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Charles Darwin – Capire l’origine delle speice

 Vita

Charles Darwin nasce a Shrewsbury nel 1809. Figlio di uomini interessati per passione e professione alla ricerca naturalistica: Darwin ha il nonno paterno, Erasmus, naturalista e precursore di molte idee evoluzioniste che Charles elaborò anni dopo; e il padre era medico. Sotto le pressioni familiari, Charles inizia gli studi di medicina a Edimburgo che dopo un paio di anni interrompe per mancanza di interesse. Trasferitosi a Cambridge per studiare teologia, qui si laurea nel 1831. Degli anni universitari Darwin dirà che furono del tutto inutili e privi di stimoli, con la sola eccezione di un corso di botanica seguito durante gli anni a Edimburgo.

Il 1831 è un anno importante per Charles, fu in questo periodo che decise di imbarcarsi come naturalista a bordo del Beagle, una nave inglese che avrebbe circumnavigato il globo. Il padre di Charles era contrario a questa scelta del figlio, tuttavia, la caparbietà di Charles è sufficiente e così si imbarca per quello che egli considerò sempre come l’accadimento più importante della sua intera esistenza. Il periodo del viaggio del Beagle è un intenso periodo di scoperte. Il neocolonialismo inglese, avviato verso l’apogeo che terminerà solo con la prima guerra mondiale, è accompagnato da scoperte scientifiche rilevanti e la scienza naturale si unisce al potere politico per arrivare ad una conoscenza del territorio e della sua componente biologica.

La storia del viaggio di Darwin è narrata autobiograficamente nel celebre Viaggio di un naturalista intorno al mondo nel quale l’autore racconta, sotto forma di racconto, la sua esperienza quinquennale a bordo del brigantino, insistendo soprattutto sull’aspetto naturalistico ma anche su quello antropologico e culturale, con le popolazioni con le quali venne a contatto. Sarà interessante osservare che Darwin era un uomo del suo tempo quel tanto che basta da poterlo inserire nella categoria dei razzisti culturali che considerava i selvaggi selvaggi e gli europei i portatori della civiltà nel mondo. Altra osservazione interessante è che la parte narrativa dedicata alle isole Galapagos, ritenute da Darwin stesso (ma soprattutto dai suoi lettori) come la regione più interessante del suo viaggio, la parte minoritaria della sua opera e parla più profusamente dei suoi viaggi e osservazioni nel sud America.

Durante il viaggio del naturalista intorno al mondo accadono alcuni avvenimenti particolarmente rilevanti per lo sviluppo della coscienza naturalistica di Darwin: il terremoto che sconvolse Concepcion, la scoperta di fossili in Patagonia, la scoperta di una Rhea (oggi nota come Rhea di Darwin e minacciata di estinzione) e la visita alle Galapagos. Uno dei fatti più importanti da tener sempre presente è che la teoria evoluzionista di Darwin (non semplicemente una teoria darwiniana)  nasce da un sostrato culturale e teorico estremamente variegato e solo alla luce di questo fatto si può leggere proficuamente un’opera così poco biologica che è L’origine delle specie, poco biologica non nella composizione empirica ma teorica dell’opera stessa. Darwin era un esperto non solo di biologia in tutti i suoi molteplici settori (botanica, fisiologia animale, anatomia etc.) ma anche di geologia, economia e storia in generale e, in particolare, dell’agricoltura e dell’allevamento.[1] Questi avvenimenti sarebbero delle curiosità marginali se non fosse, invece, che sottolineano proprio la poliedrica formazione naturalistica di Charles Darwin: il terremoto mostrò al Nostro il fatto che la terra può innalzarsi o abbassarsi, una conseguenza di importanza fondamentale per una teoria che doveva lottare contro un avversario (la teoria creazionista) che sosteneva un’età terrestre estremamente ridotta. Tali considerazioni sulla possibilità d’innalzamento della crosta terrestre e della formazione di strati geologici condussero Darwin ad abbracciare la teoria geologica di Lyell, la cui opera fondamentale è più volte citata ne L’origine delledella s specie. Il secondo fatto rilevante fu la scoperta della Rhea: quest’uccello era più piccolo di quella diffusa normalmente in Patagonia e questo mostrava che le specie non erano delle categorie i cui elementi erano immutabili e che, se c’era una qualche mutevolezza, dovevano pur esserci delle ragioni di tipo fisico-biologico. Il terzo evento rilevante fu la scoperta dei fossili: i fossili scoperti in Patagonia erano le vestigia di animali abbastanza diversi da quelli che esistevano all’epoca di Darwin. Su ciò ci sarebbe da dire più di una parola, qui basti osservare che la presenza di animali estinti suggerisce l’idea che, se non altro, non ci fu un unico atto di creazione degli esseri viventi e che, in generale, l’evoluzione degli organismi segue dei tempi molto lunghi. In fine, alle Galapagos Darwin fa almeno due scoperte molto interessanti, dal punto di vista della sua teoria delle quali parlerà diffusamente nei capitoli finali de L’origine delle specie: in primo luogo che la flora e la fauna delle isole è più simile a quella del continente più vicino rispetto alle somiglianze degli organismi delle isole stesse; in secondo luogo, di conseguenza, che le varie isole, pur non essendo tanto distanti tra loro quanto lo sono dal sud America o dall’Oceania, hanno una composizione di organismi assai diversa tra loro.

Nel 1836, dopo cinque anni, Darwin ritorna a casa.

Nel 1837 Darwin inizia a riflettere sul cospicuo materiale raccolto nella spedizione del 1831-36 su cui costituirà una parte rilevante delle prove della sua teoria. Tuttavia, si rende conto, soprattutto a seguito dello scetticismo culturale abbattutosi sulle opere di altri autori le cui idee erano abbastanza simili alle sue, che necessitava di ulteriori argomentazioni e prove. Per tale ragione, si immerge in un duplice lavoro di sperimentazione e di studio della vasta letteratura che già allora era disponibile sulla biologia ma, come detto, non solo. Infatti, è del 1838 la lettura fondamentale dell’economista Malthus il quale sosteneva che gli uomini hanno la tendenza a crescere in proporzione geometrica rispetto alle risorse disponibili, che crescono in progressione numerica. L’idea è semplicemente che se la produzione di risorse segue la normale serie dei numeri interi positivi (1, 2, 3 etc.) quella degli uomini è segue la serie (2, 4, 8 etc.) di conseguenza già quando le risorse sono in quantità pari a 5 gli uomini sono 24. L’uomo si riproduce di più di quanto potrebbe e la conseguenza è che non c’è letteralmente cibo per tutti. Darwin si rende conto che tale principio comporta che per sopravvivere bisogna ingegnarsi in ogni modo per accaparrarsi più risorse e che questo è proprio ciò che avviene in natura non solo tra animali di specie diversa (fatto abbastanza intuitivo se si pensa ancora per analogia con il mondo umano)  ma anche di stessa specie. Oggi, nell’ignoranza diffusa che aleggia sullo spirito e sulla teoria di Charles Darwin, si dice qualunque cosa. Tra le varie, un tale disse che bisognava utilizzare i concetti della teoria della selezione naturale e traslarli all’economia: in realtà, fu l’economica che traslò nella biologia. Comunque sia, Malthus non fu il solo economista del quale Darwin lesse gli scritti, ma anche l’altro classico Adam Smith suscitò in Charles interesse.

Nel 1839 pubblica il Viaggio del naturalista intorno al mondo.

Nel 1841 Charles va a vivere nel Kent, in una tenuta di campagna.

Tra anni di salute inferma, mai del tutto solidificatasi, tra il 1842-1846 Darwin scrive e pubblica opere di geologia.

Tra il 1851 e il 1854 Darwin si concentra ancora su lavori preliminari alla sua teoria che, però, era il centro della sua riflessione: come detto, geologia e prove sperimentali erano necessarie al fine della pubblicazione di un’opera sufficiente a resistere ai sicuri attacchi ai quali sarebbe stata sottoposta.

Nel 1858 Wallace, un altro naturalista che viaggiò per il mondo, scrive a Darwin una lettera con allegato un articolo nel quale tratteggia, in nuce, proprio quella teoria della selezione dei viventi che Darwin stesso andava tratteggiando. Dimostrando come gli uomini di scienza non siano né privi di passioni né così disinteressati nei propri lavori, Darwin è sconvolto all’idea di poter essere preceduto proprio nel lavoro la cui mente lavorava in ogni direzione da molti anni. Tuttavia, nel 1859 Darwin pubblica L’origine delle specie anche sollecitato dai suoi amici, tra gli altri lo stesso grande e geniale geologo, Lyell. In quest’edizione il libro venne pubblicato con l’articolo di Wallace. Molto interessante è il capitolo subito precedente all’introduzione: Disegno storico del concetto di origine naturale dove Darwin fa una rassegna critica di tutti i precedenti della sua teoria da un lato per rivendicarne la validità ma, forse, anche per mostrarne la sua originalità. E’ molto interessante osservare che Darwin cita esplicitamente un passo di Aristotele tratto da Le parti degli animali. Su ciò valgano due osservazioni: Darwin cita Aristotele su segnalazione e non per conoscenza diretta, tuttavia, egli fonda gran parte della validità dei suoi argomenti su un principio sostenuto, difeso e ribadito proprio da Aristotele stesso. L’idea è che se l’uomo agisce in un determinato modo, a maggior ragione agisce in quello stesso modo la natura: Aristotele così difendeva la causa finale mentre su ciò Darwin difende la selezione naturale come principio esteso dalla più ristretta selezione artificiale.

Nel 1871 Darwin pubblica L’origine dell’uomo. Se oggi circola in giro una profonda malafede circa la vera conoscenza che i presunti intellettuali e non abbiano in merito delle teorie darwiniane (e non darwiniste) ancora maggiore è l’alone di mistero che è piombato sull’opera in cui Darwin parla dell’origine dell’uomo.

Nel 1882 Charles Darwin muore.

Opere principali e tradotte in italiano.

Viaggio di un naturalista intorno al mondo (1845).

L’origine delle specie per selezione naturale (1859).

Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale (1862).

Variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico (1868).

L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto col sesso (1871).

L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872).

Piante insettivore (1875).

I diversi apparecchi per mezzo dei quali le orchidee vengono fecondate dagli insetti (1877).

Il potere di movimento delle piante (1880).

Le diverse forme dei fiori in piante della stessa specie (1880).

La formazione della terra vegetale per l’azione dei lombrichi (1881).[2]

Tra le altre opere edite in inglese ci sono i volumi di geologia, le monografie sui cirripedi, varie opere sulle piante e svariati altri lavori.

Darwin e l’origine delle specie ovvero la selezione naturale.

 Struttura de L’origine delle specie, ovvero la teoria della selezione naturale.

–          Disegno storico del concetto di origine delle specie.

–          Introduzione.

  1. La variazione allo stato domestico.
  2. La variazione in natura.
  3. La lotta per l’esistenza.
  4. La selezione naturale.
  5. Le leggi della variazione.
  6. Difficoltà della teoria.
  7. Istinto.
  8. Ibridismo.
  9. Imperfezione della documentazione geologica.
  10. Successione geologica degli organismi viventi.
  11. Distribuzione geografica.
  12. Distribuzione geografica (continuazione).
  13. Affinità reciproche fra gli esseri viventi. Morfologia; embriologia; organi rudimentali.
  14. Ricapitolazioni e conclusione.

Idee e dottrine precedenti alla teoria della selezione naturale.

La teoria della selezione naturale nasce in un periodo storico in cui le idee evoluzioniste in generale si erano già fatte strada nella mente di pochi ma autorevoli studiosi. I primi a proporre delle vaghe immagini che potessero rappresentare in modo più o meno chiaro il concetto di evoluzione secondo selezione naturale indipendente da interventi divini erano stati alcuni filosofi greci, in particolare gli atomisti Democrito e Epicuro. Tuttavia, in seguito, anche Aristotele sembra aver adombrato, sebbene in modo tutt’altro che consapevole, uno dei concetti chiave della selezione naturale che, è bene dirlo, è un insieme di assunti e conclusioni e non una sola premessa per un unico discorso. Aristotele viene anche citato dallo stesso Darwin il quale con onestà rara ammette di non aver letto direttamente il filosofo greco ma che, da quel poco che ne sapeva, pareva che lo stagirita avesse, sì, intuito un principio importante (quella della selezione dei caratteri secondo l’utilità) ma non con la consapevolezza sufficiente.

Attorno alla biologia si era accampata una teoria teologia secondo cui tutto il creato era stato generato dal nulla da Dio una volta per sempre. In altre parole, Dio creò gli animali una volta per tutte e nello stesso modo in cui li conosciamo attualmente. La teoria teologica viene generalmente chiamata “creazionismo” che assume:

  1. Tutti gli animali sono stati creati da Dio.
  2. Tutti gli animali sono stati creati da Dio in modo definitivo.
    1. Vale a dire che gli animali non si evolvono.
    2. Tutti gli esseri viventi sono già perfetti nel loro genere.
    3. (a = b).
    4. La distribuzione degli animali nei rispettivi confini geografici è stata determinata direttamente al principio della loro creazione.
    5. La biologia è una scienza puramente sistematica e non ha una dimensione predittiva.

L’idea che tutti gli animali siano creati da Dio è un’assunzione che fonda la sua forza unicamente sull’idea biblica che gli esseri sono venuti ad essere nel momento stesso in cui Dio li creò. Questa visione ingenua era molto radicata nel periodo subito precedente alla teoria darwiniana e lo era tanto che Darwin stesso, prima di pubblicare i suoi lavori, attese di avere degli argomenti e prove talmente solidi dall’essere delle valide alternative alla teoria creazionista.

