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Per una critica all’economia neoclassica.

Di Giangiuseppe Pili         www.scuolafilosofica.com

Breve discussione della metodologia di analisi.

5.631 Il soggetto che pensa, che immagina, non v’è.

Wittgenstein

L’economia neoclassica è una teoria che ha assunto un’importanza fondamentale all’interno del nostro sistema economico e sociale: molte politiche seguono i suoi dettami e grazie all’influenza indiretta sulla cultura, siamo tutti convinti che solo dall’egoismo collettivo possa nascere una società felice. L’economia neoclassica gode della fiducia che è scaturita per difetto: non essendoci nulla di meglio a cui credere, ci teniamo stretti ciò che pensiamo.

Se un paradigma si afferma e nutre di credito presso gli specialisti, ciò non significa che sia anche privo di imperfezioni o si possa dimostrare falso o, in senso meno forte, pragmaticamente inefficace. Grazie ai nuovi studi interdisciplinari, con nuove tecnologie e nuovi, più pervasivi obbiettivi, si può sostenere che l’economia neoc. sia falsa o pragmaticamente inadeguata.

I sostenitori dell’economia neoc. portano diversi argomenti a sostegno dell’idea che ogni alternativa sia fallace e pragmaticamente perdente: il problema, in una disciplina i cui risvolti pratici sono centrali, non consiste solo nell’avere una teoria capace di spiegare di più ma anche che consenta di prendere decisioni migliori in base a previsioni più attendibili.

Se l’economia si è costituita attorno all’idea che sia impensabile prevedere il comportamento dei singoli atomi del mercato (le persone) è pur vero che si possono operare delle descrizioni tali che il comportamento globale possa essere predetto. Al pari dei corpi fisici nella teoria newtoniana, allo stesso modo nell’economia, l’importante è il comportamento macroscopico, indipendentemente dai costituenti ultimi. Ma, in questo caso, ciò non è pacifico e comporta un caro prezzo.

Si va sempre più affermando una valida alternativa al paradigma neoc.: l’economia cognitiva e sperimentale. L’intento è riuscire a fornire una teoria della razionalità della decisione che tenga conto dei fattori particolari e specifici della natura umana in senso concreto.

Le obiezioni sollevate dalla teoria neoc. saranno analizzate da noi in questo modo: innanzi tutto le dimostreremo assurde assumendole, un procedimento ben noto nelle dimostrazioni di matematica e logica, ciò perché un argomento a priori ha validità normativa (Punto.1). In secondo luogo, vedremo se ci sono dei validi sostegni empirici che ci diano una conferma della nostra ipotesi da un punto di vista descrittivo (P.2). In fine, cercheremo anche di capire se ci siano delle conseguenze a livello pratico, vale a dire trarre conclusioni a livello prescrittivo (P.3).

Le tesi proposte e numerate in incipit verranno da noi riportate semplicemente con il numero in parentesi.

Analisi delle critiche all’economia cognitiva.

(1.1) Assumiamo che le osservazioni sperimentali operate dai ricercatori dell’economia siano effettivamente ottenute da condizioni “artificiali”, “restrittive” e “lontane”. La base argomentativa è che gli esperimenti siano tanto artificiali da indurre i soggetti a scegliere diversamente da quel che farebbero in situazioni normali. Ciò può essere vero solo se compaiono delle variabili presenti nella realtà, non presenti negli esperimenti, tali che a causa di esse i soggetti sono indotti a scegliere sistematicamente in modo diverso. Queste ipotetiche variabili non sono precisate dalla teoria economica neoc., dunque, non dovrebbero essere un problema neanche per gli sperimentatori. Infatti, un economista neoc. non dovrebbe assumere che la sua stessa teoria tralascia una variabile che determina l’andamento reale delle prese di decisione a meno di ricadere nel paradosso di accusare se stesso di ciò di cui accusa l’altro, vale a dire di predire comportamenti solo in casi “artificiali”. D’altra parte, gli stessi esperimenti vengono costruiti assumendo proprio i criteri di razionalità imposti dalla teoria neoclassica. Dunque, l’idea che gli economisti cognitivi conducano esperimenti i cui risultati sono troppo artificiali collassa di fronte al fatto che la costruzione stessa degli esperimenti presuppone la teoria neoclassica sullo sfondo: gli sperimentatori rispettano i parametri a priori fissati dagli assunti neoc.. In ciò gli economisti neoc. finiscono per ricadere in contraddizione con loro stessi.

