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Trash! – Una guida filosofica all’incategorizzabile

Trash

Una delle attività più diffuse nell’era dei social, di internet e dei media della rete è la condivisione, diffusione e produzione di materiali comunemente qualificati come “trash”. Si intende, che senza gli spettatori, la produzione di simili materiali sarebbe ipso facto inutile. A differenza di un quadro di Goya, di un film di Orson Wells, che hanno un valore intrinseco, estetico, inestimabile, la categoria del trash ha senso solamente se c’è qualcuno che la guarda. E’ lo spettatore che conferisce in modo significativo la qualifica di “trash” a qualcosa. Su questo ci torneremo.

Prima di cominciare, vorrei chiarire il fatto che questo è uno studio filosofico, una analisi scientifica che non vuole prendere parte alla questione morale. E come tale, dunque, rifiuta ogni sua categorizzazione in tal senso. Sicché il lettore è avvisato: non troverà giudizi di valore e l’autore non si sente impegnato a dover eventualmente difendersi in tal senso, come si conviene ad una spassionata analisi filosofica.

I materiali trash sono, sempre o per lo più, materiali audiovisivi, cioè video e immagini. In linea di principio esistono anche materiali trash contenuti in altri media, ad esempio la letteratura. Un esempio antico quanto noto è il prodotto dei goliardi, vale a dire tutto quell’insieme di materiali letterari che stravolgono generi più illustri. Esiste una gustosa storia di Roma rifatta goliardicamente, a base di sesso e violenza che vi invito a cercare. Esiste, poi, un infinita sequenza di “vite dei santi” che connette il genere sacro al genere trash. Non è questo il luogo per riportare simili brani, ma consiglio il lettore ad andare a cercarsi simili illustri precedenti per comprendere il fatto che la categoria del trash è antica quanto il mondo. Questo genere di letteratura deviante dal comune senso estetico e del pudore è antico quanto la letteratura colta. Scrittori greci e romani si distinsero anche in questo genere di lavori, come anche i padri della nostra letteratura…

In questo articolo cercheremo di sondare un poco la natura del trash, sicché questo articolo si può definire meta-trash, vale a dire un discorso sulle rappresentazioni trash (sicché non è trash esso stesso!: fatto questo di primaria importanza). In questo senso, cercheremo di capire principalmente se esistano delle condizioni generali che qualificano alcuni fatti, qualificati come “trash”. Per tale ragione, vorrei riportare un fatto che mi è capitato e che ha determinato in me l’esigenza di comprendere la natura di questa categoria incategorizzabile. Un giorno, in una casa di studenti in cui abitavo, avevo sentito una storia molto interessante da uno dei miei coinquilini. Una ragazza aveva una particolare propensione verso i ragazzi bruni e con un po’ di giusta peluria. Un giorno due suoi amici (di cui uno era appunto il mio coinquilino) decidono di farle uno scherzo. Le prendono l’ipad e mettono come sfondo del desktop un uomo dai capelli corvini, obeso in posa da modello e ricoperto di una fitta peluria. Così le dissero: “ti piacciono i ragazzi bruni e un po’ pelosi, no?”.

Questo esempio, che potrebbe essere ripetuto in infinite variazioni, potrebbe dispiacere a qualcuno. Intanto agli uomini pelosi e agli uomini obesi, che giustamente nulla hanno fatto di male per essere trattati in tal modo. Ma è proprio questo uno dei punti fondamentali: il trash è per essenza stessa politicamente scorretto, cioè mostra ciò che le convenzioni sociali negano o vorrebbero negare. E’ come mostrare ad una casalinga il risultato di anni di accumulo della polvere sotto il suo tappeto.

L’esempio riportato sopra, comunque, contiene una delle condizioni, se non la condizione essenziale, del trash. Si dia un oggetto x, tale per cui un soggetto S riconosce che x appartiene alle categorie Y e Z tali per cui gli oggetti contenuti in Y e Z sono spesso anche della categoria B, sicché S è incline a riconoscere come parte della categoria B quasi tutti gli oggetti delle categorie Y e Z. Il problema è che nelle categorie Y e Z sussistono anche elementi che non rientrano in B. Un esempio. Normalmente i gatti sono animali carini. Normalmente i cuccioli di gatto sono animali ancora più carini. Normalmente un soggetto che ama i gatti e ama i cuccioli di gatto è disposto a ricondurre i gatti cuccioli all’interno delle “cose carine” e se si trova davanti un gattino, lo associa spontaneamente a tale categoria. Ma una foto o un video di un gattino morto non rientra in questo genere di cose “carine”. Eppure la condizione generale è rispettata: c’è almeno un elemento che ha una proprietà tale per cui nel senso comune si associa un’altra, anche se nel caso specifico non è questo il caso. C’è, dunque, una rottura del senso di normalità non nell’oggetto ma nella sua qualifica.

