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Un amore – Dino Buzzati

Buzzati, Dino, (1963), Un amore, Milano: Mondadori.

Buzzati D., (1963), Un amore, Mondadori, Milano.

No, l’amore non è bastato. I soldi, il rispetto, la devozione, le premure, non sono bastati. A poco a poco lei ora si stacca da lui, esce dalla sua casa e dalla sua vita, col suo impavido passo ecco che si incammina verso l’enigmatico cuore della sua città [Milano] che nessuno di solito vede, fra squallidi e fortissimi scenari, attraverso gli scrostati fumigosi cortili stillanti di pioggia, fra i riverberi del lusso, negli antri degli antichi palazzi, giù per gli interminabili cortili di linoleum, negli angoli delle catacombe del vizio fra cigolii di pneumatici, frastorno di tornii, urla, pianti e risate, andirivieni di uomini instancabili e stanchi, affrettati baci, ombre di avventurieri controluce, camici verdi di chirurghi, agguati telefonici, un folle rimescolio di desideri, sforzi ed illusioni che brucia confuso nella folla la quale arriva riparte si mescola incalza si rompe e sparisce mentre un’altra identica folla si avventa e sprofonda nel gorgo.

Un amore – Dino Buzzati

Dino Buzzati (1906-1972) è stato uno dei massimi scrittori e intellettuali italiani. Pur non vivendo interamente delle sue opere, ma lavorando prolificamente come giornalista, è riuscito a ricoprire ruoli di rilievo in varie testate italiane. A livello puramente letterario, egli è soprattutto noto per il capolavoro Il deserto dei Tartari (1940) e i suoi racconti, in cui il suo genio poliedrico emerge nella sua completa varietà. Un amore è un romanzo tanto diverso da Il deserto… che dalla gran parte dei suoi più celebri racconti. Ed è un testo decisamente fuori dall’ordinario in molti sensi e, non casualmente, ben meno diffuso e conosciuto di altre sue opere.

La storia di Un amore è ambientata in una Milano dipinta a tinte fosche, tra la nebbia e il suo connaturato e celebre grigiore. La città si presenta già di per sé come un teatro opprimente per esistenze piuttosto ordinarie, come quella del protagonista, Antonio Dorigo. Costui è un intellettuale non di primissimo piano ma sufficientemente affermato da avere una solida posizione economica primo sintomo, per tutti e per gli intellettuali del secondo dopo guerra, di autorevolezza e affidabilità. Egli è un uomo dominato principalmente dal lavoro e ben poco da altre esigenze, reinscritte all’interno di una vita piana. In sostanza, Dorigo è un single vissuto bene, le cui esigenze sessuali si esaurivano in rapporti occasionali – ma reiterati nel tempo, come certi contratti di oggi – in cui dava sfogo alle sue relativamente poche necessità erotiche.

Non è che non fosse interessato ad avventure o a rapporti d’amore più significativi. Semplicemente nella sua vita non si davano le giuste situazioni in cui un uomo libero può conoscere una donna libera e “provare” a instaurare una “relazione” che fosse anche capace di tradursi nell’atto pratico dell’amore, sempre così giustamente tenuto lontano dalle intenzioni e interessi della “grande letteratura”, se non in termini assai vaghi e allusivi. Tuttavia, e il romanzo si gioca proprio su questo, qualcosa scatta nella sobria e semplice vita da single vissuto bene di Dorigo.

Qualsiasi cosa sia l’amore, simile in questo ai problemi filosofici in cui non si capisce bene se le intenzioni siano sufficienti a causare gli atti o a determinarne la natura, sta di fatto che per Dorigo non poteva che nascere in un bordello. E in un bordello difficilmente si incontrano donne più o meno giovani il cui interesse principale sia l’amore per la sapienza. In generale, infatti, qualsiasi cosa si trovi in un bordello ha a che fare con la relazione, sempre così sofferta dai paesi europei e latini soprattutto, tra i soldi e l’amore. Per meglio dire, l’atto sessuale i cui scopi sono evidenti per tutti eccetto che per chi ne deve parlare pubblicamente (a quanto pare). Sicché, insomma, Dorigo incontra la Laide, diminutivo piuttosto significativo, di “Adelaide”. E se ne innamora ben presto.

