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Il problema della Self Knowledge: una breve introduzione

M. C. Escher, Drawing Hands, 1948

Abstract

In questo breve articolo analizziamo l’overture al dibattito della self-knowledge, un problema antico quanto attuale. Due posizioni generali affrontano il problema da due punti di vista abbastanza diversi: gli internisti sostengono che la self knowledge sia fondata internisticamente sul soggetto, indipendentemente dalla sua storia causale; mentre gli esternisti rivendicano la centralità del ruolo causale e delle condizioni esterne al soggetto per l’attribuzione della self knowledge. Data l’ampiezza del dibattito e la complessità dei problemi considerati, in tangenza di tre discipline filosofiche piuttosto complesse (filosofia del linguaggio, filosofia della mente e epistemologia), invitiamo il lettore a procedere ad una ricerca approfondita ed autonoma.

La storia della filosofia della conoscenza di sé, intesa almeno in via ingenua, è antica quanto la filosofia stessa, dal momento che il comandamento dell’oracolo, a cui Socrate attribuì tanta importanza, era appunto: “conosci te stesso”. E sul conosci te stesso si è intessuto un discorso articolato e lungo, al cui principio ci fu appunto Socrate il quale, ironicamente (non a caso), arrivò a concluderne che “sapeva di non sapere”. Forse, dunque, già da subito ci si rese conto che la conoscenza di sé era cosa assai difficile anche solo a definirsi. Fuor d’ironia, la self knowledge (qui tradotta parzialmente impropriamente come “conoscenza di sé”) è stato un problema filosofico centrale.

La self knowledge riguarda, in generale, la conoscenza dei nostri stati mentali o, per meglio dire, delle nostre attitudini mentali (attitudes). Inoltre, essa si declina più come conoscenza del sé che di sé. In fine, le questioni inerenti alla self knowledge riguardano più da vicino le condizioni grazie alle quali possiamo ascrivere conoscenza di un certo stato mentale (o attitudine) ad un certo soggetto. La questione si lega, così, alle condizioni alle quali possiamo ascrivere conoscenza di una certa proposizione assunta da un soggetto nel senso delle condizioni semantiche che un soggetto deve possedere per poter comprendere, ad esempio, un enunciato proferito da un altro. Il tema, dunque, riguarda prima di tutto la teoria del significato dei termini, dei contenuti mentali e, quindi, dei concetti. Tutti problemi, questi, che legano in modo indissolubile la filosofia della mente, la filosofia del linguaggio e una certa parte ristretta dell’epistemologia.

Va comunque detto che l’epistemologia (così come si intende canonicamente) indaga relativamente poco la self knowledge, giacché questa rientra in un caso piuttosto particolare non necessariamente rappresentativo della teoria della conoscenza del mondo. Questo rimane vero, per quanto alcuni autori (Williamson (2000), Goldberg (2015b) e alcune ricerche di Gabriele Usberti) comunque propongano posizioni che riguardano tanto la self knowledge nello specifico che l’epistemologia in senso generale (la teoria nota come “mentalismo” (mentalism) in epistemologia individuale sono affini a simili tematiche).

Il problema della self knowledge, della conoscenza dei contenuti degli stati mentali, dei significati e dei concetti, emerge in modo esplicito in Cartesio e in gran parte della tradizione filosofica moderna. Fino agli anni 60-70’ del secolo XX, era comunemente assunta la teoria del riferimento fondata sulla soddisfazione di alcuni criteri. Prima di tutto, il significato poteva essere riferito a condizione che esso rispettasse alcuni criteri: in altre parole, il significato stesso dipendeva dai criteri. In secondo luogo, i criteri assunti dipendevano o (1) dal significato (meanings of one’s expression) dell’espressione proferita da un soggetto, (2) oppure dal significato cognitivo (cognitive significance) che il parlante associava a quella particolare espressione oppure, ed infine, (3) dall’intenzione referenziale (referential intention) che il parlante aveva in mente. Sicché il significato si declinava su tre possibilità:

(a) Il significato dell’espressione proferita.

(b) Il significato mentale associato all’espressione.

(c) L’intenzione referenziale riferita alla mente del parlante.

(a-c) risultano tre condizioni plausibili, ma mostrano anche il fatto che non dipendono in alcun modo dal mondo esterno. Esse, cioè, vincolano il significato alla sola attitudine interna al soggetto cognitivo, il quale è il fulcro su cui si impernia la definizione del significato dei termini, sia essa in base alle sue intenzioni comunicative (de facto, (c)), sia essa in base al suo stato mentale associato all’espressione proferita ((b)).

Negli anni 70’ del secolo XX, come anche in altre branche della filosofia analitica (epistemologia, teoria del riferimento e semantica, nonché filosofia della mente) si è avuta la “svolta causale”. Durante questo periodo, infatti, le assunzioni circa il fatto che il significato era definito in base a dei criteri e che quei criteri erano appunto quelli appena visti, vengono fortemente criticate. La semantica dei nomi propri elaborata da Saul Kripke (Kripke (1972)) e lo sviluppo della logica modale sono state tra le iniziali posizioni antagoniste alla visione “classica” della self-knowledge. In generale, quest’ultima era concepita come troppo fondata sul soggetto (individualismo, “overindividualistic approach”) e, in particolare, troppo internista, cioè fondata su condizioni esclusivamente interne al soggetto che non prevedono alcuna elemento esterno ad esso nella definizione della self-knowledge. Questo emerge chiaramente proprio dai punti (a-c).