Dunque, allora, cosa è il “trash”? “Il trash” è un nome costruito a partire dall’oggettivizzazione di una qualità, cioè riassume la dicitura: “cosa è un oggetto che ha la proprietà T, tale che se x è T allora è TRASH”. Come abbiamo visto, il “trash” non è qualcosa che esiste senza un soggetto che lo esperisce. Tolto l’essere umano è tolto anche il trash, ipso facto e per necessità. Perché? Perché va osservato il fatto che il trash è una categoria eminentemente soggettiva. E lo è in un duplice senso. Prima di tutto è eminentemente relativa ad un soggetto specifico ma anche al suo tempo e appartenenza sociale, cioè alla comunità che stabilisce cosa è accettato e cosa non è accettato da un punto di vista di “gusto collettivo”. Ad esempio, oggi è considerato molto sgarbato mangiare con le mani il cibo, sebbene l’essere umano ha per millenni e nella maggioranza delle società mangiato il cibo con le mani. Ancora oggi, probabilmente la maggioranza dell’umanità non mangia il cibo per mezzo di uno strumento che non siano le mani. Ma nella nostra società, per tutto il periodo che va dopo il XVII secolo (credo) mangiare il cibo con le mani è considerato un’offesa o un cattivo gusto per chi vi invita a pranzo. Ma se spostiamo il periodo nel medioevo, mangiare con le mani non era affatto considerato un’offesa per nessuno. Un video che mostra un ragazzo che mangia avidamente con le mani un piatto di pastasciutta il giorno del matrimonio, potrebbe essere riconosciuto da taluni come molto trash. Perché? Perché con le regole sociali oggi riconosciute, con l’abitudine sociale e mentale del soggetto che vede il video, è facile riconoscere nella rappresentazione di questo fatto un che di deviante dalla norma.

Si diceva, dunque, che il trash è soggettivo perché nasce dalle inclinazioni individuali del singolo soggetto. L’esempio della ragazza posto sopra è chiaro: lo scherzo si fondava sulla sua preferenza verso i ragazzi bruni e non avrebbe funzionato con l’immagine di un ragazzo biondo… o avrebbe funzionato molto meno. D’altra parte, queste inclinazioni soggettive sono guidate e influenzate anche dalle regole sociali, più o meno arbitrarie o più o meno razionali ma riconosciute come arbitrarie, se non ne sono note le ragioni. Sicché c’è anche un elemento intersoggettivo, cioè che appartiene a più soggetti di una certa comunità, socialmente identificabile da un corpus di regole. E non è un caso che un video “trash” può essere riconosciuto come tale da più spettatori! Il che non significa che il video sia oggettivamente trash, ma è intersoggettivamente riconosciuto come tale. Quindi, il trash non è una categoria puramente soggettiva, ma va riconosciuta come il risultato di una adesione e di una ascrizione di una comunità sociale identificata su un gusto estetico e su una ragione morale condivisa. Vedere una rappresentazione di una bandiera nazionale stracciata in talune società è considerato addirittura immorale, in altre no… questo può fare una grande differenza per il riconoscimento di materiali trash.

Da un lato, dunque, il trash varia da soggetto a soggetto. Questo è mostrato in modo inequivocabile dalla differenza di gusto che diversi soggetti di una comunità hanno nei confronti del materiale in questione. Ad esempio, una persona colta può trovare trash la parodia goliardica della storia di Roma perché riconosce un grande valore nella storia dell’impero romano. E qui si mostra bene un’altra caratteristica o, per così dire, l’effetto o il sintomo del fatto che siamo di fronte a un genuino materiale trash, vale a dire la percezione della distanza ovvero del riconoscimento che una cosa che dovrebbe essere bella è invece molto brutta.

