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Il libro della giungla – Rudyard Kipling

E’ arrivato nudo, di notte, solo e affamato; eppure non aveva paura! Guarda, ha già spinto da parte uno dei miei piccoli. E quel macellaio storpio l’avrebbe ucciso e sarebbe fuggito nella valle del Waingunga, lasciando che i contadini, per vendicarsi, facessero strage di tutta la nostra cucciolata! Se voglio tenerlo? Sicuro! Sta’ tranquillo, piccolo ranocchio. Arriverà il giorno in cui tu, Mowgli – perché così ti voglio chiamare “Mowgli il Ranocchio” – darai la caccia a Shere Khan come lui ha dato la caccia a te.

Raksha – Rudyard Kipling

Il libro della giungla (1894) è un libro del premio Nobel per la letteratura, Rudyard Kipling (il cui nome “Rudyard” gli era stato conferito perché i genitori si erano fidanzati sulle rive del lago Rudyard), autore di libri come KimCapitani coraggiosi. Kipling era nato in India ma non vi rimase tutta la vita. Figlio di inglesi, fu un esponente sia in vita sia nei testi della “vita imperiale vittoriana”, di cui fu uno dei massimi cantori – esempio per tutti è la raccolta di poesie Il fardello dell’uomo bianco, il cui titolo oggi fa venire la pelle d’oca a quasi tutta l’Europa, monito di quello che si vuole dimenticare della nostra “storia europea”. Il libro della giungla sicuramente non sfugge in modo significativo alla visione del mondo di Kipling.

Vale la pena di dire che Il libro della giungla è una raccolta di racconti, di cui soltanto la prima e più lunga triade, è dedicata alle gesta del piccolo uomo, Mowgli. Gli altri racconti, invece, parlando di Kotick, la foca bianca; di Rikki-Tikki-Tavi, la mangusta coraggiosa; di Toomai, il bambino destinato a conoscere la vita recondita degli elefanti; e poi di un gruppo di animali impiegati nell’esercito inglese (un cavallo, un mulo, un elefante, un cammello e due buoi e, volendo, pure un cane). Lo straordinario successo della prima sequenza di racconti (la triade), cioè quelli che vedono Mowgli il protagonista, è in parte dovuta alle infinite rivisitazioni cinematografiche, di cui la Disney, e all’impiego di esso come “libro sacro” dello scoutismo mondiale. E non è un caso, infatti, che lo scoutismo recente soprassieda tanto al violento racconto di Kotick, e all’ultimo. Infatti, in entrambi viene esaltata la lotta per l’esistenza e l’impiego della forza fisica (prima di tutto) e poi dell’intelligenza per imporre un valore di maggiore “civiltà” (in Kotick in particolare si vede molto chiaramente che l’imposizione della forza è giustificata dal fine, che è quello di migliorare il bene della comunità delle foche, minacciata dagli esseri umani).

La trama dei primi tre racconti è arcinota anche ai bambini, per tanto, in questa sede la vorremmo saltare per concentrarci su una analisi del testo. Innanzi tutto, la storia è una narrativa di formazione, una didattica per il bambino in crescita. Questo è mostrato sia dal protagonista (Mowgli – il ranocchio – è un “cucciolo d’uomo”), sia dalla prosa estremamente densa di immagini colorite e una sintassi dominata dalle frasi concise e scorrevoli. Ma anche il percorso della trama si snoda tra momenti di cesura, di passaggio da una fase della vita ad un’altra. Inoltre, i personaggi sono tutti legati alla crescita del bambino. Raksha (Mamma lupa) e Papà lupo sono i genitori putativi di Mowgli, che difendono il bambino dalla temuta tigre Shere Khan e il suo lacchè, lo sciacallo Tabaqui.

Cosa assai curiosa, nel processo di formazione di Mowgli tanto la madre che il padre (sia passata la locuzione) svolgono il ruolo di difensori della prole, ma non di insegnanti, ovvero non sono le figure destinate al passaggio del giovane uomo nella più ampia società. Questo compito spetta invece all’orso Baloo (la cui resa cinematografica nella Disney è assai fuori luogo), che non risparmia né tempo né punizioni corporali (tanto da riempire Mowgli di lividi). Mentre il lato materno dell’insegnamento delle leggi della giungla spettano a Bagheera, la pantera (che è qui femmina e non maschio come invece nel film della Disney).