Questo incontro avviato alla casa di incontri della signora Ermelina, persona nota nell’ambiente per curare particolarmente la selezione degli “incontri”, principiati in anticipo da una scrematura tanto delle “ragazze” quanto dei “signori”, evidentemente nasce sotto condizioni che ben poco lasciano intravedere qualche forma di speranza per i sostenitori dell’amore oltre il sesso in quanto tale. Anche Dorigo l’avrebbe vista così, ma tant’è… E infatti è l’inizio di un tormento interiore senza fine perché Dorigo, presissimo da violente passioni che con il sesso hanno componenti limitate all’esigenza di preservare “l’unicità del monopolio”, si strugge come un giovane al primo incontro. E infondo era proprio così per Antonio, il quale aveva vissuto convinto che l’amore oltre il sesso era qualcosa di superfluo, qualcosa di cui si può benissimo fare a meno. Così è, in un certo senso infatti, ma sfortunatamente si tratta di uno di quei campi in cui non ce la si vende bene, qualsiasi cosa si scelga. E così Dorigo prima investe capitali, poi tutto se stesso per tenersi avvinghiata la Laide che inizia semplicemente sfruttandolo economicamente e per poi proseguire a drenare risorse non solamente pecuniarie.

Dorigo diventa schiavo della Laide come la gran parte degli uomini lo diventa della propria donna. Peccato che di “proprio” in senso stretto e in senso vasto ci sia ben poco. E così la Laide diventa semplicemente un permanente problema, l’origine di uno stato di permanente incertezza in Antonio, permanente incertezza che è un sentimento concepito come il peggiore possibile da uno psicologo esperto che si intende di tradimenti e spie. Infatti, l’ossessione di Dorigo per la Laide è più che altro il sintomo della permanente incapacità di capire e prevedere le naturali esigenze della ragazza, unita al problema di riuscire a farsi amare quel tanto che basta da poter andare avanti. Certo, Dorigo lo sa che si tratta di un rapporto impossibile ma questo è un ambito in cui è facile lasciarsi andare a fantasticherie, sicché Antonio si illude pur di non accettare la quasi certezza di disinteresse totale della Laide. Il lettore è invitato a scoprire come andrà a finire ma è nel mentre e non nella fine che questo romanzo si gioca.

Un amore è un romanzo sulla beffa dell’amore, di chi lo cerca e non lo trova e, quando si dà solo l’opportunità, ecco che si apre ad ogni possibilità, prima esclusa poi accettata, capace di condurre anche un onest’uomo alla più crudele forma di perdizione. Che non è il sesso e le eventuali perversioni. Ma piuttosto la completa fissazione dell’impossibilità di concepire la propria esistenza senza quella di un’altra sulla quale la sua si ancora pervicacemente. Un amore è la storia di un uomo che non rinuncia a vivere, semplicemente non riesce più a esistere. Ogni aspetto della sua vita che più dava per scontato, tutto viene rivoltato dalla violenza della fissazione per una persona, la quale diventa la base di ogni futura decisione. Ma se l’altra persona non si vincola a qualche forma di comportamento mediato da un accordo di limite o aspettativa, di accettazione di una libertà ora almeno in parte relativa, ecco che l’incertezza diventa totale. Sarà ancora così domani come oggi? Come fare a comprendere chi sono e quello che sto facendo, se io dipendo dai suoi capricci, sempre così imprevedibili prima di tutto a lei stessa?

Un amore è la storia di un uomo piegato da tutto quello che non piace leggere su quello che noi chiamiamo “amore”, una condizione, più che un sentimento, su cui ce la si racconta talmente tanto che i poeti dello stil novo si disinteressarono addirittura alla natura stessa dell’oggetto del poetare. Si creano storie su sentimenti che non esistono, su tratti di emozione che probabilmente sono stati concepiti prima sulla carta e, poi, forse, sulla pelle. Un amore è lo scardinamento sistematico di una forma di narrativa che cerca di ricordarci che sì, c’è qui e là della frustrazione nella ricerca dell’amore che include il sesso, cioè il bisogno che non si può quietare certamente soltanto sulla base del bricolage casalingo a base di produzioni autoindotte di materiali più o meno capaci di portare avanti la specie. Ma che tutto sommato ci sia dell’intrinseco buono in tutto ciò. Dino Buzzati sembra di tutt’altro avviso, in questo romanzo così straordinariamente concreto e astratto allo stesso tempo. E’ la vivisezione della passione amorosa unilaterale in cui l’oggetto amato e il soggetto amante sono sostanzialmente non coordinati tra loro né dai sentimenti né dalle intenzioni.