Si faccia caso che si è usato il verbo “dovere” che indica una condizione che si applica ad un fatto. Come dicevamo anche prima, il trash nasce tipicamente dalla rappresentazione di qualcosa che rientra normalmente in ciò che si considera desiderabile e che, invece, per qualche ragione specifica, rientra in qualcosa di orrendo. Sia fatto caso che, perché si dia il trash, è essenziale questo ossimoro: una cosa semplicemente bella o semplicemente brutta, una cosa semplicemente giusta o semplicemente ingiusta non determina mai ipso facto qualcosa di trash. Per esempio, per un amante della storia militare certe rappresentazioni umoristiche (pesantemente umoristiche) dei generali o dei soldati possono essere considerate come trash. Perché? Perché egli riconosce qualcosa di brutto in qualcosa che normalmente considera molto interessante. Sicché, in generale, il sintomo della presenza di un “genuino contenuto trash” si mostra quando un soggetto vede qualcosa che dovrebbe essere bello come immondo. Sia chiaro che questo ossimoro può essere riprodotto anche in forme artistiche di rilievo (si faccia mente locale alla “merda di artista” o al wc con i baffi etc.). Ma il trash si distingue sia per intensità che per profondità.

Ritorniamo per un momento all’esempio della burla alla ragazza. C’è un elemento che, sino a qui, non abbiamo considerato ma che è tutt’altro che collaterale. I ragazzi hanno giocato su un elemento: la predilezione della ragazza. Essi hanno messo la foto sul cellulare in modo che lei fosse costretta a vederla e a provare una emozione violenta. C’è, dunque, un elemento di costrizione ma, soprattutto, di violenza. Violenza considerata semplicemente come una forza impiegata contro una volontà. Ora, non importa che la violenza sia nell’oggetto (in questo caso l’immagine non è di per sé violenta), non importa che la violenza sia nell’atto (una persona può volontariamente guardare materiale che sa benissimo essere trash). Ma una certa dose di violenza è richiesta per la presenza del trash, una violenza che nasce dalla spontanea inclinazione al rifiuto di ciò che si sta per vedere. Il trash, dunque, è essenzialmente violento, almeno in questo senso. C’è poi anche il trash che contiene materiali violenti nella rappresentazione stessa, ma questo non è una condizione necessaria. La violenza del trash, necessaria per la sua stessa esistenza, è soltanto quella indotta nello spettatore per la vista di qualcosa di bello brutto.

Si faccia caso, dunque, che ancora una volta il trash è qualcosa di soggettivo anche in questo senso. Qualcosa che accetto di vedere facendo violenza su me stesso potrebbe essere qualcosa di molto diverso da ciò che un’altra persona potrebbe a sua volta vedere sotto sforzo. Per me la vista di un’autopsia è insopportabile, ma un medico legale non credo abbia un simile problema. Quindi per me un’autopsia, nelle giuste circostanze (già viste sopra), potrebbe essere un materiale trash, per un altro no.

Insomma, il trash contiene un elemento simile alla violenza gratuita dello sfregiatore di statue: egli le sfregia proprio perché sa che sono belle. Questo è un punto centrale. Un fruitore di trash sa benissimo che esiste qualcosa di pulito, autentico, originale, bello e buono. Ma esiste anche il piacere dello sfregio, che è ciò che mantiene in gran parte inalterato qualcosa di buono ma ne disprezza ampiamente il significato. La Monna Lisa con baffi è un esempio al rialzo di questo principio. Ognuno può divertirsi a trovare le sue varianti di questa condizione.

Sicché, a questo punto, possiamo provare a caratterizzare la categoria del trash, mediante una definizione condizionale:

DF Trash

Un oggetto x è trash se e solo se:

(a) un soggetto S di una comunità C al tempo t associa ad una categoria di oggetti D una proprietà B (buono) tale per cui a B si associa la proprietà P (piacevolezza),

(b) a un oggetto x che appartiene a D si associano normalmente le proprietà B e P riconosciute come tali anche dalla comunità C,

(c) l’oggetto x che appartiene a D invece possiede le proprietà non-B (non-buono) e non-P (non-piacevole),

(d) il soggetto S al tempo t ha forzato la sua volontà a vedere x.

DF2 Trash (definizione semplificata)

Il trash è una categoria variabile di rappresentazioni di cose belle avvertite come brutte, la cui visione passa attraverso una qualche forma di violenza.

Veniamo ora ad alcune questioni di natura, per così dire, diversa. Chiarita la metafisica del trash, possiamo ora chiederci legittimamente perché il famoso soggetto S della comunità C con regole R e Q vinca la sua spontanea inclinazione (condizione d) e si conceda la vista di un video trash. Le ragioni sono diverse, ma fanno capo sostanzialmente alla stessa logica.