Le leggi della giungla nascono dalla necessità prioritaria di vivere e far vivere. Infatti, esse non insegnano solamente a sopravvivere in un ambiente altamente ostile, il cui lato oscuro è rappresentato da Shere Khan, ma anche a far vivere gli altri, a patto che rispettino anch’essi le leggi della giungla. Infatti, gli animali accettano di venire cacciati “ma non per divertimento”. In altre parole, la lotta per la vita richiede una permanente condizione di attrito che è legittima sin tanto che non diventa fine a se stessa. Questo principio di equilibrio viene rispettato da tutta “la civiltà della giungla”, rappresentata dai lupi, da Bagheera, da Baloo e da Kaa, il pitone. Mentre esso viene sovvertito da tre lati: Shere Khan, le Bandar-log (le scimmie) e dagli uomini. La tigre, infatti, vuole uccidere per vendetta o per il gusto stesso di farlo. Le Bandar-log invece sono la “massa”, gli esseri amorfi incapaci di una vita costruttiva, vinti dalla dimensione della “strada”, ovvero una sorta di anarchia dovuta non alla scelta ma alla resa nei confronti del caos. Infine, gli uomini sono dominati dalle superstizioni e, per quanto dotati di una tecnologia superiore (il fuoco) e dalla capacità di annichilire gli animali con lo sguardo, non sono capaci di riconoscere “l’equità” delle leggi della giungla.

In questo senso, la “civiltà” nasce dal rifiuto dei tre limiti: la dissolutezza dell’odio cieco nei confronti della vita (Shere Khan e Tabaqui), l’anarchia sistematica di chi vive senza un progetto costruttivo (le Bandar-log), la superstizione che non libera dalle paure ma rende schiavi (gli uomini). L’universo di Kipling, dunque, non disgiunge gli uomini dalla “giungla” perché, in realtà, Kipling semplicemente antromorfizza tutto. Non esiste certamente la sua giungla ed è questo il suo scopo. La “legge della giungla” diventa la “legge universale dell’uomo”, ovvero il riconoscimento della legittimità della lotta per l’esistenza, la quale ha le sue leggi e i suoi corollari, tra i quali, la visione sessista di Kipling.

In tutti i racconti la femmina è madre o sposa e ha lo scopo di difendere la prole, anche a costo della vita: “Shere Khan poteva affrontare Papà lupo ma non poteva vincere contro Mamma Lupa, perché sapeva che era lei a trovarsi in vantaggio, nel suo stesso territorio, e che si sarebbe battuta fino alla morte. Così indietreggiò…”[1] Mentre nel racconto di Kotick: “Kotick rispose con un ruggito, e il vecchio Sea Catch [il padre di Kotick!] scese in campo ancheggiando, con i baffi ritti e sbuffando come una locomotiva, mentre Matkah e la sposa promessa di Kotick si facevano piccole, impaurite e piene di ammirazione per i loro uomini”.[2] Quindi, la femmina riconosce ed ammira i valori dei maschi, pur contestandoli ma senza la capacità di sovvertirli sia per mancanza di forza, sia per mancanza di volontà (esplicito, qui come in altri passi rilevanti il racconto di Kotick, sicuramente il più emblematico).

Non solo, ma non è neppure un caso che gli “eroi” de Il libro della giungla sono “uomini” nel senso di “maschi con valori attribuiti ai maschi”. Mowgli, Kotick, Rikki-Tikki, Toomai sono tutti maschi, che esaltano una nota virtù maschile: Mowgli la razionalità, la capacità di usare la tecnologia e la determinazione, Kotick la forza, Rikki-Tikki il coraggio e l’abnegazione alla difesa del territorio, Toomai la determinazione fino ad andare contro le convenzioni sociali (cioè contro il padre). Non solo non abbiamo eroine, ma non abbiamo neanche l’insistenza nella descrizione delle “femmine” (clamoroso il fatto che la compagna di Kotick, presa più per dovere che per amore, non abbia diritto neppure al nome – mi pare).