Il concetto di “artificialità” e la metafora della “lontananza dal mondo reale” sono termini oscuri che non riescono a catturare in modo netto le proprietà a priori riconosciute agli esperimenti mal fatti. Non esiste un’osservazione che non sia anche artificiale, nel senso di “costruito e pensato dall’uomo”. Il pericolo è estendere la critica a qualunque esperimento il che conduce a conclusioni inacettabili sia da un punto di vista a priori che pragmatico.

(1.2) L’accusa di artificialità è smentita da alcuni dati di fatto. In primo luogo è assurdo concepire una scienza che sia totalmente a priori e che non si fondi sui fatti. Ogni scienza indaga un particolare ambito e così l’economia cognitiva. Non c’è ambito scientifico che non preveda esperimenti e questo implica l’indagine di un fatto e della sua evoluzione attraverso la progettazione di un ambiente in cui le variabili siano controllate dagli sperimentatori. La fisica ha fondato se stessa su esperimenti quali la caduta dei gravi nel vuoto, il famoso gatto di Schrödinger, un corpo che si muovesse senza attrito. Quanto “normale” possa essere vedere un corpo che si muove senza attrito (minimamente presente addirittura nello spazio) è tutto da capire. Nessuna scienza può affermarsi, se non compie esperimenti che siano in una certa misura “lontani” dalla realtà.

Un altro punto: gli esperimenti sono costruibili anche in condizioni non “così artificiali” ovvero nelle aule di università, nei convegni di matematici e scienziati. In secondo luogo, le osservazioni consentono una serialità e una costanza dei risultati, cioè gli esperimenti sono definiti in modo tale da rispettare dei parametri generali validi anche in contesti “normali”. In fine, il fatto che gli esperimenti mostrino dei risultati estremamente costanti ci dice che essi sono ben fatti: nessuna rilevazione materiale consente la ripetizione esatta del dato (come la misurazione della velocità di un corpo) ma la costanza dei valori di massima ottenuti nelle sperimentazioni ci indica qualcosa.

(1.3) Proprio da queste considerazioni possiamo comprendere come l’economia cognitiva, da un punto di vista prescrittivo, sia degna di fiducia: gli esperimenti mostrano affidabilità delle previsioni. Per fare un esempio, alcuni esperimenti hanno mostrato come l’effetto dotazione conduca gli individui, tutti e indistintamente, a sovrastimare ciò che possiedono. Quanto sarebbe razionale far finta che l’effetto dotazione non ci sia e attenerci alla fede del mercato dal punto di vista neoclassico?[1]

(2.1) “Gli effetti degli errori cognitivi sono neutralizzati nel corso del tempo grazie all’apprendimento” implica che qualunque errore cognitivo sia reversibile. In altre parole, in economia vale una versione del paradosso di Moore: “se arrivo a sapere che p, allora non possono non credere che p”. In realtà, solo un filosofo troppo rigoroso (o un economista miope) può credere che normalmente ciò sia vero. Esistono molti casi di proposizioni che si sanno vere ma non si riescono a pensare: è irresistibile da un punto di vista psicologico pensarla in un certo modo. Prendiamo il caso di una persona che ha il terrore di prendere l’aereo. Egli sa che prendere l’aereo è sicuro ma non ci crede. Egli avverte una sorta di incoerenza ma l’aereo non lo prende di certo. Il punto è che tale signore non comprerà un biglietto aereo. Dunque, esistono dei casi (e ce ne sono molti) in cui il paradosso di Moore applicato all’economia non vale perché è vero che non crediamo a ciò che sappiamo. Di conseguenza, se agiamo in modo diverso da come sappiamo esser meglio, allora esistono dei casi (non tutti) di errori cognitivi irreversibili e non rivedibili grazie all’apprendimento.

(2.2) L’economia cognitiva ha mostrato che assai spesso gli individui violano il principio di invarianza delle preferenze e il principio di transitività. Questi due principi costituiscono la base della teoria della razionalità e, di conseguenza, la loro violazione implica irrazionalità. Ad ogni preferenza do un peso e se preferisco A a B e preferisco B a C allora preferisco anche A a C. Quest’assunzione consente di concepire come regolari i valori associati alle preferenze individuali in modo da rendere predittibili le loro scelte future. Tuttavia, sebbene questa assunzione appaia tanto ragionevole da essere impossibile da non credere ci sono diversi casi in cui risulta falsa. Prendiamo il caso in cui noi preferiamo il dolce al salato: come primo dovremmo preferire il dolce al salato, come opzione di default. Ma, anche chi predilige la crema e il cioccolato alla pasta al tonno finisce per scegliere di mangiare prima la pasta al tonno e poi la crema. Così abbiamo avuto un inversione delle preferenze. Un altro caso poco noto è questo: tutti gli scacchisti preferiscono vincere a pareggiare e preferiscono pareggiare a perdere (a fortiori preferiscono vincere che perdere). Tuttavia, negli ultimi turni dei tornei più importanti la maggior parte dei giocatori preferisce mettersi d’accordo per pareggiare (cioè preferiscono pareggiare piuttosto che cercare di vincere). E non è un caso che a Linares, il torneo più prestigioso, l’organizzatore ha pagato ciascun giocatore un milione di dollari a patto che limitasse il numero delle patte! Un comportamento assai irrazionale se si assume che le preferenze dei giocatori rimangano stabili![2]