Innanzi tutto, una persona con un dolore, poniamo, ad un braccio potrebbe pizzicarsi il braccio per sentire un senso di alleviamento relativo: aumenta il dolore per sentirne di meno, fenomeno noto da tempi remoti e ben illustrato proprio dal grande David Hume. Per la stessa ragione, una persona può desiderare vedere un trash (da ora così un elemento della categoria così intesa e sopra definita) perché riconosce se stesso simile all’oggetto rappresentato ma non del tutto uguale ad esso. Insomma, il trash ha un effetto catartico: sapere che c’è qualcuno che sta obiettivamente peggio, fa star bene. E’ il detto dei saggi: “non essere triste, ricordati che c’è chi muore di fame”, che si può traslare molto bene in materiale autenticamente trash. Sappiamo bene che questo effetto catartico è tutt’altro frutto del presente e della immaturità della natura umana dei soggetti dell’oggi.

E’ ben noto, infatti, che le persone più diverse andavano a vedere le esecuzioni capitali nel medioevo e nell’età moderna. E non per niente oggi si assiste allo stesso fenomeno con le terribili esecuzioni di certuni… Sicché non è un fatto del presente: gli uomini si eccitano per la morte di altri, soprattutto quando sanno benissimo che loro potrebbero essere al posto di chi sta per morire. La figura del Cristo nella passione è tipicamente incentrata proprio su questo: l’esempio di un uomo qualunque che viene fatto letteralmente a pezzi dagli altri, che si sentono meglio proprio perché hanno la garanzia che c’è davvero e certissimamente qualcuno che sta peggio di loro: sono loro stessi una parte della causa!

In secondo luogo, il trash nasce da un altro genere di catarsi, vale a dire dalla rappresentazione estrema di una propria mancanza, portata all’estremo. Per gli stessi motivi già visti, questa rappresentazione violenta di una propria manchevolezza genera, per contrasto, un senso di sicurezza relativa: io so di non essermi spinto così tanto in là, quindi ho ancora ragione di non avere paura. Ovvero: non sono il peggiore degli esseri umani. Da questo fatto, ancora di più, si mostra come il trash sia la sfida di un essere morale che vuole vedere l’immoralità nell’altro per sentirsi migliore. In altre parole, il trash non è la sospensione della morale, ma soltanto la percezione di una immoralità così spinta in avanti da essere irraggiungibile da chi la esperisce: egli diventa morale per alternativa. Sicché costui riconosce l’immoralità e la sua stessa manchevolezza, ma si dà una distanza. Si dice che al peggio non c’è mai limite. Il trash serve, appunto, a questo: a darci un’idea di quale questo limite possa essere.

In fine, esiste anche una terza categoria di trash che, naturalmente, può essere unita alle altre sopra. Vale a dire il trash “fisico”. Se il primo è un trash “psicologico”, se il secondo è un trash “morale”, esiste anche il trash devoluto alla percezione di una distanza fisica. Questa categoria è, tipicamente, quella con materiali osceni o violenti, materiali che ho sempre fatto fatica a capire come possano essere visti. Ad ogni modo, anche in questo caso ci sono infiniti precedenti nella storia: basti considerare al ruolo dei fenomeni da baraccone delle giostre medioevali, piuttosto che ai combattimenti feroci tra animali o uomini che, in modo più o meno legale, vanno avanti ancora oggi nei luoghi in cui lo stato non mette le mani. Non solo, ma sono già esistite nel passato forme di trash basate sul sesso, che qui non abbiamo intenzione di riportare. Il lettore può andare utilmente ad informarsi in tal senso. In altre parole, il trash fisico mostra una rappresentazione violenta di una distruzione di un oggetto che, in generale, è il corpo umano.

Non bisogna, poi, sottovalutare il fatto che molto del materiale trash viene visto perché riconosciuto come divertente. Infatti, si tratta di rappresentazioni di fatti estremamente rari o implausibili o percepiti come tali. Come già notava Henry Bergson, il riso nasce dalla percezione di un’assurdità, normalmente identificabile come di un essere umano dequalificato fino al rango di oggetto. Di questo fatto il linguaggio è intriso. Gli insulti, che notoriamente sono la base di molta comicità, sono tipicamente delle parole di oggetti con proprietà negative associate ad esseri umani. Stronzo, per esempio, indica un oggetto uscito dall’orifizio anale di un essere vivente, le cui caratteristiche sono l’estrema sgradevolezza ad ogni tipo di senso: non c’è niente di più comune di un simile artefatto naturale, giacché tutti gli esseri viventi ne producono, ma nel linguaggio la parola viene impiegata come degradante intenzionalmente. Ancora, non è un caso che le parolacce, nel giusto contesto, facciano ridere: esse riducono all’assurdo una condizione umana semplicemente normale. Così molti vedono il trash per ridere: si tratta dell’effetto Tom & Jerry, così ben ridicolizzato dal Grattachecca e Fichetto (Itchy and Scratchy) dei Simpson.