Certo, Kipling non la vedrebbe come un errore e non si può dire che non spenda delle parole per elogiare (per esempio) la violenza della forza della femmina sprigionata contro un “nemico della prole”. Ma la femmina appunto è sempre vincolata a questa dimensione domestica, dove il suo territorio e molto circoscritto e il suo interesse è la prole e la sua difesa. In quel territorio dispone di ogni virtù (forza e determinazione), ma non ha alcun interesse per “l’esterno”. Come vedremo tra poco, l’eroe invece ha la caratteristica di farsi carico del bene di tutta la giungla (società e ambiente) e, per tanto, non può che essere maschio proprio perché capace di usare la sua intelligenza e la sua forza al di fuori degli steccati domestici ai quali, per altro, la femmina-madre non ammette altri che sé e parzialmente il marito: sia Raksha che la madre di Kotick allontanano la prole dalla “tana” perché si facciano strada altrove (ovunque ma non a casa).

Il problema maggiore non è soltanto la visione di valori complementari ma distinti a priori per genere, quanto il fatto che Kipling, come tutti gli imperialisti figli del suo tempo, ha una visione fortemente essenzialista dei valori. Ovvero, i valori si sviluppano e si conquistano ma loro precondizione essenziale è che la persona li abbia già dentro di sé. Si tratta, cioè, di principi educativi che esaltano dei tratti caratteriali già presenti nel soggetto e che, dunque, non sono frutto di una acquisizione ex novo: la scelta degli animali non è un caso, ma mostra alle estreme conseguenze questo fatto, ovvero gli animali sono descritti fortemente caratterizzati da un punto di vista morale esplicito e implicito. Gli animali sono l’espediente letterario par excellence di una costruzione letteraria improntata su “maschere” ovvero personaggi a carattere fisso. Kipling su questo costruisce tutta la sua narrativa de Il libro della giungla.

Si diceva, dunque, che si esalta la stratificazione della “civiltà” in termini sessisti, pur non riconoscendo in questo necessariamente un limite, quanto solo una presentazione dello status quo. Kipling non è un classista per censo ma per tipologia di carattere. I suoi “eroi” sono personaggi capaci di interpretare e dare corpo alla legge della giungla. Dopo una lotta suprema contro le forze distruttrici, che possono essere sia fisiche (la forza bruta, Shere Khan o i serpenti del racconto di Rikki-Tikki) sia morali (le Bandar-log o i pregiudizi del padre di Toomai) che sociali (gli uomini dei racconti di Mowgli, le foche scettiche del racconto di Kotick), la civiltà si impone con la forza e con l’astuzia, ma anche con l’accettazione dell’esistenza dei limiti. Questi limiti, però, sono frutto della negoziazione con quelle forze resistenti pur mantenendo ferme le “leggi della giungla” (o “le leggi della spiaggia”, per usare un’altra locuzione presente nei racconti).

In buona sostanza, dunque, la condizione formale della civiltà è pur sempre dato da un codice che regola l’equità della lotta (una sorta di condizione ideale di parità per consentire la maggiore efficienza del confronto per la vita). Non è affatto un caso che la legge per comunicare tra specie diverse sia “siamo di uno stesso sangue, tu ed io” non intendendo certo “siamo della stessa razza, tu ed io” ma “apparteniamo alla stessa giungla, tu ed io”. Ma la condizione sostanziale dipende dall’interprete, ovvero dalle intenzioni e dai valori dell’”eroe”. Per questo tanto Mowgli che Kotick sono tanto versatili quanto legati ad un addestramento i cui valori hanno sempre e comunque un valore centrale. Perché, alla fine, tutti lottano ma soltanto alcuni hanno la potenza per imporre un salto di qualità nella civiltà. Solo gli eroi, ovvero esseri straordinari capaci di re-inventare nuovi valori per la comunità, sono capaci di portare avanti il vessillo del progresso. Tutt’altro che il superuomo di Nietzsche, l’eroe di Kipling è colui che avanza la civiltà in modo non continuo ma discreto. Non sorprende, infatti, che in tutti i racconti il ruolo delle resistenze sociali sia al centro della narrazione. Questo perché la massa, sia essa di uomini o di animali, è stupida e amorfa. Alcuni individui sono capaci di spingere e favorire il cambiamento sociale (Baloo e Baghera su tutti), altri sono in grado di dare un loro contributo (il fratello Bigio e Akela) ma solo l’eroe è il rivoluzionario del progresso, quello che poi mette insieme il lavoro e la forza dispersa nella “giungla” per convogliare tutta la forza affinché il progresso civile alla fine si imponga.

