Goldman. La teoria affidabilista della conoscenza.

A cura di Pili Giangiuseppe             www.scuolafilosofica.com

Schema.

  1. Parte 1.
  2. Enunciazione dello scopo dell’articolo: fornire una teoria esplicativa della giustificazione.
  3. Il termine giustificazione rimanda ad una sfera valutativa, cioè ad una categoria normativa di parole.
  4. Riformulazione del fine.
  5. Elenco di termini epistemici.
  6. La questione aperta sull’accessibilità delle giustificazioni.
  7. La risorsa fondante della giustificazione.
  8. Le tre condizioni della teoria della giustificazione di Goldman.
  9. In cosa consiste una teoria della credenza giustificata e presentazione di altri approcci di altri filosofi.
  10. La condizione di indubitabilità e la sua critica.
  11. La condizione di autoevidenza e la sua critica.
  12. Le proposizioni self-presenting e la loro critica.
  13. Le proposizioni self-intimating e la loro critica.
  14. Le proposizioni incorreggibili e la loro critica.
  15. Distinzione tra interpretazione nomologica e interpretazione logica.
  16. Le proposizioni logico-matematiche incorreggibili nelle due diverse interpretazioni.
  17. Le proposizioni contingenti incorreggibili nelle due diverse interpretazioni.
  18. Parte 2.
  19. Goldman sostiene il punto nodale della sua posizione: il problema è la relazione causale che intercorre tra un fatto e una credenza vera.
  20. Quali generi di processi causali determinano giustificazione?
  21. Esempi di ragionamenti intuitivamente corretti.
  22. La giustificazione è una proprietà di una scala graduata di elementi.
  23. Esempi di processi che producono giustificazioni più o meno stringenti.
  24. Come un processo affidabile può conferire giustificazione.
  25. I problemi dell’interpretazione della parola “affidabilità”.
  26. Definizione del processo funzionale.
  27. Come considerare i processi funzionali.
  28. I problemi della posizione di Goldman.
  29. La prima proposta per la quarta clausola della definizione di conoscenza.
  30. Affidabilità condizionale.
  31. Credenza-dipendente e credenza-indipendente: una nuova formulazione della quarta clausola.
  32. Teoria genetica/teoria storica della giustificazione.
  33. Il problema dell’accessibilità della giustificazione da parte di un soggetto cognitivo.
  34. Due obiezioni alla teoria di Goldman e le sue risposte.
  35. Alcune credenze (proposizioni della logica) non derivano la loro giustificazione dalla “storia delle cause” e, allo stesso modo, le proposizioni “introspettive” sembrano violare il principio di causalità come giustificazione.
  36. Ogni processo affidabile è tale in ogni mondo possibile?
  37. Parte 3.
  38. Il problema della garanzia della giustificazione e di ciò che è accessibile al soggetto.
  39. Una prima proposta come ciò che garantisce la giustificazione e riformulazioni della clausola.
  40. Riformulazione della garanzia della giustificazione.
  41. Ancora il problema dell’accessibilità della giustificazione.
  42. La giustificazione Ex-post e la giustificazione Ex-ante.

Premessa.

Il seguente articolo è stato scritto riprendendo, sostanzialmente, l’articolo di Goldman, What is justified belief.

Parte 1.

Enunciazione dello scopo dell’articolo: fornire una teoria esplicativa della giustificazione.

Il fine dell’articolo di Goldman (What is justified belief?), nel quale egli tratta della giustificazione della credenza e di ciò che è la sua garanzia (l’esser giustificati nell’esser giustificati in una credenza), è fornire una teoria della credenza giustificata e fornire una teoria esplicativa di come alcune credenze si possano concepire come giustificate e di come altre no.

La giustificazione è un termine valutativo-epistemico, nel senso che può avere la parola “garanzia”. Di conseguenza, ogni termine sinonimo di “giustificazione” è anch’esso da considerarsi come un termine valutativo-epistemico. Per tanto, il fine dell’articolo è quello di fissare un insieme di condizioni sostanziali che specifichino quando una credenza è giustificata e quando no. In altre parole, quel che Goldman intende analizzare è un insieme finito di clausole in base alle quali si possa discernere ciò che noi pensiamo in due categorie distinte: le opinioni (credenze vere) e le conoscenze (credenze vere giustificate e… garantite). Facciamo un esempio concreto. Il gioco degli scacchi è stato “inventato” circa diversi millenni fa (si discute sul millennio ma non c’è dubbio che siano stati inventati tra l’India e la Cina ben prima la nascita di Cristo). Probabilmente, come molti giochi, esso nacque semplicemente dal “basso”, senza una sola mente che li avesse pensati. Come spesso capita, una regola si somma ad un’altra fino a che il gioco diventa “compiuto”. Ma la storia delle regole del gioco degli scacchi ci insegna che le cose non vanno così: oggi gli inventori di giochi procedono come gli ingegneri, pensano prima a ciò che vogliono fare (intuizione metafisica del gioco) e poi come ordinare il gioco in una serie di clausole. Ecco, ciò che Goldman vuol fare nel suo articolo è prendere un gioco “già pronto”, come gli scacchi, e fornire delle regole che consentano di discernere le varie mosse tra quelle giocate a caso e quelle ben fondate. Sebbene egli parli di una teoria esplicativa e, come si vedrà in seguito, di una teoria “storico-genetica” della giustificazione, rimane il fatto che Goldman intende fornire delle clausole, delle condizioni, delle norme per qualificare alcuni tipi di credenze. Ancora, possiamo ritornare ad un esempio ricorrente nei nostri articoli di epistemologia. Immaginiamo che una cantina, l’immagine della nostra stessa mente, e, come ogni cantina che si rispetti, essa avrà tante bottiglie di vino, alcune vuote, alcune piene. La domanda epistemologica fondamentale è: come dobbiamo dividere le bottiglie in modo che tutte le bottiglie di cui siamo sicuri che contengano un certo vino si distinguano da quelle di altri vini di cui non siamo certi? Sul lato pratico, tutte le bottiglie di vino hanno un’etichetta. Così, se le bottiglie di vino sono le nostre credenze, se la mente è la cantina e se le etichette sono le giustificazioni, ecco che l’immagine della cantina epistemica diventa sempre più vivida. Ci saranno dei vini senza etichetta dei quali non potremmo dire di essere sicuri che contengano un certo vino piuttosto che un altro (infatti, non possiamo aprire ogni volta la bottiglia per stabilire che vino c’è dentro) e queste saranno le nostre credenze. Il vero problema risiede nei requisiti della “buona etichetta”: come deve essere l’etichetta per renderci sicuri che dentro ad una bottiglia c’è effettivamente un certo vino? Questa è la prima domanda di Goldman: qual è la condizione per cui una credenza vera è anche giustificata? C’è poi un secondo problema. Come possiamo essere sicuri che quell’etichetta sia a sua volta corretta? Potrebbe benissimo essere contraffatta, oppure potrebbe essere prodotta in modo scorretto. Ed eccoci giunti alla seconda domanda di Goldman: quali devono essere le condizioni per definire una credenza vera giustificata che sia anche garantita nel suo esser giustificata? Uno degli aspetti più profondi della proposta di Goldman è che i due livelli non soltanto devono essere mantenuti distinti, ma inducono a generi argomentativi e intuizioni molto diverse. Di fatti, nel caso dell’etichetta, il problema è come appiccicarla, mentre, nel secondo caso, è come scriverla! Come si vede, i due problemi sono molto diversi.