Lo stile di Buzzati è piuttosto elegante, a tratti irresistibile, capace di sforare in lunghi passaggi senza l’uso della punteggiatura. Ma non c’è la perdita di una intelligibilità da parte del lettore. Al contrario, proprio questi passaggi che rappresentano più di tutti sia l’interiorità di Dorigo sia le “chiose a margine” dello scrittore stesso, sono straordinariamente vividi, scorrevoli e puntuali. A differenza de Il deserto dei Tartari, così dominato da una prosa quasi platonica nell’esser distaccata, in Un amore lo stile è violento, fatto di aggettivi anche tratti dalla lingua del vissuto e dell’interiorità, in cui non è certo Dante a dominare rispetto a Marziale. Ovvero, l’alto linguaggio scevro da locuzioni scurrili viene a tratti rimondato di termini volgari e violenti: dalla prosa eterea de Il deserto… si torna a tratti verso la realtà violenta, che è il vero “sapore dell’uomo”, per dirla appunto con Marziale.

Si tratta di uno dei romanzi più onesti e schietti su una delle fasi, o delle possibili condizioni, dell’amore. Lucidità senza necessariamente speranza, rispetto per la fragilità di una situazione di per sé umiliante per definizione: chi crede, spera e si dissangua in nome di una scommessa che ha tutta l’aria di essere persa in partenza. La sensazione di chi vuole rientrare nel gioco della roulette che è la vita e finisce, appunto, a puntare su una ruota che non è neppure truccata: non c’è l’estrazione del numero. Semplicemente. E Dino Buzzati disseziona ogni sfumatura di questa terribile umana condizione in cui l’oggetto amato diventa solo in parte l’oggetto di speranza, perché abortita, non nell’essere direzione e ispirazione, ma nell’essere anche la giusta direzione e una buona ispirazione. Un capolavoro da leggere ricordandosi che ogni rappresentazione della realtà letteraria rimane, anche quando così profondamente onesta, unilaterale. Purtroppo non stupisce che un simile romanzo, pur di uno scrittore così consacrato addirittura dai ministeri, sia pienamente sottovalutato e, comunque, relativamente meno letto rispetto ad altri testi di Buzzati.


Capolavori di stile, per così dire, italiano sono le recensioni di autori come Montale, Carlo Bo, Oreste del Buono e Alberico Sala. Spero soltanto si tratti di stralci e non dell’intera analisi. Se così stanno le cose, non è per nulla lasciato intendere dall’edizione che posseggo i cui riferimenti si trovano sopra (pp. 9-12). Ne riporto una interamente come esempio – quella di Guido Piovene:

Buzzati non è, e non vuol essere, uno scrittore problematico, la cui opera si discute in termini di cultura. Tutti i paragoni con lui riescono approssimativi, imprecisi, stonati. Sicuramente il libro prende, ci costringe a partecipare, affanna anche il lettore.

Prima domanda sulla “recensione”: cosa ci dice del libro? Ci dice che “ci prende” e “ci costringe a partecipare” e “affanna anche il lettore” (perché questo “anche”? Ci si affanna leggendo? Forse c’è del lardo nel cuore di Piovene, lardo che riprendiamo dalla recensione di Montale che si trova riportata più sotto). Il lettore più di me potrà spiegarsi il significato di “ci costringe a partecipare”. Perché non mi è del tutto chiaro, qui, cosa Piovene stia dicendo. Partecipare come ad un pranzo di Natale? Partecipare come ad un gioco di scacchi? Vuol dire che il testo tende a creare la necessità del lettore di terminare il libro? Ma se sì, questo vale per molti libri ben inferiori a questo. In ogni caso, allora, che altro sappiamo, adesso, da queste tre righe che prima non si sapeva? Casualmente, Piovene dice che “Buzzati non è, e non vuol essere uno scrittore problematico”. Ma che significa? Cosa vuol dire “essere uno scrittore problematico”? E come questo si collega con quanto segue, ovvero che, in sintesi, il “libro prende”? Si suggerisce che Buzzati non vuole essere un erudito che se la racconta ma scrive testi capaci di intrigare il lettore pur senza portarlo sulle vette del Parnaso, metro e misura di ogni prosa italiana e che infatti per non svilire quello scrittore i cui “paragoni con lui riescono approssimativi”? vien così alluso e taciuto il fatto? Meglio di un libro di Perry Mason, ma insomma…