Possiamo ipotizzare questa situazione: ci dicono che siamo incoerenti quando scegliamo il salato al dolce come primo, noi cambieremo il nostro modo di scegliere o accetteremmo tranquillamente la nostra irrazionalità (ammesso che la riconoscessimo come tale)? Ecco il punto: anche sapendo che non scegliamo in modo coerente con le nostre stesse preferenze, ciò non ci basta per correggere il nostro errore, ammesso che di errore si possa parlare.

Sempre a sostegno di ciò, ci sono tutti gli studi sui bias cognitivi che mostrano con altrettanta forza quanto appena detto.

(2.3) Sul piano prescrittivo la faccenda può diventare delicata. Con la possibilità di creare delle “pompe di denaro”, cioè sfruttare l’irrazionalità delle persone e la loro mutevolezza nelle preferenze per riuscire ad avere un guadagno per ogni cambio di preferenza, diventa necessario prendere provvedimenti affinché tali potenziali errori non risultino sfruttabili da parte, ad esempio, delle assicurazioni (uno degli esempi di questo fenomeno chiamava in causa proprio le temute assicurazioni). Il problema normativo di come concepire alternative all’assunzione di invarianza e intransitività delle scelte è un punto dolente per tutti, come ha sollevato lo stesso Kahneman. D’altra parte, iniziare a ragionare sul problema per evitare fenomeni come la “pompa di denaro” se non è già una questione prescrittiva è, però, un importante punto di partenza.

(3.1) L’alta posta in gioco nei problemi del mondo reale non cambia la natura di chi pensa a quei problemi. Inoltre, il grado di attenzione non aumenta la razionalità di un individuo ma fa diminuire  la sua tendenza all’irrazionalità. In altre parole, l’attenzione basta a mantenere stabile il livello cognitivo di un individuo, non ad aumentarne la capacità mentale.

In secondo luogo, anche ammesso che la responsabilità nei confronti del mondo implichi un aumento delle prestazioni cognitive da parte dei soggetti ciò non dovrebbe risultare vero dal punto di vista dell’economista neoclassico: un soggetto in laboratorio può essere motivato in modo tale che le sue risposte giuste gli generino un guadagno. Come ci insegna il gioco dell’ultimatum, è razionale accettare qualunque offerta di guadagno ci facciano perché, per quanto minima, è pur sempre razionale accettarla. Egoisticamente parlando, la fonte di ogni motivazione è il guadagno. Di conseguenza, o si riconosce che esistono contesti in grado di far decidere diversamente le persone (che esistono motivazioni non economiche che implichino decisioni razionali economiche non altrimenti razionali allo stesso modo, non previste dalla teoria della scelta razionale) oppure si deve riconoscere che l’obbiezione non ha senso.

(3.2) Questa obiezione è molto debole per via del fatto che fa ricorso a nozioni morali (responsabilità) per spiegare un comportamento cognitivo (prestazioni decisionali). Quanto la critica sia valida è mostrato dalla quantità di cartacce o di sigarette presenti in ciascuna città italiana: tutti sanno che è sua responsabilità contribuire al bene comune eppure troppi buttano le cartacce per strada. Anche da un punto di vista egoistico converrebbe pensare al bene comune… Data la natura dell’impegno (non buttare la carta) e dei suoi risultati si può ben dire che in contesti standard, purtroppo, la responsabilità non basta a motivare le persone ad agire nel modo più razionale.

(3.3) A livello prescrittivo va da sé che i governanti assumono (e devono farlo) che gli uomini abbiano la tendenza naturale ad infrangere la legge piuttosto che a rispettarla, come diceva il grande storico Tucidide. A suo sostegno va la constatazione che seguire la legge implica un peso cognitivo maggiore che il non seguirla.[3] Dunque, a livello politico, è molto importante decidere sulle giuste dimensioni dei premi e ricompense, come dei disincentivi negativi, per chi fa il suo dovere. E, in ciò, l’economia cognitiva può salire in cattedra.

