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Tre modelli di democrazia

 democracyAbstract

In questo articolo proponiamo tre modelli di democrazia (il teorema della giuria di Condorcet, il teorema delle abilità diversificate e lo sperimentalismo di Dewey), enucleati in chiave epistemica. La sfida della democrazia alle altre forme di governo consiste anche, se non principalmente, nella sua maggiore efficienza nella capacità di produrre, disseminare e aggregare conoscenza. Su questo punto esiste ormai una letteratura filosofica variegata che nasce dai problemi dell’epistemologia sociale e della filosofia politica, inquadrata in un tentativo di superare certe questioni relativa alla teoria di John Rawls. La nostra analisi ricalca alcune parti di Anderson (2006), la quale propone queste tre possibili modellizzazioni, tre condizioni di valutazione dei modelli e anche alcune critiche.

1. Introduzione

La democrazia è una forma di governo, vale a dire un sistema di istituzioni grazie alle quali è possibile prendere decisioni politiche. La democrazia, dunque, è un insieme di procedure regolate tramite leggi eseguite da rappresentanti del popolo, la cui elezione fa parte di queste procedure. I problemi della democrazia, da un punto di vista politico, sono diversi e attengono principalmente alla questione di come aggregare nel miglior modo possibile le opinioni politiche: formare il consenso, aggregare conoscenza dispersa, riuscire a formulare le migliori risposte a problemi complessi, definire il bene pubblico attraverso una procedura che passi attraverso il consenso e la conoscenza dispersa sono le sfide che la democrazia tenta di vincere.

Queste sfide non sono solamente quelle della democrazia. Tutte le forme di governo devono fare i conti con questi problemi. Ma mentre le altre forme di governo si fondano su prerequisiti diversi come la meritocrazia di sangue (monarchia), come l’efficienza e rapidità (tecnocrazia), come la rappresentazione degli interessi della classe che è in grado di definire anche il bene delle altre (comunismo, aristocrazia, fascismo…), la democrazia rivendica una parte consistente della sua legittimità proprio sul pluralismo epistemologico di fondo.

Prima di tutto, infatti, la conoscenza è sempre e comunque diffusa e dispersa nell’insieme degli individui che costituiscono i cittadini della nazione. La conoscenza è diffusa perché anche l’ultimo dei reietti ha comunque informazioni che possono essere importanti per il resto della comunità (per esempio, conosce molto bene i problemi della povertà…). La conoscenza è dispersa perché le credenze vere e giustificate o almeno le credenze vere possono essere parte dell’insieme delle credenze di pochi individui, magari lontani tra loro. La democrazia, dunque, cerca o dovrebbe creare un ponte grazie al quale la conoscenza dispersa possa essere aggregata e messa a disposizione della cittadinanza. Sicché, qui il punto è che da un punto di vista epistemico la democrazia rivendica efficienza: essa mostra come attraverso le istituzioni democratiche la conoscenza sia più efficacemente diffusa nella massa della popolazione e sia anche più facile da estrarsi. Dato il fatto che la conoscenza è prerequisito indispensabile della razionalità nella decisione, ciò che segue è proprio che la democrazia è più efficiente delle alternative perché consente di produrre, promuovere e aggregare maggiormente la conoscenza (forte e debole).

Fino a qui si è parlato di democrazia come forma di governo, come insieme di istituzioni e procedure epistemicamente efficienti. Tuttavia, ci si può legittimamente chiedere come la democrazia funzioni in modo da ampliare la conoscenza e non, ad esempio, l’ignoranza o la disinformazione, cosa che sembra tutt’altro che scontata (questo emerge chiaramente dai problemi dell’intelligence descritti da Caligiuri et. Al., (2016) ma anche da Gagliano (2015)). Infatti, se il libero spazio democratico prevede il dissenso, va da sé che nel dissenso e nel consenso ci sia ampio margine per l’ignoranza e la disinformazione. Secondo Elizabeth Anderson (Anderson (2006)) il dissenso è una categoria ineliminabile della democrazia, indispensabile per il suo funzionamento. Ma anche sposando acriticamente questa tesi, la richiesta per una descrizione del sistema democratico da un punto di vista epistemico rimane valida. Infatti, se non si potesse fornire una ricostruzione razionale (almeno una…), cioè un modello astratto che mantiene tutte le condizioni di razionalità di un sistema instanziato storicamente ma così giustificato, verrebbe ipso facto meno la sua plausibilità. Nessuna possibile ricostruzione razionale implicherebbe anche l’illegittimità stessa del sistema.

