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Strategy – The logic of War and Peace – Edward Luttwak

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Consigliamo La grande strategia dell’impero bizantino di Edward Luttwak 


Strategy The Logic of War and Peace è un saggio di Edward Luttwak, noto analista politico e militare, autore di innumerevoli lavori, tra cui alcuni capolavori come The Grand Strategy of the Bizantine Empire o celeberrimi come La grande strategia dell’impero romano. A differenza di questi due ultimi volumi, Strategy non è principalmente un’opera storica o, piuttosto, non lo è proprio, nonostante parti intere del volume dedicate all’analisi e all’applicazione della strategia nei contesti storici più diversi (da questo punto di vista Luttwak dimostra la sua competenza in materia di storia militare). Il volume in questione tenta di fornire una teoria esplicativa grazie alla quale poter rendere possibili previsioni sul comportamento futuro di decisori politici in contesti di guerra.

La strategia, per Luttwak, non può essere in alcun modo ridotta o, anzi, confusa con un particolare tipo di ingegneria, ovvero al settore ricerca-sviluppo della difesa. Al contrario, la strategia è ed ha senso proprio perché non è in alcun modo un’ingegneria. Infatti, essa nasce in condizioni di conflitto che non escludono ma incorporano l’attività militare e l’uso della violenza. Quando si è in contesti strategici, il sangue sta già scorrendo, per usare una dicitura dell’autore in una sua intervista (citata a memoria).

In realtà, non basta che il sangue scorra perché si sia in un contesto in cui la strategia si applica: gli attori in conflitto (due solo come caso limite) devono essere entrambi motivati a resistere e vincere la volontà dell’altro. Se la volontà di uno dei due è prevalente e l’avversario cede, le leggi del divenire su basi strategiche non si applicano più e si passa ad una condizione in cui ritorna l’ingegneria (se così si può dire). E’ il caso della prima guerra del golfo: a parte forse i momenti iniziali, l’esercito di Saddam Hussein non opponeva alcuna reale resistenza, non contrapponeva alcuna reale volontà di combattere, con il risultato che la guerra era semplicemente un’applicazione di una vasta scienza di demolizione infrastrutturale.

La presenza di una dinamica strategica, dunque, si manifesta solo a condizione che ci sia una volontà determinata ad ottenere la vittoria, volontà di un insieme di esseri viventi che si contrappone ad altri ed impone o cerca di imporre, la propria visione della pace. E’ a queste condizioni che la teoria strategica si può applicare. Essa, a differenza dell’ingegneria, non è lineare ma “paradossale” (termine che ritorna continuamente nelle pagine). L’esempio immaginario utilizzato più e più volte da Luttwak in questo e in altri contesti è il seguente: dati due punti A e B, tali che un esercito da A debba raggiungere B, dove c’è il nemico, A e B sono raggiungibili in diversi modi e con percorsi diversi. Tra i vari percorsi, un ingegnere si chiederebbe quale è la via più breve per raggiungere B da A. Ma, dice Luttwak, questo è senza dubbio il percorso più sorvegliato, maggiormente esposto agli attacchi del nemico. Sicché la logica della strategia prevede che l’esercito che parta da A tenti in tutti i modi di trovare la strada, probabilmente anche la più accidentata, per colpire l’esercito in B con la piena sorpresa. Questa differenza, semplice da capire ma difficile da elaborare in sede pratica, mostra la distanza tra il pensiero strategico e il pensiero del “buon senso”. Il buon senso è un tipo di ragionamento lineare, che parte da premesse verosimili e conduce a premesse verosimili. La logica della strategia sta all’opposto: parte da alcune premesse paradossali e giunge a conclusioni paradossali. Sia che riesca, sia che fallisca, la strategia è per natura sua paradossale.

