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Il piccolo Cavaliere del Re degli Scacchi – Carlo Alberto Cavazzoni

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Considerando la mia esperienza, ti consiglio di non smettere di sognare, perché i sogni indicano la strada da percorrere, ma di accettare pur sempre la realtà.

Carlo Alberto Cavazzoni

Il piccolo cavaliere del Re degli scacchi è un libro di Carlo Alberto Cavazzoni, edito nel 2016. Si potrebbe dire che si tratti di un libro per ragazzi o, anche per più giovani. In fondo, la storia è quella di un bambino, Dario, che sogna di diventare un cavaliere. Egli è orfano di entrambi i genitori e vive con la nonna, Pina, semplice, arguta e cuoca. Tuttavia, la nonna è molto preoccupata per il futuro del piccolo, perché sogna sin troppo. Soprattutto sembra avere i sogni sbagliati: essere cavalieri costa e i soldi non ci sono. Inoltre, il cavaliere è pur sempre un uomo d’arme, cioè segue gli eserciti, asseconda i regnanti e deve sacrificare anche la vita per questo. E oltre a sacrificare la sua, estrema ratio non desiderata, la toglie agli altri.

Ma Dario non demorde. Non demorde neppure quando alla casa della nonna Pina giunge un viaggiatore stremato, uno scultore importante che andava verso Firenze. Costui sarebbe morto di freddo, se nonna Pina non l’avesse ospitato. Giorgio, così si chiamava, in cambio dell’ospitalità impartisce importanti lezioni a Dario, gli insegna a scrivere e, soprattutto, gli mostra il gioco degli scacchi.

Si tratta di un innamoramento immediato o addirittura qualcosa di più profondo. Infondo, l’innamoramento è sempre qualcosa che conserva un forte residuo di egoismo, laddove si desidera l’altro principalmente per averlo per sé. L’innamoramento cela l’altro a noi stessi e lo recuperiamo solamente quando il momento possessivo passa per qualcos’altro. Dario non si innamora con gli scacchi. Semplicemente si immedesima a tal punto in essi da viverli. Nonostante perda continuamente, egli impara in fretta: si impara più velocemente dalle sconfitte, direbbe Giorgio. Un esperto di strategia americana direbbe che “si impara solo dalle sconfitte”. E più brucianti sono e meglio è. E infatti Dario apprende il gioco con solidità. Ma Giorgio deve partire per Firenze ed è tempo anche per Dario di lasciare la casa di nonna Pina, insieme al suo amato cane, Fagiolo.

Il sogno di diventare cavaliere è forte nel piccolo Dario. Sicché si dirige direttamente a Vignola, che diventa quasi un paese incantato, dove prova ad entrare alla corte del regnante direttamente dalla porta principale. Ma come nel celebre sogno di Kafka, un amante degli incubi più che dei sogni (Kafka, il cavaliere degli incubi?) la porta è preclusa da delle guardie che scacciano in malo modo il piccolo Dario. Egli prima scopre che il suo idolo è morto, il vecchio regnante; poi che la vita sa essere dura: bisogna sognare, ma sempre con un occhio puntato alla realtà.

E’ in questa permanente tensione che si gioca gran parte della storia di Dario. Quanto è lo spazio da dare ai sogni, quanto alla realtà? E’ possibile sognare con un occhio puntato alla realtà? Per gli adulti forse non è più possibile, ma per Dario la realtà e i sogni non sono poi così categoricamente distanti. Inizialmente è sconsolato, però incontra per caso il mago del paese, noto come Mago Ciliegia, un mago nel senso che è un prestigiatore che, però, non ha nulla del Mago Merlino. Costui era amico dello scultore Giorgio e capisce subito che Dario ha bisogno di aiuto, sebbene sia indubbiamente un giovane di talento. Sicché gli procura il lavoro alla taverna.

Alla taverna Dario scopre la vita nuda e cruda, fatta di ramazze, pavimenti sporchi, ordini e stanchezza. Ma anche alla taverna ha modo di arricchire la sua esperienza perché qualsiasi lavoro è onorevole e gratificante, se fatto con intelligenza, avrebbe detto la piccola amica del protagonista, Alice. Una lezione che molti piccoli Dario non hanno avuto modo di apprendere in modo così sicuro. Ma lui è intelligente e sa che queste parole non sono solo un modo per indorare la pillola. D’altronde, Dario non viveva nell’epoca delle pillole. Dopo Giorgio, Mago Ciliegia, anche Alice capisce subito che dentro Dario si cela un piccolo grande uomo. E infatti sarà profetica: presto anche lui avrebbe avuto la sua occasione.