2. Condizioni per valutare modelli sulla democrazia

Elizabeth Anderson (Anderson (2006)) propone tre modelli di democrazia, modelli che catturano il funzionamento epistemico della democrazia, cioè le condizioni grazie alle quali la democrazia funziona da un punto di vista epistemico (consente di aumentare le credenze vere, la conoscenza e diminuire l’ignoranza). I tre modelli sono: il teorema giuridico di Condorcet (Condorcet jury theorem), il teorema della diversità delle abilità dei votanti e lo sperimentalismo di Dewey (Dewey’s experimentalism account of democracy). La Anderson propone tre condizioni per valutare e comparare i tre modelli:

  1. Se il modello x rappresenta le funzioni epistemiche corrette della democrazia, allora il modello si può definire buono, altrimenti non lo è.
  2. Se il modello x riesce a rivelare in modo sufficiente i vizi e le virtù epistemiche della democrazia, allora il modello può definirsi buono, altrimenti non lo è.
  3. Se il modello fornisce le linee guida per migliorare parti rilevanti delle istituzioni democratiche e della democrazia tout court, allora il modello può definirsi buono, altrimenti non lo è.

Dunque, come si vede, allora, la qualifica di bontà del modello è identificata attraverso tre condizioni disgiunte, nel senso che la (1) non implica la (2) anche se la (2) probabilmente richiede la (1) ma fornisce comunque un discrimine rispetto alla (1). Stesso discorso rispetto alla (3) e (1) e (2). La prima condizione ci dà una definizione condizionale del buon modello da un punto di vista descrittivo. La seconda condizione ci dà una definizione condizionale del buon modello da un punto di vista valutativo-normativo. Mentre la terza condizione ci dice quando un modello è virtuoso da un punto di vista prescrittivo. Secondo la Anderson, dunque, è inevitabile fornire una triplice linea valutativa del modello perché: non si può fare a meno di una buona descrizione, per le ragioni già viste.

Dato il fatto che la conoscenza è una forma di valutazione su fatti, cioè l’epistemologia è una disciplina normativa proprio perché ci dice quando un certo soggetto (singolare o plurale) intrattiene una credenza che è anche conoscenza. Quindi, ponendo il problema epistemico della democrazia, va da sé che la (2) è indispensabile: un modello di democrazia che non fosse capace di discriminare vizi e virtù epistemiche delle istituzioni democratiche e della democrazia tout court sarebbe ipso facto vizioso. La terza condizione è, forse, la meno chiara. In fondo, un buon modello può accontentarsi anche soltanto delle prime due condizioni: la logica formale, ad esempio, costruisce modelli fondati sulle due sole prime condizioni. Ma per quanto riguarda la democrazia le cose dovrebbero stare in modo diverso proprio perché se un modello normativo non ci indicasse in che modo migliorare anche solo potenzialmente le nostre istituzioni sarebbe comunque vacuo: sarebbe come il classico caso di una teoria morale che descrivesse l’uomo come un essere etereo, valutandolo astrattamente ma senza che sia chiara la via per poter congiungere la teoria alla prassi. Quindi, secondo la Anderson, anche la terza condizione è richiesta.

3.1 Il teorema giuridico di Concorcet

Il teorema di Condorcet può essere espresso in questo modo: (a) se i votanti sono messi di fronte a due alternative, (b) se essi formulano il loro giudizio in merito alle due opzioni in modo indipendente, allora (c) la media delle risposte corrette espresse dalla votazione aumenta in funzione del numero dei votanti. Il teorema di Condorcet è uno dei temi più dibattuti nella teoria della democrazia (Goldman (1999)): esso compare sostanzialmente in quasi tutti i contesti filosofici in cui si dibatte di efficienza epistemica in relazione alla democrazia. Dietro la sua formulazione, si cela appunto un modello.