(4.1) Sebbene l’economia cognitiva non disponga ancora di una teoria matematica unica per tutti i fenomeni economici, è anche vero che cattura molto più efficacemente ciò che deve spiegare e che, fra l’altro, la teoria neoc. neanche prevede. Inoltre, il parametro dell’eleganza è debole: siamo in inverno, abbiamo solo un maglioncino molto elegante ma termicamente inefficiente e un maglione bruttino ma pesante, difficile credere che in nome dell’eleganza scegliamo anche l’oggetto meno utile e morire di freddo.

(4.2) L’economia neocl. fonda gran parte della sua capacità di infondere fiducia proprio sull’imponente apparato matematico. Ciò cade di fronte alla constatazione che la matematica pura non spiega niente altro che se stessa. In altre parole, la base matematica non è una condizione sufficiente per farci prendere decisioni. Ci sono molti contesti in cui non c’è bisogno di avere teorie matematiche per avere anche delle buone teorie. Un caso è quello della biologia evolutiva: Darwin non ha fondato le sue analisi su una formalizzazione matematica né la biologia molecolare si fonda su di essa quanto sulla chimica.[4]

(5.1) L’elemento metafisico dell’economia neoc. è l’agente capace di prendere decisioni in base agli assiomi della scelta razionale e il suo comportamento manifesto. Si assume che l’agente sia opaco e tutto ciò di cui si può parlare sono i risultati delle sue decisioni. Dunque, assecondiamo l’economista neoclassico e accettiamo tutte le assunzioni. Dovremmo concludere che tutte le proposizioni che seguono dalla nostra teoria siano vere. Ma se scoprissimo che c’è almeno una proposizione falsa allora dovremmo concludere che la nostra teoria è, quanto meno, inadeguata e includa qualche contraddizione. Ed effettivamente è così: abbiamo già visto come alcuni dei comportamenti dei soggetti si discostano dalle previsioni operate sulla base della teoria neoclassica.

Da un punto di vista normativo, l’economia neoclassica assume un’entità troppo complessa (il soggetto umano) come “elemento semplice” (non ulteriormente scomponibile) e lo vincola a leggi che gli competono solo in casi eccezionali. Si può dire che la teoria della scelta razionale sia l’eccezione rispetto al normale svolgersi degli eventi! Se si vuole una base elementare della teoria capace di previsioni che non siano solo “le eccezioni” allora bisogna rivederne, appunto, la base. In altre parole, una disciplina che fondi sé sull’uomo non può fare a meno di indagare i limiti e le leggi a cui l’uomo è soggetto. Essendo il cervello l’organo adibito all’elaborazione dell’informazione, va da sé che esso è indispensabile all’economia come il numero è indispensabile alla matematica.

(5.2) Se si poteva essere scettici intorno alla possibilità di dotare di un concreto sostrato di prove empiriche le teorie sul funzionamento della mente, oggi non si può più. Le neuroscienze stanno operando dei proficui successi intorno alla conoscenza del nostro centro di elaborazione dell’informazione anche in campo decisionale. Ci sono poi vari studi applicati all’economia che, in particolare, hanno messo in rilievo come ci sia l’attivazione di particolari aree nel mentre che i soggetti prendono determinate decisioni. In modo ancora più forte, si può dire che con un’altissima probabilità (per non dire certezza e ricadere nell’accusa di un determinismo acritico) il soggetto prenderà una determinata decisione piuttosto che un’altra. Questi studi ci conducono a due constatazioni distinte: è possibile giungere sino alla base della nostra presa di decisione, se si accetta di voler concepire la scelta come un fatto psicologico; è possibile predire il comportamento dei soggetti in base all’attivazione delle loro aree cerebrali. In altre parole, è possibile spiegare il comportamento degli individui e non limitarsi a una descrizione ad alto livello e incapace di catturare ciò che accade.

(5.3) Mettiamo di essere un politico e dover scegliere tra una teoria economica che si fondi su degli assiomi coerenti da un punto di vista logico ma che conducono a previsioni inadeguate e una teoria che tenga conto dell’illogicità dei criteri di scelta della mente umana, fondandosi direttamente sulle conoscenze del cervello: quale intuitivamente preferireste? Vi fidate abbastanza della razionalità altrui (non della vostra, per carità!) da permettervi il lusso di assumere che tutti, o per lo più, saranno razionali nel senso forte previsto dalla teoria neoclassica?

