazione dello spirito, in termini più semplici, è la storia stessa della libertà in quanto tale all’interno del mondo. Questa stessa concezione sarà ulteriormente ripensata da Marx, il quale procede sulle orme del maestro sebbene giunga a risultati assai diversi: per Hegel la Storia è il percorso della liberazione dello Spirito, pienamente realizzatosi nel presente in Occidente. Mentre per Marx la Storia è l’insieme dei rapporti economici che vincolano i più nell’illibertà. Marx non rinuncia all’idea che l’uomo debba percorrere un cammino di liberazione, ma lo riserva solo dopo la lucida consapevolezza della limitazione della sua libertà attuale. Tuttavia, in cosa consista propriamente la “libertà” in Marx e in Hegel non è così chiaro, in particolare in relazione agli individui.

Per quanto riguarda Schopenhauer l’essere vivente è interamente spinto all’azione dalla Volontà, la quale lo conduce verso un’incessante moto di conservazione e di riproduzione di sé. L’unica possibilità di sfuggire all’onnipresente coazione all’interno del mondo è l’espressione artistica o etica dove la liberazione può avvenire attraverso la rinuncia stessa della vita, cioè attraverso il raggiungimento dell’indipendenza dagli stimoli primordiali della Volontà o attraverso il sublime, cioè l’arte, oppure attraverso l’ascesi etica, in termini analoghi a quelli stoici. L’assenza di libertà è mostrata sia sul piano della Volontà che su quello della Rappresentazione giacché la Volontà è necessaria e cieca al contempo mentre la Rappresentazione non è altro che il risultato di quella.

Nietszche  concepisce l’azione umana al di là di ogni possibile morale normativa, richiamandosi alla preminenza del complesso degli istinti già messa in luce da Schopenhauer. Egli, però, non si limita all’riaffermazione del  mondo crepuscolare della coscienza sul raziocinio, ma rivendica l’irrinunciabilità dell’atto creativo e autofondante del soggetto nei confronti di se stesso. L’uomo deve essere come una stella danzante capace di brillare di luce propria: egli deve diventare maestro di se stesso per diventare se stesso. La libertà dell’uomo è la possibilità di rifondare i valori sulla base di ciò che egli è e non a partire da ciò che dovrebbe essere.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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