Esso ci dice che la democrazia funziona tanto più quanto più il numero dei votanti aumenta (sicché ci dà anche una buona motivazione per andare a votare o meglio, per far andare a votare i cittadini!). Ci dice anche, quindi, che il sistema di votazione è un buon modo per aggregare la conoscenza perché, appunto, il numero dei votanti aumenta anche la probabilità di avere la risposta corretta. In fine, ci dice però che il modello di votazione deve prevedere che i cittadini votino in modo indipendente, cioè che il metodo attraverso cui sono arrivati a formulare il loro giudizio sia tenuto segreto agli altri votanti, almeno fino al momento in cui tutti abbiano votato. In sostanza, il teorema di Condorcet ci spiegherebbe in che senso la formulazione dell’opinione mediante votazione sia efficiente da un punto di vista epistemico, anche se per tale “efficienza” si impone anche la restrizione di indipendenza dei votanti.

Elizabeth Anderson critica il modello offerto dal teorema di Condorcet. Intanto, il modello del Teorema Giuridico di Condorcet (TGD) richiede l’indipendenza dei votanti, nonostante la democrazia non soltanto non richieda tale indipendenza, ma anzi si sostanzi su una massa epistemicamente disomogenea di cittadini (appunto, i vizi e le virtù epistemiche dei singoli cittadini, nonché la loro stessa conoscenza è tutt’altro che uniforme). Quindi, il TGD fallisce da un punto di vista descrittivo (condizione (1) violata).

C’è poi un altro fallimento descrittivo: non solo è discutibile che i votanti votino indipendentemente l’uno dall’altro, ma è falso che lo facciano. Al contrario, i votanti non votano necessariamente senza prima essersi informati o consultati. Dato il fatto che l’informazione passa anche attraverso la stampa, cioè attraverso altri cittadini che immettono informazioni, in ogni caso, se il votante va assunto informato allora c’è già una buona probabilità che esso non abbia formulato il suo giudizio in modo indipendente. Anche questo viola la prima condizione (1), perché in democrazia il ruolo della stampa è fondamentale, nonché della libertà di parola, prima, durante e dopo la votazione. Sicché se la democrazia funziona, allora funziona non solo nonostante ma anche grazie alla dipendenza dei cittadini rispetto all’informazione. Infine, va rimarcato il fatto che questo è un problema tanto più che se i cittadini non potessero informarsi attraverso la stampa o la testimonianza di altri cittadini, non si vede come possano farlo. Come potrei sapere del programma politico dei vari partiti se non lo vado a leggere o se qualcun altro non me lo comunica?

Un’altra critica consiste nel mostrare come il TGC fallisca nel tenere conto degli elementi dinamici della democrazia. Prima di tutto, la democrazia non è infallibile. Al contrario, tutti sappiamo quanto lo sia. Tuttavia, la questione qui è che essa non è richiesto che lo sia. Quel che è richiesto è che in base alle informazioni passate si sia in grado di fare meglio e correggere gli errori nel futuro. Questa dinamica di track record and feedback è essenziale al funzionamento della democrazia. Ma anche qui il TGC fallisce: esso ci dice soltanto che tanto più il numero dei votanti è alto, quanto più il giudizio sarà qualitativamente migliore. Tuttavia, questo sarebbe, ancora, un giudizio troppo forte: la Anderson acutamente (ma non senza una certa mancanza di principio di carità) mostra che così formulato il TGC dimostra la relativa infallibilità della “grande massa”. Infatti, basterebbe garantire un numero sufficiente di votanti per avere una garanzia corrispondente di qualità nella votazione. Questo è chiaramente falso.

Ora, va detto che l’insieme delle critiche della Anderson, anche quando corrette, sembrano essere ingenerose rispetto al TGC. Innanzi tutto, il TGC nasce in un contesto limitato, che è quello della decisione di un verdetto da parte di una giuria. Estendere questo modello all’intero sistema democratico è, perlomeno, discutibile. In secondo luogo, va detto che il TGC comunque cattura qualcosa di interessante. In particolare, esso non nega che ci debba essere prima della votazione una qualche ricerca di informazione, anche per testimonianza. Quello che ci dice, però, è che le conclusioni tratte dai singoli cittadini non devono essere oggetto di mediazione con gli altri. Anche questo sembra plausibile. In definitiva, sembra che le critiche della Anderson siano anche valide ma ingenerose rispetto alle pretese originarie del TGC che, comunque, è un virtuoso risultato: esso con poco ci dice molto.

