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Kim – Rudyard Kipling

Kipling, Rudyard; (1901), Kim, Milano: Garzanti.

Kipling R., Kim, Garzanti, Milano, 1991.


Ottanta… forse cento… forse centocinquanta rupie; ma la paga è di minima importanza nel nostro lavoro. Di tanto in tanto, Dio fa nascere uomini, e tu sei uno di quelli, che bramano andare attorno, arrischiando la pelle, a fare investigazioni (…). Gli uomini di questo stampo sono pochi e tra questi pochi, non più di dieci sono ottimi.

Rudyard Kipling

Kim è un romanzo di Rudyard Kipling, considerato un classico della letteratura, celebre ormai soprattutto tra gli storici per via del ritratto di interesse storico che Kipling traccia del periodo imperiale britannico, ormai impegnato su più fronti, nel “grande gioco”, ovvero il controllo dell’estremo oriente allora conteso con la Russia zarista e, in parte, con l’impero francese.

Si tratta, a quanto pare, di un testo “senza trama”, così nella solita, pedante e inutile presentazione del curatore del testo di turno, giustamente scritta in tempi in cui ci si poteva curare di quello che piaceva senza curarsi dei lettori. Il libro è un romanzo di formazione incentrato sul personaggio di Kim, ragazzo orfano, cresciuto sule strade delle città indiane del dominio coloniale inglese. L’amore di Kipling per l’India e per il suo personaggio è evidente, un perfetto incrocio tra qualità occidentali e la scaltrezza e “eternità” orientale.

Kim è un giovane orfano di origini irlandesi che, per caso, si trova ad aiutare un santone di una qualche setta buddista, venuto dalla Cina per trovare il punto in cui cadde una freccia e nacque un fiume purificatore, secondo la tradizione buddista. Allo stesso tempo, però, Kim è legato ad alcuni influenti uomini locali, tra cui Mahbub Alì, mercante di cavalli di origini afgane, che, si scoprirà, è anch’egli parte del grande gioco. Il padre aveva lasciato a Kim un segno della sua appartenenza ad un reggimento coloniale. Per gli strani giochi della vita e dell’oriente, Kim entra in contatto con gli uomini del vecchio reggimento del padre, i quali lo acciuffano e lo costringono ad abbandonare la sua vagabondaggine a seguito del santone, pur con grande rimostranza da parte di Kim. E’ la svolta della vita del giovane e anche del romanzo.

Kim viene parzialmente incivilito e parzialmente rimane avvinghiato alla sua indole libera di uomo occidentale nato in oriente. Ma ha modo di imparare alcuni dei non infiniti vantaggi della cultura occidentale e venire, soprattutto, a contatto con uomini influenti nel grande gioco. Il grande gioco è l’espressione usata da Kipling per intendere la lotta di potere per dominio mondiale che all’epoca avveniva nell’estremo oriente tra i tre imperi coloniali dell’epoca ovvero Impero britannico, Francese e Russia zarista. E intanto la Germania imperiale anch’essa iniziava a inquietare la geopolitica del sol levante. La Russia, infatti, si spingeva sempre più verso sud, tra il Caucaso, l’Iran e l’Afghanistan e la Manciuria, verso i territori dominati dall’impero britannico. La posta in gioco sarebbe stata il controllo del mondo, “grande gioco” che sarebbe di fatto finito solo con la prima guerra mondiale che ha spazzato via la Russia zarista dalla corsa al controllo mondiale, fatto ascendere gli Stati Uniti d’America alla corsa al potere mondiale e consentito agli imperi europei prima di declinare e poi di sparire dalla vera contesa globale.

Kim, dunque, giovane ragazzo orfano dal curriculum simile ad un novello James Bond, entra a far parte della corsa al grande gioco proprio per la sua natura intraprendente, multiforme, intelligente e ambiziosa. Soprattutto, le sue doti di comprendere le situazioni, di simulare il falso e dissimulare il vero con i “nemici” dell’impero lo aiuteranno a fare una scalata sociale relativa in un mondo spietato. Kim rischia la vita e salva la vita continuamente perché ama il brivido. Già destinato ad essere un uomo piacente alle donne, sveglio e pronto con gli uomini, figlio dell’India quanto dell’Irlanda, Kim ha il background ideale per diventare una pedina centrale nelle lotte di intelligence e counterintelligence del grande gioco.