Goldman prosegue proponendo una serie di termini epistemici, in quanto è fondamentale saperli riconoscere subito perché non compaiano nelle nostre definizioni: se così non fosse, come mostrava Roderick Chisholm in Conoscenza e opinione vera, si ricadrebbe in una definizione circolare. Per tanto, sono da considerarsi termini epistemici: giustificato, garantito, avere buone basi, aver ragione di credere, sapere che, vedere che, imparare che, probabilmente… (in senso induttivo), mostrare che, certo che etc.. Per la verità, i termini epistemici sono molti di più e sono più o meno tutti i sinonimi dei termini forniti da Goldman, i sinonimi o le famiglie di parole. “Vedere che…” è epistemico tanto quanto tutti gli altri termini di sensazione “Sentire che… odorare che…”. Termini non epistemici sono: credere che, esser vero, causare, esser necessario che, implicare, esser deducibile. Così, in generale, i termini doxastici (di credenza), i termini metafisici, semantici, logici non sono da annoverare all’interno della categoria di parole “epistemicamente connotate”. Mentre lo sono tutti quei termini che sembrano conferire giustificazione ad una credenza: essi sono termini meta-doxastici.

Il nuovo problema di Goldman, individuato successivamente al suo precedente articolo, Causal theory of knowledge, è quello di fornire una teoria che non indichi solo le risorse della giustificazione ma che pure ci dica anche il perché  si dovrebbe essere giustificati in ciò.

Un altro problema fondamentale della precedente analisi epistemologica di Goldman è il seguente: la conoscenza è quella credenza che è stata prodotta dal fatto a cui essa inerisce attraverso una relazione causale, in altre parole S sa che P se la credenza di S è stata prodotta da una relazione causale appropriata dal fatto P. Questa relazione lascia aperto il problema dell’accessibilità della giustificazione del soggetto: S non è garantito nell’esser giustificato al credere una certa proposizione come vera. Questo è mostrato bene da un esempio. La percezione, per Goldman, è una relazione causale appropriata per la formazione di credenze vere che, per tanto, saranno giustificate. Ma chi ci dice che la nostra sensibilità non sia fallace? Non sempre ci rendiamo conto delle nostre imperfezioni sensoriali e abbiamo bisogno di sofisticate tecnologie e conoscenze per scoprire e correggere questi stessi difetti (altrimenti non si vedrebbe perché spendere cifre consistenti per ricorrere agli specialisti, come gli ottici, gli ottorini etc.). Goldman, nella sua analisi precedente, si limitava a sostenere un punto di vista di una teoria causale della conoscenza ma non della garanzia della giustificazione e della sua accessibilità. Tuttavia, queste due condizioni sono rilevanti, in una teoria epistemologica e, per tanto, Goldman deve prendere sul serio i due problemi.

Ricapitolando, Goldman ha tre obbiettivi da perseguire: (1) fornire una teoria epistemologica della giustificazione, (2) proporre una teoria epistemica che ci indichi una garanzia per la nostra giustificazione e (3) rendere questa garanzia accessibile al soggetto.

Il punto nodale della teoria di Godlman fa appello al concetto di “processo causale affidabile”, così che la giustificazione è garantita dal processo cognitivo che la produce.

A questo punto, Goldman può stigmatizzare le condizioni normative metateoriche che devono rientrare nella sua teoria, perché questa possa dirsi ben formata.

(i)                   Fissare un insieme di condizioni sostanziali che specifichino quando una credenza è giustificata.

(ii)                 La giustificazione deve essere definita in termini non epistemici.

(iii)                La teoria deve essere espressa in un linguaggio non epistemico.

(iv)               La giustificazione trae ragione dai processi causali che la producono.

Ricapitolando ancora, Godlman, prima di tutto, specifica il fine generale della sua analisi. In secondo luogo, passa ad analizzare i problemi della sua precedente teoria e in che modo egli ne concepisca la rilevanza. In fine, egli stabilisce delle clausole metateoriche in base alle quali procedere nella formulazione propria della teoria stessa.

Parte 2.

In cosa consiste una teoria della credenza giustificata e presentazione di altri approcci di altri filosofi.

 La seconda parte dell’analisi di Goldman si apre con un’ulteriore considerazione metateorica. Come deve essere formulata la definizione che cerchiamo in modo tale che racchiuda tutti i casi che ci interessano? Essa dovrà avere una clausola di apertura che stabilisca il nome dell’oggetto, una seconda clausola che indichi tutti i possibili casi e, in fine, una condizione di chiusura che stabilisca che tutti e i soli casi indicati sono quelli che ricadono all’interno della definizione. Goldman vuole una definizione induttiva della giustificazione.

Prima di presentare la sua proposta, come accade spesso negli articoli di filosofia analitica, vengono passate in rassegna tutta una serie di impostazioni precedenti che si dimostreranno essere variamente inadeguate.

 La condizione di indubitabilità e la sua critica.

 (I) S crede che P al tempo t e P è indubitabile per S al tempo t così, la credenza di S in P è giustificata.

In altre parole, la condizione esprime l’idea, l’intuizione che una credenza in una proposizione P al momento in cui viene creduta vera è giustificata se è indubitabile. Il problema immediato che solleva questa definizione è quale debba essere l’interpretazione della parola “indubitabile”. Goldman offre due alternative: P è indubitabile per S se S non ha ragioni per dubitare di P. Ma, evidentemente, aver ragioni è un termine che compare nella lista dei termini proscritti perché è epistemico. Dunque, non si può pensare all’indubitabilità nel senso di non-aver-ragione di dubitare di P. Indubitabile potrebbe essere una condizione psicologica: P è indubitabile per S se S è psicologicamente incapace di dubitare che P. Questa proposta è visibilmente improponibile perché ci sono credenze che sono irresistibili da credere che, però, sono false oppure non traggono alcuna giustificazione dall’essere psicologicamente incontrovertibili. L’esempio che Goldman propone è quello del fanatico religioso: egli crederà veramente che il sole si fermò tanti anni fa perché c’è scritto nella Bibbia ed egli è talmente persuaso di ciò che gli è impossibile non crederci. Tuttavia, non diremmo certamente che il fanatico è giustificato nella sua credenza. Traslando i due esempi alla nostra “cantina”, il primo punto potrebbe essere stigmatizzato così: crediamo che ci sia del chianti in una particolare bottiglia in quanto è indubitabile che ci sia, vale a dire che abbiamo delle ottime ragioni per crederci. Ma avere delle ragioni è un termine epistemico e ricadiamo nella fallacia della circolarità. Viceversa, il secondo punto potrebbe essere il seguente: ad un colore rosso scuro associamo l’idea del vino cannonau. Prendendo la bottiglia col vino rosso scuro ci è impossibile dubitare che essa sia cannonau perché l’associazione tra il colore e il vino ci è irresistibile. Ma questa “irresistibilità” che induce un’indubitabilità psicologica non è una giustificazione accettabile per distinguere una credenza vera da una conoscenza.