I valori de Il libro della giungla sono dunque quelli di un eroe sociale, la cui precondizione è data sia da elementi biologici sia da elementi culturali. Ma entrambi sono indispensabili. Il valore della lotta non è fine a se stesso, ma dipende dalla capacità di cambiamento verso un futuro migliore, ovvero un progresso. Una latente contraddizione, se vogliamo, con l’essenzialismo di cui si diceva prima. In fondo, come è possibile il progresso se tutti sono così vincolati alla loro essenza? In realtà, il paradosso si scioglie perché Kipling non sembra lasciare intendere che gli individui possano cambiare in meglio. Non c’è mai una rivoluzione interiore: la tigre viene immolata e Mowgli neppure tenta di far cambiare idea agli uomini del villaggio e chi è nato buono muore buono, chi cattivo muore cattivo (come Nagaina nel racconto di Rikki-Tikki). Infatti, “nessuno può vincere la propria natura”, direbbe Kaiser Soze ne I soliti sospetti. Così la doveva probabilmente vedere anche Kipling. Però un ordine migliore è possibile perché è possibile che le relazioni tra individui cambino in modo che la civiltà complessivamente intesa proceda verso il meglio. Quindi, il progresso della civiltà è possibile anche quando rimarranno comunque delle Bandar-log e quegli esseri così dediti alle superstizioni da non essere capaci di capire niente. Ma questo è inessenziale, perché è l’eroismo dell’individuo straordinario che conta e la sua capacità di usare la forza con buona volontà per cambiare le relazioni d’ordine interne alla società nel suo complesso.

Non sorprende che un generale inglese abbia amato Kipling. Non sorprende perché i valori di Kipling sono i valori dell’imperialismo britannico nel bene e nel male. Lotta per l’esistenza, la difesa del progresso della civiltà contro la superstizione e l’uso della forza fanno parte di essi. Oggi non ci piacciono più, perlomeno in questa forma adamantina, e almeno in parte per motivi che non sappiamo esplicitare. Se il valore di un testo si dovesse giudicare esclusivamente dalla storia degli effetti, potremmo dire che nessun libro come Il libro della giungla, il libro per i futuri eroi della lotta nella vita per l’imposizione di una migliore civiltà, ha avuto tante benefiche conseguenze tanto lontane dalle premesse del libro stesso. Infatti, attraverso Il libro della giungla si insegnano valori come l’amicizia e l’amore verso il prossimo che, anche in universo di lotta per la vita, sono pur sempre delle proprietà che vorremmo condivise. La lotta della vita non esclude né l’amore né l’amicizia, anche se proprio Kipling parli assai poco di amicizia e di amore, almeno così come le intendiamo oggi. E allora se attraverso un libro che insegna la lotta della vita per il progresso sociale attraverso l’uso della violenza insegniamo invece ad amare il prossimo nostro, allora la prosa spedita di Kipling ha avuto un senso. Anche se molto diverso da quanto l’autore si sarebbe aspettato. Più in linea, sicuramente, con lo spirito di un generale che voleva fondare un reparto di intelligence per le prime linee dell’imperialismo britannico. E si può dire, che proprio per questo, Kipling sia sopravvissuto incredibilmente anche all’impero di sua Maestà.


Rudyard Kipling

Il libro della giungla

Feltrinelli

Pagine: 196.


[1] Kipling R., (1897), Il libro della giungla, Feltrinelli, Milano, pp. 24-25.

[2] Ivi., Cit., p. 118.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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