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Al cinema con il filosofo. Mordacci R..

CinemaAl cinema con il filosofo è un saggio di Roberto Mordacci, edito da Mondadori nel 2015. Si tratta di una raccolta di analisi filosofiche su una serie di film girati recentemente. Va detto sin da subito che sebbene si tratti di un insieme di saggi, si tratta di un libro assai godibile e agile alla lettura, ma non per questo privo di spessore filosofico.

Intanto, un lettore potrebbe giustamente domandarsi in che modo la filosofia entri nel cinema, se questa “intrusione” abbia un senso e se non sia solamente un esercizio di stile. L’Autore, preside della facoltà di filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, in quanto filosofo, non si sottrae da questa serie di problemi e ci enuncia con estrema chiarezza la legittimità dell’intrusione filosofica nel mondo del cinema. Egli distingue diversi sensi e direzioni in cui il cinema può essere correttamente investigato dalla filosofia e, da questa investigazione, riuscirne anche arricchito:

Ci sono essenzialmente quattro modi di mettere in contatto la filosofia con i film. Il primo è quello di domandarsi anzitutto che cosa sia il cinema, questa “lampada magica” (come lo chiamavano i fratelli Lumière) che anima le immagini e unisce misteriosamente fotografia e movimento. Vi è una grande tradizione di ricerca sulla teoria del cinema, che include molti filosofi, ma soprattutto registi, critici e teorici che fin dalle origini si sono interrogati sulla natura, le potenzialità e i limiti del cinema e dell’esperienza che se ne può fare. Un secondo modo è quello di considerare i film come luoghi in cui si condensa un certo stile di vita e di pensiero, tipico di un’epoca o di un luogo. Questo significa leggere i film come documenti storici (…). In terzo luogo, i film possono semplicemente essere “usati” per fare filosofia: si possono prendere sequenze, dialoghi e immagini come provocazioni per un tema etico, politico o teorico, come spunti da cui partire per sviluppare riflessioni (…). Vi è poi un quarto modo di fare filosofia con i film: considerarli come veri e propri “testi filosofici”, almeno in una certa misura. Un film sviluppa sempre un’idea, per lo più in forma narrativa, ma spesso facendo affiorare con chiarezza un tema che si fa strada nella mente degli spettatori, a volte persino al di là dell’intenzione del regista.[1]

Questa quadruplice radice dell’indagine filosofica del cinema va presa sul serio, giacché tutte le analisi sono fondate su questa fondamentale linea strategica di interpretazione. Tuttavia, il lettore non sarà condotto nelle artiche regioni dell’astrazione più pura, giacché le analisi presentate sono tutte naturali, cioè la lettura filosofica non forza mai la mano, non guarda più di quanto effettivamente il film non lasci intendere. Il risultato è che le quattro ragioni sono distinte in via argomentativa, perché un filosofo deve sempre, prima di tutto, fare chiarezza, discriminare i piani del discorso e le tipologie di ragioni in campo; ma, allo stesso tempo, ogni singola scheda è un tutto completo in cui l’analisi filosofica può comprendere una o tutte le varie modalità di interpretazione.

Il libro, dunque, si presenta come una successione di “quadri di una esposizione”, il cui tema è il presente, ovvero la rappresentazione cinematografica del presente. Il tema del tempo è notoriamente una delle tematiche tipiche della filosofia e, in questo caso, il problema è toccato in vari modi e in varie dimensioni. Prima di tutto, il testo indaga la modalità di coglimento del sé-soggetto contemporaneo all’interno di una delle più seguite forme d’arte, cioè il cinema. In secondo luogo, attraverso lo scorrimento delle schede analitiche dei film, paragonabili, così, a delle diapositive di una pellicola, viene restituita non soltanto la dinamicità del nostro modo di stare al mondo-contemporaneo, ma anche l’intrinseca varietà, nonché la sua caratteristica complessità. Questo è mostrato in molti punti da Mordacci: la selezione dei temi tocca problematiche etiche, politiche, storiche e sociali; le analisi mettono in luce la complessità dei problemi coevi, nonché la loro sfida allo spettatore, chiamato in causa direttamente dall’analisi filosofica, pungolato socraticamente a prendere posizione attraverso lo sguardo puntato dal cinema alla filosofia e dalla filosofia al cinema.

Al cinema con il filosofo è così un insieme discreto di analisi sul cinema contemporaneo, ma è al contempo una indagine filosofica sul senso stesso di stare al mondo, ovvero di ciò che il cinema sembra lasciare intendere rispetto a ciò che il mondo stesso è, almeno rispetto a quanto viviamo quotidianamente. Il testo risulta, così, estremamente godibile proprio perché in un certo senso intimo, ma anche molto chiaro.