(6.1) Assumiamo che l’economia non abbia bisogno di esperimenti per via delle metodologie di indagine su base statistica e matematica che consentono di estrarre dati in modo tale da rendere la disciplina ben fondata. Ma, per il punto discusso in precedenza, tale operazione dovrebbe consentire di spiegare il comportamento degli individui anche ignorandone le leggi e i limiti in base ai quali agiscono. Abbiamo già mostrato come ciò sia impossibile e, di conseguenza, è necessario avere degli esperimenti che ci indichino come gli individui arrivino a prendere decisioni. Inoltre, tanto più riusciamo a comprendere il funzionamento della “macchina decisionale” e tanto più saremo in grado di poterla prevedere quindi di farla andare per il verso giusto. Dunque, da ogni punto di vista, gli esperimenti sono indispensabili per comprendere tutto ciò che normativamente non può essere catturato. D’altra parte, dopo Kant e I sogni di un visionario, qualunque scienza che non voglia fare metafisica, necessita di una consistente base sperimentale.

(6.2) Le più solide prove empiriche della validità degli esperimenti in economia sono mostrate dalla scoperta dei bias, cioè degli errori sistematici, che la mente umana compie in determinate situazioni. La deviazione del comportamento umano rispetto al comportamento razionale ideale mostra un lato importante della natura umana. E, sebbene quasi di ciascun bias si riconosca intuitivamente la forza e siano stati più o meno individuati dai filosofi (basti pensare a Hume), è un merito indiscutibile quello di aver reso discreto l’insieme degli errori, cioè essere riusciti a distinguerli nettamente gli uni dagli altri, e avergli dato una dimensione quantitativa e inoppugnabile. Essendo di natura sfuggente perché figli di processi cognitivi impermeabili alla coscienza, i bias sono passati inosservati ad un’analisi sistematica e dettagliata in precedenza. E’ un grande merito dell’economia cognitiva averli individuati.

(6.3) Da un punto di vista prescrittivo, in fine, la scoperta dei bias permette dei margini di miglioramento delle decisioni in moltissimi ambiti. Riconoscere che l’intelligenza umana è limitata, ecologicamente funzionale, dalle risorse limitate è di importanza fondamentale per chi deve progettare ambienti in cui le persone devono vivere, impensabili adottando la teoria concorrente. Addirittura in un ambito come gli scacchi si stanno rivedendo i sistemi normativi grazie ai quali i giocatori arrivano a prendere decisioni: dagli anni cinquanta, in cui si assumeva la perfetta razionalità umana, oggi si preferisce un gioco pragmaticamente imperfetto ma umanamente funzionale.

Breve conclusione.

Se c’è una distinzione tra la vita contemporanea e quella tradizionale è questa: oggi l’uomo è diventato un centro di elaborazione di informazione. Purtroppo, ci portiamo dietro un’evoluzione di millenni dove non c’era scritto da nessuna parte che le bollette si pagano alle poste e non si pagano da sole. Né che i cellulari vanno pagati e che hanno attivazioni, né che i moduli vanno portati entro e non oltre la data su scritta o che internet va rinnovato e che a casa bisogna mangiare e che per scrivere occorre una penna e se vuoi parlare con l’amico australiano devi conoscere l’inglese e che l’automobile ti sposta ma sei tu che fai spostare l’automobile (con la benzina, il bollo, l’assicurazione e non si può usare senza patente né senza libretto e va fatta controllare almeno una volta l’anno e se nevica vuole le catene), che gli esami vanno fatti e che dopo la laurea triennale c’è la specialistica… insomma, siamo peggio di una centralina, ecco perché rendere più a dimensione di “intelligenza umana” il nostro mondo è diventata una scommessa che non deve consentire margini di rischio ma solo la vittoria.  Abbiamo, dunque, necessità di discipline che riescano a dirci come fare e, magari anche il perché, questa, forse, la scommessa più ambiziosa ma capitale dell’economia cognitiva.



[1]In particolare in periodi di crisi, l’effetto dotazione dovrebbe aumentare per via della maggiore percezione della perdita rispetto a quella dell’eventuale guadagno.

[2] Un caso analogo è riportato in Freakonomics nel capitolo in cui gli autori parlano della corruzione nel sumo.

[3] Secondo il diritto penale il 15% degli individui segue la legge sistematicamente, un altro 15% la viola sistematicamente, il restante 70% è in bilico e decide in base a convenienza se rispettare la legge o meno.

[4] Da un punto di vista prescrittivo non c’è niente da dire.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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