3.2 Il teorema della diversità delle abilità (TDA)

Il teorema della diversità delle abilità ci dice che l’aggregazione del giudizio di non molti non esperti è spesso preferibile al giudizio dei singoli esperti. E’ su questo, a quanto pare, che si fonda la plausibilità del progetto di wikipedia, ad esempio (si veda Fallis (2010) e Pili (2015)), e di sempre nuovi sistemi in stile wiki. Il TDA ci dice che se il problema è difficile che venga risolto da un solo problema, se i solutori del problema convergono verso alcune opzioni, se c’è diversificazione epistemica tra i solutori, se alcuni solutori costituiscono micro-gruppi di lavoro, un insieme casualmente selezionato di solutori farà meglio degli esperti. Da questo ne segue che la democrazia vince sulla tecnocrazia (intesa, qui, come governo di una élite di esperti) proprio perché un gruppo numeroso e diversificato di non esperti riesce a fare meglio di un gruppo di esperti.

Il TDA, secondo la Anderson, è un modello migliore del TGC: prima di tutto, il TDA rappresenta la diversità epistemica dei cittadini, in secondo luogo esso modella alcune funzioni epistemiche dei cittadini aggregati in gruppi. Nel TGC sembrerebbe che il ruolo dei partiti, se non è proprio dannoso, è comunque ininfluente sull’esito democratico. Nel TDA, invece, si mostra chiaramente il contrario: gruppi di non esperti, che non escludono la presenza di esperti al loro interno, sembrano fare meglio di gruppi poco numerosi (ipso facto e sub condicione…) di esperti. Il TDA riesce a rappresentare il modello di democrazia deliberativa che include il dibattito, cosa che invece il TGC esclude. In fine, il TDA riesce a spiegare nel modello l’efficienza della democrazia rispetto ai problemi che ci si aspetta che sia preferibile o migliore, cioè la capacità di soluzione di problemi complessi.

Tuttavia, secondo la Anderson, il TDA è affetto anch’esso da alcuni problemi. In primo luogo, esso fallisce nel modellare l’importanza dell’inclusione universale dei cittadini nella votazione, inclusione che non sia intesa come esclusivamente strumentale (infatti, il TDA ci dice perché bisognerebbe coinvolgere il più ampio numero di cittadini possibile nel sistema di votazione, ma difende tale coinvolgimento da un punto esclusivamente strumentale). Sembra anche che il TDA fallisca anch’esso, come il TGC, nel modellare alcuni aspetti dinamici del sistema democratico. Infine, esso fallisce nel rappresentare nel modello il sistema di track-record and feedback interno alla democrazia, come già il TGC: in altre parole, non si vede come il complesso “democratico” riesca a correggere se stesso attraverso l’apprendimento dalla storia cosa che, effettivamente, potrebbe accadere (magari non spesso, ma talvolta si!).

3.3 Lo sperimentalismo di Dewey come modello di democrazia epistemica

La democrazia si fonda, secondo Dewey, dalla partecipazione attiva di tutta la cittadinanza alla ricerca di informazioni e nella formulazione di conoscenze. La soluzione di problemi complessi richiede ed implica un atteggiamento simile all’applicazione del metodo scientifico. Il momento della votazione è il risultato di un’attività di previsione tra varie alternative da parte dei cittadini, sicché essi sono messi nella condizione di scegliere tra alternative, scelta che integra e prevede anche la possibilità di errore.

Il fallibilismo dei votanti e del sistema di deliberazione non sono dei limiti della democrazia, ma l’occasione per un maggiore apprendimento da parte della cittadinanza stessa. A differenza, dunque, di una tecnocrazia, in cui soltanto pochi decidono il destino di molti e solo questi ultimi dispongono di poter rivalutare i risultati delle proprie decisioni, nel sistema democratico è la cittadinanza tutta chiamata a rivalutare se stessa e le proprie scelte. Per tale ragione si parla di “sperimentalismo” e “metodo scientifico”, nel senso che l’elezione è un momento, sì, di decisione ma anche di tentativo intrinsecamente limitato da cui imparare. Sicché i fallimenti sono parte integrante della vita democratica.

