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Cina – Henry Kissinger

Kissinger, Henry, (2011), On China, New York: Penguin

Kinssinger, Henry, (2011), Cina, Milano: Mondadori


On China è un libro di Henry Kissinger, uno dei maggiori intellettuali americani, diplomatico e segretario di stato durante la presidenza Nixon. Il testo è stato tradotto da Mondadori nell’anno di uscita del volume, il 2011. Si tratta di un libro fondamentale per chiunque voglia farsi un’idea della storia della Cina negli ultimi sessant’anni e, soprattutto, per chiunque voglia comprendere l’evoluzione della complessa relazione tra la Cina e gli Stati Uniti, relazione a tratti conflittuale e a tratti convergente, destinata a improntare l’evoluzione politica, diplomatica ed economica del XXI secolo.

Kissinger inizia ripercorrendo a grandi falcate la storia della Cina sino alle guerre dell’oppio e alla successiva caduta dell’impero Qing, ultima dinastia imperiale cinese. Anche se obiettivamente si comprende che questo “preambolo storico” sia appunto funzionale all’analisi dell’evoluzione della storia delle relazioni internazionali successive, cioè ad inquadrare il complesso rapporto tra Cina e US e la “rivoluzione diplomatica” del 1970-1971, esso è comunque davvero utile proprio per la sua estrema essenzialità. La storia della Cina è un universo la cui indagine è obiettivamente onerosa (e doverosa) per comprendere la natura della sua evoluzione e il peso della sua cultura all’interno del mondo complesso della contemporaneità. Tuttavia, non è sempre possibile dedicare ugual tempo a qualsiasi tematica, e quindi è utile e prezioso avere una analisi a grandi linee ma molto precisa e chiara che aiuti all’inquadramento del tema dominante. Nessuno meglio di Kissinger riesce in questo genere di operazioni.

Il corpo centrale del testo è dedicato, però, alla storia della diplomazia cinese dal 1949, data della vittoria comunista, sino al 1989. Si può dire che il testo che comprende l’analisi del periodo storico di questo fondamentale quarantennio sia pari al 75% di tutto il volume. Non solo il dettaglio di analisi è molto più ampio rispetto a ciò che precede e segue, ma si comprende come una parte degli interessi di Kissinger sia quella di motivare la “rivoluzione diplomatica” del 1970-1971, sia in quanto egli ne è stato uno degli artefici, sia in quanto è stata, probabilmente, uno degli spartiacque della storia degli ultimi 70 anni, perché ha influito in modo decisivo sulla guerra fredda che, da quel momento in poi, sarà molto di più una lotta contro l’URSS molto più che contro il comunismo. In ogni caso, Kissinger ricostruisce il retroterra culturale e storico della svolta, riporta fatti e aneddoti piuttosto interessanti anche perché di prima mano. Soprattutto è evidente lo sforzo di Kissinger di riportare il punto di vista cinese, un punto di vista complesso e sempre difficile da restituire sotto le usuali categorie concettuali occidentali. Ma Kissinger non concepisce la Cina come ad un paese popolato da esseri incomprensibili. Al contrario, egli è sempre molto attento a cogliere le sottili differenze e sfumature che possono essere colte e comprese all’interno di un completo sguardo di insieme.

Inoltre, per ragioni che possono essere certamente legate anche ad uno sforzo di apparire Cina-friendly, Kissinger non nasconde mai il suo vivo apprezzamento per quasi tutti i leader politici cinesi, soprattutto Zhou Enlai e Den Xiaoping. E pure su Mao il giudizio rimane limitato alle sue esperienze nella politica estera che, a parte tre milioni di cinesi durante la guerra di Corea (un en passant certamente non da poco), non ha comportato catastrofi paragonabili alla rivoluzione culturale e ai vari dissesti economici e agrari che segneranno per sempre la storia cinese. A parte dunque una chiara attenzione a rimanere vicino alla controparte, Kissinger si può considerare un genuino ammiratore della diplomazia cinese, a tratti molto simile a quella dell’impero bizantino descritta da Edward Luttwak nel suo The Grand Strategy of Bizantine Empire: essa si fonda su una cultura che parte dal presupposto di essere al centro del mondo, interessata ai “barbari” sino ad un certo punto e conscia del suo ruolo all’interno della “missione civilizzatrice” all’interno della storia universale. I cerimoniali lunghi, volti a dilatare il tempo e la percezione della magnificenza e importanza della civiltà cinese, erano alla base della diplomazia cinese. Inoltre, la cultura confuciana sembra essere più pervicace della più recente ideologia comunista e l’interazione tra le due è ancora frutto di analisi e studio.