La condizione di autoevidenza e la sua critica.

 (II) S crede che P al tempo t e P è “autoevidente” allora S è giustificato nella sua credenza in P.

L’intuizione che sta dietro questa proposta è quella del fondazionalista classico che rivendica alcune proposizioni come autoevidenti di per sé. Ad esempio, Cartesio rivendicava l’indubitabilità del cogito per affermare la necessità della nostra esistenza. Tuttavia, cosa significa “autoevidente”? Può voler dire “giustificata intuitivamente” o “direttamente giustificata” o “non-deduttivamente giustificata”. Tutte queste versioni della definizione di autoevidenza sono state portate da filosofi come Aristotele, Cartesio, Locke etc.. Tuttavia, tutte hanno il problema che si richiamano a termini epistemici, il che, nuovamente, fanno ricadere la definizione candidata nella fallacia circolare.

Si può considerare un’altra definizione di “autoevidente”: una proposizione è autoevidente se è impossibile comprendere P senza crederla. In altri termini, se comprendo “Io penso, dunque esisto” non posso fare a meno di crederla. Goldman, però, solleva due problemi: cosa non sarebbe giustificabile in questi termini? Anche proposizioni false sarebbero giustificate in questo modo. In secondo luogo “impossibile da capire senza crederci” può voler dire che “siamo geneticamente predisposti a crederci”. Ma, anche questa, non sembra affatto una buona ragione per assumere questa condizione come capace di giustificarci: se fossimo programmati a credere che 2-2=2 e ci credessimo in base al fatto che siamo “fatti così” questo non vorrebbe affatto dire che siamo giustificati a crederci  e varrebbe anche nel caso di 2-2=0. Il credere ad una determinata proposizione solo perché siamo “costituiti geneticamente” in modo tale che siamo predisposti a crederci non aggiunge né toglie niente alla nostra valutazione epistemica della nostra credenza, sebbene, certamente, ci sarebbe qualcosa di interessante da scoprire. Le illusioni ottiche come la finta cannuccia spezzata sono un buon esempio: siamo propensi a credere che la cannuccia sia spezzata perché così ci sembra e siamo tendenzialmente propensi ad accettare ciò che vediamo come ciò che è. Ma non per questo siamo giustificati a “credere che la cannuccia è spezzata” perché non lo è!

Un terzo caso di “impossibilità” sembra essere quello di certe proposizioni della logica.  Dunque, “impossibile da credere” potrebbe essere ciò che è impossibile da capire senza crederci. Tuttavia, il concetto di “impossibilità di credenza” come “impossibilità logica” di questo tipo ha il problema di giustificare anche conoscenze logiche triviali. Ma, soprattutto, Goldman mette in luce il fatto che la codifica e decodifica dei linguaggi umani è una capacità psicologica che non è sufficiente a fissare la credibilità degli enunciati: è possibile comprendere un enunciato senza crederci.

In generale, il concetto di evidenza può, al massimo, conferire giustificazione per pochissime credenze, così, se ci sono proposizioni autoevidenti comunque non sono costitutive della nostra intera conoscenza e rimarrebbe aperto il problema delle proposizioni contingenti.

Facciamo il punto della situazione sulle proposizioni autoevidenti. Una prima possibile interpretazione di ciò che è una proposizione autoevidente è pensarla come ad una proposizione che è “direttamente giustificata”, “intuitivamente giustificata” che ha il problema di formulare una definizione di conoscenza violando il principio del non-utilizzo di termini epistemici nella terza condizione. Una seconda possibile interpretazione potrebbe essere il considerare la proposizione autoevidente nei termini di ciò che siamo indotti a credere per ragioni psicologiche, indotte dall’evoluzione. Tuttavia, in questo caso, non avremmo per ciò una giustificazione seria di ciò che crediamo sia perché sarebbe possibile essere giustificati a credere qualcosa di falso e, in secondo luogo, anche ciò che credessimo di vero, non avrebbe una grande garanzia. In fine, potremmo considerare l’impossibilità nei termini dell’impossibilità logica: se comprendiamo una certa proposizione in un certo modo allora ci dovremmo credere. Ma questo comporterebbe al credere al principi logici triviali, inoltre, si può capire qualcosa senza dover necessariamente crederlo. In generale, poi, le proposizioni autoevidenti, anche ammesso che ci siano, sarebbero molto poche e incapaci di giustificare tutta la nostra conoscenza ma solo una piccolissima parte.

 Le proposizioni self-presenting e la loro critica.

(III) Se P è una proposizione self-presenting, P è vera per S al tempo t e S crede che P al tempo t allora la credenza è giustificata.

Un esempio chiaro di proposizioni self-presenting è “io penso”. Una proposizione è self-presenting se essa risulta vera nel momento in cui una persona la pensasse: se la pensa, allora non può non crederci.

Ancora una volta il problema è la giustificazione: il problema della definizione di una proposizione self-presenting è che se P è vera al tempo t allora se P è vera al tempo t essa è necessariamente evidente per S. Infatti, si faccia caso che S non potrebbe dirsi giustificato di credere in P anche qualora fosse vera perché, come osservava Chisholm, se una proposizione è giustificata per il solo fatto di essere vera, allora non è altro che una credenza vera! Ma una credenza vera, di nuovo, non è conoscenza. Dunque, Goldman riscrive la definizione della proposizione self-presenting per mostrare in cosa possa consistere la sua giustificazione: P è vera ed è creduta da S e gli appare immediatamente evidente. Ma “evidenza” è un termine epistemico, per tanto, è inacettabile.

Le proposizioni self-intimating e la loro critica.

(IV) Se S pensa che P sia vera, allora necessariamente S crede che P.

Se le proposizioni self-intimating traggono la loro apparente giustificazione dall’essere immediatamente evidenti (e, proprio per questo, triviali) al soggetto una volta che esso le creda (una volta credute diventano vere), le proposizioni self-intimating sono proposizioni che, una volta riconosciute come vere, allora devono essere (in senso modale) credute. Di conseguenza, l’intuizione che sta dietro alla proposta delle proposizioni self-intimating risiede nella loro verità che determina la credibilità delle proposizioni. Il problema, questa volta, è nella duplice interpretazione di necessariamente: si può parlare di necessità nomologica e di necessità logica.

Una proposizione è “necessariamente” da un punto di vista nomologico se S pensa che P sia vera al tempo t allora S assume come credenza che P. Ad esempio, se sono in uno stato mentale S allora mi sento malinconico. Il fatto di sentirmi malinconico mi fa pensare alla frase “mi sento malinconico” che è una proposizione vera la cui necessità scaturisce per una relazione di necessità fisico-psicologica. Tuttavia, Goldman propone il seguente controesempio: prendiamo il caso in cui il signor Rossi se è nello stato mentale M allora egli pensa “mi trovo nello stato mentale M”. Un neurochirurgo induce uno stato mentale M nel signor Rossi in quale pensa “mi trovo nello stato mentale M”. Tuttavia, il fatto che il signor Rossi pensi di trovarsi nello stato mentale M non implica che il signor Rossi sia giustificato nel crederci.

