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Antropologia culturale: il Giappone prima dell’occupazione americana

Indice

  1. Il Giappone come oggetto di studio
  2. La Leggenda dei quarantasette Ronin
    • Giri verso il proprio “buon nome”
    • I doveri Chu
    • Giri verso la società
    • La virtù della sincerità (makoto)
  3. Il capitano Teshima e l’autodisciplina dell’esercito
    • Le passioni umane
  4. Bibliografia 

castle-708854_960_720Il Giappone come oggetto di studio

Ogni popolo guarda il mondo attraverso lenti culturali proprie, distinte in parte o del tutto da quelle di altri popoli. Queste lenti sono il risultato del processo storico proprio del popolo in questione, con il suo corredo di istituzioni sociali e politiche più o meno durature, rapporti tra forze sociali interdipendenti, rapporti con rappresentanti di altri popoli, leggi, regole morali, e così via. La mancata comprensione di queste lenti rende incomprensibili pratiche, usanze e modi di rapportarsi con se stessi e il mondo. Esplicitarne il contenuto è il compito dell’antropologia culturale.

Il Giappone, come si evince dal presente elaborato, presenta una serie di peculiarità culturali che lo rendono un interessantissimo oggetto di studio per gli occidentali. Infatti, fino a meno di due secoli fa, non aveva praticamente avuto contatti con popoli occidentali, se si esclude una breve parentesi in cui sono penetrati missionari gesuiti e mercanti di nazionalità portoghese e olandese tra il 1550 e il 1635, anno della chiusura definitiva del Giappone agli stranieri ad opera di Tokugawa Ieyasu. Inoltre, la geografia isolana del Giappone ne ha favorito il relativo isolamento anche nei confronti di altre popolazioni asiatiche, come la Cina. Questo ha fatto sì che il popolo giapponese sviluppasse un sistema politico, economico e sociale profondamente originale, i cui lasciti culturali sono evidenti dal complesso sistema che tuttora, seppur con notevoli variazioni, governa i rapporti interpersonali dei membri di ogni ceto e ricchezza nei confronti di tutti gli altri.

A seguito dell’ occupazione americana del secondo dopoguerra, con la conseguente imposizione di una costituzione redatta da giuristi americani e l’introduzione di caratteri occidentali estranei alla tradizione precedente, come l’egualitarismo e il pacifismo, molte peculiarità della cultura giapponese si sono perse in misura maggiore rispetto all’apertura forzata al commercio occidentale avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento e alla Restaurazione Meiji. Queste, infatti, non avevano affatto portato alla fine della distinzione in ceti, del sistema di doveri interpersonali e delle virtù che vi era sotteso. Conseguentemente, al fine di cogliere questi elementi peculiari della cultura giapponese, ho ritenuto preferibile studiare l’educazione e la cultura di questo popolo prima del secondo dopoguerra.

Il riconoscimento nella società di oggi di caratteri del Giappone pre-1945 e del modo in cui questi caratteri sono stati adattati e conciliati con le concezioni della vita e dei rapporti interpersonali occidentali sarebbe un interessante oggetto di ulteriore ricerca che mi riservo di affrontare in futuro: qui mi limiterò a riferirmi alle caratteristiche della società giapponese pre-1945. Per non appesantire ulteriormente la lettura e considerando che non ci sono riferimenti alla società giapponese post-1945, mi riferirò alla società giapponese pre-1945 semplicemente come società giapponese.