Nel caso di Tom & Jerry, però, la violenza indicibile può far sorridere per l’assurdità intrinseca, nata per invenzione: Tom non è un gatto come la pipa di Magritte non è una pipa! Tom è la rappresentazione di un gatto, non è un gatto vero. Ora, a prescindere dal fatto che ho sempre trovato fastidiosi Tom & Jerry, va pur notato che essi fanno ridere tanti bambini. Perché? Perché, appunto, inscenano uno stravolgimento violento di una situazione normale. Stessa cosa per i video trash. Ma sembra che i video trash siano veri, cioè rappresentano violenza reale. Come è possibile che facciano ridere?

Quando noi conosciamo una persona, non ci chiediamo come sia stata la sua infanzia o la sua adolescenza. Ci chiediamo soltanto se dal presente al futuro sia una persona a noi confacente. Solo in un secondo momento ci chiederemo la causa della sua piacevolezza e, solo allora, forse, ne vorremmo sapere la storia. Per i video trash funziona allo stesso modo: non mi interessa la natura delle cause che hanno portato a quella situazione, la catena causale che spiega quell’evento. Quello che importa è soltanto se la rappresentazione di quella condizione sia assurda o meno. L’assurdità si mantiene solo a condizione che le cause siano ignote. Se non lo fossero, l’assurdità sarebbe ipso facto annullata. Quindi, il video trash è divertente proprio perché e nella misura in cui si supponga che l’empatia normalmente concepita sia sospesa anche e soprattutto perché la condizione assurda nasce da un insieme di fatti pregressi totalmente sconosciuti.

Va specificato che il trash, così come l’abbiamo analizzato, è una peculiare forma di rappresentazione. Questo è dovuto al fatto che una persona deve percepire una distanza tra sé e ciò che sta vedendo. Infatti, abbiamo visto come l’effetto catartico si ottenga proprio dalla percezione dell’alterità di sé rispetto all’oggetto visto. Questo significa soltanto che il trash nasce principalmente come forma di rappresentazione di una condizione di cui è necessario non far parte. Nella passione del Cristo, per esempio, la persona percepiva la distanza proprio perché egli non era il disgraziato, oggetto di distruzione. In questo senso, il trash nasce come rappresentazione ma può coincidere con una condizione fattuale in cui il soggetto, però, non si concepisce come parte ma come spettatore, anche quando parte in causa.

Vorrei chiudere questo articolo con una considerazione generale su quanto fin qui detto, un paio di corollari ovvi ma, come gran parte delle cose ovvie, totalmente passati inosservati. (1) Il trash è una categoria variabile di rappresentazioni di cose belle avvertite come brutte, la cui visione passa attraverso una qualche forma di violenza. Questa condizione è generale. Non ci dice a priori cosa può o cosa non può essere trash, di per sé. Cosa significa questo? Che tutto può diventare trash. In particolare, le cose più positive e migliori sono l’oggetto implicito della categoria alternativa, opposta ma che non può vivere senza di esse. Quindi, (2) il trash è il sintomo stesso che qualcosa di buono c’è, giacché uno sfregio ad una statua è impensabile senza una statua.

(3) Se questo è vero, è vero anche che il trash vive proprio perché c’è anche bisogno di avere un limite nel peggio. Abbiamo bisogno di sentire che esiste qualcosa di immondo che è stato raggiunto da qualcuno diverso da noi. Inoltre, (4) ognuno ha il suo trash, anche quando non lo sappia. Il sottoscritto, ad esempio, non ha e non intende trovare il suo, perché il tempo è troppo prezioso. Va però chiarito che ognuno ha il suo e lo può scoprire nei modi più sorprendenti.

Infine, (5) il trash è una categoria atemporale o, per meglio dire, che vive insieme all’uomo. Non esiste epoca che non abbia anche il suo trash, dalle storie dei santi alla storia di Roma, dai goliardi alle bestemmie: il nostro linguaggio stesso è anche trash, può essere usato come tale e utilizzato come tale intenzionalmente. Se il linguaggio stesso, la base di tutta la nostra conoscenza, ha una componente di trash, allora il trash è semplicemente dentro ognuno di noi. Dentro di me e dentro di te c’è comunque un po’ di trash. Ovvero, spazzatura: perché da che mondo è mondo, non c’è mai stato niente di così normale come ciò che di buono diventa brutto. E viceversa.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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