Non è un caso, che questo romanzo oggi è interessante soprattutto per gli storici, per le ragioni che ormai saranno chiare al lettore: pochi romanzi descrivono il mondo dell’impero inglese in India con così tanta chiarezza e passione. Allo stesso tempo, Kim è anche tra i pochi romanzi “classici” per gli appassionati, studiosi e practictioner di intelligence, proprio perché si tratta di un capolavoro della letteratura che ha come protagonista un agente segreto al servizio di Sua Maestà.

La bellezza del libro consiste nella restituzione verosimile del mondo coloniale indiano e delle lotte politiche interne ad esso. La capacità “pittorica” di Kipling è nitida in questo romanzo, decisamente superiore ai racconti de Il libro della giungla, decisamente e più marcatamente manichei e ideologici di Kim. In questo romanzo, infatti, non c’è una vena profondamente ideologica del romanziere, nonostante sia chiaramente un romanzo scritto per un pubblico politicamente vicino al mondo dell’impero britannico, se non solo rivolto a quest’ultimo. Tuttavia, non si può negare un genuino trasporto non solo per l’impero e per la sua missione (non necessariamente civilizzatrice ma propriamente di proiezione di potenza), ma anche per la variegata popolazione e civiltà indiana, così spesso definita “eterna” o “fuori dal mondo” in un senso profondamente positivo, ancorché inconcepibile al lato pratico per un occidentale. L’India è, per Kipling, come una donna bellissima di un secolo remoto, come una figura di ragazza di un quadro rinascimentale: si può contemplare, si può amare in un senso platonico e profondo, ma astratto, sicché mai tradurre in qualcosa di reale e di concreto. La tensione, dunque, si vive continuamente nel romanzo e si traduce in una tinta di bellezza decadente di un posto meraviglioso che stenta a rientrare nelle logiche del mondo, che vivono di violenza e potenza, non di reminiscenze di antiche forme di sapienza.

Kim è un libro giustamente da considerarsi classico, sebbene in un senso diverso da un Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Sfortunatamente per Conrad, il suo dubbio metafisico non era compatibile con i ruggiti dei leoni di Trafalgar Square, sicché poteva tranquillamente scrivere capolavori con le pezze nei pantaloni. Ma oggi tributiamo Conrad come il “cantore del declino” della “fine dell’imperialismo” e altre insulse ricostruzione a posteriori in nome della narrativa politicamente dominante che, oltretutto, rischia di andare anch’essa sulla via del declino di nuove forme di estremismi politici nostalgici e senza senso. Per le stesse ragioni, Kipling fu fortunato in vita, insignito del premio Nobel per la letteratura, sanzione definitiva del suo rampollismo politicamente corretto del periodo imperiale britannico, simbolo ed emblema di tutto quello che c’è (di cattivo) del nostro passato coloniale e imperiale. E così, col declinare di una narrativa main stream pensata apparentemente in favore dell’uscita da ogni logica di potenza, sintomo soltanto dell’assenza di comprensione della dinamica della storia, il nostro Kipling e il suo Kim diventano dinosauri da non rispolverare, onde evitare spiacevoli dubbi su quello che è il valore dell’Occidente, oggi emendato nella sua pallida forma europea di vaga accettazione universale di qualsiasi cosa, purché sia fuori dalla storia.

E così Kim diventa un libro doppiamente prezioso. Perché ha ancora la forza di imprimere immagini potenti nei cuori di chi cerca in tutti i modi di andare avanti senza accorgersi di tornare ai grandi giochi di una volta.


Rudyard Kipling

Kim

Garzanti

Pagine: 344.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' stato assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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