Questa esposizione consta di due parti: nella prima viene presentata la “Leggenda dei quarantasette ronin”, mentre nella seconda un aneddoto militare. In entrambe saranno contenuti dei concetti-chiave che, sebbene spiegati brevemente in nota per rendere la lettura comprensibile, saranno poi analizzati singolarmente in appositi paragrafi. Mentre attraverso il commento sistematico dei concetti-chiave della prima parte emergeranno molti degli elementi del sistema dei doveri, nel commento dei concetti-chiave della seconda parte si chiarirà il rapporto tra autodisciplina e passioni del cittadino giapponese tipico. Infatti, nonostante ci siano delle differenze tra cittadini appartenenti a classi differenti sia nei propri doveri specifici sia nel modo in cui sono equilibrati autodisciplina e passioni, è possibile rintracciare dei modelli di comportamento generali di tutta la popolazione giapponese. Quindi, rimandando a lavori posteriori una trattazione adeguata dei costumi specifici di singole professioni o classi, qui verranno trattati i costumi giapponesi in generale. Al termine di quest’opera di chiarificazione, potremo tracciare brevemente uno schizzo della vita virtuosa e vedere il modello giapponese di vita ben vissuta.

47 RoninLa Leggenda dei quarantasette Ronin[1]

Il racconto dei quarantasette Ronin narra fatti realmente accaduti nel 1703, in piena epoca feudale[2], anche se successivamente romanzati, come si vede dall’aura etica molto marcata e poco realistica dei protagonisti. Anche una volta terminata l’epoca feudale, questo racconto è rimasto vivo nella coscienza dei giapponesi ed è stato trasmesso di generazione in generazione, sicché tutti i concetti-chiave che figurano in questa leggenda, opportunamente riadattati ad una società non più squisitamente feudale, sono stati le colonne portanti dell’etica giapponese.

Il signore di Asano era stato nominato dallo Shogun uno dei due daimyo addetti al cerimoniale, in occasione del giuramento di obbedienza che periodicamente tutti i daimyo prestavano allo Shogun. I due maestri di cerimonia, essendo signori di provincia e, conseguentemente, non conoscendo le regole di etichetta del cerimoniale, si affidarono a un daimyo della corte, il signore di Kira. In quell’occasione il più saggio dei samurai di Asano, Oishi, era nella sua provincia natale e non poté assistere il suo signore, il quale inavvertitamente mancò di rispetto a Kira non colmandolo di doni appropriati. I seguaci dell’altro daimyo addetto al cerimoniale, invece, seppero consigliare bene il loro signore, sicché Kira, indignato per il comportamento di Asano, consigliò a quest’ultimo un abbigliamento del tutto inadatto per l’occasione. Quando venne il giorno della cerimonia, Asano, accortosi dell’ingiuria che gli era stata fatta, sguainò la spada e sfregiò il volto di Kira. Anche se rientrava nel giri verso il proprio “buon nome”[3] il fatto di vendicare l’offesa ricevuta, lo sguainare la spada nel palazzo dello Shogun era contro il chu[4]. Il signore di Asano poteva saldare il conto nei confronti del chu soltanto attraverso il suicidio rituale, il seppuku, che commise una volta rientrato nella sua dimora e dopo aver aspettato il ritorno di Oishi e avergli raccontato questi avvenimenti. Dato che il signore era morto in disgrazia presso lo Shogun, il suo feudo venne confiscato e i suoi samurai divennero ronin privi di padrone. In base agli obblighi giri[5], i fedeli di