Un punto interessante del libro consiste nel fatto che la logica della pace e della guerra (strategicamente intesa) siano sostanzialmente antitetiche: da un lato sussiste la linearità e il buon senso e l’evidenza, dall’altro persiste il pensiero controintuitivo, involuto e paradossale. La storia è una, ma si declina in questi due modi che si alternano continuamente. Va notato che le due dimensioni si possono ostacolare a vicenda, soprattutto quando si passi dalla pace alla guerra. In particolare la democrazia è particolarmente esposta a problemi dell’interdizione tra i due momenti, dato che la logica strategica non può essere del tutto trasparente, onde determinare effetti controproducenti.

La logica della guerra è paradossale sia intrinsecamente che estrinsecamente. La logica della guerra in sé è paradossale in molti sensi: prima di tutto, ciò che ci ha consentito di vincere una volta potrebbe essere la causa della nostra successiva sconfitta. In questo senso, la logica della guerra conosce quelli che Luttwak chiama “punti culminanti”, vale a dire i vertici in cui una certa arma, una certa manovra, una certa tattica assumono il massimo del loro potenziale e poi scemano nell’efficacia. Questo principio di “esplosione-implosione” (così da me definito) è costante e valido ad ogni livello della gerarchia della guerra: un’arma assume una certa efficacia fino a quando non si trovano rimedi difensivi materiali o tattici per renderla inoffensiva; una certa decisione in sede di grande strategia può determinare l’iniziale vittoria e la successiva sconfitta. Pearl Harbor è un esempio chiaro: il suo successo fu talmente clamoroso che indusse una violenta reazione prima di tutto politica e sociale tale che la determinazione degli USA sarebbe stata così solida che sarebbe cessata solo con l’annichilimento totale del Giappone. Fosse stato meno decisivo l’attacco a Pearl Harbor, forse le cose sarebbero andate diversamente ma il punto è chiaro: una vittoria può conseguire in sconfitta e viceversa.

In secondo luogo, esiste anche un’altra dimensione di paradossalità della strategia: essa non è monolitica e ha due dimensioni distinte, una verticale e una orizzontale, in cui si applicano le stesse leggi e le stesse dinamiche, ma che pure interagiscono tra di loro. Sicché una vittoria nella dimensione verticale può non essere decisiva o efficace a livello orizzontale. Le due dimensioni, una diciamo qualitativa e una quantitativa, si compenetrano e non sono tra loro indipendenti, sicché, ancora una volta, è impossibile ragionare in termini lineari e di costi/benefici in termini di buon senso perché bisogna sempre fare i conti con le conseguenze involute della storia degli effetti delle decisioni prese in ambito strategico.

In fine, esiste anche un terzo livello di paradossalità: la strategia, così come viene intesa da Luttwak, è tutt’altro che semplice da comprendere nel suo divenire concreto. In altre parole, la capacità dei decisori di prendere la decisione giusta non può venire dalla contemplazione pura della dinamica strategica. Il ragionamento potrebbe essere analogo a questo: un uomo non arriverà ad addormentarsi pensando continuamente di addormentarsi, allo stesso modo per prendere una decisione strategica bisogna pensare sulla base della propria evidenza e non sul fatto cercare di cogliere la dinamica strategica in atto, più di quanto sia concesso sulla base della propria evidenza.

Strategy è, a mio parere, un libro di grande valore, della qualità a cui Edward Luttwak ci ha abituati. Tuttavia, è lecito esporre una critica che ho avuto modo di presentare estesamente in un’altra sede per teorie analoghe (cfr. Filosofia pura della guerra cap. 11). Uno dei problemi di queste teorie è che non è chiaro in che termini vadano intese: esse sono teorie normative o descrittive? Esse, cioè, ci descrivono uno stato di cose oppure qualificano uno stato di cose che va supposto pregresso? Inoltre, la normatività ci serve per qualificare e giudicare oppure per prescrivere? Luttwak ci dice che la sua teoria è esplicativa, quindi è descrittiva e la sua razionalità si gioca sulla buona descrizione sulla base della quale possiamo operare predizioni (anche se, però, poi Luttwak analizza la correttezza delle decisioni degli attori strategici, lasciando aperta la possibile interpretazione normativa delle descrizioni fornite: spiegare e valutare non sono o non dovrebbero essere la stessa cosa).