L’intimità nasce dal fatto che il lettore può sentirsi pungolato a scavare ulteriormente su ciò che egli stesso aveva precedentemente analizzato e, allo stesso tempo, e soprattutto, l’intimità nasce dalla vicinanza dei temi trattati. D’altra parte, la filosofia più illustre ha sempre proceduto in questo modo: investiga da vicino problemi ovvi, quotidiani, che sono non soltanto i più importanti ma anche quelli più difficili da spiegare e anche quelli più urgenti da investigare. Essa, cioè, parte da problemi che possono essere formulati in poche parole, ma la cui soluzione può richiedere molte pagine, molto tempo e molte generazioni. Da Socrate ad Agostino, da Aristotele a Cartesio, tutti i grandi filosofi cercano di trovare soluzioni ai problemi dell’esser-ci, di essere qui e ora al mondo (cosa è la mente?, cosa è il giusto?, cosa è la politica?, cosa è reale?, perché ci siamo e non siamo nulla? Etc..). Questo libro, dunque, si situa in piena linea di continuità con quella ricerca che, da un lato, mira a fare chiarezza, da un altro lato mira a cercare di portare all’attenzione di tutti quello che tutti, spesso, non vedono o non vogliono vedere.

Se è vero che il libro, come abbiamo cercato di mostrare, è una sequenza di diapositive di un unico grande film, se è vero che il libro è un’interrogazione puntuale del nostro presente, allora un lettore potrebbe anche obiettare che, fino a qui, non è chiara l’unità di questa molteplicità di quadri e forme. In realtà, il libro indirettamente mostra anche una filosofia della storia piuttosto nitida. L’Autore sembra rivendicare la fine della postmodernità, in cui sussiste soltanto uno spazio minoritario e anche debole, per la verità, per i grandi significati e per i grandi personaggi. Il pensiero postmoderno ha sempre rivendicato l’assenza della Verità e la presenza solo di tanti punti di vista, impossibili da privilegiare perché tutti equamente plausibili. Ma, così sembra dirci l’Autore, il cinema di oggi mostra inequivocabilmente il ritorno ad un soggetto forte, all’esistenza di un impegno sul piano dei valori chiaro e distinto. Insomma, la contemporaneità sta lasciando cadere il “post”, pur mantenendo intatto il valore della complessità:

Un film [Locke] in cui anche nel cinema si celebra il ritorno di un ideale moderno di soggetto: reale, autentico anche nella sua limitatezza e disincanto. Contrariamente a quanto pensano i postmoderni, l’eroe moderno non è un fanatico di se stesso, un soggetto affetto dal delirio di onnipotenza. Piuttosto, ma questo è appunto ciò che stiamo riscoprendo dopo la fine del postmoderno, è un soggetto che si prende le sue responsabilità, che non si disperde nel nichilismo, ma assume la sua natura di persona solo umana, capace della responsabilità del suo essere libera.[2]

Il libro contiene tanti film diversi, sia rispetto all’origine e all’esperienza personale dei singoli registi, sia rispetto alle tematiche. Non si tratta, dunque, di un libro prevalentemente orientato rispetto ad un particolare tipo di cinematografia. Non solo. Per meglio inquadrare le tematiche di alcuni film, l’Autore collega i film del presente ai grandi capolavori del passato (come nel caso del Dottor Mabuse, eccezionale pellicola di Fritz Lang, rispetto a The Wolf of Wall Street) o considera, ad esempio, le colonne sonore e le loro connessioni con il mondo della cultura musicale, considerato nel suo complesso.

Si tratta, dunque, di un libro estremamente godibile e adatto ad una lettura piacevole, sia interessata che non. Uno di quei casi in cui il lettore viene stuzzicato sia dall’intrinseca soddisfazione immediata che da una più meditata apprensione di una soddisfazione intellettuale. Vorrei, così, concludere con le parole stesse dell’autore:

Chi scrive (…) chiede se alla cultura non spetti anche, se non primariamente, proprio l’elaborazione non solo delle contraddizioni e del negativo, ma, all’opposto, di significati possibili e di sensi credibili, che cerchino anche nell’immagine del dolore o della patologia il luogo di un riscatto almeno atteso, quando non sicuro. Il percorso di liberazione che Joe [personaggio di Nymphomaniac] vedeva aprirsi davanti a sé doveva necessariamente essere smentito, perché Nymphomaniac potesse aspirare ad essere un’opera d’arte? Francamente, non riesco a convincermene. Mostrare una liberazione come possibile è incompatibile con il bello artistico? Un finale più positivo (o meno negativo) avrebbe fatto di Nymphomaniac un mero prodotto hollywoodiano, un’illusione consolatoria? Non mi pare affatto necessario: le persone, a volte, si liberano dalle proprie ossessioni; i rapporti personali, a volte, sono costruttivi; le vite, a volte, riescono e sono, queste sì, vere e proprie opere d’arte.[3]


Roberto MordacciCinema

Al cinema con il filosofo

Mondadori

Pagine: 218.

Euro: 20,00.


[1] Mordacci R., (2015), Al cinema con il filosofo, Mondadori, Milano, pp. 4-5.

[2] Ivi., cit., p. 179.

[3] Ivi., Cit., pp. 145-146.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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