Asano avevano l’obbligo nei confronti del loro signore morto di fare seppuku come lui. Oishi, però, riteneva che il solo seppuku fosse insufficiente ad esprimere il loro giri di samurai. I fedeli di Asano avrebbero dovuto vendicarlo, portando a termine quanto iniziato dallo stesso Asano con lo sfregio del volto di Kira. Il signore di Kira, però, era troppo vicino allo Shogun perché fosse consentito a dei ronin di eseguire legittimamente la propria vendetta,[6] quindi uccidere Kira significava necessariamente violare il chu. I ronin erano più di trecento e si dichiararono tutti a favore del proprio seppuku. Ma Oishi, sapendo che non tutti erano capaci di un giri illimitato, cioè provvisto della “sincerità assoluta”[7], per separare i ronin capaci di un giri semplice da quelli capaci di un giri illimitato, chiese loro come avrebbero diviso il patrimonio del loro signore. Soltanto coloro che non avessero già deciso di suicidarsi avrebbero risposto polemicamente e così fecero i più, i quali, una volta accordati per la loro parte, se ne andarono lasciando quarantasette compagni. Oishi mise loro al corrente del suo piano e tutti giurarono solennemente che né la fedeltà allo Shogun, né l’affetto per i propri familiari, avrebbero impedito il perpetrarsi della loro vendetta. Innanzitutto, bisognava sviare i sospetti di Kira, per cui si divisero, fingendo di aver perso ogni senso dell’onore. Oishi iniziò a frequentare una casa di tolleranza, si immischiò in risse disonorevoli e divorziò dalla moglie (in questo modo lei e il figlio non sarebbero stati colpiti dallo Shogun una volta attuata la vendetta e infranta la legge). I suoceri di questi ronin, oltraggiati dalla loro condotta, li cacciarono di casa, sciogliendo il loro matrimonio, mentre gli amici li deridevano. Uno dei ronin, bisognoso di denaro per pagare la sua parte di spese per la vendetta, vendette la moglie a una casa di prostituzione, e un altro ancora uccise il suocero. La notte del 14 dicembre Kira diede un ricevimento a base di sake, durante il quale tutti si ubriacarono, anche le sentinelle. Allora i ronin sferrarono il loro attacco contro il palazzo difeso come una fortezza, uccisero le sentinelle e si diressero direttamente alla camera da letto di Kira. Kira non c’era, ma il letto era ancora caldo, per cui i ronin capirono che stava nascosto da qualche parte all’interno del muro di cinta. Lo trovarono e, quando lui provò a negare di essere Kira, fingendosi il capo dei suoi samurai, lo riconobbero dallo sfregio sul volto dovuto alla ferita infertagli da Asano. I ronin gli imposero di fare seppuku e, quando si rifiutò, dimostrando così la sua codardia, gli mozzarono la testa con la spada con cui Asano lo aveva sfregiato. Compiuta l’opera, si diressero in processione alla tomba di Asano con la spada del loro signore e la testa di Kira. Tutta Edo[8] si entusiasmò per la loro impresa: i familiari e i suoceri che avevano dubitato di loro gli resero omaggio, mentre i signori più potenti insistevano per ospitarli. Essi continuarono il loro cammino e, una volta giunti alla tomba del loro signore, posarono la spada e la testa mozzata, rendendo omaggio ad Asano. I ronin avevano finalmente saldato il loro debito verso il giri, ma avevano infranto la legge contraria ad ogni vendetta segreta. Non era loro intenzione ribellarsi al chu, quindi decisero di rimettersi nelle mani dello Shogun, che ordinò loro di suicidarsi mediante seppuku.