L’interpretazione logica di “necessità” è la seguente: una proposizione P è self-intimating se è logicamente necessario che se la proposizione P è vera per S al tempo t allora S crede che P. Dunque, la proposizione P può essere “sono sveglio o sono addormentato”. Tuttavia, Goldman solleva il problema che una persona può anche sognare di essere sveglio e pensare, nel sonno che “sono sveglio”. In questo caso, non si potrebbe dire che S è giustificato nel pensare di essere sveglio, nonostante lo creda. Il punto nodale è che la verità non è causa di giustificazione di per sé. Essa è, sì, una delle condizioni della conoscenza ma non l’unica.

 Le proposizioni incorreggibili e la loro critica.

(V) Se P è una proposizione incorreggibile e S crede che P al tempo t allora la credenza di S in P al tempo t è giustificata.

Una proposizione è incorreggibile solo se necessariamente per S al tempo t crede che P allora P è vera al tempo t. Ancora una volta, il problema è l’interpretazione della parola “incorreggibile”. L’incorreggibilità, come le proposizioni self-intimating, può essere interpretata nomologicamente o logicamente. L’interpretazione nomologica può essere quella del sentirsi in una certa disposizione emotiva o in un certo stato mentale. Se S è nello stato mentale M così che sente di essere malinconico e pensa “sono malinconico” allora è giustificato a credere di essere malinconico. Anche in questo caso, il solito neurochirurgo può indurci a credere che stiamo sbagliando nel sentirci in una certa disposizione emotiva.

Ma il vero problema è quello già sollevato in precedenza. Perché il credere che una certa proposizione è vera dovrebbe garantirci di essere giustificati nel crederla? Ancora una volta, se una persona è psicologicamente costituita in modo tale da credere che le cannucce nei bicchieri pieni di liquido siano spezzate non diremmo certamente che è giustificato nel crederci, anche se è indotto dalla sua stessa natura psicologica.

L’interpretazione logica dell’incorreggibilità sembra essere più promettente. Il punto è simile al precedente: la verità logica della proposizione non consente di giustificare la giustificazione della credenza. Goldman elabora il seguente esempio. Nelson è un matematico scadente. Egli riflette intorno ad una proposizione matematica estremamente complessa e, alla fine, giunge alla conclusione che la proposizione è vera. La proposizione è vera, ma l’argomento di Nelson partiva da premesse vere per passare a deduzioni totalmente sballate, per finire nuovamente in conclusioni vere. Questo procedimento non giustifica certamente Nelson nel credere in quella proposizione matematica, per quanto possa essere incorreggibile per lui! Goldman avrebbe potuto far notare che neanche il principio di non-contraddizione è così “incorreggibile” perché ci sono sistemi di logica che ne fanno a meno. Esistono sistemi di logica che fanno a meno dell’idea che da una contraddizione segua qualsiasi cosa (paraconsistenza), che negano la legge del terzo escluso (intuizionismo), che negano la possibilità di reiterare infinite volte le premesse ma solo un numero finito (lineare): in che senso una verità logica è incorreggibile se una proposizione “a” può essere vera e e incorreggibile in logica intuizionista ma non in logica classica?

D’altronde, ci sono poi le proposizioni contingenti incorreggibili. Anche in questo caso, Goldman propone un controesempio all’idea che tali proposizioni possano essere giustificate sulla base della loro incorreggibilità. Humperdink studia pseudologica da Fraud. Fraud enuncia il principio che una proposizione di 40 disgiunzioni è probabilmente vera. Humperdink costruisce la proposizione P come una disgiunzione di 40 proposizioni contingenti. La settima proposizione è “io esisto”. La proposizione complessa P è creduta da Humperdink ed essa è vera: non si può certo dire che Humperdink sia giustificato nel credere che P. Spieghiamo un po’ più lungamente l’esempio. Una proposizione contingente è una proposizione che è vera solo a determinate condizioni. Nel caso di una disgiunzione, perché la proposizione sia vera almeno uno dei disgiunti deve essere vero. In questo caso, la proposizione complessa di quaranta congiunti è senz’altro vera perché contiene la proposizione “io esisto” che, dunque, rende vera l’intera proposizione complessa. Una proposizione contingente si distingue da una tautologia perché quest’ultima è sempre vera mentre si distingue da una incoerenza perché quest’ultima è sempre falsa. Tuttavia, Humperdink non è giustificato a credere alla verità della proposizione in questione perché egli stesso non ha operato in modo corretto: è un puro caso che fosse vera.

In conclusione, non si può aggiungere alla condizione di incorreggibilità che S deve riconoscere l’incorreggibilità della proposizione stessa perché, al solito, “riconoscere” è un termine epistemico.

Concludendo questa prima analisi sulle condizioni della giustificazione, facciamo il punto della situazione. La condizione di indubitabilità non riesce a fondare la conoscenza, come la condizione di autoevidenza e falliscono sia le proposizioni self-presenting sia le proposizioni self-intimating che le proposizioni incorreggibili, siano esse necessarie piuttosto che contingenti. Le obiezioni di Goldman vertono sostanzialmente su quattro punti: (1) non si devono usare termini epistemici, (2) condizionamenti psicologici non consentono di fondare la conoscenza su solide basi, (3) la verità delle proposizioni non è garanzia della giustificazione della credenza in esse e (4) la credenza di alcune proposizioni non giustifica la loro stessa assunzione.

Parte 2.

Goldman sostiene il punto nodale della sua posizione: il problema è la relazione causale che intercorre tra un fatto e una credenza vera.

Secondo Goldman, tutte le precedenti proposte di una definizione adeguata di giustificazione falliscono perché nessuna di esse considera il problema di come la credenza venga prodotta, non c’è attenzione al processo causale necessario per la sua formazione. Questo punto nodale sfugge a tutte le precedenti considerazioni che, di fatto, si limitano a fondare l’evidenza o su ragioni psicologiche (le varie accezioni nomologiche delle proposizioni self-intimating e self-presenting, ad esempio) oppure su ragioni logiche (le varie proposte di fondazionalismo su proposizioni autoevidenti) piuttosto che sulla nostra costituzione psicologica-evolutiva (l’idea che crediamo in certe proposizioni perché “siamo fatti così”). Le credenze sono, invece, il frutto di una relazione causale che si instaura tra un soggetto cognitivo e un certo fatto, e, a seconda della relazione che viene ad instaurarsi, si può parlare di processo causale di formazione di credenze: il problema di Goldman è stabilire a quali condizioni un processo di questo tipo si può dire affidabile e quando no. Goldman aveva già preso in considerazione il problema nella sua Teoria causale della conoscenza nel quale, però, non prende in esame il problema della garanzia della giustificazione.