La recensione recensisce le intenzioni neppure esplicitate dell’uomo, dello scrittore, di Dino Buzzati. Non s’intende neppure bene se questo recensore di capolavori avesse letto il libro. L’imbarazzo, certo, è comune a tutte le recensioni che ho trovato in questa edizione addirittura del 1963. La migliore è quella di Montale:

Ci troviamo nel cuore del più acceso realismo e psicologismo, nella dissezione quasi anatomica di un sentimento amoroso che molti diranno patologico, ma che in realtà tutti gli uomini che non hanno gli occhi e il cuore foderati da una cotenna di lardo hanno almeno virtualmente provato. Questa spiegazione finale, in una scena che in sé è perfetta, non toglie nulla all’armonia di un libro molto bello (il più bel libro a sfondo erotico che sia uscito dal tempo di Paolo il caldo di Brancati).

Montale certo non si era surriscaldato i capelli a furia di pensare con la regione sottostante della testa per produrre queste righe che, comunque, informano un po’ di più rispetto a quelle precedenti. Certo del libro si sa relativamente poco lo stesso se bisogna esprimere la “situazione” in termini di “acceso realismo e psicologismo” che un lettore modesto come il sottoscritto capisce solamente in modo limitato e perché, appunto, indottrinato sulla base di istituti fondati nel basso medioevo. Ci dice anche che parla di “una dissezione quasi anatomica…” (una locuzione che sarebbe stata interessante approfondire) “…di un sentimento che molti diranno patologico…” Ecco su questo punto sarebbe stato proprio un bene dire esplicitamente che infatti le cose stanno diversamente. Cioè che l’amore è altra cosa dalla contemplazione di una Beatrice che è a mal appena esistita. Ma tant’è, appunto, entrare troppo in una narrativa così scostante rispetto ai canoni di altri autori medioevali (nel tempo o nello spirito) sarebbe stato chiedere troppo anche a Montale. Il quale si sente di usare una locuzione quasi cruda parlando di cotenne grasse poste in luoghi inusuali per del cibo (difficile pensare al cuore foderato di lardo, anche ss, in effetti gli infarti sono pur sempre una notevole causa di morte nei Paesi in cui c’è ancora grasso che percola. Chissà se la chiosa di Montale era ispirata dalle statistiche mediche del tempo).

Infine, giustamente, per far capire la “grandezza”, sia pure relativa e circostanziata, dell’opera dell’amico Dino, il buon genio tira fuori un paragone troppo ovviamente triviale per non fissare un benchmark: Dino c’ha tirato fuori un testo degno di quello di Brancati. Ora, è un vero peccato che per sapere se Un amore è un buon testo “a sfondo erotico” (mah…) bisogna aver letto quel gran capolavoro di Brancati, Paolo il caldo. Non sentirti in colpa, lettore. Non l’ho letto nemmeno io e nonostante tutto dormo ancora tra due guanciali (non la parte del maiale da cui si tira fuori la cotenna di cui sopra). Cartesio non leggeva neppure libri (chissà perché non ci è stato detto al liceo, uno dei pochi autori studiati perché quasi comprensibili a colpi di manualetto) e mi pare che Descartes ne sia uscito piuttosto bene. Dubito che avrebbe letto Un amore, ma sicuramente non ho dubbi che l’avrebbe apprezzato anche senza aver letto Paolo il caldo. Che è pure uscito nel 1955, cioè soli 8 anni prima di quello di Buzzati. Un po’ poco come paragone.

Insomma, imbarazzo generale. Scusare uno scrittore invece di capire la sua opera (e magari anche criticarla) è il miglior modo di proseguire nella costruzione di arzigogolate storie per giustificare perché Dino va letto e non ignorato. Non mi pare che lo zelo profuso in queste scuse valga più dell’oblio relativo lasciato dietro a questo romanzo. E questo ci lascia ben sperare nel futuro: tutto considerato l’opera vale comunque di più delle opinioni di chi ne parla, anche quando questi ce la raccontano per noi così che possano ancora dirci, profumatamente pagati e onorati, cosa si debba e cosa non si debba leggere. Grazie, ne avevamo bisogno!


Dino Buzzati

Un amore

Mondadori


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

One Comment

  1. robertoroberto luglio 26, 2019

    Molto interessante e completa questa analisi del libro.
    Complimenti

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