Proprio per questo, infatti, l’immagine che traspare da Strategy è che la storia segua un particolare tipo di divenire, prefissato e sostanzialmente immodificabile. Per questo, infatti, sembra molto simile alla dialettica hegeliana che, non per niente, è paradossale e base di una dinamica riconosciuta esplicitamente come di conflitto. La storia, per Hegel, è la storia di un conflitto perpetuo. Luttwak non la pensa esattamente così, ma è d’accordo con Hegel rispetto alla guerra: essa è paradossale perché sussiste il continuo alternarsi degli opposti (tesi che a Hegel sarebbe piaciuta molto: avrebbe verificato una buona parte della sua posizione filosofica). Ma Hegel ci diceva che la storia andava verso una direzione e che tale direzione era unica e, addirittura, la più razionale. Così anche in Luttwak? Sembrerebbe di sì, anche se lui non ci dice dove ma il punto è chiaro: la sua non è una teoria normativa ma descrittiva e non consente prescrizioni. La domanda, allora, è: quindi a che pro? Se è vero che la dinamica è fissata, come possiamo modificarla? Inoltre, se la strategia segue leggi indipendenti dalla volontà umana, allora questa volontà che dimensione assume rispetto alla strategia?

La teoria di Luttwak, dunque, è affetta da molti problemi delle teorie neo-hegeliane, fondate su una analisi che tenta di vincolare la storia e il suo divenire a leggi chiuse. Certo, Luttwak avrebbe gioco facile a dirci che questo vale in guerra, non in pace. Ma se la guerra è così tanto importante nella storia, allora gran parte della storia è sostanzialmente necessaria, chiusa ma con una dinamica prevedibile. Ma allora tale previsione non può cambiare lo stato di cose: serve solo a ricostruire a posteriori un evento la cui comprensione è fine a se stessa. Se non è fine a se stessa, allora la dinamica della strategia può non essere fissata soltanto dalle sue stesse leggi. Ma questo è quanto veniva negato. Se il futuro in guerra è aperto, allora può essere deciso razionalmente e la capacità predittiva non può che essere bassa. Se il futuro in guerra è chiuso, allora la capacità predittiva della teoria è alta, ma anche priva di effetti nel concreto.

La conclusione, dunque, è che si tratta di un lavoro di grande rilievo per tutti gli interessati a capire la dinamica paradossale della guerra e della strategia. Il libro è chiaramente scritto da un autore che domina la disciplina in lungo e in largo e che la sente propria, sicché il suo contributo al dibattito è davvero proporzionale alla sua vasta e variegata conoscenza. Rimane, però, il problema di capire come inquadrare ciò che è il contenuto del lavoro. Questo, naturalmente, può essere una legittima preoccupazione filosofica. Ma siamo sicuri che, almeno in questo senso, la preoccupazione filosofica sia così priva di risvolti concreti?


Edward Luttwak

Strategy The Logic of War and Peace

Belknap Press

Pagine: 308.

Euro: 32,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' il fondatore di Scuola Filosofica in cui è editore, redatore e autore. Dalla data di fondazione del portale nel 2009, per SF ha scritto oltre 800 post. Egli è autore di numerosi saggi e articoli in riviste internazionali su tematiche legate all'intelligence, sicurezza e guerra. In lingua italiana ha pubblicato numerosi libri. Scacchista per passione. ---- ENGLISH PRESENTATION ------------------------------------------------- Giangiuseppe Pili - PhD philosophy and sciences of the mind (2017). He is an expert in intelligence and international security, war and philosophy. He is the founder of Scuola Filosofica (Philosophical School). He is a prolific author nationally and internationally. He is a passionate chess player and (back in the days!) amateurish movie maker.

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