Giri verso il proprio ‘buon nome’

Il giri verso il proprio buon nome consiste nel dovere di conservare incontaminata la propria reputazione, senza che vi sia un particolare riferimento a debiti contratti con altre persone specifiche, come possono essere i familiari o l’imperatore. Una volta macchiata la propria reputazione, il giri verso il proprio buon nome impone il dovere di ripulirla e, come ci dice Yoshisaburo Okakura, la vendetta nei confronti di chi l’ha macchiata, anche se stessi, “si potrebbe in un certo senso considerare come una specie di bagno mattutino di un popolo presso il quale l’amore per ciò che è ‘senza macchia’ ha acquisito l’intensità di una vera e propria passione”[9] Vi sono vari tipi di doveri che rientrano in questa definizione:

  1. Il dovere di rispettare le regole di comportamento che l’etichetta impone come confacenti la propria condizione sociale. Durante l’età Tokugawa (1603-1868), era stato emanato un insieme fittissimo di leggi ‘suntuarie’ che regolava tutto ciò che un individuo e la sua famiglia, in base alla classe a cui appartenevano, potevano possedere e usare; vi erano forti limitazioni sul vestiario, sul tipo di casa e persino sulla ricchezza, tant’è che coloro che si arricchivano al di sopra degli standard relativi alla loro classe (il loro giusto posto) erano considerati usurai e disprezzati da tutta la popolazione.
  2. Il dovere di sopportare il dolore, la fatica e le pr Sono famosi i racconti che parlano dell’imperturbabilità e della resistenza a dolore e fatiche dei samurai, come per esempio quello del conte Katsu, morto nel 1899, il quale “ebbe, da ragazzo, i testicoli dilaniati da un cane. Mentre il medico lo operava, il padre gli mise una spada sotto al naso, esclamando: «Se lanci anche un solo grido, avrai una morte di cui, almeno, non ci sarà da vergognarsi», e questo perché il ragazzo apparteneva a una famiglia di samurai, anche se ormai decaduta.”[10]
  3. Il dovere di difendere il proprio buon nome in ambito professionale ed economico. Vi sono molti che danno come garanzia per un prestito il giri verso il proprio buon nome. Nel caso in cui la persona in questione non riuscisse a ripagare il prestito, la sua reputazione sarebbe irrimediabilmente macchiata; per riabilitarla, all’inizio del Nuovo Anno, quando si saldano i debiti, commette suicidio, riscattando così la propria colpa. Allo stesso modo, un professionista non può ammettere di aver sbagliato o di non sapere qualcosa inerente la sua professione, perché una critica al suo operato sarebbe equivalente ad una critica alla sua persona e implicherebbe una macchia nella sua reputazione.
  4. Il dovere di lavare l’onta di una calunnia o di un insulto ricevuto attraverso la vendetta sul proprio calunniatore, come nel caso di Asano, oppure attraverso il suicidio, oppure attraverso tutta una serie di comportamenti intermedi. In ogni caso, un’ingiuria non può passare sotto silenzio e fino a quando la calunnia non viene cancellata, i giapponesi dicono che «il mondo è capovolto» e compiere la vendetta viene considerato come saldare un conto in sospeso. Questa operazione di rimessa in piedi del mondo è compito di ogni persona perbene a tal punto che il concetto di aggressione, dagli occidentali legato a una qualsiasi azione violenta da parte di un uomo nei confronti di un altro uomo, per i giapponesi è applicabile solo al di fuori del cosiddetto ‘cerchio del giri’, cioè i rapporti di vendetta dovuti ad affronti subiti.

I doveri Chu

Per i giapponesi è impensabile essere soddisfatti della propria esistenza senza doversi sentire profondamente in debito nei confronti di chi ha permesso questa esistenza, cioè i genitori e lo Stato, incarnato nella figura viva dell’Imperatore. Verso costoro vi sono una serie di obblighi, detti gimu, che non sono mai interamente saldabili da ogni individuo e che, quindi, un individuo deve adempiere per tutta la sua vita. Nel caso dei doveri nei confronti dei genitori, si parla di obblighi ko, nel caso dei doveri nei confronti dell’Imperatore, si parla di obblighi chu. Durante il periodo feudale, il chu indicava gli obblighi verso il Signore secolare, lo Shogun, che deteneva il potere di supremo capo militare e amministrativo. Solo dopo la Restaurazione Meiji (1868), i doveri chu furono destinati nuovamente all’Imperatore, il quale rappresentava ancora durante la seconda guerra mondiale il supremo e inviolabile simbolo dell’unità dell’Impero giapponese. Gli obblighichu, che prevedono come debitore ogni singolo giapponese e come creditore l’Imperatore, si esplicano in una duplice maniera. Infatti, da una parte il suddito si rivolge all’Imperatore senza intermediario e come se trattasse con lui in carne e ossa, sicché, quando, per esempio, spontaneamente glorifica la nazione, dice di farlo per “alleviare il cuore dell’Imperatore” (questi atteggiamenti spontanei sono sempre considerati vincolati dal chu); dall’altra parte l’Imperatore emana i suoi ordini e il suo volere attraverso una moltitudine di funzionari. Questa duplicità fa sì che la figura imperiale sia un riferimento vivo per i giapponesi, ma non personalmente responsabile per le eventuali cattive politiche dei funzionari. Nell’ambito dell’amministrazione civile, gli obblighi chu riguardano tutti i doveri del singolo nei confronti dello Stato, dal pagamento delle tasse alla prestazione del servizio militare al rispetto della sentenza di un giudice.