I limiti del testo di Kissinger non sono molti, ma non possono essere taciuti. Cerchiamo di fare un bilancio. Il testo è obiettivamente una pietra miliare della storia delle relazioni internazionali e della diplomazia e, come tale, deve essere letto. Il suo limite non consiste, però, nella relativa debolezza della parte ante-1949, perché assai ben chiara e bilanciata nel suo ruolo di “lungo prologo”. La criticità in termini di contenuti è, piuttosto, la storia diplomatica degli anni post-1989, cioè da piazza Tienanmen e dalla fine della guerra fredda in avanti. Eppure sono gli anni più difficili da comprendere dal punto di vista Occidentale, sia rispetto alle manovre americane sia rispetto a quelle cinesi.

Da parte americana, infatti, la vittoria della guerra fredda ha paradossalmente esacerbato le linee di frattura con la Cina: Taiwan, il mar cinese meridionale e la questione dei diritti umani su tutto. Kissinger non approfondisce il problema dei diritti umani, per quanto ne parli estensivamente. Si rimane su un livello troppo ambiguo (giocato sull’accettazione dei valori americani ma con la moderazione dell’irriducibilità delle esperienze delle altre culture) e non rimarca a sufficienza, ad esempio, che la guerra fredda si era chiusa grazie ad una doppia manovra a tenaglia fatta di sanzioni, guerra economica ma anche pressione sulla qualità di vita dei cittadini sovietici, all’interno della cui narrativa il problema dei diritti umani era addirittura centrale. Perché gli americani volevano (e vogliono) premere sulla questione dei diritti? Ovvero a quale diritto essi richiedono un cambiamento delle leggi interne della Cina? Questo punto non deve essere letto né in termini “emotivi” né in termini morali ma solo in termini politici. Perché gli US, appena usciti trionfalmente dalla guerra fredda, perseguono una narrativa così bellicosa con la Cina su un tema che, chiaramente, non può che produrre solamente una reazione di chiusura, radicalizzazione e rifiuto da parte cinese? Queste domande vengono considerate ma le risposte sono insufficienti.

Sempre per questo motivo rimane la questione comunque irrisolta dell’interazione tra Cina e US su ogni genere di fronte in cui le due potenze divergono o convergono, dall’economia ai problemi del mar cinese meridionale o alla questione aperta delle coree. Kissinger propone una visione allargata alle relazioni internazionali in cui esista un “concerto delle nazioni”, ovvero un aperto e onesto dibattito su ciò che bisogna fare. L’idea utopica di Kissinger è quella di fondare una forma di accordo universale su una teoria neo-realista delle relazioni internazionali, cioè fondata su stati di interesse e valutazioni soggettive. In poche parole, dato che a nessuno conviene che US e Cina si confrontino in modo non cooperativo, va da sé che bisogna convergere e aiutarsi. Questo è un triste e palese non sequitur. Non solo non segue dalle premesse che US e Cina convergano verso un accordo, ma anzi sempre di più sembra non banale doverlo supporre. Le liti tra mariti e mogli non nascono per assenza di cooperazione ma per una diversa necessità e visione della cooperazione. Avere interessi convergenti può essere una prima condizione per una proficua cooperazione ma non essa non è certamente sufficiente.

Tutto ciò lascia intendere che gli ultimi capitoli del libro in questione sembrano essere stati scritti con minore attenzione rispetto ai precedenti e il risultato è abbastanza chiaro, criticità per altro riscontrata anche in un altro testo dello stesso autore. Inoltre, dato il fatto che il libro è pubblicato nel 2011, purtroppo esso termina con l’analisi della diplomazia di Hu Jintao e non con Xi Jinping. Sia chiaro che anche lo spazio dedicato a Hu Jintao non è sufficientemente esteso. Naturalmente, Kissinger non poteva trattare della diplomazia di Xi, nel momento in cui era ancora da venire ma almeno quella di Hu Jintao poteva essere considerata in modo più congruo (cosa molto parzialmente riuscita per Jiang Zemin). Ciononostante, Cina è e rimane un testo fondamentale per tutti gli interessati alle relazioni internazionali e alla loro evoluzione storica. Si tratta di un libro preziosissimo, chiaro e stimolante, scritto da un grande intellettuale e diplomatico. Anche solo per questo, dunque, si tratta di un libro da leggere. Infine, la prosa di Kissinger è estremamente chiara e spedita, un inglese estremamente gradevole che, dunque, può essere affrontato da un lettore anche non proficient della lingua. Detto questo, comunque, esiste una buona traduzione in lingua italiana.


Henry Kissinger

Cina

Mondadori

Pagine: 514.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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