L’assunzione (1) non determina di per sé anche la seconda, cioè che tutti gli animali sono stati creati da Dio perfetti nel loro genere. Infatti, si potrebbe sostenere un darwinismo moderato (che Darwin prende sempre in considerazione quando deve difendere la propria teoria) secondo cui Dio ha creato solo alcune specie iniziali alle quali è seguita una certa loro modificazione che, però, richiedeva sempre direttamente l’intervento divino. In altre parole, Dio è la causa di ogni forma biologica e di ogni sua variazione. Sebbene questa ingenuità teorica oggi faccia sorridere, essa può vantare diversi validi punti a suo favore: in primo luogo è molto chiara e intuitiva. Una volta assunto il principio (2) non c’è bisogno di andare a trovare eccezioni perché ogni nostra scoperta confermerà la nostra tesi. In secondo luogo è ragionevole, agli occhi di una comunità accademica fortemente improntata dagli insegnamenti morali e religiosi, l’idea che ci sia un unico Dio il quale è causa di ogni avvenimento biologico. In terzo luogo, c’è da dire che la teoria contraria, cioè quella darwiniana, è molto controintuitiva e richiede, per essere creduta, una grande quantità di dati distinti e tutti riconosciuti come veri: gli animali non sono inscrivibili in categorie eterne, la terra ha un’età molto più lunga di quella proposta dalla Bibbia. Il fatto che gli animali non sono parte di categorie fisse sembra un’idea non molto più plausibile della contraria, ma se pensiamo alla nostra concezione “ingenua” degli animali è, generalmente, molto più creduta della concorrente: come si può credere davvero che, poniamo, centomila anni fa non esistevano i cani domestici? La nostra immaginazione si spinge poco lontano e, quando procede oltre, si sente sperduta e ritiene le proprie conclusioni inaffidabili. Per tanto, è molto facile accettare l’idea che gli organismi viventi siano stati creati in un certo modo e una volta per sempre. Anche perché essi sembrano effettivamente molto efficienti in ciò che devono fare: gli uccelli volano, i pesci nuotano etc. e lo fanno in un modo imparagonabilmente migliore di come lo facciamo noi uomini. Questo conduce facilmente all’idea fondamentale, che sta in realtà dietro tutte le assunzioni del creazionismo: la natura non procede a caso ma in modo intenzionale. Ogni essere è determinato in vista di un fine e tale fine sarà ciò che assolverà “secondo la sua natura”. Come si vede, tali argomenti, sebbene fallaci e non suffragati da alcuna prova empirica, sono talmente credibili che ancora oggi sono assunti e difesi da molti.

Una volta che accettiamo che sia Dio stesso ad aver creato tutti gli animali e che questi sono stati concepiti direttamente perfetti per i loro fini fissati dall’intelligente mano di Dio, va da sé che la distribuzione delle forme viventi nel globo terracqueo dipende anch’essa da Dio. Anche questa è un’assunzione del creazionismo che, in realtà, è difficilmente derivabile dalla premessa precedente: possiamo accettare la possibilità secondo cui Dio ha effettivamente creato gli esseri viventi così come sono ma da ciò non segue necessariamente che gli animali sono stati dislocati nel mondo direttamente nell’atto della creazione. Tuttavia, invocando l’evidenza della perfetta aderenza dell’animale nel suo ambiente e della sua straordinaria capacità di riuscire a sopravvivere (in apparenza), va da sé che sembra che l’ambiente sia creato in vista dell’animale e l’animale in vista del suo proprio habitat.

Il punto (4), cioè che la biologia sia una scienza sistematica ma non predittiva, è una conseguenza dei punti (1) e (2): se gli animali non evolvono e se sono stati creati una volta per sempre, allora non ha alcun senso ipotizzare dei cambiamenti in quanto non ce ne saranno e, nel caso, saranno impredittibili, come lo sono i miracoli. Per tale ragione, la biologia può solo limitarsi a categorizzare gli esseri viventi senza indagare le cause che hanno determinato la vita e la sua evoluzione. Un corollario evidente di questa idea è che se la biologia è determinata direttamente da Dio e non segue un’evoluzione di tipo meccanico e secondo principi naturali, allora gli esseri viventi non sono descrivibili secondo le leggi della fisica: essi apparterrebbero ad un ordine di causalità extrafisica gestita direttamente da Dio. D’altra parte, tale idea non doveva essere tanto implausibile per i sostenitori del creazionismo.

La teoria creazionista così presentata include l’idea fissista: il creazionismo è una teoria teologica generale che assume che l’universo è stato creato dal nulla da Dio. Il fissismo, invece, è una concezione della biologia che assume gli esseri come forme in sé perfette e concluse. Abbiamo già esposto tale concezione nella discussione del punto (2) tuttavia gioverà precisare almeno un punto: gli esseri sono perfetti in sé e, magari, imperfetti per sé significa che se considerati indipendentemente da tutto allora sono dotati di tutte le qualità sufficienti alla loro stessa sopravvivenza mentre non lo saranno, magari, in assoluto: ciascun animale è perfetto per il suo ambiente, non per tutti. Un argomento analogo era stato presentato da Cartesio nelle Meditazioni Metafisiche per sostenere la perfezione in sé dell’uomo. Ad ogni modo, per aver chiaro il discorso creazionista, ricordiamo che con “perfezione” si può definire una proprietà di un elemento tale per cui è positiva per quell’individuo.

Abbiamo presentato la teoria creazionista perché può essere di ausilio al fine di ben comprendere contro chi Darwin si riferiva. Il creazionismo non poteva che essere una teoria derivata dalla teologia e, dunque, radicata nella nostra cultura così intrisa di religione. D’altra parte, nel mondo scientifico si stava sempre più facendo strada la necessità di indipendenza, ormai raggiunta appieno da alcune discipline tra cui la fisica in primis. Tuttavia, l’immagine di una natura figlia di Dio e finalizzata verso un obbiettivo inintelleggibile dall’uomo era riuscita a resistere nonostante la vittoria della scienza fisica sulla religione.

I primi a elaborare tesi evoluzioniste, nate proprio per proporre delle teorie che potessero spiegare interamente gli stessi fenomeni del creazionismo con in più una maggiore semplicità e con una certa capacità predittiva, furono proprio i filosofi materialisti dell’Enciclopedia di Diderot e gli altri. Se i filosofi furono i primi ad elaborare delle idee evoluzioniste (ma soprattutto improntate dal progresso), furono discipline come l’economia e alcune riflessioni sulla storia e la società ad essere fortemente importante dall’idea di evoluzione:

Poiché il concetto di evoluzione giocherà un ruolo centrale in tutta la nostra discussione, è importante sgombrare il terreno da alcuni fraintendimenti che hanno reso gli studiosi dei fenomeni sociali riluttanti nell’impiegarlo. Il primo fraintendimento consiste nell’erronea credenza secondo cui si tratterebbe di un concetto che le scienze sociali hanno preso a prestito dalla biologia. Ciò che accadde fu esattamente il contrario, e se Charles Darwin fu in grado di applicare con successo alla biologia un concetto che in gran parte gli derivava dalle scienze sociali (…)[3]

Tale l’opinione autorevole del grande economista Hayek. Ad ogni modo, è molto interessante leggere il Disegno storico del concetto di origine delle speciein quanto Darwin stesso, con l’onestà intellettuale che realmente lo contraddistingue, presenta tutta la letteratura biologica nella quale si poteva ritrovare qualche traccia, anche solo parziale, delle idee che lo condussero alla formulazione della sua teoria. In conclusione, si può dire che Darwin non fu né l’unico né il primo a proporre tesi evoluzioniste, tuttavia, quel che egli ebbe come primato fu riuscire ad elaborare una vera e propria teoria scientifica che fosse in grado di spiegare di più e meglio i fenomeni descritti dalla teoria creazionista e fissista. Inoltre la quantità di dati empirici nonché il rigore delle argomentazioni non lasciano adito a dubbi sul valore unico dell’opera di Darwin.

Discussione generale dei principi fondativi della teoria della selezione naturale.

La teoria della selezione naturale non ammette in sé molti principi, tuttavia, questi sono sufficienti a giustificare la sua intera architettura. Prima di procedere nella disamina, sarà bene dare due premesse del discorso: (1) in questa sede ci interessa ricostruire i principi, vorremmo dire formali, della teoria e non ci interessano particolarmente le evidenze empiriche particolari che, a dire il vero, Darwin presenta ma con moderazione[4]; (2) tali principi sono assunti da Darwin e sono il fondamento “assiomatico” della teoria, però esse non sono sempre dichiarate ma, spesso, è il lettore che le induce dalla lettura.

Il principio più basilare, “pre-biologico”, è l’implicita assunzione di fisicalismo secondo cui “la natura non procede a salti”. Questa massima era già ben conosciuta a tutti i filosofi greci che, per primi, avevano asserito tale principio. L’idea è sostanzialmente che la natura non crea da nulla ma procede secondo cause concatenate. Nulla nasce dal nulla e ritorna nel nulla. Da qui possiamo dire che la biologia procede esattamente come la scienza fisica secondo la quale esistono delle cause dei moti che prevedono il comportamento dei corpi. In ogni sequenza causale, non c’è alcuna creazione arbitraria o causa nascosta o progetto finale giacché, appunto, la natura segue un corso lineare degli eventi.

Il secondo principio, presentato da Darwin più volte, è una massima di generalizzazione: un principio o causa che spinge un animale ad evolversi vale per ogni animale in ogni tempo. In altri termini, non esiste un principio biologico che sia determinato nel tempo e che abbia validità una sola volta. L’idea è intuitiva nel senso che è chiara ma non nel senso di a tutti evidente: sembra essere molto semplice il principio secondo cui la natura (o Dio) procedano per settori, ciò è esattamente ciò che ci appare nella visione corrente del mondo, costruito sulle nostre abitudini mentali e aspettative. Tuttavia, il principio di generalizzazione è molto importante perché consente una storia della biologia altrimenti inconcepibile: se limitiamo le nostre considerazioni al presente o, al massimo, al recente passato (perché duemila anni di informazioni sono un recente passato rispetto alla storia della Terra e della biologia) non ci sarà mai possibile stabilire se le forme viventi abbiano avuto, o no, un’evoluzione e, supposto che l’abbiano avuta, non potremmo mai sapere se gli organismi precedenti godessero, o meno, delle stesse leggi biologico-evolutive di quelli attuali. L’assunzione di generalizzabilità è un principio di induzione che consente di aumentare l’espressività della teoria della selezione naturale in modo molto proficuo, tuttavia, tale assunto, apparentemente molto innocuo e banale, è un grande passo in avanti per la costruzione di una teoria biologica che sia anche valida dal punto di vista della fisica.

Abbiamo, fino ad ora, inquadrato la teoria di Darwin all’interno di un panorama fisicalista ma non dice ancora nulla sulla realtà biologica che è, poi, ciò di cui ci interessa parlare. Il terzo principio è una delle basi su cui si fonda l’assunzione dell’esistenza di una selezione naturale: se l’uomo seleziona gli animali in modo che questi risultino più utili agli scopi dell’uomo a maggior ragione la natura seleziona gli organismi in base al loro adattamento. Questa analogia sembra debole: in fondo, non si vede perché debba valere un principio così ristretto come la selezione artificiale su scala generale. In realtà, ciò che ci deve interessare non è il modo di selezione quanto la selezione in se stessa. Ciò che Darwin vuol dire è proprio che se l’uomo è in grado di determinare una certa variazione a degli organismi con certi sistemi a maggior ragione tale potenzialità è implicita in ogni organismo: come potrebbe l’uomo plasmare le specie a suo uso e consumo se già queste specie non potessero consentire una selezione in base alla loro evoluzione nel tempo? Questo è il punto. Ciò che cambia, naturalmente, è il modo: l’uomo seleziona in base ad un suo fine specifico, la natura seleziona in base ad altri principi. Dunque, ripetiamolo: se l’uomo seleziona gli animali in modo che questi risultino più utili a maggior ragione lo potrà fare la natura. Dunque, gli animali consentono una variazione su più generazioni e una rispettiva selezione. Se questo vale nel caso della selezione artificiale a maggior ragione deve valere per tutto il complesso dei viventi.

Assunto che ci siano delle proprietà universali e necessarie della biologia, cioè valevoli in ogni tempo e in ogni dove, assunto che le proprietà biologiche valide per un solo animale vale per tutti i viventi e che la natura può, in qualche modo, selezionare i viventi adesso possiamo introdurre il motivo di tale selezione. Il motivo, cioè la causa reale (non di principio), della selezione naturale fu offerta a Darwin dalle teorie economiche di Malthus. Il problema dell’economista era spiegare il fenomeno del ciclo di crescita e decrescita della popolazione umana ed egli la spiegava così: la quantità di beni presenti in un luogo non è in relazione biunivoca con la quantità di uomini presenti nel territorio. In particolare, la quantità dei beni cresce secondo una progressione numerica (1, 2, 3, 4… ) mentre la quantità di uomini cresce secondo una progressione geometrica (2, 4, 8, 16…). Di conseguenza, nascono molti più uomini di quanti non se ne possano sfamare e da ciò nascono i periodi di carestia e di benessere: il benessere nasce da una relazione sostenibile tra gli individui e le risorse ma l’equilibro, a seguito dell’aumento sconsiderato da parte degli individui, si rompe a sfavore di questi ultimi che devono accontentarsi sempre di meno. Tanto più il tempo avanza e tante più generazioni seguono e maggiore sarà lo squilibrio tra la quantità di risorse e il numero di persone che potranno vivere grazie. Il risultato finale è la carestia o la catastrofe (pestilenze, instabilità sociale etc.). Da questo discorso Malthus traeva la conclusione che era giusto che i poveri morissero. Darwin generalizza questo discorso (vorremmo dire proprio grazie all’assioma di induzione su presentato, implicitamente accettando l’idea che l’uomo sia a tutti gli effetti come un animale. Idea, questa, che Darwin proporrà ne L’origine dell’uomo) e lo applica all’intero insieme degli esseri viventi: tutti i viventi hanno necessità di sostentare attraverso dei mezzi, tali mezzi sono minori rispetto alla quantità di viventi che esisono di conseguenza tutti gli organismi viventi devono lottare per la sopravvivenza. Tuttavia, essendo l’insieme delle risorse minore dell’insieme dei viventi, va da sé che l’insieme dei superstiti deve essere pari e non maggiore dell’insieme dei mezzi di sostentamento. Conclusione, ci sarà un insieme molto vasto di animali che moriranno.