La forza con cui i giapponesi sentono gli obblighi chu è palese negli avvenimenti della seconda guerra mondiale. Dopo che per quattro anni i giapponesi avevano combattuto gli americani con tutte le proprie forze, non arrendendosi neppure in quelle battaglie in cui certa era la sconfitta e promettendo di continuare a combattere fino all’ultimo uomo, anche con canne di bambù, il 14 agosto 1945 l’Imperatore chiese al popolo giapponese di arrendersi e, una volta pronunciato il suo discorso alla Nazione, la guerra finì: nessun generale né all’estero né in patria si oppose e le truppe americane furono accolte con cortesia.

Giri verso la società

Il giri verso la società è l’insieme di tutti i doveri che un individuo stipula in modo quasi contrattuale con altri membri della società. Sotto questa espressione rientrano la maggior parte delle relazioni interpersonali, dai membri della famiglia allargata, detti affini, cioè tutti i parenti tranne i genitori o i figli, ai rapporti tra datore di lavoro e dipendenti. Il rapporto giri tradizionalmente più importante è quello che lega una persona al proprio signore e ai propri compagni d’arme, tanto da avere la precedenza spesso persino sugli affini. Il comportamento dei quarantasette ronin, che per attuare la loro vendetta, prostituiscono le loro mogli o uccidono i loro suoceri, è un esempio perfetto della forza di questo legame e dei doveri che comportava. Nel Giappone moderno, “ripagare il giri” non consiste più nel mantenersi fedeli al proprio signore legittimo, ma un qualunque scambio di cortesie o favori può dare inizio ad un giri. Inoltre, rispetto alla leggenda dei quarantasette ronin, nel Giappone moderno il giri verso la società è caratterizzato da un certo fastidio, in quanto implica il dovere di ripagare un debito, a cui può essere richiesto di ottemperare in circostanze contrarie al senso di giustizia (gi) o, più in generale, al volere di chi lo ha contratto in prima istanza. Per esempio, un fidanzato può usare il giri come una forma di costrizione nei confronti del futuro suocero, ricordandogli gli obblighi connessi con qualche rapporto di parentela o di affari esistito precedentemente tra le due famiglie. Questi tipi di obblighi possono essere trattati alla stregua dei contratti commerciali occidentali: il debito contratto è quantificabile e deve essere pagato per quanto è quantificato, mentre viene ritenuto disonorevole “restituire oro per ferro”[11]; il debito, infine, cresce al passare del tempo, come se maturasse degli interessi. Come conseguenza di ciò, i giapponesi sono molto cauti nell’offrirsi di fare qualcosa per qualcun altro, il che non avviene per una naturale mancanza di altruismo, ma proprio a causa del fastidio recato da questi doveri a chi li contrae.

La virtù della sincerità (makoto)

In Giappone dire che qualcuno è sincero non significa dire che agisce genuinamente e in accordo con ciò che pensa e prova. Anzi, i giapponesi scherniscono coloro che sono sinceri in questo senso attraverso espressioni come “Sei come una melagrana, che quando spalanca la bocca fa vedere tutto quello che ha nel cuore”Per spiegare questo punto non così immediatamente intelligibile, possiamo partire proprio dall’uso che se ne è fatto nella leggenda dei quarantasette ronin, in cui la sincerità distingue un giri semplice da uno illimitato. Allo stesso modo, nel giapponese moderno, è frequente l’espressione “La sincerità rende saldo” una virtù o un precetto morale qualsiasi; in altre parole, colui che è virtuoso in modo sincero è più virtuoso dei non sinceri. Inoltre con sincerità vengono indicati anche i singoli valori morali positivi, in particolare:

  1. L’eccellenza nell’evitare di pensare soltanto al proprio interesse;
  2. L’eccellenza nel rispettare la gerarchia sociale e i doveri che questa comporta;
  3. L’eccellenza nell’essere libero dalle passioni quando lo desidera;
  4. L’eccellenza nel pensare prima alle conseguenze delle proprie azioni, nell’agire accorto e, quindi, nel non insultare inavvertitamente qualcuno.