Non tutti i processi causali di produzione di credenze sono efficaci, affidabili (l’affidabilità è la parola chiave di questa nuova proposta di Goldman, dalla quale, probabilmente, ha derivato le sue successive proposte di epistemologia sociale). Anzi, molti casi di produzione causale di credenze conducono quasi sistematicamente all’errore: il pensiero interessato (wishful thinking), il ragionamento confuso, la dipendenza del nostro pensiero dall’emozione. Questi tre esempi mostrano come esistano delle catene causali che producono credenze che, tuttavia, sono inaffidabili e per tanto non sono capaci di conferire giustificazioni. Per esempio, immaginiamo che vogliamo fare una bella figura invitando una ragazza a casa nostra. Nella nostra cantina c’è una sola bottiglia senza etichetta. Noi sappiamo che la ragazza ama il chianti e il vino che c’è nella bottiglia è di un color chiaro. Nonostante sappiamo che il chianti è un vino rosso, siamo così desiderosi di fare colpo alla ragazza che vogliamo a tal punto che quel vino sia un chianti che finiamo per crederci. La nostra credenza è prodotta da un processo causale che, tuttavia, non ci suggerisce che quella credenza sia anche giustificata. Sebbene questo esempio sia piuttosto rozzo, il pensiero-desiderante (wishful thinking) è un processo subdolo che capita sovente ed è anche difficile da combattere, se non si è di quelle persone estremamente oneste con sé stesse. Ad esempio, pur di non rompere un legame affettivo importante, si preferisce credere che il proprio partner sia diverso da quello che è (perché, come è, non ci piace proprio). Questo capita molto di frequente, a quanto pare.

Ci sono anche processi causali capaci di produrre credenze vere, sempre o per lo più. In generale, possiamo dire che i meccanismi percettivi, che sono catene causali, in condizioni standard producono credenze vere. Anche il processo inferenziale corretto conduce sempre o per lo più a credenze vere. Così pure la memoria e alcune credenze assunte per via introspettiva. Il problema di Goldman è mostrare in che modo questi generi di processi siano effettivamente delle catene causali capaci di produrre giustificazione per le nostre credenze.

Un processo causale è affidabile solo se conduce sempre, o per lo più, alla formazione di credenze vere. Di conseguenza, “affidabile” è un attributo, una proprietà, di processi causali. Lo statuto giustificativo di una nostra credenza sarà attribuito in base alla sua formazione da parte di uno di quei processi qualificati come affidabili. Come si vede in modo chiaro, ci sono due ordini distinti di analisi: il primo, è la giustificazione della credenza, mentre il secondo è la giustificazione del processo che produce la credenza. Nel primo caso, la credenza attinge la sua garanzia proprio dalla catena causale che l’ha prodotto: se la catena causale è affidabile, allora la credenza sarà giustificata mentre non lo sarà se la catena causale è inaffidabile. D’altronde, il problema della  garanzia del processo causale non attiene a questo primo livello, ma ad un secondo che deve stabilire le condizioni a priori secondo cui una catena causale è definita affidabile piuttosto che il contrario. Nel primo caso, parleremmo semplicemente di “percezioni”, “memoria”, “ragionamenti” etc., mentre nel secondo caso ci chiediamo cosa rende possibile che “percezioni”, “memoria”, “ragionamenti” etc. siano effettivamente dei buoni processi di formazione di credenze. Le due questioni conducono a due generi di analisi piuttosto diverse. Al solito, torniamo alla nostra cantina. Il primo problema è stabilire in che modo dobbiamo apporre la nostra etichetta sulla bottiglia che contiene un determinato vino: possiamo dire, ad esempio, che assaggiando il vino e riconoscendolo per via percettiva come un chianti possiamo appiccicare l’etichetta sulla bottiglia. Ma qualcuno potrebbe dire che noi non siamo dei sommelier, così, non saremmo dei giudici pertinenti per apporre etichette! Ma il sommelier si affida ai suoi sensi (in tutto simili, se non identici, ai nostri) così, evidentemente, ciò che distingue un sommelier da noi non è semplicemente la nostra sensibilità ma c’è qualche qualifica ulteriore. Si, il tutto suona un po’ burocratico e questo non ci fa certo particolare piacere, la burocrazia è per definizione odiosa, però, la filosofia normativa deve procedere in questo modo!

Goldman osserva che la giustificazione è una categoria graduata: una certa credenza può essere più o meno giustificata di un’altra. Questo fatto è in relazione con la nostra idea di “giustificazione”: ciò che produce la giustificazione ne determina anche la “forza”. Ad esempio, Jones crede di aver appena visto un ostello di montagna. La nostra intuizione suggerisce che Jones è attendibile, se gode di buona vista e se le condizioni meteo sono ottimali. Così in base alle condizioni psicofisiche di Jones, noi saremmo inclini a considerare Jones più o meno giustificato e ciò perché certe condizioni fisiche e psicologiche producono catene causali diversamente affidabili. Ritorniamo alla nostra solita, fresca e umidiccia cantina! Eh eh eh… si, ancora la cantina! Un sommelier è capace di distinguere i vini dal gusto. Così, se abbiamo delle botti di cui ignoriamo il contenuto (a parte che contengono vino) si può certo stare sicuri che il nostro amico sommelier ci possa dare una mano ad etichettare le bottiglie. Tuttavia, se egli è raffreddato, ma non troppo, potremmo anche fidarci della sua opinione, ma lo faremmo di più se egli non stesse male. Allo stesso modo, potrebbe esserci qualcosa nel vino che gli fa perdere un po’ del suo gusto, o potrebbe indurre in confusione. Anche in questo caso, saremmo propensi a parlare di una maggiore o minore giustificazione nella nostra possibilità di apporre un’etichetta apposita nella relativa bottiglia proprio in quanto il processo che l’ha posta non è del tutto affidabile o lo è meno di altre.

Altri esempi di “giustificazione scalare”: un ricordo più vivido è più attendibile di un ricordo meno vivido, così un ragionamento induttivo basato su un ampio numero di elementi è più stringente di uno basato su un campione molto piccolo, rispetto al numero totale della popolazione del campione. Così, sia la percezione, sia la memoria che il ragionamento sono processi di diverso tipo che implicano tutti una certa scalarità della giustificazione in quanto non si svolgono sempre allo stesso modo e sulle stesse basi fisiche e psicologiche. Questi esempi mettono in luce, secondo Goldman, l’idea che la giustificazione sia direttamente proporzionale al grado di affidabilità del processo causale che ha prodotto la giustificazione stessa.

  

I problemi dell’interpretazione della parola “affidabilità” e la definizione di “processo causale che induce credenze”.

Un problema immediato della proposta di Goldman è l’interpretazione della parola affidabilità. Essa, infatti, è centrale nella sua impostazione. Potremmo iniziare a proporre una sorta di definizione: S sa che P se S crede che P, P è vera e la credenza di S in P è giustificata se il fatto P ha prodotto la credenza di S in P attraverso una relazione causale affidabile. Affidabile, secondo Goldman, è una tendenza generica del processo causale in questione. Tuttavia, il concetto di tendenza ha più possibili interpretazioni: (a) statistica, (b) genere di propensione, (c) condizione necessaria. Goldman lascia il problema aperto sostenendo che la nozione comune che la sua teoria deve contenere non può essere più chiara dell’oggetto, a sua volta poco chiaro, che è ciò che sta alla base della nozione stessa. In altre parole, l’intuizione del concetto stesso di giustificazione non è chiaro, così, non si può fare di più di così, l’importante è non violare i principi, le condizioni che consentono di discernere una buona teoria normativa della giustificazione.