I sogni di Dario erano decisamente improntati verso la decadente, ormai, professione della cavalleria. Lavorando nella locanda ha modo di incontrare uno dei più forti giocatori professionisti dell’epoca, Glauco il Senese, il quale lo sfida prontamente, probabilmente convinto di vincere. Ma tutti i giocatori di scacchi sanno per esperienza che nulla è più difficile che battere un bambino dalle grandi doti. E infatti è per fortuna di Glauco il Senese che la partita non termina: Dario deve attendere ai suoi compiti di inserviente. Tuttavia, i cavalieri non esistono soltanto nel mondo delle corti, ma anche dentro la scacchiera. Giunge l’ora del torneo della città, ma Dario non può partecipare perché non dispone dei soldi. Sembra tutto finito, quando Alice si presenta al marchese, perorando la causa di Dario: deve giocare, è lui il migliore. Il marchese è assai scettico, ma Glauco difende Dario, il Cavaliere dei sogni. Sicché alla fine il marchese decide di Dario una possibilità. E alla fine, Dario vince il grande Alfonso, il più forte giocatore dell’epoca.

Si diceva che questo libro sembra un libro per ragazzi. Ma in realtà è una straordinaria parabola sulla vita, sulla necessità di sognare e di non perdere di vista la realtà. Perché, appunto, sembra che la lezione principale del racconto sia la seguente: una vita senza sogni, non val davvero la pena di viverla, ma i sogni senza realtà sono falsi costrutti. Non basta sognare, bisogna anche vivere. Un tempo si sarebbe detto che non è virtuoso colui che ha buone intenzioni, ma non produce alcuna buona opera. Dario interpreta colui che è sempre capace di sognare. Certo, ma sogna per cambiare la realtà. Quindi ha bisogno della realtà tanto quanto ha bisogno dei sogni.

Questo è mostrato, infatti, proprio dalla fine della parabola che sembra fiabesca. Ma sarebbe stata tale soltanto se Dario fosse poi diventato cavaliere, uomo d’arme, come aveva sempre sognato. Egli diventa pur sempre cavaliere, perché un giocatore di scacchi è a suo modo un cavaliere. Ma non è un cavaliere, se con questa parola si intende “uomo d’arme”. Il sogno di Dario era in qualche misura ambiguo e aperto ad un compromesso con la realtà: egli voleva diventare un cavaliere, ma non era così sicuro di voler diventare quel tipo di uomo d’arme anche noto appunto come “cavaliere”. Sicché Dario alla fine corona il suo sogno, nel senso che diventa quello che voleva (il Cavaliere dei Sogni), anche se in modo diverso da quello che si sarebbe aspettato. Ed è appunto questa divergenza tra fine e realtà che distingue un sognatore da un vero uomo.

La centralità del sogno, inteso come riflessione sugli ideali di vita da raggiungere e incarnare, è già abbastanza evidente. Ma si gioca anche su un livello più sottile. Dario diventa un giocatore di scacchi, appunto, per gioco. Non sognava di diventarlo, eppure sconfigge il grande maestro. Al principio, Dario voleva essere un soldato, poi rifiuta di esserlo consapevolmente. Quindi i sogni possono cambiare, quando si capisce che una certa parte del proprio ideale di vita e di ricerca di senso è cambiato. I sogni sono fatti proprio per non essere definitivi, ma per segnare una vita, tracciare una retta, creare una narrativa. Dario non rinuncia del tutto al suo sogno, ma è felice di cambiarne una parte. Egli non è un folle, un Don Chisciotte, appunto perché sa che un sogno è tale a condizione che sia in parte realizzabile.

La creazione di una narrativa sana dovrebbe essere al centro della riflessione sulla didattica scolastica e non solo. Perché? Perché tutti noi siamo cresciuti imbevuti di narrativa. Prima ce l’hanno raccontata, poi ce la siamo costruita. Ogni giorno inventiamo piccoli sogni, tanto più andiamo avanti e tanto più questi si assottigliano, giusto il tanto per consentirci di tirare avanti ancora un po’. Ma intanto ce la stiamo raccontando. Come ogni narrativa, esiste una buona narrativa e una cattiva narrativa. Dario inizia con una narrativa buona e cattiva. Vuole diventare un uomo, buono e generoso (buona narrativa) attraverso lo strumento delle armi (cattiva narrativa).