 A questo punto possiamo definire la sincerità come lo zelo con cui un individuo è disposto ad agire moralmente.

Il capitano Teshima e l’autodisciplina dell’esercito

A seguito della prima parte, in cui è stata descritta buona parte del sistema dei doveri dei giapponesi adulti, potrebbe sembrare che questi conducano vite irreggimentate e prive di spontaneità, sempre tese al rispetto di molteplici doveri. Trattare il rapporto di questo popolo con le passioni e i piaceri sarà utile per confermare o smentire quest’idea.

Il colonnello Harold Dond, le cui truppe si difesero da attacchi giapponesi tra il 1934 e il 1935, ricorda una conversazione avuta con un certo capitano Teshima. Il capitano gli raccontò di come, nel corso di alcune manovre militari in tempo di pace, i suoi soldati «avessero marciato per ben due volte tre giorni e due notti di seguito, senza dormire, a parte pochi attimi di riposo racimolati durante le soste di dieci minuti e i brevi momenti di fermata richiesti dalle circostanze. A volte gli uomini si addormentavano in piedi, continuando a marciare e un sottotenente suscitò l’ilarità generale andando a sbattere dritto contro una catasta di legna che si trovava ai bordi della strada, poiché, essendo profondamente addormentato, non l’aveva vista. Ma anche dopo che il campo fu drizzato, nessuno ebbe la possibilità di dormire, in quanto i soldati erano stati tutti assegnati chi a turni di sentinella, chi a turni di pattuglia.» Alla domanda sui motivi per cui, invece, non li si era mandati a turno a riposare, il capitano rispose che non vi era alcuna ragione di farlo, in quanto i soldati «sanno benissimo come si fa a dormire, mentre quello che devono imparare è a stare svegli»[14]

 

Le passioni umane

Leggendo l’ultima frase del capitano giapponese un occidentale potrebbe pensare che i giapponesi condannino i piaceri da cui naturalmente gli uomini sono attratti e che, conseguentemente, ‘sanno benissimo’ come gustare appieno e che d’altra parte esaltino un’ascesispiritualistica e un abbandono del corpo e delle esigenze mondane. Nulla di più sbagliato. I giapponesi considerano i piaceri fisici come qualcosa di positivo e degno di essere coltivato. Quel “sanno benissimo come si fa a dormire” deriva dal fatto che, mentre gli occidentali ritengono che i piaceri immediati e sensibili non siano qualcosa che deve essere appreso, i giapponesi ritengono che si possano apprendere come i doveri. Conseguentemente, quel “sanno benissimo” non si riferisce ad una concezione di innata pigrizia degli uomini, ma all’educazione pregressa dei militari.

Vi sono alcuni piaceri di base, di cui i giapponesi non si priverebbero, a prescindere dal reddito o dalla classe sociale di riferimento:

  1. Il bagno caldissimo. Ogni giorno, a pomeriggio inoltrato, a turno secondo un ordine ben preciso, ogni componente della famiglia, dopo essersi lavato, si immerge in una vasca piena d’acqua, dalla temperatura di circa 40° C, in posizione fetale con l’acqua fino al mento. Dato che questa pratica avviene dopo il bagno propriamente detto, il suo principale scopo è rilassarsi prima della cena.
  2. Il sonno. Fin dall’infanzia i giapponesi considerano il riuscire a dormire serenamente come un gioco; vanno a letto molto presto, anche se “non significa che lo facciano per seguire la massima, diffusa in Occidente, che consiglia di risparmiare le proprie energie per il giorno dopo”[15]. Il sonno va considerato un’occupazione fine a se stessa.
  3. Il cibo. Nel cerimoniale riguardante le ore di riposo e svago, vi è l’usanza di partecipare a pranzi oltremodo lunghi in cui si succedono diverse portate, ognuna delle quali è costituita da una ridotta quantità di cibo, in quanto lo scopo principale non è tanto mangiare, quanto apprezzare il cibo sia per il sapore che per la maniera in cui viene presentato.
  4. Il sesso. Innanzitutto i giapponesi considerano il piacere derivante dal sesso come qualcosa di positivo e di sostanzialmente estraneo alla sfera morale, alla stregua delle attività precedenti. In secondo luogo, per i giapponesi esiste una distinzione tra l’attività erotica e i rapporti coniugali. La prima ha una funzione puramente distensiva, mentre la seconda comprende l’insieme dei principali obblighi dell’individuo. Entrambe vengono vissute liberamente e sono socialmente accettate. Un uomo che finanziariamente se lo possa permettere, oltre alla moglie, può avere un’amante: questa può essere una geisha, che ha ricevuto un’educazione raffinata nel campo della musica e della danza, ed è perfetta nell’arte del massaggio e in quella di intrattenere gli ospiti oltre che in quella propriamente sessuale, oppure una semplice prostituta.
  5. L’ebbrezza indotta dal consumo di Per un giapponese, una buona bevuta di sake è un piacere che sarebbe insensato volersi negare; d’altra parte, il bere è ritenuto un mezzo d’evasione di secondaria importanza e nessuno ne abuserebbe.

A questo punto, scongiurata un’interpretazione esclusivamente ascetica dell’etica giapponese, bisogna scongiurarne anche un’interpretazione esclusivamente edonista. Infatti, come ci dice il capitano Teshima, (i soldati) “quello che devono imparare è a stare svegli”. Accanto alla distensione derivante da questi piaceri, l’etica giapponese, infatti, impone il dovere di temprare il proprio carattere. Questa autodisciplina prevede la periodica rinuncia a questi piaceri, come è stato per i soldati del capitano Teshima, costretti a non dormire per giorni. Chiaramente non tutti i giapponesi erano soggetti allo stesso livello di autodisciplina proprio dei militari, che in generale sono sempre e ovunque stati sottoposti a condizioni più estreme della popolazione civile. Tuttavia, possiamo prendere l’esempio dei soldati come un’estremizzazione di una tendenza sociale marcata. Infatti, altre pratiche sociali per temprare il proprio carattere sono la tradizionale abitudine di fare docce gelate più volte nell’arco della giornata e persino durante la notte e la tipica frugalità dei monaci buddisti, i quali durante le loro preghiere prima dei pasti comparano il cibo a una medicina. Questo genere di pratiche è particolarmente seguito da chi vuole eccellere in una qualche disciplina, in quanto è comunemente ritenuto che per eccellere bisogna essere in grado di controllare i bisogni del proprio corpo; tuttavia, quasi tutti i giapponesi ritengono di dover eseguire i compiti legati ai loro doveri e alle virtù in modo impeccabile, sicché alcune pratiche per temprare il proprio carattere, come lo stare al freddo, sono comuni a tutta la popolazione.

Possiamo concludere che per i giapponesi una vita dignitosa non è una vita senza piaceri e neppure una vita in cui si sia schiavi dei piaceri, ma una vita in cui ci si possa distendere tra i piaceri, a patto che si sappia porre a queste forme di distensione un controllo tale che non vengano offuscate le cose di importanza primaria, come i doveri e le virtù. L’esecuzione puntuale di ogni dovere, nei confronti sia di se stessi, che della famiglia, dell’Imperatore e di ogni altro con cui si abbia una relazione di giri, è il compito per eccellenza di una vita dignitosa. Il farlo in modo virtuoso, cioè in accordo con le gerarchie, libero da passioni, accorto ad ogni passo e sincero è indice di una vita eccellente, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza o dal reddito accumulato. Una vita eccellente, però, non è una vita grama e tetra, bensì una vita disciplinata, in cui si sa quale sia il momento e il modo migliore anche per rilassarsi e distendersi.