E’, però, necessaria la definizione di “processo”. Un processo è una procedura (operazione funzionale) tale che dalla pianificazione (architettura) degli in-put fuoriesca un out-put e, nella seguente definizione, “in-put” e “out-put” sono delle credenze. I processi causali di formazione di credenze sono concepiti come “funzioni” nel senso che ogni evento nella catena causale è definito dal suo ruolo algoritmico a livello funzionale: l’idea è quella di assumere un criterio tipico della funzionalismo in filosofia della mente e posporlo in epistemologia.

Se una credenza è causata da un certo processo, allora si intende che quella credenza è stata prodotta dall’elaborazione di determinati in-put, ovvero, esiste un processo fisico su cui si sovrappone una funzione di elaborazione dell’informazione. L’idea è questa. Per ogni elaborazione dell’informazione c’è una certa catena causale sottostante di modo che nessun’elaborazione dell’informazione esiste senza una catena causale sottostante che la sorregga. L’idea è in tutto e per tutto uguale a quella di Spinoza: 7.  L’ordine e la connessione delle idee è lo stesso che l’ordine e la connessione delle cose. Il pregio sostanziale di questa posizione è che si assume l’esistenza di un solo evento (il processo causale) ma lo si descrive in due modi distinti: dunque, è il livello descrittivo ma non quello ontologico ad essere duplice. Infatti, il processo causale (livello ontologico) è descrivibile nei termini della sua realtà naturale (fisica) oppure a livello della produzione di credenze, cioè di elaborazione di informazione (livello algoritmico). Possiamo visualizzare il tutto in questo modo:

A                          B                                 C

a                            b                                 c

“A” e “B” sono i passi dell’algoritmo che producono la credenza C, mentre “a” e “b” sono gli eventi fisici che producono l’evento fisico “c”. Le frecce tratteggiate stanno ad indicare la relazione causale tra i due eventi relati mentre le frecce a linea unita sono i passi dell’algoritmo che legano formalmente tra loro le credenze. Mentre le doppie frecce stanno ad evidenziare la “sovrapposizione ontologica” tra gli eventi e i processi di elaborazione di informazione. Questo diagramma ricalca in modo esatto la concezione della natura spinoziana, divisa nei due attributi (estensione e pensiero), inerenti all’unica sostanza (Dio, la Sostanza assolutamente infinita, la Natura). Curiosamente, Goldman non si avvede neanche in questo articolo dell’estrema somiglianza tra la sua posizione e quella di Spinoza, così nettamente distinta dalla posizione humeana, ad esempio, che avrebbe rifiutato in blocco l’idea che il processo causale determini in noi una credenza più o meno adeguata, per il solo fatto che la causalità è una categoria psicologica interna al soggetto e non esterna al soggetto! Goldman, invece, deve assumere l’idea che il mondo sia un insieme di fatti relazionati tra loro in modo causale!

I processi causali possono essere strutture generali (type) oppure particolari e specifici (token) ma sono solo i processi generali (type) a poter essere definiti nei termini di affidabilità perché sono quelle strutture architettoniche nell’organizzazione dei dati che consentono di essere definite, a cagione della loro generalità (che include molti type) affidabili o no. Esempi di processi di formazione di credenze fondate su operazioni funzionali, cioè ricalcate e basate su processi causali, sono: processi di ragionamento, processi di desiderio, processi nei quali sono coinvolte le emozioni, processo di ricordo, processi percettivi.

La prima proposta per la quarta clausola della definizione di conoscenza.

Goldman, a questo punto, può proporre la propria clausola:

(5) Se la credenza S in P al tempo t è il risultato di un processo cognitivo affidabile (o un insieme di processi cognitivi affidabili) allora la credenza di S in P al tempo t è giustificata.

L’idea espressa dalla clausola (5) è abbastanza chiara: una persona è giustificato al credere ad una propria idea solo a condizione che essa sia stata prodotta da un processo mentale affidabile, sia esso di natura percettiva piuttosto che inferenziale. L’importante è che la catena causale (type) che ha prodotto la credenza di S in P è affidabile. Goldman, nella sua definizione, incorpora, evidentemente, l’idea che l’unica preoccupazione nella definizione del processo causale affidabile sia la condizione che la mente/cervello della persona funzioni bene: egli vorrebbe non considerare il problema delle condizioni esterne tali da cui il processo cognitivo potrebbe venire influenzato anche erroneamente. Ma l’idea è proprio questa: ciò che ci giustifica non deve essere un processo infallibile, ma un’architettura causale che ci induca per lo più credenze vere. Questa posizione ha il pregio di non considerare un processo di produzione di credenze infallibile perché, com’è chiaro, sarebbe una condizione che non si realizzerebbe mai e, dunque, si dovrebbe ricadere in una sorta di scetticismo epistemico.

La clausola (5) è il principio base per la definizione ricorsiva, clausola metateorica necessaria per l’analisi di Goldman, come avevamo detto al principio. Essa, tuttavia, è ancora troppo forte perché pone troppe restrizioni per le condizioni di affidabilità. Quel che è preferibile è stabilire una condizione di affidabilità condizionale: il ragionamento deve assumere premesse vere, per essere un processo affidabile, così la memoria deve ripescare proposizioni. Dunque, un processo è affidabile-condizionale se un numero sufficiente di credenze sono vere, posto che lo siano le proposizioni in in-put. Tuttavia, qui si apre un altro punto: ci sono processi affidabili credenze-dipendenti e altri che sono credenze-indipendenti. La percezione è un processo affidabile credenza-indipendente mentre il ragionamento seriale è un processo affidabile credenza-indipendente. Di conseguenza, bisogna tener conto sia della considerazione della affidabilità condizionale e della dipendenza/indipendenza dei processi cognitivi affidabili da credenze. Così, Goldman riscrive la clausola (5) in due sotto clausole:

(6a) Se la credenza di S in P al tempo t è prodotta da un processo cognitivo-credenza indipendente affidabile, allora la credenza di S in P è giustificata.

(6b) Se la credenza di S in P al tempo t è prodotta da un processo cognitivo-credenza-dipendente affidabile e se le credenze assunte sono a loro volta giustificate, allora la credenza di S in P è giustificata.