Diversamente, in conformità al principio dell’accrescimento del numero in ragione geometrica, in breve giungerebbe ad una così disordinata sovrabbondanza numerica da non poter esser sostentato da nessun paese. Quindi, siccome nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere, in ogni caso vi deve essere una lotta per l’esistenza, sia tra individui della stessa specie sia tra quelli di specie differenti, oppure con le condizioni materiali di vita. E’ questa la dottrina di Malthus in un’energica e molteplice applicazione estesa all’intero regno animale e vegetale. Infatti, in questo caso, non vi può essere né un incremento artificiale della quantità di alimenti, né un’astensione a scopo prudenziale del matrimonio. Sebbene attualmente alcune specie stiano aumentando più o meno rapidamente di numero, non tutte possono farlo perché il mondo non potrebbe mantenerle.[5]

Da ciò nasce il “teorema” secondo cui ogni organismo lotta per l’esistenza sia intraspecie che interspecie: nella savana, ad esempio, non solo le antilopi devono riuscire a non farsi mangiare dai leoni, ma pure a soddisfare i propri bisogni rispetto alle concorrenti della loro stessa specie. La sopravvivenza non è solo il sussistere nel mondo, ma anche la possibilità di procreare: questa seconda accezione del concetto è una conseguenza del fatto che se tutti gli organismi di una data specie muoiono anche la specie stessa termina. Si tenga presente che la descrizione in termini di categoria è solo metaforica: non esiste un interesse di specie se non come somma degli interessi individuali. La favola delle api di Mandeville esprime pienamente il concetto: solo attraverso l’egoismo individuale si realizza il benessere della collettività. Così nessun organismo si preoccupa della sua categoria generale, ma si sforza in ogni modo di sopravvivere e attraverso ciò fa anche l’interesse della sua specie. Per citare le parole di Darwin:

Talora le affinità tra tutti gli esseri della stessa classe sono state rappresentate come un grande albero. Ritengo che questa analogia sia vicini molto alla verità. I ramoscelli verdeggianti e ricoperti di gemme possono rappresentare le specie esistenti, mentre i rami spuntati in ciascuno degli anni precedenti rappresentano la lunga successione delle specie estinte. In ciascun periodo di crescita tutti i rami in via di sviluppo hanno cercato di espandersi in ogni direzione e di sovrastare ed uccidere i germogli ed i rami circonvicini, nello stesso modo in cui le specie ed i gruppi di specie hanno cercato di sopraffare le altre specie nella grande battaglia per la vita.[6]

Dunque, se è vero che ciò che vale per un singolo organismo vale anche per tutta la specie a maggior ragione  la lotta per l’esistenza riguarda l’intero regno degli esseri viventi. Tuttavia, fin qui abbiamo posto le basi per ciò che sarà il passo successivo: le premesse pongono solo che a tutti gli esseri si sforzano di sopravvivere e che alcuni non ce la fanno nella difficile lotta per l’esistenza. Tuttavia, ciò potrebbe essere ancora in accordo con la teoria creazionista: una selezione puramente cieca che mantiene intatte le categorie potrebbe essere ancora accettata dalla teoria fissista, d’altra parte, non è necessario che ad una selezione segua una qualche evoluzione. Immaginiamo di essere in un supermercato e che le industrie non chiudano mai e siano sempre le stesse: i prodotti che sceglieremo di volta in volta sono sempre gli stessi e l’operazione si può reiterare un numero indefinito di volte senza che la nostra scelta implichi una qualche variazione dei prodotti. Allo stesso modo, potremmo pensare al mondo degli organismi. Così non è. Bisogna, dunque, assumere che gli organismi, tutti, abbiano in loro la capacità di variare le proprie caratteristiche, sia quelle strutturali che quelle più superficiali. L’evoluzione, cioè, non si limita a modificare il pelo del cane, ma può cambiare anche la forma delle ossa o la grandezza e così via. Dunque, è necessario assumere che esista una qualche capacità di mutare degli organismi. Questa, al tempo di Darwin, era una vera e propria assunzione non fondata su evidenze empiriche schiaccianti: bisogna pensare che gli scritti di Mendel furono letti addirittura agli inizi del novecento, benché Mendel fosse coevo di Darwin, e che la scoperta del DNA è della seconda metà del novecento. In questo Darwin fu davvero geniale.

Solo a questo punto si può incominciare a intravedere la dimensione più dinamica e profonda della teoria: gli organismi lottano per l’esistenza, vengono selezionati e sono capaci di mutare. Il passo successivo, tutto sommato, era il meno impegnativo: una volta fatta strada e accettata la proposizione “tutti i viventi mutano” e “tutti gli esseri viventi lottano per l’esistenza” è facile accettare l’idea che se esiste una qualche selezione, questa possa avvenire in base ad un qualche principio di utilità. Ed è così, infatti. Immaginiamo che ci siano degli animali che, mutando, acquisiscano una caratteristica favorevole sugli individui della stessa specie: va da sé che essi hanno maggiori possibilità di sopravvivere. Questo è talmente intuitivo che, adesso, risulta davvero banale. Se avere un collo lungo consente di mangiare lo stesso cibo dei propri simili e anche quello che non possono raggiungere allora sarà un bel vantaggio per l’animale avere tale caratteristica, specie quando le risorse scarseggiano. Allo stesso modo deve valere per le altre caratteristiche, siano esse strutturali che non.

Ma queste mutazioni hanno un senso solo nella misura in cui esse possono essere conservate. Darwin assume che solo le mutazioni utili per la specie si conservano e questo merita qualche parola. Non avvengono solo mutazioni semplici e, questo, anche Darwin lo sapeva. Però se una mutazione è sconveniente significa che un organismo mutato in modo negativo avrà meno probabilità di sopravvivere e replicarsi rispetto ad uno simile ma non mutato. Di conseguenza, la quantità di esseri che erediteranno la variazione negativa saranno progressivamente di meno e sempre più svantaggiati in quanto avranno da competere non solo con gli organismi dai quali sono partiti ma anche da quelli che, invece, avranno avuto una mutazione favorevole. Dunque, gli organismi negativamente mutati si estingueranno molto in fretta. L’incontrario è altrettanto valido: se un essere acquisisce una variazione favorevole avrà più probabilità di sopravvivere (per le identiche ragioni per cui l’altro soccombeva) e di avere una progenie. Darwin assume che tali variazioni sono ereditarie e cumulative. Solo così si possono spiegare le grandi varietà di organismi viventi e la loro alta specializzazione: solo un organo complesso come gli occhi deve aver richiesto un tempo enorme per consentire di selezionare solo gli animali aventi determinate caratteristiche del bulbo oculare, della retina etc. e trasmetterle alla propria progenie e così via. Dunque, le variazioni ci sono e insieme alla selezione naturale determinano l’evoluzione degli organismi viventi.

Se questa è l’intelaiatura fondamentale della teoria della selezione naturale, bisogna spiegare allora perché il titolo completo dell’opera fosse L’origine delle specie ovvero la teoria della selezione naturale. Fino a qui, infatti, abbiamo parlato solo della teoria, ma Darwin aveva anche un secondo scopo: dimostrare che le specie si sono differenziate da antenati comuni. Adesso, forse, sarà più chiaro il motivo. Se alcune specie sono sicuramente mutate da altre fino a diventare indipendenti dai lontani predecessori, c’è da pensare che tutte le specie abbiano antenati comuni dai quali si sono progressivamente differenziate. Questo è un punto fondamentale. Si può procedere benissimo a ritroso. Se le specie attuali sono molto ben adattate, sebbene non esista anche solo una specie che sia dotata di ogni qualità tale per cui non ha da variare ancora in meglio, e se le specie variano per natura e si selezionano in base alla mano invisibile della natura stessa allora devono esistere delle specie precedenti le quali hanno generato quelle attuali. Tuttavia, le più antiche dovevano essere meno specializzate e più semplici di quelle presenti oggi in quanto la selezione naturale ne ha decretato l’estinzione. Inoltre, se la selezione avviene secondo un criterio di scelta che tende a determinare l’esistenza del più adatto (che è più complesso e specializzato del predecessore per le ragioni che più sopra abbiamo addotto) allora tanto più si torna indietro nel tempo e tanto più le categorie degli organismi dovevano includere elementi più semplici e dai caratteri meno specifici. Più semplici significa che erano composti di parti meno organizzate e armonizzate di quelli degli organismi attuali. Mentre i caratteri altamente specifici sono quelle qualità che hanno una funzione unica ma molto efficace: i denti sono molto specifici perché fanno una sola cosa e sono molto utili proprio perché selezionati per masticare. Dunque, Darwin propone una ricostruzione dell’intero sistema delle scienze biologiche che tenga presente l’evoluzione delle specie da un antenato comune dal quale tutte si sono progressivamente diramate.

Siamo finalmente giunti al termine dell’intelaiatura generale, la struttura generale della teoria dell’evoluzione naturale esposta da Darwin nel grandioso L’origine delle specie, ovvero la teoria della selezione naturale. Non ci rimane che riportare i principi fondamentali in modo da definirli in modo sistematico.

  1. La natura non procede a salti.
  2. Se una principio biologico vale per un organismo allora vale per tutti gli organismi.
  3. Se l’uomo seleziona gli organismi in base all’utilità allora anche la natura seleziona gli organismi in base a qualche principio di utilità.
  4. Gli esseri viventi crescono in progressione geometrica mentre le risorse crescono in progressione numerica.
  5. Gli organismi tendono a mutare spontaneamente.
  6. Le variazioni positive sono ereditarie.
  7. Le categorie biologiche seguono una ramificazione da categorie di organismi più semplici e di numero elevato verso categorie di animali più complessi di numero ristretto.

Prima di terminare questo capitolo vogliamo concludere osservando come la teoria della selezione naturale riesca a dare una spiegazione causale dei fenomeni biologici senza far appello a atti creativi divini e all’esistenza di un regno di entità che non faccia parte del normale mondo fisico, descritto e spiegato interamente dalle leggi della natura. Oltre alla spiegazione causale che consente margini di predittività in linea di principio (giacché, in via di fatto, con gli strumenti di allora era ben difficile operare esperimenti di conferma ad una teoria che richiede intere generazioni di individui per esser messa sul serio alla prova) la teoria della selezione naturale ha anche il pregio di consentire una classificazione dei viventi che tenga conto delle reali connessioni di somiglianza di famiglia seguendo il percorso dell’ereditarietà di una data caratteristica saliente. Darwin, dal grande studioso qual’è, indica diversi criteri per rintracciare qualità importanti ai fini classificatori per poi produrre una sistemazione generale di tutto il regno degli organismi viventi. Il creazionismo era una teoria più pesante, meno espressiva e meno potente ecco perché tutti non possiamo che essere dei darwiniani.

Il mondo evolutivo: spazio, tempo, eventi biologici.

Posti i principi della teoria della selezione naturale, possiamo ora dare una ricostruzione ragionevole di quelli che sono gli eventi descritti e spiegati dalla teoria. In un secondo momento, partendo proprio dalle considerazioni fatte, analizzeremo l’importanza dello spazio e del tempo.

Gli organismi tutti, flora e fauna, sono una serie di specie che si sforzano di sopravvivere. Gli individui organici sono delle “macchine automatiche programmate per sopravvivere”. Questa definizione di lotta per l’esistenza è migliore rispetto ad una che faccia ricorso alla parola “lotta” in quanto questa implica un qualche processo intenzionale, consapevole o, almeno parzialmente, volontario. Come è stato detto, la differenza tra la selezione naturale e quella artificiale è riducibile al fatto che gli uomini selezionano secondo intenzioni quelle che saranno le caratteristiche utili. La natura, invece, non segue un percorso di progressione intelligente pre-programmata ma determina di volta in volta quelli che sono gli individui più adatti. Questo processo di eliminazione avviene per via della concorrenza reciproca che si sviluppa automaticamente dalla sovrabbondanza di organismi in un determinato spazio, sia di stessa specie che di diversa specie. La competizione e la diffusione degli organismi è relativa al rapporto tra lo spazio e la quantità delle risorse che corrisponde alla potenzialità del territorio di consentire la vita. Assumendo il principio maltusiano arriviamo alla definizione di lotta per l’esistenza.