L’intelligence democratica (intesa all’inglese, cioè il processo di formazione di conoscenza inteso in senso ampio) è l’applicazione del metodo scientifico a problemi di natura politica e pratica. Questo richiede: (a) rifiuto del dogmatismo (fissazione ex ante di un’opinione), (b) accettazione del fallibilismo (la votazione può anche conseguire un fiasco ma non diminuisce l’importanza della stessa) e (c) riconoscimento dell’importanza dell’evidenza nel processo di revisione delle opinioni politiche (track record and feedback).

Secondo la Anderson, il modello di democrazia di Dewey rispetta felicemente tutte e tre le condizioni di bontà modellistica poste (cfr. §2 (1-3)). Inoltre, Dewey ha una forte ragione a sostegno dell’inclusione, ragione che non è puramente strumentale come in TDA: l’esclusione di una parte è sintomo già essa del dubbio che il problema posto da una parte dei cittadini sia realmente interessante per la comunità tutta, giacché questa parte è dominante ed esclude l’altra. In altre parole, se non si includono tutti i cittadini senza restrizioni dogmatiche, allora gli stessi problemi e le stesse soluzioni proposte (a) potrebbero essere interessanti solo per una parte della cittadinanza e quindi (b) non catturano, se non casualmente, l’interesse collettivo. Anche qui si mostra una forte critica alla tecnocrazia: che garanzia abbiamo che la parte minoritaria catturi l’interesse collettivo e non soltanto di una minoranza (la sua)? (Questo punto era stato mostrato, in altro contesto, da Pili (2015)).

Infine, il modello di democrazia epistemica di Dewey sembra il più adeguato perché sostiene l’indispensabilità della stampa nel processo democratico ed anche l’utilità della variazione e dei cambiamenti. Il modello di Dewey rimane, in effetti, il più inclusivo e anche il più attento a mostrare, anche solo indirettamente, il valore della democrazia da un punto di vista epistemico. Accettando il fallibilismo, ma potendo includere i risultati del TDA e del TGC, risulta efficiente nel mostrare tanto la dinamica della votazione, quanto dei suoi limiti, se presa nella sua esclusività.

D’altra parte, appunto, questo è l’unico modello qui considerato che prevede una valutazione complessiva della democrazia e non soltanto della votazione, cosa su cui si concentrano in modo esclusivo il TDA e il TGC. Quindi, è vero che il modello di Dewey è estremamente valido nel suo complesso, e rispetta sicuramente i parametri di valutazione fissati per definire un modello di democrazia epistemica come “buono”. Rimane, però, che anche dilatando premesse e conclusioni dei TDA e TGC, essi risultano troppo limitati e parziali per una valutazione complessiva della democrazia in quanto tale. Sicché la Anderson ha buon gioco a sposare la teoria di Dewey, ma è anche vero che tale gioco è sin troppo semplice. Una posizione di democrazia epistemica è ampiamente trattata da Talisse (2009), in cui la legittimità stessa della democrazia è fondata su ragioni attinenti alla conoscenza. Rimane, comunque, il fatto che il modello deweyano offerto dalla Anderson è molto affine a quello poi proposto dallo stesso Talisse.


Bibliografia minima

Anderson E., (2006), “The Epistemology of Democracy”, Episteme, Edimburg University Press, Vol. 3, pp. 8-22.

Caligiuri et. Al, (2016), Intelligence e Scienze Umane, Rubettino, Saverio Manelli (CS).

Fallis D., (2011), “Wikipistemology”, in Social Epistemology Essential readings, Edited by Alvin Goldman & Dennis Withcombe, Oxford University Press, Oxford.

Gagliano G., (2014), Deception Disinformazione e propaganda nelle moderne società di massa, Fuoco Edizioni, Rende (Cs).

Goldman A., (1999), Knowledge in a Social World, Oxford University Press, Oxford.

Pili G., (2015), Filosofia pura della guerra, Aracne, Roma.

Pili G., (2015b), “Uno studio epistemologico su Wikipedia: vizi e virtù epistemiche di una risorsa epistemica fondamentale del XXI secolo”, www.scuolafilosofica.com.

Talisse R., (2009), Democracy and Moral Conflicts, Cambridge University Press, Cambridge.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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