Posso fare un esempio, un giovane bambino iniziò a leggere libri di storia sulle battaglie della seconda guerra mondiale, continua a informarsi sulla guerra. Si compra soldatini di ogni tipo, costruisce una nave con le lego, talmente grande e dettagliata da riempirlo di gioia alla sola idea di averla realizzata. Il bambino diventa adolescente ed impara a scrivere. Alla fine capisce che molto di quello che accade in guerra è sbagliato, ma l’interesse a capire rimane. Alla fine il giovane non più così giovane scrive un libro sulla guerra (Filosofia pura della guerra?). Quanto la narrativa è stata importante! E tutto perché un giorno aveva trovato un libro in cui aveva visto le navi da battaglia solcare i mari e la sua immaginazione aveva preso il corso di disegni, letture, stesure di libri ipotetici! Ma poi i disegni divennero copertine, le letture dei testi e i libri ipotetici libri reali. Ecco, questo piccolo racconto vorrebbe mostrare la potenza della narrativa e il fatto che essa può essere giusta e sbagliata, corretta e scorretta. Sempre correggibile, sin tanto che si è in tempo e sin tanto che si è abbastanza intelligenti e onesti intellettualmente per riconoscere che non tutto nei sogni è come dovrebbe essere.

I sogni sono, quindi, indispensabili per la formulazione della propria narrativa che, poi, si inserirà in quella collettiva, da cui si trae sempre spunto di riflessione e giudizio. Questo è mostrato dai personaggi centrali nella vita di Dario: nonna Pina, Giorgio, Mago Ciliegia e Alice. Essi condividono parte della narrativa di Dario (quindi, la narrativa si deve e si vuole condividere). Ma cercano di alterarne una parte, integrarne un’altra. In poche parole, la narrativa è anche un mezzo di apprendimento attraverso il quale continuamente operiamo revisioni strategiche sulla nostra percezione del mondo. Dario apprende ad essere saggio da nonna Pina, impara gli scacchi da Giorgio, la capacità di trattare col prossimo da Mago Ciliegia e a saper attendere l’occasione giusta da Alice. Allo stesso tempo sono i sogni di Dario a costituire per lui la base della riflessione. Siamo tutti parte di una narrativa complessiva, fatta di scambi e confronti, ma rimaniamo noi al centro della nostra e nessuno potrà sostituirci a noi nel delicato compito di tessere la trama di cosa vorremmo fare e del perché e per come la realtà è o non è come avremmo voluto.

Questo aspetto ci porta alla considerazione finale che per apprezzare davvero fino in fondo Il piccolo Cavaliere del Re degli Scacchi bisogna già essere stati quel piccolo Dario. Infatti, un bambino non può ancora capire gli strani giochi della vita, quegli strani giochi che costituiscono gli allineamenti virtuosi. Ovvero, Dario diventa cavaliere (degli scacchi) perché Giorgio casualmente gli insegnò a giocare, poi sempre casualmente incontra Mago Ciliegia e sempre per puro caso incontra Alice e Glauco. Inoltre, non si dà il caso di sapere perché Dario vuole proprio diventare un cavaliere e non, poniamo, un ricco mercante.

E’ per caso che noi siamo diventati quello che siamo diventati. Ma attenzione. Il caso è stato indirizzato da alcuni fattori decisivi che hanno consentito a Dario di raggiungere il suo ideale. Intanto, senza sogni e senza ideali si tira a campare. Ma non si diventa di sicuro assolutamente niente che vale la pena di essere ricordato, a partire da se stessi. In secondo luogo, se Dario non fosse stato così generoso e capace di apprendere subito gli elementi strutturanti degli insegnamenti ricevuti, non sarebbe andato tanto lontano. Inoltre, se Dario non fosse stato caparbio e audace, ma non folle, non avrebbe accettato tanti sacrifici pur di potersi giocare la sua partita, evidente simbolo del momento in cui un destino si può decidere.