La selezione naturale è automatica, non intenzionale, non cosciente e non aderente ad alcun progetto ulteriore. Come abbiamo mostrato, l’evoluzione tende a determinare la sopravvivenza del più adatto che non implica che il più adatto sia anche dotato di ogni qualità positiva che lo rende idoneo a sopravvivere in ogni territorio distinto. Non esiste alcun organismo che non sia ulteriormente perfettibile, il punto è, però, che esistono effettivamente degli esseri più adattati di altri ad un particolare ambiente. Da ciò, possiamo dedurre che l’evoluzione segue dei percorsi altamente contestuali e conduce a variazioni specifiche: in primo luogo, due classi di individui di stessa specie che si trovino isolati in distinte regioni naturali evolveranno molto più velocemente che se posti nella medesima sezione spaziale. Ciò per due ragioni: (1) primo perché a concorrenti diversi corrisponderanno caratteristiche utili diverse, (2) secondo perché a regioni diverse di spazio l’isolamento tra le due categorie tenderà a differenziare maggiormente le caratteristiche delle due categorie di viventi. Il motivo per cui a concorrenti diversi corrisponderanno caratteristiche utili diverse è facilmente inteso si pensa ad uno stesso erbivoro che deve sopravvivere a due diversi tipi di predatori: la selezione naturale automatica determinerà le caratteristiche utili per ciascun caso. Darwin si ripete più volte sul fatto che il clima influisce meno di quanto si pensi sulla divergenza dei caratteri ma lo fa molto più la concorrenza di diverse specie e l’isolamento dei territori. Si diceva, appunto, che tale isolamento di medesime categorie animali comporta un grande differenziamento di caratteristiche. Ebbene, il motivo è che la selezione è cumulativa e a carattere utile si somma carattere utile e, qualora si ponesse una qualità particolare e particolarmente vantaggiosa in una serie di esemplari di una stessa specie separati dalla medesima specie in un’altra regione, allora la selezione tenderà a selezionare caratteristiche cumulative rispetto a quel carattere particolare. In questo modo gli organismi diventano sempre più specifici e differenziati e tale meccanismo è altamente utile alla specie giacché tanto più gli organismi sono complessi e con un’organizzazione delle parti molto specifica quanto più saranno in grado di sopravvivere alle generali caratteristiche del luogo, definite secondo parametri di clima, concorrenza e dislocazione delle risorse.

La capacità della selezione naturale di determinare individui dalle caratteristiche vantaggiose è mostrato dalla sua potenziale illimitatezza: se l’uomo non può selezionare gli organi interni degli animali, ciò è alla portata della selezione naturale che, d’altra parte, lavora su tempi lunghissimi e su una grande quantità di generazioni di organismi. Di conseguenza, la selezione naturale conduce ad una scelta (inconsapevole) efficiente di quelle caratteristiche (interne o esterne, essenziali o inessenziali) che risultano anche in maniera leggermente utile alla specie in generale. In questo, studi recenti hanno dato prova che Darwin si sbagliava, dimostrando pienamente come il naturalista abbia costruito una teoria falsificabile: c’è accumulo anche di caratteri non necessariamente utili o solo in modo latente ma senz’altro non c’è somma di qualità negative. La selezione naturale, dunque, conduce alla selezione del più adatto, non necessariamente del più forte o del più grande. Questo fraintendimento è legato a certe teorie, il così detto Darwinismo sociale, che non ha molto a che fare col pensiero di Darwin de L’origine delle specie.

Organismi estremamente semplici si evolvono grazie all’accumulo di proprietà individuali utili. In generale, esistono due generi di selezione: quella naturale e quella sessuale. La selezione sessuale è il sistema di decisione secondo cui gli organismi scelgono il proprio partner. Stando alla teoria darwiniana, non bisogna mai pensare all’evoluzione biologica né a livello individuale né a livello di specie e varietà, come ad un fatto generato spontaneamente o indirizzato da una qualunque forma di volontà: tutto il meccanismo naturale si fonda su uno sviluppo automatico e non intenzionale. La scelta del partner è guidata da caratteristiche che vengono riconosciute come salienti rispetto ad altre. L’idea è molto semplice: le femmine non scelgono il loro partner senza qualche genere di ragione che non possa tornare utile alla specie in generale. La selezione sessuale può condurre, però, alla selezione di caratteristiche utili esclusivamente per la cernita del partner ed è il caso di molte qualità visibili degli animali come il colore o la presenza di corna etc.. La selezione sessuale è fondamentale soprattutto nell’evoluzione di organismi complessi ma è comunque meno potente della selezione naturale giacché solo quest’ultima determina in modo netto e definitivo quali siano gli organismi effettivamente adatti in un particolare ambiente.

Una volta selezionata una caratteristica utile, tramandata alla specie, ecco che questa stessa qualità tende a far sì che l’evoluzione di tale specie selezioni delle caratteristiche che tendano a gravitare attorno a quella prima proprietà utile. Questo è dovuto al principio che Darwin chiama “divergenza dei caratteri”. La divergenza è dovuta alla presenza di una caratteristica saliente in organismi di stessa specie ma distanti nello spazio: questi due gruppi di esseri tenderanno ad accumulare qualità diverse proprio in virtù di quelle variazioni che le avevano distinte in un primo tempo. Il punto è che una volta differenziato un insieme ristretto di organismi di stessa specie, la selezione tenderà a scegliere le caratteristiche utili in base a quella stessa modificazione e, per ciò, la loro differenziazione risulterà essere tanto più veloce. In base a questo principio si spiega come esistano degli esseri viventi tanto diversi per proprietà anche strutturali pur essendosi generati da progenitori comuni e questo si verifica tanto più spesso quanto più esiste una barriera fisica che distingue i due gruppi.

La selezione naturale determina l’esistenza degli individui più idonei secondo le loro qualifiche fisiche relazionate all’ambiente. L’evoluzione sarà indirizzata sia dalle caratteristiche del territorio (clima, distribuzione delle risorse), sia dalla presenza di animali concorrenti e pure dalla selezione sessuale. Esistono almeno tre principi generali che si possono validamente applicare all’evoluzione biologica: (1) lo sviluppo degli organismi segue percorsi contestuali e varia in base alle caratteristiche degli organismi, filtrati attraverso la selezione naturale e quella sessuale, (2) la presenza di concorrenti di altre specie indirizza in modo decisivo l’evoluzione giacché le relazioni con eventuali predatori o concorrenti implica la preferenza, dal punto di vista dell’utilità, di qualità diverse, cioè a specie rivali servono caratteristiche diverse, (3) esiste una lotta interna alla stessa specie non solo per le risorse ma anche per la riproduzione, questa viene regolata dalla selezione sessuale.

Fino a questo punto abbiamo dato un’immagine di quella che è la teoria della selezione naturale degli organismi. Una delle obiezioni forti era che la difficoltà a pensare a comportamenti di gruppo, che richiedono la coordinazione di più individui. Questa straordinaria complessità pareva difficile da spiegare in base alla sola selezione naturale: alcuni comportamenti animali sembrano richiedere intenzionalità e volontà nonché cooperazione, tutti elementi esclusi dal panorama della spiegazione della teoria della selezione naturale. In realtà, Darwin mostra molto bene sia con il caso delle api che delle formiche, come attraverso un lungo processo evolutivo, cioè di molte generazioni da cui vengono selezionate caratteristiche salienti sempre più complesse, come alcuni comportamenti finalizzati esclusivamente al bene comune, siano effettivamente riducibili ad azioni non intenzionali. In altri termini, la selezione naturale è un principio di scelta di individui tali per cui anche caratteristiche utili in termini generali possono diventare vincenti all’interno del giusto territorio e dei giusti concorrenti. Così anche quelli che Darwin chiama con una parola poco adeguata “istinti”, possono essere ben spiegati con i pochi principi proposti dalla teoria: selezione naturale, divergenza dei caratteri e accumulo ereditario di caratteristiche utili[7]. Il comportamento complesso di un animale sembra determinato dall’indole stessa dell’animale che “sceglie” di agire in un modo piuttosto che in un altro. In realtà, gli organismi in generale agiscono in base a quelle caratteristiche pre-selezionate dall’evoluzione e dal cui risultato dipende la sopravvivenza della loro specie al presente. I comportamenti utili vengono selezionati al pari delle caratteristiche fisiche. In questo senso, un cane può essere selezionato in modo che esegua il comando di riporto in modo del tutto inconscio e automatico così come un bambino della specie umana impara a stare su due gambe o a camminare. Questo aspetto è interessante: in base alla selezione possiamo determinare non solo le caratteristiche puramente fisiche di un essere ma anche il suo modo di pensare e agire. Non c’è dubbio, infatti, che a determinate abilità comportamentali seguano delle variazioni nel centro di elaborazione di informazione dell’animale stesso. Di conseguenza, si può adesso avere un’idea di quanto grandiosa possa essere la potenza dell’evoluzione giacché non solo determina le caratteristiche fisiche in grado di far sopravvivere un individuo nel mondo (qualità che devono rispettare le leggi della fisica e già questo la dice lunga sul grado di restrizione a cui vanno i futuri organismi, tenuto conto, per esempio, che ci sono batteri in grado di resistere a temperature vicine ai cento gradi centigradi), ma anche le stesse possibilità di azione e scelta dell’animale. In altre parole, l’organismo non è solo determinato nella deambulazione dalle sue caratteristiche fisiche, ma anche ciò che tenterà di fare girovagando sarà determinato quasi interamente dalla selezione naturale: “L’adagio «Natura non facit saltum» è tanto valido per gli istinti quanto lo è per gli organi corporei[8]”.

Uno dei punti che può sfuggire ad una persona che, come tante, non ha avuto accesso diretto alle opere del Nostro naturalista, è che con molti con “selezione naturale” giustificano i fenomeni più disparati come, appunto, i criteri di scelta degli animali evoluti piuttosto che la loro deambulazione. In realtà, con “selezione naturale” si suole intendere tutto l’insieme delle caratteristiche salienti già determinate dall’evoluzione passata di quella determinata specie. In altre parole, “selezione naturale “ diventa un nome di categoria per indicare fenomeni alquanto diversi e di cui si dovrebbe, piuttosto, tener maggiormente conto. Questa ingenuità, tuttavia, in Darwin è assente ed è sempre molto preciso nelle spiegazioni dei principi di fondo da cui una data specie ha elaborato determinati comportamenti  o caratteristiche.

Per concludere questa sezione, possiamo ricordare un’immagine che Darwin stesso proponeva: bisognerebbe pensare agli animali come compressissimi meccanismi da cui cercare di trarre il funzionamento piuttosto che concepirli come singoli individui già in sé perfetti e conclusi, frutto di una creazione unica e definitiva ma di una lenta costruzione storica.

Lo spazio e il tempo hanno pesi diversi nella teoria della selezione naturale. Lo spazio rappresenta la sorgente del problema da parte dei singoli organismi, vale a dire che in base al territorio gli esseri devono fare i conti sia con la dislocazione delle risorse fisiche energetiche, sia degli spazi vitali propri, sia degli organismi concorrenti che, caratteristica importante da tener presente, dello spazio di espansione potenziale. Al principio, in un territorio deserto ma ricco di risorse, una specie tenderà a espandersi lungo tutta l’ampiezza del terreno a sua disposizione per concentrarsi nelle zone maggiormente ricche di risorse e via via diminuire fino a lambire i limiti dello spazio disponibile. Il caso del deserto rappresenta bene questo genere di territorio estremo e marginale nel quale, tuttavia, la vita riesca ad entrare, sebbene in numero considerevolmente ridotto. Una specie sarà tanto più diffusa in un vasto territorio quanto più essa è semplice, in modo tale che le sue caratteristiche aspecifiche lo conducano ad una rapida evoluzione verso le qualità migliori per un determinato ambiente. Una volta evolutesi, gli individui evoluti tenderanno a soppiantare i progenitori in modo simile alla televisione digitale rispetto al vecchio tubo catodico: il primo ha tutte le caratteristiche del primo ma con altre qualità che lo rendono preferibile. La conseguenza è che specie altamente complesse tengono, sì, a determinare l’estinzione delle specie meno evolute, ma pure che le specie più meno complesse siano anche quelle diffuse in uno spazio enorme. Un caso chiaro è quello dei batteri che, pur essendo degli organismi piuttosto semplici, sono praticamente ovunque. Un’altra specie molto diffusa è il topo o il piccione. Il punto non è che non ci siano differenze di varietà tra topi quanto che la loro specie sia diffusa ovunque sia l’uomo (cioè quasi da per tutto, purtroppo).

Siccome ogni regione sovraffollata la selezione naturale opera necessariamente conferendo alle forme selezionate qualche vantaggio sulle altre forme nella lotta per la vita, nei discendenti perfezionati di una specie qualunque si troverà una costante tendenza a soppiantare e sterminare, in tutti gli stadi genealogici, i predecessori ed i progenitori. Infatti si deve ricordare che la competizione sarà in generale molto più aspra tra le forme più strettamente affini fra di loro quanto ad abitudini, costituzione e  struttura.[9]

La teoria della selezione naturale mostra come il “tempo” sia relativo a due fatti distinti ma uniti per un principio più generale: le generazioni di figli e le ere geologiche. In realtà, il tempo della selezione naturale è relativizzato alla quantità di generazioni di una determinata specie. Senza specie non c’è generazione e senza generazione non ha senso parlare di evoluzione. Il tempo dell’evoluzione segue direttamente la quantità di generazioni di una determinata specie giacché in base ad esse si determinano le variazioni utili, neutre e negative per quella categoria di organismi. La generazione degli individui determina la stessa vitalità e forza della loro categoria giacché una specie che ha elementi sterili è destinata all’estinzione. In questo senso, il tempo è relativizzato: abbiamo specie altamente evolute e specie meno evolute sebbene tutte esistano nel medesimo tempo assoluto che può essere inteso come il tempo dell’era geologica. D’altra parte, l’importanza dell’era geologica è determinata anche dal fatto che esse, conservando una minima parte degli organismi estinti o deceduti, ci consente di datare il periodo del ritrovamento e situare nel tempo una determinata specie o generazione di esseri. Il tempo di una specie potremmo dire che è definito da almeno due valori: il primo è il numero di generazioni, il secondo è il tempo che occorre all’individuo della specie a figliare. La gestazione degli elefanti è di due anni, una delle più lunghe, di conseguenza il tempo per produrre un’intera nuova generazione è molto lungo rispetto a quello dei gatti (che vanno in calore due volte l’anno e, di conseguenza, hanno una velocità doppia di riproduzione rispetto agli elefanti e, dunque, tenderanno ad evolversi più velocemente).