Le due clausole catturano due idee distinte che, evidentemente, Goldman non vuole tenere insieme, come nella clausola (5): la clausola (5), si può dire, che sia una condizione generale mentre le due condizioni (6a) e (6b) sono due clausole che esprimono l’affidabilità condizionale di due procedimenti di produzione di credenze giustificate in modo distinto. Nel primo caso si considerano i processi causali che producono credenze senza doverne assumere altre come premesse: la percezione è un processo di questo tipo. Nel secondo caso si considerano, invece, le condizioni di un processo che coinvolge al suo interno altre proposizioni assunte dal soggetto. La condizione di Goldman è che anche queste credenze devono a loro volta essere giustificate: in altre parole, un processo inferenziale è giustificato se le premesse del soggetto non sono semplici credenze vere (opinioni) ma sono anche giustificate (conoscenze): questo elimina i problemi del tipo offerto dal controesempio di Gettier, rivisto da Goldman, nel suo articolo Causal Theory of Knowledge: Jones deduceva una credenza vera da una credenza non giustificata e, per tanto, egli non era giustificato. La condizione che il soggetto debba assumere non delle semplici credenze, ma vere e proprie conoscenze era già stata avanzata da Clarke, come Goldman stesso rileva.

Ricapitolando, Goldman parte da una definizione troppo generale, la clausola (5), che non consente di distinguere i casi in cui si abbia a che fare con processi causali credenza-dipendente e credenza-indipendente. I rispettivi processi cognitivi coinvolti prevedono una clausola aggiuntiva distinta: i processi credenza-dipendenti devono partire da degli in-put proposizionali a loro volta creduti e giustificati. A questo punto Goldman può riformulare la clausola (5) nelle due clausole più specifiche.

La teoria storica della giustificazione.

La concezione di Goldman è, com’egli stesso la definisce, una teoria storico-genetica della giustificazione: la teoria, infatti, si articola sulla costruzione della credenza vera, la quale può dirsi giustificata in base alla bontà della sua formazione “storica” o “genetica”. In altre parole, la metafora sembra essere la seguente: ogni credenza ha una sua “storia” in base alla quale può dirsi giustificata. Per usare una metafora più colorita, prendiamo il caso di un delinquente che venga interrogato da un poliziotto molto burocratico e molto umano. Il poliziotto legge il fascicolo dei precedenti del delinquente e assume che tale persona sia totalmente inaffidabile e poco credibile, per tanto, egli crederà che la massima di qualità griceana sarà sistematicamente violata dal delinquente, anche qualora il delinquente non lo faccia. Tuttavia, il detective trae le sue ragioni dalla storia delle credenze che andrebbe ad assumere, se dovesse essere più caritatevole. Questo problema ci ricorda una discussione dostoevskijana che insisteva sulla necessità di sostituire lo Stato con la Chiesa! Infatti, solo la Chiesa avrebbe potuto considerare il delinquente non solo come tale, ma anche come un uomo, cosa che lo Stato non fa perché deve riscrivere la persona fallace e deviante all’interno di una categoria anomala che non considererà più tale uomo come tale, capace anche di ravvedersi, ma solo come essere ipso facto moralmente depravato!

Insomma, Goldman arriva a porre in evidenza che è la procedura causale “burocratica” a stabilire giustificazione. Il nostro poliziotto si basa sui precedenti e sulle azioni del delinquente, per giungere alla definizione della categoria umana del criminale in questione. Oppure, uno storico che assume determinate credenze, lo deve fare in base alla “storia” degli avvenimenti che le proposizioni credute descrivono. Anche in questo caso, in base all’affidabilità del processo di assunzione di credenze si potrà parlare di conoscenza piuttosto che di opinione.

I problemi della posizione di Goldman.

Prima di proporre la clausola di apertura del suo schema ricorsivo, Goldman prende in considerazione alcune difficoltà della sua teoria. In primo luogo, sembrerebbe che la sua posizione non tenga conto del problema della generalizzabilità. Bisogna ritornare alla questione della diversa descrivibilità dei processi. Tra i “Type” e i “Token” c’è tutta una scala intermedia che rende difficoltoso considerare il punto di vista corretto da cui partire per analizzare i processi causali in termini di affidabilità. Infatti, nella relazione tra In-put e Out-put, i due punti immaginari di un segmento, si pone il problema matematico del continuo: si può sempre interporre un punto C tra l’inizio e la fine del processo, e si può sempre aggiungere un nuovo punto e un altro ancora! Ed anche se da un punto di vista fisico ci deve essere un limite, tale pericoloso regresso (su cui si fondavano i paradossi del buon vecchio Zenone) rimane evidente il problema di “quando doversi fermare”. Il problema è tanto più pericoloso perché sembra che processi intuitivamente affidabili, se considerati da un punto di vista troppo ristretto, diventino inaffidabili così credenze intuitivamente giustificate non lo sarebbero più. In questo senso, non si può prendere il punto di vista troppo ristretto perché, appunto, non consente di parlare dei casi generali dei processi adeguati di formazione di credenze. Si può assumere, comunque, che i processi affidabili sono “contenuto-neutrali”, cioè non alterano mai il contenuto della credenza che vanno ad elaborare.

D’altronde, un secondo problema è alle porte: si devono includere anche eventi extramentali nella nostra produzione di credenze, in modo da considerare il processo di formazione di credenze giustificate un continuo tra l’evento fisico extramentale e l’evento mentale? Per Goldman è lecito considerare esclusivamente il processo cognitivo coinvolto, senza andare al di là di esso.

Parte 3.

Un primo approccio alla questione della garanzia della giustificazione.

 

Facciamo il punto della situazione. Nella prima parte Goldman insiste sulle condizioni metateoriche della sua teoria e su ciò che tale teoria vuole intuitivamente catturare. Nella seconda parte, passa in rassegna tutte le teorie della giustificazione che, a suo parere e non senza ottimi argomenti, egli deve escludere come “buone” teorie. Nella seconda parte della seconda parte egli propone la clausola della giustificazione (5) che rivede alla luce della condizionalità della definizione di affidabilità e della dipendenza dei processi dalle credenze oppure no. Alla fine, arriva ad offrire un nome possibile per stigmatizzare la propria posizione che egli ritiene, anche perché non considera adeguatamente la concezione spinoziana della conoscenza, originale. Nelle battute finali della seconda parte, egli arriva a focalizzare due problemi della sua posizione. Nella terza parte si cambia tono e, per così dire, si sale nella scala tonale: egli non si pone più nell’ottica della giustificazione della credenza, ma nella garanzia della giustificazione stessa. Abbiamo più volte modo di concentrarci sulla differenza dei due livelli ed è riassumibile nell’idea dell’etichetta delle bottiglie di vini: un’etichetta che ci dica il nome ci può giustificare nella credenza che all’interno ci sia un determinato vino, ma non ci giustifica nell’assumere che l’etichetta stessa sia, di per sé, giustificata. Vogliamo una garanzia dell’etichetta. In fondo, questo avviene puntualmente nella realtà: i vari DOC, DOCG etc. servono proprio a quest’operazione di “tutela” del consumatore. Che i due piani siano abbastanza diversi, è evidente dalla diversa informazione che le due qualifiche ci danno: una parla di vino, l’altra parla di un pezzo di carta con delle informazioni. In questa sezione, poi, Goldman deve cercare di risolvere il problema dell’accessibilità della giustificazione: il suo scopo, come ad un certo punto dice egli stesso, è riuscire a caratterizzare il concetto stesso di giustificazione, così come lo si intende nel senso comune. Secondo il nostro modesto avviso, non è affatto chiaro cosa ciò voglia dire, né cosa vada precisamente sotto la categoria “senso comune” e ciò che ci spingerebbe ad accettare ciò che esso contiene, ché, spesso, condurrebbe a contraddizioni. Più importante è l’osservazione conseguente: il concetto di giustificazione, così come si offre all’intuizione, è vago, cioè non è rigorosamente definito, ma la sua intuizione prevede l’idea dell’accessibilità della giustificazione al soggetto.