Ma se anche Dario avesse perso, avrebbe vinto comunque perché per tutta la vita avrebbe con amore ricordato il fatto che, in circostanze migliori, magari poco più fortunate, avrebbe comunque avuto il riscatto. Avere un’occasione nella vita vuol dire questo: se non ci si lascia vincere dagli inutili rimorsi e dagli ancora più inutili rimpianti (dei quali spesso siamo noi stessi la causa principale), ci si rende conto che alcune delle nostre sconfitte sono, invece, delle vittorie in se stesse! Anche se non siamo stati con l’ideale compagno, anche solo aver fatto quello che bisognava fare nel momento in cui si doveva fare, è premio a se stesso. Anche se non siamo diventati quello che credevamo saremmo dovuti diventare, alla fine siamo stati bravi, rispetto alle circostanze.

Tutte queste considerazioni un piccolo Dario non le può capire. Ma noi si. E allora è per questo, io credo, che siamo di fronte ad un libro per adulti e per ragazzi, perché parla un linguaggio universale, fatto di idee, sogni, attrito e ripensamenti. Il titolo del libro potrebbe essere ispirato ad uno dei film più belli della storia del cinema, il Piccolo grande uomo. Nel film il protagonista è un giovane Dustin Hoffman e viene narrata la parabola di un uomo che diventa grande, nonostante sia appunto piccolo di statura. Il libro mischia finzione e realtà, un’esigenza, dunque, introiettata dall’autore sino ad incorporarla nel linguaggio. Infine, il tema dei cavalieri fa parte dei contenuti e dei temi più cari di Cavazzoni, giacché egli ha scritto delle opere di estremo rilievo didattico e narrativo: Il castello degli scacchi e I segreti del castello degli scacchi in cui la storia degli scacchi è trasfigurata all’interno del mondo cavalleresco e in cui le immagini non sono una giustapposizione ma un contraltare concreto dei contenuti del libro. Anche in questi casi ritroviamo elementi cari a Cavazzoni e, soprattutto, l’idea che il mondo della cavalleria, in senso nobile, non è tramontato, perché gli scacchi conservano tutti i valori giusti del cavaliere, senza includerne le parti deteriori. Un sogno? Forse. Ma si tratta di un sogno perlomeno contagioso, giacché Cavazzoni dimostra appunto che uno scacchista è il cavaliere che affronterà con saggezza i problemi del domani. E allora abbiamo bisogno davvero di simili nobili piccoli e grandi cavalieri, non più di sangue ma di saggezza.

Conseguentemente, la forma diventa metafora dei contenuti del libro, che prende vita nelle immagini, credo acquarelli, dell’eccellente Melania Donati, che riesce nel difficilissimo compito di interprete di uno spirito di fondo comune con la narrazione. Sono disegni estremamente morbidi, dove dominano principalmente colori caldi, con tratti leggeri, essenziali quasi minimali ed evocativi. Sono disegni che trasmettono molto bene i contenuti della storia, ancora una volta a metà tra sogni e realtà, almeno in quel senso nobile in cui il sogno e la realtà sono solamente i due estremi di un unico mondo. E infatti non compaiono maghi (in senso forte), non ci sono streghe o fatti che contravvengono alle usuali leggi della fisica e del mondo sociale. E così i disegni, pur morbidi e evocativi, sono e rimangono realistici, verosimili, ancorati alla realtà. Ancora una volta perché questo libro vuole illuminare una parte del nostro mondo, di quel mondo che abbiamo paura a guardare solamente per scoprire che non siamo stati così bravi come il piccolo grande Dario. Ma siamo rimasti piccoli, nonostante siamo diventati grandi.

Ma Carlo Alberto Cavazzoni non mi lascerebbe chiudere così. Perché, penso, mi direbbe che tutti possiamo riprendere a sognare, a guardare in avanti e finalmente scoprire che anche la vita è una realtà con un senso, se finalmente glielo diamo noi con la giusta narrativa. E questo è il punto più importante: siamo uomini, abbiamo il dovere di avere un senso e non possiamo addebitare a nessuno la nostra mancanza di significato. Sognare è un fatto soggettivo, può essere comunicato, ma rimane nostro. Sicché facciamo la nostra parte per diventare Cavaliere dei Sogni. Una volta Carlo Alberto mi disse che alla fine di questo libro mi sarebbe venuta voglia di giocare a scacchi. A me non è venuta voglia di giocare a scacchi. A me è venuta voglia di vivere. E questo, io credo, sia molto di più.


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Il piccolo Cavaliere del Re degli Scacchi

Fondazione Vignola

Euro: 18,00.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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