Si può dire che il tempo sia una caratteristica secondaria dell’evoluzione, se si rapporta alla complessità dello spazio. Gli eventi biologici sono più determinati dalle condizioni generali di un territorio e dei concorrenti presenti su di esso piuttosto che dal tempo che occorre per la loro selezione. Questo ci fa capir bene quanto lungo sia il processo evolutivo e quale possa essere il prezzo da pagare per ciascuna specie per la sua stessa evoluzione positiva. Infatti, l’errore dei creazionisti è pensare ai ritmi naturali in base alla loro limitata immaginazione spaziale e temporale: per elementi tanto complessi come sono gli organismi viventi, costretti a vivere in un mondo nel quale devono lottare per qualunque azione, sia essa la sopravvivenza piuttosto che la procreazione; occorre un tempo enorme per selezionare quelle caratteristiche che possono risultare vincenti.

Noi non possiamo affatto notare lo sviluppo di questi leggeri cambiamenti, prima che la lancetta del tempo abbia segnato il trascorrere di intere ère; ed anche allora la nostra capacità di osservare le lunghe ère geologiche del passato è talmente imperfetta, che ci accorgiamo soltanto che, attualmente, le forme di vita sono diverse da quelle che erano un tempo.[10]

Proprio perché la selezione naturale segue principi non intelligenti non ci si può aspettare che la qualità migliore per un determinato organismo o, in generale, per tutta la specie, in un dato territorio sia spontaneamente attivata. Inoltre, se tale caratteristica fosse molto complessa (come lo sviluppo di un cervello straordinario come quello umano) richiederebbe un tempo lungo perché l’intero organismo dovrebbe modificarsi: uno dei corollari della divergenza dei caratteri è proprio che le caratteristiche salienti determinano sempre delle altre variazioni nella struttura globale di un individuo. In questo senso, ciascuna parte dell’essere vivente è strettamente relazionata alle altre e alla variazione dell’una segue la variazione dell’altra, anche se solo in piccola misura.

Il valore del “caso” nella teoria della selezione naturale.

Il concetto di “caso”, è senza dubbio molto confuso più o meno in qualunque mente sana che non abbia approfondito l’analisi sotto un profilo normativo-filosofico o scientifico-matematico. In questa sede, ci interessa comprendere in che senso la selezione agisca a caso e in che rapporto questo “caso” entri con il risultato della selezione stessa.

Quando diciamo che un evento è casuale intendiamo spesso fatti o azioni del tutto contraddittorie col la definizione rigorosa di “caso”. Con esso, infatti, intendiamo indicare:

  1. Un’azione umana non è prevedibile.
  2. Un’azione animale non è prevedibile.
  3. Un’azione naturale non è prevedibile.
  4. Un’azione naturale qualunque (incluse le azioni umane) ammettono almeno due tipi di spiegazioni.
  5. Un’azione poteva non accadere.
  6. Un’azione non era intenzionalmente determinata.

Se andiamo a ben vedere, tutte queste definizioni catturano un aspetto parziale della parola che, dunque, è quanto meno ambigua. In ogni caso, possiamo cercare dei criteri più restrittivi che possano dare anche un barlume di coerenza alla nostra definizione.

Un evento o azione casuale è un fatto non intenzionalmente determinato compiuto da parte di un soggetto. Un esempio può essere la caduta della tegola di Ben Hur: la sorella di Ben Hur non aveva l’intenzione di far cadere la tegola in testa al romano quanto semplicemente di appoggiarvisi. Di conseguenza, l’evento della caduta della tegola era casuale perché non intenzionale. Questo non significa che l’evento non era causalmente determinato dalle leggi fisiche, quanto il fatto che esso non era il frutto di un’azione premeditata, ovvero di una decisione consapevole da parte del soggetto. In questo senso “caso” assume il valore di evento intenzionalmente non desiderato ma accaduto.

In filosofia, così come in fisica, è sempre bene cercare di mantenere distinto il linguaggio dall’oggetto che con il linguaggio si vuole raggiungere: noi parliamo sempre con parole di parole grazie alle quali afferriamo qualcosa del mondo. Tuttavia, quando facciamo dei costrutti teorici dobbiamo cercare di mantenere ferma questa distinzione. Nel caso di teorie un “caso” è un evento che ammette almeno due spiegazioni e, cioè, diventa imprevedibile in modo univoco. In questo senso, il caso si lega al concetto di imprevedibilità senza escludere il principio di causalità fisica richiesta da una qualunque spiegazione fisicalista rigorosa. Il problema è che questa imprevedibilità teorica consente di pensare al caso proprio in termini di imprevedibilità sistemica. In questo senso ha senso di parlare di caso? In un certo senso si giacché non è tanto un problema di ignoranza contingente (cioè di un’apparenza di caso) quanto di una pluralità di spiegazioni nessuna più forte dell’altra.

Spesso si dice che gli eventi casuali sono tutti quegli accadimenti naturali imprevedibili, capaci di suscitare la nostra curiosità proprio in virtù del fatto che accadono piuttosto di rado. Per esempio, un’eruzione vulcanica come quella del monte islandese si considera un “caso” proprio in virtù dell’estrema estemporaneità del fenomeno. Questo senso di “caso” non si può accettare in una trattazione più rigorosa perché, di fatto, riguarda solo la nostra percezione del mondo e di quello che noi ci aspettiamo da essa. Il punto è che le nostre aspettative non seguono spesso il funzionamento del mondo. I fatti della teoria della relatività non sono affatto intuitivi e sono assai fuori dall’ordinario ma non per questo diciamo che siano causali, cioè privi di cause. Un discorso più complesso sarebbe quello della fisica delle particelle sub-atomiche, ma, in questo caso, si tratta di un problema di casualità sistemica della teoria piuttosto che di una casualità nel genere di aspettative che nutriamo intorno agli avvenimenti di quel regno strano che è l’universo delle particelle.

Stesso vale per le azioni del regno animale: il fatto che gli esseri violino le nostre aspettative nel loro comportamento o si discostano da quella che noi assumiamo essere una regola, acquisita dall’osservazione di una ripetizione nel loro stesso agire, non implica che tale comportamento sia “casuale” nei due sensi rigorosi che abbiamo visto: in primo luogo, non abbiamo motivo di pensare che un animale possa agire in modo intenzionale simile a quello di un uomo; in secondo luogo, sappiamo che ci sono dei motivi fisici (cause fisiologiche, genetiche, fisiche etc.) che determinano il suo comportamento e, dunque, non abbiamo ragione di supporre che ci siano più spiegazioni valide per uno stesso fenomeno.

In fine, il fatto che un’azione poteva non accadere, ammesso che sia così, non implica che esso fosse casuale: se ha senso proferire enunciati modali come “è possibile che domani non vada a lezione” ciò non significa che esso sia un caso qualora domani non vada effettivamente a lezione. In altre parole, esprimere proposizioni con operatori modali non significa dire che il loro significato implichi la presenza del caso: se è vero che domani è possibile che non vada effettivamente a lezione, non significa che se non ci vado era un puro caso. Semplicemente, non c’è nessun obbligo logico (a priori) e fisico (a posteriori) che stabilisca che il fatto accidentale di andare a lezione sia anche il frutto del caso se accade o se non accade. La contingenza di un fatto è una condizione necessaria ma non sufficiente per la presenza di un evento casuale.

Abbiamo selezionato solo due definizioni accettabili di evento “casuale”. Dunque, vediamo come ciò si applichi alla teoria della selezione naturale. Si dice che la selezione naturale sia casuale. Ma Darwin ci dice che il suo risultato è la selezione del migliore. Dunque, sembrerebbe che la selezione naturale sia finalizzata alla selezione del migliore. Giusto? Sbagliato. Infatti, dire che la selezione naturale determini la selezione del più adatto non è equivalente a dire che la selezione naturale sia finalizzata alla selezione del più adatto. La differenza è che nel primo caso la selezione non è determinata da un fine o da una volontà ma solo da un meccanismo causale automatico che determina, alla lunga, la selezione del più adatto. Il secondo caso ci dice, invece, che la selezione determina l’evoluzione in base ad un fine o scopo. La confusione nasce dal fatto che la mente umana è intenzionalmente diretta e procede a ordinare un processo coerente una volta che sa dove deve arrivare: una volta che si sa il nome della strada dove andare, il percorso è automaticamente determinato a ritroso. Il paralogismo nasce dall’idea del fine che preordina i mezzi. Il punto è che la natura raggiunge un risultato affine a quello di una selezione intenzionale ma con un processo puramente casuale, cioè non intenzionale, involontario, automatico e irreversibile.

Abbiamo spiegato uno dei fraintendimenti più diffusi tra i non addetti ai lavori e non solo. Tuttavia, è interessante rilevare come un punto fondamentale è comprendere attraverso la ragione supportata dall’immaginazione come la natura non abbia consapevolezza del processo di selezione e che il meccanismo della cernita è più chiaro se si assume che non si può sapere a priori quale sia l’organismo dalle caratteristiche vincenti da quello perdente. La generazione degli individui determina un vasto insieme assortito di esseri che lotteranno per la sopravvivenza e la procreazione ma dei quali non si può dire nell’arco di una generazione quali siano gli esseri vincenti. Questo è un punto veramente nodale: la natura è del tutto cieca in questo senso, è solo il risultato (ma dopo una grande quantità di generazioni) che darà il verdetto.

Dunque c’è un senso improprio di “caso” nei termini della teoria darwiniana: i processi di selezione sono deterministici dal punto di vista fisico-fattuale ma sono indeterministici dal punto di vista biologico. In altre parole, non c’è mai la certezza della selezione del più adatto e l’evoluzione aveva margini di variazione. Tuttavia, questa procedura, sebbene marginalmente indeterministica non si può definire casuale perché non si appella né ad una duplicità di spiegazioni alternative né all’assenza di intenzionalità. Essa è casuale solo nel senso, appunto, di non essere intenzionale, ma di questo abbiamo già parlato.

Darwin parla spesso di caso della selezione naturale, tuttavia, egli stesso cade nell’uso improprio del termine confondendo un poco le acque ma non quel tanto da renderle oscure in modo da non rintracciare l’intenzione che il naturalista voleva comunicarci. Concludiamo questo paragrafo con le parole stesse di Darwin in proposito:

Se osserviamo le erbe e gli arbusti che rivestono fittamente la riva di un fiume, siamo indotti ad attribuire le loro qualità e le frequenze reciproche a quello che chiamiamo caso. Ma quanto è falso questo modo di vedere le cose! Tutti abbiamo sentito dire che, quando una foresta americana viene abbattuta, sorge una vegetazione differentissima, però è stato osservato che gli alberi, che crescono attualmente sugli antichi tumuli indiani nella parte meridionale degli Stati Uniti, presentano la stessa bela varietà e distribuzione di tipi esistenti nelle vicine foreste vergini. Che lotta deve essersi svolta per secoli e secoli fra i vari tipi di alberi, ciascuno dei quali diffonde per secoli e secoli fra i vari tipi di alberi, ciascuno dei quali diffonde ogni anno migliaia di semi! Che guerra fra insetto e insetto – fra insetti, chiocciole ed altri viventi contro gli uccelli e gli animali da preda – tutte le specie che lottano per moltiplicarsi e si nutrono l’uno dell’altro o degli alberi, dei semi, delle pianticelle, o di altre piante che, prima, coprivano il suolo impedendo agli alberi di crescere! Lanciate in aria una manciata di penne: dovranno tutte cadere al suolo secondo leggi ben definite. Però com’è elementare questo problema in confronto all’azione e reazione delle innumerevoli piante e degli animali che, nel corso dei secoli, hanno determinato la proporzione numerica ed il tipo degli alberi che attualmente crescono sulle rovine indiane![11]


Riferimenti e citazioni.

La teoria di Malthus estesa a tutto il regno vitale.

[…] sarò trattata la lotta per l’esistenza tra tutti i viventi ed in tutto il mondo, che scaturisce necessariamente dalla loro elevata capacità di moltiplicarsi in ragione geometrica. E?, questa, la dottrina di Malthus applicata all’intero regno animale. Gli individui di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possano sopravvivere e quindi la lotta per l’esistenza si ripete di frequente. Ne consegue che qualsiasi vivente, che sia variato sia pure di poco, ma in un senso a lui favorevole nel’abito delle condizioni di vita che a loro volta sono complesse ed alquanto variabili, avrà maggiori possibilità di sopravvivere e, quindi, sarà selezionato naturalmente. In virtù del possente principio dell’ereditarietà, ciascuna varietà, selezionata in via naturale, tenderà a perpetuare la sua nuova forma modificata.

P. 43.

 

Una regola fondamentale.

Una regola di gran lunga più importante, che penso si possa ritenere valida, vuole che una caratteristica che compare in una certa età della vita di un individuo, qualunque essa sia, tenda a manifestarsi nei discendenti attorno alla stessa età, ovvero più precocemente.

P: 49.

 

Non tutte le razze sono apparse così come sono attualmente.

Non possiamo pensare che tutte le razze che tutte le razze siano apparse improvvisamente così perfette e utili quali le vediamo ora. E in realtà, sappiamo che in molti casi la loro storia non si è svolta in questo modo. Il bandolo della matassa sta nella capacità dell’uomo di ottenere una selezione cumulativa. La natura fornisce una serie di variazioni e l’uomo le fa convergere in direzioni a lui convenienti. In questo senso si può dire che si fa da solo le razze utili.

P. 60.

 

L’evoluzione e il principio dell’accumulo.

Sono convinto che, tra tante cause di mutamento, il fattore di gran lunga predominante è rappresentato dall’effetto cumulativo della selezione, che può essere attuata metodicamente e più rapidamente, oppure inconsciamente e più lentamente, nel qual caso risulta più efficace.

P. 69.

Una lezione pratica di filosofia della scienza.

In definitiva si direbbe che, nello stabilire se una forma debba essere classificata tra le specie o le varietà, l’unica guida da seguire è rappresentata dal criterio dei naturalisti avveduti ed esperti. Però, in molti casi, dobbiamo affidarci al giudizio della maggioranza dei naturalisti, dato che sono ben poche le  varietà ben distinte e ben conosciute che non sono state classificate come specie almeno da qualche giudice competente.