La posizione esternista (contrapposta, cioè, a quella internista) in filosofia del linguaggio si fondava su tre assunti fondamentali:

(I) Il riferimento può essere descritto e fissato in termini causali, sicché il riferimento può essere concepito in base alla sua storia causale (in questo molto affine alla teoria causale di Alvin Goldman (Goldman (1967)) per quanto riguarda il problema generale della definizione di conoscenza). La determinazione del riferimento procede dagli antecedenti causali dell’uso associato ad una certa espressione.

(II) Nello specificare a chi o a cosa l’espressione si riferisce, il filosofo può e deve fare riferimento anche ad elementi presenti nell’ambiente del parlante e non soltanto ai suoi stati mentali interni.

(III) Il riferimento deve così riferirsi ad elementi esterni al soggetto, siano essi oggetti o proprietà, anche quando il modo per farlo sia comunque complesso. Inoltre, questi oggetti o proprietà esterni al soggetto devono assumere un ruolo causale nella genesi stessa del riferimento dell’espressione proferita dal parlante.

Da (I-III) si può dedurre facilmente il fatto che la teoria causale del riferimento induce una concezione causale tanto del pensiero che dei concetti. Alla posizione genericamente causale vengono mosse due critiche canoniche. La prima è il problema della presupposizione. Il giudizio di un soggetto riguardante i suoi stessi pensieri occorrenti (occurent thougths) ha una certa autorità. Questa autorità è mostrata dal fatto che io so fino a che punto sento dolore nell’aver messo il braccio in una posizione innaturale in questo momento. Questo mio “sentire dolore” corrisponde ad una sensazione e ad uno stato mentale sul cui accesso ho una autorità incomparabile con quella di qualsiasi altro. Nessuno potrà dire se senti davvero un dolore ai denti, a parte te stesso. Secondo questa critica, dunque, la teoria causale sembra negare che il soggetto ha un’autorità privilegiata ai suoi stessi stati mentali. L’idea, qui, sembra essere la seguente: se il riferimento riguarda sempre delle condizioni esterne al soggetto, quando il riferimento è interno (il proprio dolore, la propria sensazione, etc.) esso esiste o non esiste. Se la teoria causale è corretta, sembra negare proprio questa possibilità. Questo è chiaramente controintuitivo.

La seconda critica è il problema del conseguimento (achievment problem): la teoria causale sembra avere difficoltà a spiegare come un soggetto riesca effettivamente ad avere accesso ai suoi stessi stati mentali. Qui la questione è la seguente. Se uno stato mentale prevede come causa parziale di esso un elemento esterno, se un soggetto accede al suo stato mentale, quale è la causa? Alcuni esternisti hanno replicato distinguendo più livelli e più generi di stati mentali, sicché uno stato mentale di livello n può causare un secondo stato mentale di livello m e m consentirebbe di accedere al contenuto di n pur essendo da n causato.

Lo stato attuale della letteratura si declina da questi problemi. Gli esternisti in generale difendono la plausibilità di un atteggiamento causale ai problemi della self-knowledge, gli internisti rifiutano questa posizione, difendendo l’idea che l’autorità, l’immediatezza e la salienza siano le caratteristiche fondamentali della self-knowledge. Una parte del dibattito si incentra sul problema di quanto le nostre descrizioni di stati mentali siano reali oppure siano affabulazioni (o confabulazioni), cioè ricostruzioni ex post del soggetto. Come giustamente nota Wright (2015), il fatto che il soggetto possa anche riportare qualche confabulazione non toglie che egli disponga comunque in condizioni normali di autorità, immediatezza e salienza ai propri stati mentali. Quello che è corretto asserire, secondo Wright, è che il soggetto dispone di self knowledge, fondata sulle proprietà sopra elencante, almeno nelle condizioni normali, cioè condizioni in cui le condizioni si danno e non vengono violate.

Concludiamo queste note introduttive segnalando che la self knowledge ha una letteratura molto vasta e interessante. Essa è l’intersezione perfetta dei problemi della semantica analitica, dell’epistemologia analitica e della filosofia della mente. Ed essa, infatti, si declina in più modi, in base alla tematica che si voglia privilegiare (definizione degli stati mentali e dei concetti, teoria del riferimento, definizione di conoscenza del sé). Probabilmente si tratta del classico tema filosofico eterno, proprio perché considera alcuni temi la cui declinazione ammette più prospettive tra loro irriducibili.


Bibliografia minima

Gertler B., (2015), “Internalism, Externalism and Accessibilism”, Goldberg S., (a cura di) Externalism, Self-Knowledge, and Skepticism, Cambridge University Press, Cambridge.

Goldberg S., (2015), “Anti-Individualism, Comprehension and Self-Knowledge”, Goldberg S., (a cura di) Externalism, Self-Knowledge, and Skepticism, Cambridge University Press, Cambridge.

Goldberg S., (2015), “Introduction” in Goldberg S., (a cura di) Externalism, Self-Knowledge, and Skepticism, Cambridge University Press, Cambridge.

Goldman A., (1967), “Causal Theory of Knowing”, The Journal of Philosophy 64, pp. 357-372.

Kind A., “Introspection”, Internet Encyclopedia of Philosophy, http://www.iep.utm.edu/introspe/

Kripke S., (1972), Naming and Necessity, Cambridge University Press, Harvard.

Williamson T., (2000), Knowledge and its Limits, Oxford: Oxford University Press.

Wright C., (2015) “Self-knowledge: the reality of privileged access”, in Goldberg S., (a cura di) Externalism, Self-Knowledge, and Skepticism, Cambridge University Press, Cambridge.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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