Goldman inizia la terza parte della sua analisi da una problematizzazione. Supponiamo che S abbia ragione di credere che la sua credenza in P è prodotta da un processo ingiustificabile, nonostante sia vero il contrario. Vorremmo poter negare che S è giustificato a credere in P in quanto la nostra intuizione ci suggerisce che non si può essere giustificati a credere qualcosa di cui si è incerti dell’origine. Immaginiamo che al signor Jones venga detto da una fonte affidabile che buona parte della sua memoria è fallace: i genitori di Jones lo convincono che a sette anni soffriva di gravi amnesie. Jones, da quel momento, avrebbe sviluppato una pseudomemoria, ricordi di eventi mai avvenuti. Nonostante ciò, Jones continua a credere alla veridicità delle proposizioni ricordate. Jones sarebbe giustificato a credere ai suoi propri ricordi?

Una prima proposta come ciò che garantisce la giustificazione e riformulazioni della clausola.

 La prima proposta di Goldman è la seguente:

(7) Se la credenza di S in P al tempo t è causata da un processo cognitivo affidabile, se S crede giustificatamente che questa credenza in P è giustificata allora la credenza di S in P è giustificata.

Questa prima caratterizzazione intuitiva è utile per capire a cosa voglia arrivare Goldman: il primo antecedente del condizionale (se la credenza di S in P al tempo t è causata da un processo cognitivo affidabile) non è niente di più che una semplificazione delle due clausole (6) e, infatti, suona molto simile alla clausola (5). Il secondo antecedente mostra che la credenza sulla credenza della giustificazione deve essere a sua volta giustificata per garantire conoscenza. Il punto è che, naturalmente, non si può parlare di “giustificazione di giustificazione” senza ricadere nel solito circolo epistemico. Così, bisogna riconsiderare la clausola.

(8) Se la credenza di S in P al tempo t è causata da un processo cognitivo affidabile, se S crede al tempo t che la sua credenza in P è formata in questo modo, allora la credenza di S in P è giustificata.

Tuttavia, questa seconda clausola ha la sgradevole conseguenza di accettare il caso di Jones: Jones non è giustificato a credere alle proprie idee. Dunque, bisogna riformulare ancora la proposizione:

(9) Se la credenza di S in P al tempo t è prodotta da un processo cognitivo affidabile, se S crede che la sua credenza in P è così formata, se la metacredenza di S in P è formata da un processo cognitivo affidabile allora la credenza di S in P è giustificata.

Questa definizione ha dei problemi molto gravi. Innanzi tutto, esclude che animali e bambini possano avere delle conoscenze genuine. Nel caso degli animali, essi avranno delle conoscenze credenze-indipendenti e, su questo punto, Goldman sembra considerare che gli animali possano avere delle credenze proposizionali, il che è certamente falso. Oppure sembra non distinguere il problema della distinzione de dicto e de re, cioè il caso di dire “egli crede che…” si può intendere o nel senso che noi attribuiamo una certa credenza a qualcuno (come se l’avesse) oppure stiamo dicendo che egli crede in prima persona una certa proposizione. Ad ogni modo, questa definizione (9) sembra lasciare aperta la strada ad un regresso all’infinito: essa sembra dire che S sa che P se sa che sa che P. Allora S sa che sa che P se S sa che sa che sa che P etc.. Mentre è fondamentale tenere distinta la conoscenza di una proposizione dalla metaconoscenza.

Prima di proporre una nuova clausola, Goldman procede in una rivisitazione del problema di Jones e della sua fallace memoria. Jones ha alcune evidenze contro l’accettazione di alcune sue credenze assunte nel passato. Se Jones facesse leva su quest’evidenza, rifiuterebbe le sue stesse credenze precedenti. L’evidenza fa capo a un processo affidabile. Jones, dunque, fallisce nell’uso di un processo affidabile: Jones sospende il giudizio su alcune sue credenze ma egli non può avere conoscenza dei casi in questione, cioè quelli in cui egli effettivamente farebbe bene a sospendere il giudizio. Così, lo stato di giustificazione di una credenza non è solo una funzione del processo cognitivo attuale coinvolto in quella produzione, è anche in funzione del processo che può e deve essere impiegato: lo stato epistemico di giustificazione riguarda sia il processo cognitivo attuale che il processo cognitivo che dovrebbe essere attuato. Il problema è questo: una persona può giungere a dubitare di vedere bene e, dunque, egli sospende il giudizio su ciò che assume proposizionalmente da ciò che vede. Il che, naturalmente, esclude l’idea che alcune credenze così derivate siano effettivamente giustificabili (ad esempio, egli è miope e vede male solo da lontano, così egli dovrebbe sospendere il giudizio solo su ciò che vede in lontananza). Bisogna, dunque, distinguere il processo attuale, che può essere fallace, considerando anche il processo idoneo corrispondente.

(10) Se S crede in P al tempo t è il risultato di un processo cognitivo affidabile, Se non c’è un processo affidabile o condizionalmente affidabile accessibile ad S tale che S dovrebbe usare quello anche questo in modo tale che in S non si dovrebbe formare la credenza non-P, allora  S è giustificato a credere che P.

Ma ancora questa clausola è inadeguata: che cosa significa che un processo cognitivo è affidabile?

La giustificazione Ex-post e la giustificazione Ex-ante.

Goldman, a questo punto, arriva a qualificare la giustificazione secondo due categorie distinte. La giustificazione può essere o ex post o ex ante. La giustificazione ex-post significa che c’è una giustificazione per la credenza in P. Mentre, la giustificazione ex-ante significa che c’è una giustificazione per il processo per la credenza di S in P. Dunque, se S è giustificato ex-ante nel credere ad un processo affidabile, allora S è giustificato ex-post nel credere in P. In altre parole, se S è giustificato a credere a ciò che vede, allora ciò che induce attraverso la vista è di per sé giustificato. A questo punto, e finalmente!, Goldman arriva a fornire la sua definizione conclusiva:

(11) S è ex-ante giustificato nel credere che P al tempo t solo se c’è un processo cognitivo disponibile per S, se tale processo è ciò che se S applica quest’operazione all’intero processo cognitivo al tempo t, se S crede che P al tempo t (dove t è infinitesimamente piccolo) allora S è ex-post giustificato.

Goldman arriva alla sua definizione definitiva: S è giustificato a credere che P solo se la sua credenza è prodotta da un processo disponibile nel momento in cui assume che P, tale che questo processo sia affidabile, allora S è ex-post giustificato a credere che P ed è ex-ante garantito nella sua giustificazione che P. La garanzia della giustificazione si fonda sul concetto, già visto, di “genesi storica” della credenza in P.

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