P. 75.

Prima definizione di Specie.

(…) le specie solamente come varietà permanenti nettamente caratterizzate.

P. 80.

Concetto di Specie come distinto dal concetto di varietà.

Indubbiamente fra le varietà e le specie vi è un importantissimo fattore differenziale: l’entità della differenza fra le varietà, confrontate tra di loro o con le specie che le ha generate, è molto inferiore alla differenza fra le specie appartenenti ad uno stesso genere.

P. 81.

Principio di discendenza applicato alle categorie: le categorie possono essere rappresentate o come insiemi o come alberi.

Dunque, in tutto il mondo, le forme di vita si suddividono in gruppi subordinati da altri gruppi.

P. 82.

Il principio di selezione naturale.

Quindi anche i discendenti avranno più possibilità di sopravvivere, perché, tra i molti individui di una data specie, che vengono periodicamente generati, solo un piccolo numero riesce a sopravvivere. Questo principio, grazie al quale ogni più piccola variazione, se utile, si conserva, ho dato il nome di selezione naturale, per farne rilevare il rapporto con le capacità selettive dell’uomo.

P. 87.

La lotta per l’esistenza.

Devo premettere che impiego il termine lotta per l’esistenza in senso ampio e figurato, comprendendovi la dipendenza di un essere all’altro e (cosa più importante) comprendendovi non solo la vita delll’individuo, ma anche la sua probabilità di lasciare una progenie. Si può affermare che, in tempo di carestia, due appartenenti alla famiglia dei Canidi lottano effettivamente fra di loro per decidere chi prenderà il cibo e vivrà. Ma anche di una pianta ai margini del deserto si dice che lotta per la vita contro la siccità, anche sarebbe più esatto dire che dipende dall’umidità.

P. 88.

Estensione dei principi economici della teoria di Malthus all’intero sistema biologico.

Diversamente, in conformità al principio dell’accrescimento del numero in ragione geometrica, in breve giungerebbe ad una così disordinata sovrabbondanza numerica da non poter esser sostentato da nessun paese. Quindi, siccome nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere, in ogni caso vi deve essere una lotta per l’esistenza, sia tra individui della stessa specie sia tra quelli di specie differenti, oppure con le condizioni materiali di vita. E’ questa la dottrina di Malthus in un’energica e molteplice applicazione estesa all’intero regno animale e vegetale. Infatti, in questo caso, non vi può essere né un incremento artificiale della quantità di alimenti, né un’astensione a scopo prudenziale del matrimonio. Sebbene attualmente alcune specie stiano aumentando più o meno rapidamente di numero, non tutte possono farlo perché il mondo non potrebbe mantenerle.

P. 88.

Principio di crescita geometrica degli organismi viventi.

Vi è una regola che non conosce eccezioni: ogni essere vivente aumenta spontaneamente di numero con un ritmo tale che, se non fosse distrutto, in breve la terra sarebbe coperta dalla progenie di una sola coppia. Persino l’uomo, che si riproduce lentamente, si è raddoppiato in venticinque anni e, di questo passo, in qualche migliaio di anni i suoi discendenti non avrebbero letteralmente posto dove poggiare i piedi.

P. 88.

Il numero della progenie non determina immediatamente il numero degli organismi che vivranno.

Dunque, in ogni caso, il numero medio di un qualsiasi animale o vegetale dipende solo indirettamente dal numero di uova o di semi.

P. 90.

Il cibo non è il solo limite alla crescita del numero degli organismi.

Naturalmente il limite estremo, oltre il quale ciascuna specie non può più accrescersi, è rappresentato dalla quantità di alimento; però, assai di frequente, il fattore che determina il numero medio degli individui appartenenti ad una specie non è costituito dalla possibilità di procurarsi l’alimento, bensì dal fatto che essi servano da preda ad altri animali. Per esempio non pare che si possa dubitare che il numero di pernici, galli cedroni e lepri esistenti in una qualsiasi delle grandi riserve non dipenda dalla distruzione dei parassiti.

P. 91.

Il clima può influire in modo determinante sul numero effettivo di unità di una specie.

Il clima ha una parte importante nel determinare la consistenza numerica media di una specie ed io credo che il fattore limitante più efficace sia rappresentato da periodi ricorrenti estremamente freddi o secchi. Ho calcolato che l’inverno 1854-55 ha distrutto i quattro quinti degli uccelli sui miei terreni. Questa è una distruzione terribile se pensiamo che nelle epidemie umane una mortalità del dieci percento è straordinariamente grave.

P. 91.

Quando la crescita degli organismi determina un numero eccessivo di esseri, spesso epidemie causano un’alta mortalità.

Quando una specie, grazie a circostanze oltremodo favorevoli, aumenta disordinatamente di numero in un piccolo territorio, spesso insorgono delle epidemie – almeno è quanto sembra generalmente succedere con la nostra selvaggina -.

P. 92.

Le modificazioni degli organismi non è causale.

Se osserviamo le erbe e gli arbusti che rivestono fittamente la riva di un fiume, siamo indotti ad attribuire le loro qualità e le frequenze reciproche a quello che chiamiamo caso. Ma quanto è falso questo modo di vedere le cose! Tutti abbiamo sentito dire che, quando una foresta americana viene abbattuta, sorge una vegetazione differentissima, però è stato osservato che gli alberi, che crescono attualmente sugli antichi tumuli indiani nella parte meridionale degli Stati Uniti, presentano la stessa bela varietà e distribuzione di tipi esistenti nelle vicine foreste vergini. Che lotta deve essersi svolta per secoli e secoli fra i vari tipi di alberi, ciascuno dei quali diffonde per secoli e secoli fra i vari tipi di alberi, ciascuno dei quali diffonde ogni anno migliaia di semi! Che guerra fra insetto e insetto – fra insetti, chiocciole ed altri viventi contro gli uccelli e gli animali da preda – tutte le specie che lottano per moltiplicarsi e si nutrono l’uno dell’altro o degli alberi, dei semi, delle pianticelle, o di altre piante che, prima, coprivano il suolo impedendo agli alberi di crescere! Lanciate in aria una manciata di penne: dovranno tutte cadere al suolo secondo leggi ben definite. Però com’è elementare questo problema in confronto all’azione e reazione delle innumerevoli piante e degli animali che, nel corso dei secoli, hanno determinato la proporzione numerica ed il tipo degli alberi che attualmente crescono sulle rovine indiane!

P. 96.

La struttura di ciascun essere è correlata con tutti gli altri viventi con cui entra in concorrenza.

Dalle osservazioni di cui sopra si può dedurre un corollario di somma importanza, ossia che la struttura di ciascun essere vivente è correlata, nel modo più essenziale, eppure spesso più occulto, con quella di tutti gli altri viventi con i quali entra in concorrenza per l’alimento e lo spazio vitale, o con quelli che deve sfuggire o con quelli che suole catturare.

P. 97.

Considerazioni esistenziali sulla selezione naturale.

Tutto quel che possiamo fare è tener sempre presente il fatto che ogni essere vivente lotta per aumentare in ragione geometrica e che ognuno, in qualche periodo della vita, in qualche stagione dell’anno, nel corso di ciascuna generazione o ad intervalli, deve lottare per la vita e subire gravi distruzioni. Quando riflettiamo su questa lotta possiamo consolarci nella sicurezza che la guerra della natura non è incessante, non esiste la paura, la morte di solito è immediata e i vigorosi, i sani e i felici sopravvivono e si moltiplicano.

P. 98.

Non esiste nessun essere vivente che sia tanto perfetto da non consentire margini di perfezionamento.

E’ impossibile citare anche un solo paese in cui tutti gli abitatori originari sono attualmente così ben adatti gli uni agli altri ed alle condizioni fisiche in cui vivono da non permettere un eventuale perfezionamento almeno alcuni di essi.

P. 100.

La natura può modificare anche la struttura profonda degli esseri viventi.

L’uomo può operare soltanto sulle caratteristiche esteriori e visibili, la natura non guarda alle apparenze se non in quanto possano risultare utili a un dato essere vivente. Essa può operare su qualsiasi organo interno, su qualsiasi sfumatura di differenze costituzionali, sull’intero meccanismo della vita. L’uomo seleziona solo a proprio beneficio; la natura solo a beneficio dell’essere che accudisce.

P. 102.

La selezione naturale è molto più efficace e duratura della selezione artificiale.

Spesse volte comincia [l’uomo] una selezione partendo da qualche forma semimostruosa o, quanto meno, da qualche modificazione abbastanza appariscente da captarne l’attenzione o che semplicemente gli torni utile. In natura la più lieve differenza di struttura o di costituzione può benissimo alterare il ben congegnato equilibro della bilancia della lotta per la vita e, quindi, perpetuarsi. Come sono fugaci i desideri e gli sforzi dell’uomo! Quanto è breve il suo tempo! E, quindi, quanto saranno meschini i suoi prodotti a confronto di quelli accumulati dalla natura nel corso di interi periodi geologici!

P. 102.

I risultati della selezione naturale sono impercettibili al presente.

Noi non possiamo affatto notare lo sviluppo di questi leggeri cambiamenti, prima che la lancetta del tempo abbia segnato il trascorrere di intere ère; ed anche allora la nostra capacità di osservare le lunghe ère geologiche del passato è talmente imperfetta, che ci accorgiamo soltanto che, attualmente, le forme di vita sono diverse da quelle che erano un tempo.

P. 102.

Due parole sulla selezione sessuale.

E questo ci induce a dire qualche parola su quella che chiamo selezione sessuale. Essa non dipende da una lotta per l’esistenza, bensì da una lotta fra i maschi per il possesso delle femmine, il cui risultato non è la morte del contendente sfortunato, ma il fatto che questo avrà pochi o nessun successore.

P. 104.

Conseguenze della selezione sessuale.

Secondo me è per questo che, quando i maschi e le femmine di un qualsiasi animale hanno gli stessi costumi generici di vita, ma differiscono nella struttura, nel colore o negli ornamenti, tali differenze devono essere state provocate principalmente dalla selezione sessuale, vale a dire che singoli maschi hanno acquisito, nel corso di successive generazioni, qualche leggero vantaggio su altri maschi, relativamente alle armi, ai mezzi di difesa o alle attrattive ed hanno trasmesso questi vantaggi ai discendenti di sesso maschile.

P. 106.

La potenza della selezione naturale.

Per quanto il processo di selezione possa essere lento, se il debole uomo può fare tanto con la sua capacità di applicare una selezione artificiale, non riesco a scorgere alcuna limitazione alla quantità di mutamento, alla bellezza ed all’infinta complessità degli adattamenti reciproci di tutti i viventi fra di loro e con le condizioni fisiche di vita, che possono realizzarsi nel lungo volgere dei tempi ad opera del potere selettivo della natura.

P. 118.

Divergenza di caratteri.

Gli animali inferiori, con caratteri intermedi, non molto veloci e non molto forti, devono essere stati trascurati, tendendo a scomparire. Qui, dunque, vediamo in azione, nei prodotti dell’uomo, quello che potrebbe essere chiamato principio di divergenza, che produce differenze, inizialmente appena apprezzabili, che crescono costantemente portando a una divergenza di caratteri delle due razze fra di loro e rispetto al progenitore comune.

P. 120.

I principi biologici che vincolano il comportamento di un solo organismo, si possono estendere a tutti gli altri.

Quel che vale per una animale, vale in tutti i tempi e per tutti gli animali, sempreché subiscano variazioni, dato che, diversamente, nulla può la selezione naturale.

P. 121.

Solo le variazioni utili si conservano.

Solo le variazioni in qualche modo utili saranno conservate o selezionate spontaneamente.

P. 123.

In regioni sovraffollate di spazio alcune specie assumono dei caratteri vincenti sulle altre.

Siccome ogni regione sovraffollata la selezione naturale opera necessariamente conferendo alle forme selezionate qualche vantaggio sulle altre forme nella lotta per la vita, nei discendenti perfezionati di una specie qualunque si troverà una costante tendenza a soppiantare e sterminare, in tutti gli stadi genealogici, i predecessori ed i progenitori. Infatti si deve ricordare che la competizione sarà in generale molto più aspra tra le forme più strettamente affini fra di loro quanto ad abitudini, costituzione e  struttura.

P. 126.

La selezione implica l’estinzione di forme di vita.

La selezione naturale, come è stato testé rilevato, induce alla divergenza dei caratteri e ad una notevole estinzione delle forme di vita.

P. 130.

Un’immagine della lotta per la vita.

Talora le affinità tra tutti gli esseri della stessa classe sono state rappresentate come un grande albero. Ritengo che questa analogia sia vicini molto alla verità. I ramoscelli verdeggianti e ricoperti di gemme possono rappresentare le specie esistenti, mentre i rami spuntati in ciascuno degli anni precedenti rappresentano la lunga successione delle specie estinte. In ciascun periodo di crescita tutti i rami in via di sviluppo hanno cercato di espandersi in ogni direzione e di sovrastare ed uccidere i germogli ed i rami circonvicini, nello stesso modo in cui le specie ed i gruppi di specie hanno cercato di sopraffare le altre specie nella grande battaglia per la vita.

P. 131.

La perfezione interna degli organismi deve destare meraviglia.

[…] infatti, qualunque naturalista che abbia sezionato alcuni organismi attualmente situati ai più bassi gradini della scala, deve essere rimasto colpito dalla loro organizzazione veramente bella e ammirevole.

P. 137.

Difficoltà nel capire quando una variazione sia utile in che misura.

Quando una variazione è praticamente inutile per un organismo, non possiamo dire in che misura questa variazione debba essere attribuita all’azione cumulativa della selezione ed in che misura alle condizioni di vita.