Bibliografia

  1. Benedict, La spada e il crisantemo: modelli di cultura giapponese a confronto, Laterza, Roma-Bari 2009
  2. Okakura, Vita e pensiero in Giappone, University of California Libraries, 1913
  3. P. Watson, Il futuro del Giappone, Duckworth and co., 1907

 

[1]Questa leggenda è parte del patrimonio culturale giapponese ed è stata rielaborata più volte sia in forma scritta, sia come rappresentazione teatrale, sia in ambito cinematografico. Nelle varie rielaborazioni, alcuni elementi sono soggetti a variazione, come il motivo che spinge il signore di Kira a commettere l’offesa nei confronti del signore di Asano, ma il nucleo centrale, nonché le motivazioni etiche in gioco, sono uguali. La versione in seguito riportata è tratta da R. Benedict, La spada e il crisantemo: modelli di cultura giapponese a confronto, cit., pp. 220-226

[2]L’epoca feudale giapponese, che copre i secoli XII-XIX, vede il mantenimento dell’antica figura dell’imperatore e della sua corte, anche se depauperati di poteri reali, e al vertice della catena di comando un comandante militare, lo Shogun, il quale possedeva formalmente tutto il regno del Giappone e lo dava a sudditi di nobili origini o valorosi, i daimyo, i quali amministravano e, in generale, combattevano per conto dello Shogun attraverso altri uomini nobili, i samurai.

[3]Il giri verso il proprio “buon nome” consiste nel dovere di mantenere immacolata la propria reputazione e nei doveri che bisogna adempiere per riscattare una reputazione ormai non impeccabile.

[4]Il chu consiste nell’insieme dei doveri nei confronti dell’Imperatore, in epoca feudale dello Shogun, e il rispetto delle sue leggi.

[5]In questo caso non si tratta di giri verso il proprio “buon nome”, ma di giri verso la società. Quest’ultimo consiste nel dovere di ripagare adeguatamente ogni debito contratto. Il giri che si instaura tra daimyo e samurai prevede da una parte la fiducia del daimyo nel samurai, dall’altra la lealtà incondizionata del samurai al daimyo. Nel caso di morte del daimyo, il suo samurai mostrava la sua lealtà riconoscendo come suo legittimo daimyo il successore del suo Signore morto. Nel caso in cui il daimyo morto fosse in disgrazia presso lo Shogun, il suo samurai mostrava la sua lealtà morendo con lui.

[6]Molto spesso un gruppo che voleva vendicarsi concordava la cosa con la corte dello Shogun, fissando un termine ultimo dell’impresa, scaduto il quale queste persone non avrebbero potuto più portare a termine la loro vendetta. In questo modo si metteva d’accordo il chu con il giri.

[7]Intendiamo per “sincerità” lo zelo con cui un individuo è disposto ad agire moralmente.

[8] Il nome antico di Tokyo, che all’epoca era la capitale del Giappone.

[9]Yoshisaburo Okakura, Vita e pensiero in Giappone, cit., p. 17

[10]R. Benedict, cit., pag. 165-166

[11]Ibid.. cit., p. 157

[12]Ibid.. cit., p. 236

[14]Come combatte l’esercito giapponese, serie di articoli tratti dal Giornale di Fanteria, pp. 54-55, riportato in R. Benedict, cit., pp. 199-200

[15]W. Petrie Watson, Il futuro del Giappone, 1907


Giuseppe Cacciatore

Giuseppe Cacciatore è nato il 30 Gennaio 1995 e vive a Comiso (RG), in Sicilia. E’ dottore in filosofia, laurea conseguita a Milano all’Università Vita-Salute San Raffaele, occupandosi in particolare di etica applicata e filosofia politica, seguendo il metodo d’indagine, lo stile di scrittura e i problemi caratteristici della filosofia analitica contemporanea. Oltre a questi studi, si interessa di storia e economia.

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