P. 141.

L’uso determina variazioni ereditabili.

Dai fatti cui si è accennato nel primo capitolo, penso che non si possa dubitare che l’uso rafforzi e ingrandisca determinate parti nei nostri animali domestici e il non uso le riduca; tali modificazioni sono ereditarie.

P. 142.

Le parti omologhe si modificano in parallelo.

Le diverse parti del corpo che sono omologhe e che, nelle prime fasi embrionali, sono simili, a quanto sembra tendono a variare in modo parallelo: è un fatto che riscontriamo nell’identicità della variazione della metà destra e di quella sinistra del corpo, negli arti anteriori e posteriori e persino nelle mascelle e sugli arti, che variano parallelamente, quanto la mascella inferiore è considerata omologa agli arti.

P. 148.

Perché la selezione naturale cerca sempre di fare economie sulle strutture biologiche.

[…] la selezione naturale cerca continuamente di fare economie in ogni parte dell’organizzazione, Se, in seguito ad un mutamento delle condizioni di vita, una struttura, precedentemente utile, diventa meno utile, qualsiasi riduzione nello sviluppo di questa parte, per quanto leggera, sarà sfruttata dalla selezione anturale che favorirà gli individui che non debbano sprecare parte del nutrimento per costituirsi una struttura priva di scopo.

P. 150.

La selezione naturale è una “mano invisibile” a favore degli organismi.

La selezione naturale, non bisogna mai dimenticarlo, può operare su ciascuna parte di ciascun essere esclusivamente tramite e per il suo vantaggio.

P. 152.

Variabilità di caratteri specifici e generali.

[…] i caratteri specifici, ossia quelli che distinguono specie da specie, sono più variabili dei caratteri generici, ossia quelli che le specie possiedono in comune; una parte qualsiasi che, in una data specie, ha subito uno sviluppo straordinario rispetto alla stessa parte nelle specie congeneri, è molto spesso estremamente variabile; una parte, se comune a un intero gruppo di specie, per quanto possa essere straordinariamente sviluppata, non ha un notevole grado di variabilità; i caratteri sessuali secondari sono fortemente variabili e differiscono notevolmente in specie per il resto estremamente simili; le differenze sessuali secondarie e quelle specifiche ordinarie si manifestano di solito nelle stesse parti dell’organizzazione.

P. 157.

Problemi della teoria.

PRIMO: perché, se le specioe sono derivate da altre specie attraverso una serie di gradazioni insensibili, non troviamo ovunque un gran numero di forme di transizione? Perché la natura, invece di presentare le specie ben definite che vediamo, non si trova nella più grande confusione?

SECONDO: è possibile che un animale avente, diciamo, la struttura e le abitudini di un pipistrello, possa essersi formato in seguito alla modificazione di qualche animale avente abitudini diverse? (…)

TERZO: gli istinti possono essere acquisiti o modificati tramite la selezione naturale?  (…)

QUARTO; come spiegare il fatto che le specie, quando si incrociano, sono sterili o producono discendenti sterili, mentre, quando si incrociano le varietà, la fecondità non è intaccata?

P. 167.

La perfettibilità e la perfezione attuale dei viventi non è un valido argomento contro la teoria della selezione naturale.

Quindi non riesco a vedere alcuna difficoltà, in particolare in condizioni di vita in corso di mutamento, nel fatto che si conservino individui con membrane laterali sempre più ampie – dato che ogni mutamente risulta utile e ciascuno si perpetua – finché, in seguito all’accumulo degli effetti di questo processo di selezione naturale, viene prodotto un cosidetto scoiattolo volante allo stato perfetto.

P. 173.

Ragioni di antiscetticismo sulla fiducia che le affermazioni della selezione naturale possono implicare.

Confesso che sembra incredibilmente assurdo che la selezione naturale posa aver formato l’occhio, con tutti i suoi inimitabili congegni per regolare il fuoco a distanze differenti, per far entrare diverse quantità di luce, per correggere l’aberrazione sferica e cromatica. Tuttavia la ragione mi dice che se è possibile dimostrare che esistono numerose gradazioni da un occhio perfetto e complesso ad un altro molto imperfetto e semplice (ogni gradazione essendo utile al suo possessore); che, inoltre, l’occhio varia molto leggermente e che le variazioni sono ereditarie (e questo è certamente vero); e che una qualsiasi variazione o modificazione dell’organo può essere utile ad una normale le cui condizioni di vita stanno mutando; allora la difficoltà di credere che, grazie alla selezione naturale, si possa formare un occhio perfetto e complesso, anche se insormontabile dalla nostra immaginazione, cessa di essere consistente.

P. 177.

Parallelo tra l’occhio e il cannocchiale e come la teoria della selezione naturale sia meno complicata e più potente della teoria creazionista.

E’ impossibile non fare un paragone fra l’occhio ed il cannocchiale. E’ noto che questo strumento è stato portato a perfezione dai continui sforzi dei pià eccelsi intelletti umani e, naturalmente, ne deduciamo che l’occhio si è formato grazie ad un procedimento sotto certi aspetti analogo. Ma questa deduzione non potrebbe essere dettata da presunzione? Abbiamo il diritto di supporre che il Creatore operi attraverso poteri intellettivi simili a quelli dell’uomo? Se dobbiamo fare un paragone fra l’occhio e uno strumento ottico, dobbiamo prendere, con l’immaginazione, uno spesso strato di tessuto trasparente, che sotto di sé, abbia un nervo sensibile alla luce. Indi dobbiamo supporre che questo strato cambi di densità continuamente e lentamente, fino a suddividersi in strati, aventi diverse densità e spessori e posti a diverse distanze l’uno dall’altro. Inoltre dobbiamo immaginare che le superfici di ciascuno strato cambino lentamente forma. Poi dobbiamo immaginare che esiste una facoltà che prende in esame continuamente e attentamente qualsiasi lieve alterazione casuale degli strati trasparenti, e selezioni con ogni cura qualsiasi modificazione che, nelle varie circostanze, possa, in qualsiasi modo od in qualsiasi misura, tendere a produrre un’immagine piàù distinta. Supponiamo che ogni nuoca condizione dello strumento sia moltiplicata per un milione e che ciascuna si conservi finché non ne compare una migliore, dopo di che sarà distrutta. Nei viventi la variazione produrrà leggere alterazioni e la riproduzione la moltiplicherà quasi all’infinito, mentre la selezione naturale coglierà ogni perfezionamento con un perizia che non erra. Poniamo che il processo continui per milioni e milioni di anni, interessando ogni anno, milioni di individui di molti tipi diversi. E allora perché non dovremmo credere che in questo modo si formi uno strumento ottico vivente tanto superiore a quelli di vetro, quanto le opere del Creatore sono superiori a quelle dell’uomo?

P. 178.

La selezione naturale consente di assumere come vero l’antico presupposto greco secondo cui la natura non procede a salti.

Grazie alla teoria della selezione naturale, possiamo comprendere chiaramente il significato del vecchio adagio della storia naturale: «Natura non facit saltum». Questo adagio, se guardiamo soltanto agli attuali abitanti del mondo, non corretto in senso assoluto, mentre se consideriamo anche gli abitanti del passato, secondo la mia teoria deve essere rigorosamente valido.

P. 189.

Le condizioni di esistenza non influiscono direttamente sull’unità del tipo dei viventi.

Si ammette generalmente che tutti gli organismi si sono formati in seguito a due leggi: unità del tipo e condizioni di esistenza. Con unità del tipo si intende quella fondamentale affinità strutturale che osserviamo negli organismi appartenenti ad una stessa classe e che è del tutto indipendente dalle abitudini di vita.

P. 189.

Definizione di “istinto”.

Si suole definire istintiva un’azione, che a noi richiederebbe una certa esperienza, mentre viene compiuta senza alcuna esperienza da un animale, soprattutto molto giovane e privo di esperienza, oppure viene compiuta nella stessa maniera da molti individui, senza sapere quale è lo scopo.

P. 220.

La variazione degli istinti è ereditabile ma è meno rilevante della variazione posta direttamente dalla selezione naturale.

Si può ammettere senza tante riserve che gli istinti sono tanto importanti quanto la struttura organica ai fini del benessere delle singole specie nelle condizioni attuali di vita. Se le condizioni di vita cambiano è quanto meno possibile che leggere modificazioni dell’istinto possano essere vantaggiose per una specie. E se si può dimostrare che gli istinti variano, anche così poco, non vedo perché debba essere difficile per la selezione naturale conservare ed accumulare continuamente le variazioni dell’istinto che possano essere utili in qualsiasi modo. Secondo me è proprio così che si sono formati gli istinti più complessi e ammirevoli. Le modificazioni della struttura nascono o sono accentuate dall’uso o dall’abitudine e si riducono o perdono in seguito al disuso, e così credo che sia degli istinti! Però io credo che effetti dell’abitudine siano di importanza del tutto secondaria rispettosa gli effetti della selezione naturale di quelle che potrebbero essere chiamate variazioni accidentali degli istinti, vale a dire di variazioni prodotte dalle stesse cause ignote che producono leggere deviazioni della struttura corporea.

P. 221.

L’adagio «Natura non facit saltum» è tanto valido per gli istinti quanto lo è per gli organi corporei.

P. 222.

Le abitudini degli animali sono automatiche e il loro scopo non è manifesto all’animale stesso.

[…] i cani da riporto ereditano sicuramente, entro certi limiti, la facoltà di riportare; mentre il cane da pastore eredita la tendenza a correre intorno alle greggi di pecore, invece di scagliarvisi contro. Queste azioni sono compiute dal giovane senza alcuna esperienza, e ciascun individuo le compie praticamente nella stessa maniera; ciascuna razza le compie con evidente piacere, senza conoscerne lo scopo. Infatti il giovane pointer non può sapere che punta per aiutare il padrone, più di quanto la cavolaia non sappia perché depone le uova sulle foglie del cavolo.

P. 224.

Perdita degli istinti nell’addomesticamento.

Nell’addomesticamento gli istinti naturali vanno perduti: un esempio notevole di questo fatto si rileva in quelle razze di polli che non diventano mai, o molto raramente, “covatori”, ossia che non hanno mai il desiderio di sedersi sulle uova. Solo la familiarità ci impedisce di vedere fino a che punto e in che misura l’addomesticamento abbia modificato la psiche dei nostri animali domestici. I’ impossibile dubitare che l’amore per l’uomo sia diventato istintivo per i cani.

P. 225.

La schiavitù delle formiche e la dominazione dell’istinto.

Questa formica dipende in modo assoluto dai suoi schiavi: senza il loro aiuto la specie si estinguerebbe sicuramente in una sola annata. I maschi e le femmine feconde non lavorano. Le operaie o femmine sterili, pur essendo quanto mai energiche e coraggiose nella cattura degli schiavi, non fanno altri lavori. Non sono capaci di fabbricarsi i nidi né di nutrire le larve. Quando il vecchio nido non è più adatto e devono migrare, sono gli schiavi che determinano la migrazione e trasportano materialmente le padrone con le loro mandibole. Le padrone sono talmente impotenti che, quando Huber isolò trenta formiche senza schiavi, ma con abbondante scorta del loro alimento preferito e con larve e ninfe (per spronarle al lavoro), esse non fecero nulla: non riuscivano neppure ad alimentarsi e molte morirono di fame. Allora Huber introdusse una sola schiava (F. fusca), che si mise subito al lavoro, nutrì e salvò i sopravvissuti, fabbricò alcune cellette, e mise ogni cosa a posto. Cosa ci può essere di più straordinario di questi fatti sicuramente accertati? Se non avessimo conosciuto altre formiche schiaviste, sarebbe stato futile ragionare sul mirabile grado di perfezione raggiunto da un istinto.

P. 227.

Utilità della infecondità reciproca delle caste delle formiche.

E’ facile comprendere come la produzione di queste due caste [di formiche] sia utile ad una comunità sociale di insetti, nello stesso modo in cui la ripartizione del lavoro è utile all’uomo civile. Le formiche non lavorano grazie a conoscenze acquisite e con strumenti artificiali, ma lavorano grazie a istinti ereditari e con utensili od armi ereditarie. Per questo la ripartizione del lavoro sarebbe irrealizzabile se le operaie non fossero sterili. Infatti, se fossero feconde, si sarebbero incrociate e gli istinti e le costituzioni si sarebbero fusi insieme. A mio vedere, è per mezzo della selezione naturale che la natura ha realizzato questa ammirevole ripartizione del lavoro nelle comunità di insetti.

P. 241.

Difficoltà di differenziare nettamente specie e varietà.

[…] non credo che sia possibile comprovare la costante e generale fecondità delle varietà, né che essa rappresenti un criterio fondamentale di distinzione fra varietà e specie.

P. 263.

Sensibilità ai cambiamenti dell’apparato riproduttore.

[…] l’apparato riproduttore è fortemente sensibile a qualunque mutamento delle condizioni di vita, mutamento che lo rende impotente o, quanto meno, incapace di esercitare nel giusto modo la sua funzione specifica: produrre discendenti identici al genitore.

P. 264.

La quantità di organismi evolutesi e estinti superano di gran lunga ogni museo di scienza e storia naturale.

Queste poche osservazioni, io le ho fatte perché è importantissimo farsi un’idea, sia pure imperfetta, sul passare del tempo. In tutti questi anni ed in tutto il mondo, terra ed acqua sono state popolate da torme di organismi. Qualche infinito numero di organismi, tale che la mente non riesce neppure a concepirlo, si deve essere succeduto nel lungo trascorrere degli anni! Ed ora, rivolgendo l’attenzione al più ricco dei musei geologici, come ci appare striminzita la collezione in esso contenuta!

P. 279.

La natura biologica è come un libro di cui si conoscono solo poche pagine.

Quanto a me, per dirla in maniera figurata come Lyell, considero l’archivio naturale della geologia alla stregua di una storia del mondo assai mal redatta e scritta in un linguaggio soggetto a continui mutamenti. Inoltre è una storia della quale possediamo solo l’ultimo volume e, per di più, riferito solo a due o tre paesi. E’ un volume del quale si conservata solo qualche pagina sparsi, nelle quali sono leggibili solo poche righe prese a caso. Ogni parola di questo linguaggio in lenta mutazione, nel quale supponiamo sia scritta l’opera, assume un senso più o meno differente in questa saltuaria successione di capitoli. (Questa similitudine sta a simboleggiare il mutamento apparentemente improvviso di nuove forme di vita, inglobate in strati consecutivi, che in realtà sono separati da amplissimi intervalli. Ponendo le cose in questa maniera, le difficoltà di cui abbiamo parlato diminuiscono grandemente, se addirittura non scompaiono.

P. 293.

Variazioni della quantità di mutazioni e impossibilità di determinare un’unica legge dello sviluppo evolutivo.

Io non credo in una legge di sviluppo fissa, in conseguenza della quale tutti gli abitatori di una regione mutano improvvisamente o simultaneamente ed in uguale misura. Il processo di modificazione deve essere estremamente lento. La variabilità della singola specie è assolutamente indipendente da quella delle altre. Tale tendenza a variare può essere sfruttata dalla selezione naturale, oppure le variazioni si possono accumulare in misura più o meno grande, producendo una più o meno grande modificazione della specie in via di mutamento: ma tutto questo dipende da molti e complessi fattori contingenti: dal fatto che la variabilità abbia caratteri utili, dai lenti mutamenti fisici delle condizioni locali e, soprattutto, dalla natura degli altri abitanti con i quali la specie in via di variazione entra in concorrenza. Pertanto non c’è affatto da stupirsi se una specie mantiene immutata la propria forma per un tempo più lungo rispetto ad altre specie, o se, pur mutando, muti in minor misura. Lo stesso fatto si osserva nella distribuzione geografica […].

P. 300.

[…] l’entità delle modificazioni organiche presentate dai fossili inglobati in formazioni consecutive non è identica. Secondo questo modo di concepire le cose, nessuna formazione non sta a indicare un atto di creazione nuovo e completo, ma soltanto una scena occasionale, scelta quasi a caso, facente parte di un dramma che si evolve lentamente.

P. 301

Le barriere geografiche determinano porzioni privilegiate di terreno da cui specie identiche finiscono per differenziarsi rapidamente.

[…] le barriere di qualsiasi genere, che oppongono ostacoli alla libertà di migrazione, sono correlate puntualmente e in modo essenziale con le differenze fra gli organismi delle varie regioni. E’ un fatto che risalta nella grande differenza fra quasi tutte le produzioni terrestri del vecchio e del nuovo mondo, con l’eccezione delle regioni settentrionali […].

P. 325.

La differenza tra glia abitanti di regioni diverse, inizialmente di identica specie, è determinata più dalla selezione naturale che dalle condizioni fisiche.

Secondo la mia teoria detto legame non è che l’eredità, l’unica causa che, per quanto ci consta, produce organismi assolutamente identici, o, come si vede nel caso delle varietà, quasi identici fra di loro. La differenza fra gli abitanti delle diverse regioni può essere attribuita a modificazioni prodotte dalla selezione naturale e, in via del tutto secondaria, alla diretta influenza di condizioni fisiche differenti.

P. 326.

Sulla migrazione delle forme dei viventi.

Dunque a me, come a molti altri naturalisti, sembra che l’opinione più probabile sia quella che vuole che ciascuna specie sia staat prodotta in una sola zona e, più tardi, sia emigrata fuori dei confini di questa regione fino a dove le è stato concesso dalle sue capacità di migrare e dalle possibilità di sopravvivenza nelle condizioni ambientali passate ed attuali.

P. 328.

In epoche geologiche precedenti il clima era diverso da quello attuale e la sua variazione ha determinato migrazioni di organismi dal nord al sud.

Secondo me questi fatti stanno a indicare che diverse specie caratteristiche e ben distinte sono emigrate da un centro comune, seguendo linee radiali e sono portato a ritenere che, sia nell’emisfero settentrionale sia in quello meridionale, vi è stata un’antica epoca più calda, precedente all’era glaciale, epoca durante la quale le terre antartiche, attualmente nell’era glaciale, epoca durante la quale le terre antartiche, attualmente ricoperte dai ghiacci, ospitavano una flora isolata, altamente specifica.

P. 346.

Sulle distinzioni tra aree geografiche separate.

[…] nel corso di lunghi periodi di tempo, i mezzi occasionali di trasporto hanno avuto agio di operare su vasta scala, che non all’opinione che ritiene che tutte le isole oceaniche siano state in passato collegate col conti entente più prossimo da tratti continui di terra. Infatti, se questa seconda concezione fosse vera, probabilmente l’immigrazione avrebbe dovuto essere più completa e, ammettendo la variabilità, tutte le forme di vita si sarebbero modificate in modo più omogeneo in conformità all’importantissimo principio dei rapporti intercorrenti fra gli organismi.

P. 359.

L’errore diffuso e rilevante tra i naturalisti.

[…] l’inveterato errore di considerare le condizioni fisiche di un paese come il più importante dei fattori che agiscono sugli abitanti, mentre, secondo me, non si può dubitare che la natura degli altri abitanti, con i quali una specie deve misurarsi, è un elemento almeno altrettanto importante e, in genere, di gran lunga più importante, ai fini del successo.

P. 362.

[…] il parallelismo tra le leggi che regolano la vita nel tempo e nello spazio è veramente impressiona tante: le leggi che governano la successione delle forme nelle epoche passate sono quasi uguali a quelle che governano attualmente le differenze esistenti fra le diverse zone. Questo risulta da molti fatti. La persistenza nel tempo di ciascuna specie o di ciascun gruppo di specie è continuativa, e le eccezioni sono talmente poche che possono essere legittimamente attribuite al fatto che, fino ad oggi, non abbiamo reperito in un dato strato geologico, le forme intermedie fra quelle sottostanti e quelle sovrastanti.

P. 368.

Per classificare i viventi.

Possiamo dare la seguente regola generale: una parte è tanto più importante ai fini della classificazione quanto meno è legata ad abitudini particolari.

P. 373.

Importanti considerazioni per la classificazione dei viventi.

L’importanza, ai fini della classificazione, di caratteri minori, dipende principalmente dal fatto che sono correlati con molti altri caratteri di importanza più o meno grande. In effetti il valore di un aggregato di caratteri è evidentissimo nella storia naturale. Quindi, come spesso è stato rilevato, una specie si può distinguere dai suoi affini per diversi caratteri, aventi un’elevata importanza fisiologica ed una prevalenza pressoché universale, eppure ci può lasciare incerti sulla sua collocazione. Inoltre si è scoperto che una classificazione fondata su un solo carattere, per importante che sia, è sempre fallita, perché non vi è parte dell’organismo che sia costante in modo universale.

P. 375.

Il carattere comune a più varietà è considerato più importante di uno non comune ai fini della classificazione.

Se trovano un carattere pressoché uniforme e comune ad un gran numero di forme, ma non comune ad altre, gli attribuiscono un elevato valore; se invece il carattere è comune ad un numero più piccolo, lo impiegano come elemento di valore subordinato. Questo principio è largamente ammesso da alcuni naturalisti […]

P. 375.

La correlazione tra caratteri apparentemente distinti è molto importante ai fini della classificazione.

Se su trova che certi caratteri sono sempre correlati ad altri, bisogna attribuire loro un elevato valore, anche se non è possibile scoprire alcuna connessione fra di loro.

P. 375.

La classificazione darwiniana include automaticamente l’idea di discendenza.

[…] la classificazione include automaticamente in sé l’idea di discendenza. Spesso le nostre classificazioni sono chiaramente influenzate da catene di affinità. Non vi è nulla di più facile che definire un certo numero di caratteri comuni a tutti gli uccelli; invece, nel caso dei crostacei, questa definizione è sempre risultata impossibile.

P. 376.

La discendenza è il principio che i naturalisti hanno sempre inconsciamente cercato.

Se non mi inganno grossolanamente, è possibile spiegare tutte le regole, le modalità e le difficoltà della classificazione, partendo dal concetto che il sistema naturale si basa sulla discendenza con modificazioni, ossia dal concetto che i caratteri che secondo i naturalisti rivelano un’effettiva affinità fra due o più specie, sono i caratteri ereditati da un antenato comune. Per questo qualsiasi classificazione realistica è genealogica. La comunanza di origine è il legame occulto che i naturalisti hanno sempre, inconsciamente, cercato, non già un qualche sconosciuto piano creativo, né l’enunciazione di proposizioni generiche, né il semplice accostamento di oggetti separati più o meno simili.

pp. 376-377.

I principi di classificazione delle specie valgono anche per le varietà.

Le regole che valgono a classificare le specie in pratica si applicano anche alle varietà. Gli autori hanno ribadito la necessità di classificare le varietà secondo un sistema naturale, non artificiale.

P. 378.

Come arrivare a determinare il carattere saliente.

Siccome la discendenza è stata sempre impiegata per classificare insieme gli individui della stessa specie, anche se talvolta i maschi, le femmine e le larve sono estremamente diversi; e siccome il criterio della discendenza è stato impiegato per classificare le varietà che hanno subito un certo grado di modificazione, talora anche considerevole, perché questo stesso criterio della discendenza non potrebbe essere stato applicato inconsapevolmente per raggruppare le specie in generi, i generi in gruppi più elevati, anche se in questi casi la modificazione è stata più notevole e ha richiesto un tempo più lungo per realizzarsi? Io credo che il criterio sia stato applicato inconsapevolmente perché solo così mi spiego le numerose regole ed i criteri seguiti dai nostri migliori sistematici. Non disponiamo di alberi genealogici registrati e dobbiamo individuare la comunanza di discendenza in base a rassomiglianze di ogni genere. Pertanto scegliamo quei caratteri che, da quanto ci è dato di giudicare, hanno la minor probabilità di aver subito alterazioni in rapporto alle condizioni di vita cui è stata sottoposta la specie in tempi recenti. In base a questo criterio le strutture rudimentali sono utili quanto qualsiasi altra parte dell’organizzazione, quando non sono addirittura preferibili. Non ci importa se un carattere è di scarsa importanza – come potrebbe essere un diverso grado di angolazione della mandibola, la ripiegatura delle ali di un insetto, un rivestimento cutaneo di penne o di peli – purché esista in parecchie specie differenti. Se posi queste hanno abitudini di vita assai differenti, detto carattere assume un elevato valore, perché, per spiegare l’esistenza in tante forme dalle abitudini così differenti, dobbiamo necessariamente affermare che è stato ereditato da un progenitore comune. Quando si tratta di un solo elemento della struttura possiamo incorrere in errore, però se diversi caratteri, anche molto poco significativi, sono presenti in non vasto gruppo dalle abitudini molto diverse, possiamo essere praticamente certi, in base alla teoria della discendenza che questi caratteri sono stati ereditati da un antenato comune. E sappiamo che questi caratteri correlati o aggregati insieme hanno un particolare valore ai fini della classificazione.

P. 380.

Bibliografia.

Darwin C. Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Einaudi, Torino, 2005.

Darwin C. (1858), L’origine delle specie, Newton Compton, Roma, 2006.

Hayek F. A. Von, (1973) Legge, Legislazione, Libertà, Est, Milano.

Lorentz K., L’anello di re Salomone, Adelphi, 1981.

Lorentz K., L’aggressività, Saggiatore, Milano, 1969.

Dizionario Enciclopedico Bompiani alle voci Caso, Creazionismo, Darwin, Darwinismo, Fissismo.

Dizionario Enciclopedico Garzanti alle voci Caso, Creazionismo, Darwin, Darwinismo, Fissismo.

 


[1] Non deve affatto stupire che molti libri interessanti che riprendono in parte o in blocco le idee darwiniane sono un intreccio variegato di informazioni storiche, biologiche, geologiche e molto altro. Opere di questo genere riprendono la vena storicistica di Darwin che ben conosce, per ragioni diverse, la storia dell’uomo e della natura.

[2] Abbiamo ricavato il seguente elenco da Darwin C. (1883), L’origine delle specie, Grandi Tascabili Newton, Roma, Nota bibliografica pp. 26-27. Abbiamo associato la data di pubblicazione dell’opera al titolo della traduzione italiana in modo da rendere chiaro il corso storico delle pubblicazioni di Darwin.

[3] Hayek F. A. Von, (1973) Legge, Legislazione, Libertà, Est, Milano, p. 33.

[4] La conoscenza multidisciplinare di Darwin, ma concentrata in ambito biologico, è enorme e ne L’origine delle specie egli si limita ad esporre solo i casi più interessanti o quelli che possono confermare in modo decisivo o sconfessare la sua proposta teorica. Tuttavia, egli stesso rimanda spesso il lettore ad altri testi (in particolare ad uno che avrebbe scritto lui stesso) per non distogliere l’attenzione dalla trattazione della teoria ai singoli casi.

[5] Darwin C., L’origine delle specie, Newton-Compton, Roma, 2006, p. 88.

[6] Darwin C., L’origine delle specie, Newton-Compton, Roma, 2006, p. 131.

[7] Dunque si vede che la teoria della selezione naturale non è una “teoria del tutto” e non ha principi, come quelli della teoria creazionista, che valgono per generi di fenomeni totalmente diversi.

[8] Darwin C., L’origine della specie, Newton Compton, Roma, 2006, p. 222.

[9] Darwin C., L’origine delle specie, Newton-Compton, Roma, 2006, p. 126.

[10]Darwin C., L’origine delle specie, Newton-Compton, Roma, 2006, p. 102.

[11] Darwin C., L’origine delle specie, Newton-Compton, Roma, 2006, p. 96.

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