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I regimi fascisti e la persecuzione degli ebrei dalle leggi razziali alla Shoah

Al termine della prima guerra mondiale, per via anche dell’influsso dei principi universalistici e solidaristici che avevano guidato la rivoluzione d’ottobre, l’Europa è percorsa da un’ondata di progressismo. Gli Imperi autoritari di Austria e Germania sono crollati lasciando il posto a realtà decisamente più liberali, ma questi cambiamenti preoccupano notevolmente diverse componenti sociali intrise di nazionalismo, in particolare tra i ceti medio-alti, che temono bruschi rivolgimenti socio-economici in grado di mettere in discussione la loro posizione sociale. Ma assai temuta è anche una possibile crisi delle identità nazionali da loro così fortemente tutelate durante la guerra.

Si rispolvera dunque la ricerca di un capro espiatorio per questa situazione che viene individuato ancora una volta nella comunità ebraica. La diffusione di questo modo di pensare è dimostrata dal successo editoriale dei riscoperti “Protocolli di Sion” e dall’emergere di tutta una serie di falsi miti che promettevano di offrire una chiave di lettura semplice rispetto a ciò che si stava verificando. Uno di questi fu quello della “pugnalata alle spalle”. Secondo tale mito, diffuso in Germania ad opera delle frange sociali più reazionarie, la guerra non sarebbe stata persa militarmente sul campo contro un nemico esterno, bensì sarebbe stata persa a causa di componenti interne ma estranee all’omogeneità nazionale, la minoranza ebraica nello specifico, che avrebbero congiurato contro l’Impero portandolo alla disfatta benché l’esercito fosse ancora in grado di combattere vittoriosamente.

Inoltre anche l’ondata progressista venne ricondotta alla stessa fonte, in quanto la rivoluzione bolscevica, che ne era stata la causa primaria, fu associata alla presenza e al ruolo che avrebbero avuto intellettuali di estrazione ebraica all’interno del PCUS. Anche la rivoluzione d’ottobre venne dunque interpretata come il risultato di una congiura sionista.

Non sorprende dunque che la Repubblica di Weimar sia stata caratterizzata dalla diffusione dell’antisemitismo in vasti strati della società, ragion per cui il Partito Nazionalsocialista troverà terreno fertile per imporre il proprio sistema di valori. La particolarità dell’ideologia nazista sta nell’aver coniugato la filosofia razzista del social-darwinismo con le teorie del complotto sionista. A questo si unisce l’imposizione di una mistica della superiorità della razza ariana, la purezza della quale si sarebbe dovuta difendere da possibili contaminazioni da parte delle razze inferiori per evitare la decadenza della civiltà germanica. Il maggior pericolo di contaminazione sarebbe stato rappresentato proprio dal popolo ebraico il quale, popolo senza terra e dunque non in grado di partecipare alla lotta tra civiltà teorizzata dal social-darwinismo, era accusato di servirsi di mezzi spregiudicati e immorali per raggiungere la supremazia sulle altre razze. Se a ciò aggiungiamo gli stereotipi di matrice sociale, economica e politica di cui in parte abbiamo parlato poc’anzi (ebrei causa della sconfitta militare, dell’instabilità della Repubblica di Weimar, portatori dell’ideologia bolscevica ma anche, il che risulta assai contraddittorio, emblema del capitalismo plutocratico responsabile della crisi finanziaria tedesca) otteniamo una panoramica della rappresentazione del popolo ebraico imposta dal nazismo.

L’identificazione del bolscevismo come nemico giurato dell’ideologia nazista in quanto frutto del complotto sionista è particolarmente importante per spiegare le ambizioni imperialistiche del Terzo Reich. Queste si rivolgevano all’est sia, come appena accennato, in quanto culla dell’ideologia bolscevica, sia per via della teoria dello spazio vitale. Tale teoria si basava sull’assunto che la razza ariana germanica fosse destinata a ricercare lo spazio vitale per la propria prosperità verso est (anche in quanto nei paesi dell’est Europa si trovavano alcune zone a maggioranza etnica germanica come nei Sudeti o nel corridoio di Danzica), ciò a discapito delle razze inferiori ivi presenti definite dai nazisti Untermenschen, vale a dire sub-umani. Si creò così un clima di vera e propria crociata ideologica e razzista che inevitabilmente portò, nel corso della seconda guerra mondiale, il Terzo Reich ad espandersi verso est giungendo ad invadere l’Unione Sovietica.

Una volta al potere Hitler pose rapidamente le basi per raggiungere l’obiettivo di fondare una società senza conflitti e senza diversi, rigorosamente diretta dall’alto. Nello strutturare questa società i vertici nazisti si proposero di utilizzare criteri biologici (esclusione di elementi estranei alla comunità omogenea di razza ariana), politici (esclusione di coloro che non aderivano all’ideologia nazionalsocialista) e sociali (esclusione di elementi considerati inidonei ad appartenere alla comunità in quanto portatori di condizioni o comportamenti non accettabili. Sono i disabili e i cosiddetti “asociali”, categorie come gli omosessuali, le prostitute, i Testimoni di Geova, criminali comuni,…).

Al fine di realizzare ciò si impose un sistema di inclusione/esclusione che spaccò in due la popolazione tedesca, sistema tanto più subdolo in quanto attraverso il privilegio di appartenenza alla comunità “eletta” ariana estraniava e desensibilizzava gli inclusi rispetto alla sorte degli esclusi. Peraltro l’illusione di appartenere ad una comunità solidale ed egualitaria che poneva sullo stesso piano qualunque individuo appartenente alla razza eletta compresi gli strati sociali più umili cedeva di fronte alla realtà di una società dominata in ogni suo aspetto dal Führerprinzip, società spersonalizzata e atomizzata.

Tra i provvedimenti destinati a colpire gli ebrei emanati negli anni ’30 si ricorda l’interdizione dai pubblici uffici, dalle cariche militari e dalle libere professioni, la requisizione di beni materiali, l’allontanamento dalle scuole e il divieto di matrimonio con gli appartenenti alla razza ariana. Tuttavia l’internamento nei campi di prigionia non fu imposto agli ebrei se non a partire dal 1938. Nel novembre di quell’anno ebbe luogo la “notte dei cristalli”, un gigantesco pogròm latore di violenze contro i beni e le persone della comunità ebraica cui seguì l’internamento in campi di prigionia di circa 35.000 di essi. Lo scopo che i vertici nazisti volevano raggiungere con queste violenze era convincere gli ebrei tedeschi ad abbandonare la Germania per sempre.

Come ben noto, la già precaria situazione delle comunità ebraiche all’interno del Terzo Reich degenerò definitivamente a partire dai primi anni della seconda guerra mondiale. La loro sorte ultima fu segnata dall’applicazione della tristemente nota “soluzione finale”.

Con l’inizio della seconda guerra mondiale (1° settembre 1939) si ha un’ulteriore radicalizzazione delle pratiche persecutorie antisemite. Tra le tante norme prevaricatrici ne citiamo alcune: requisizione di apparecchi radiofonici, esclusione totale da qualsiasi tipo di assistenza sociale e sanitaria, divieto di utilizzo dei mezzi pubblici, divieto di approvvigionamento di beni di prima necessità.

Con i successi tedeschi nei primi anni di guerra e l’acquisizione di vasti territori, la Germania nazista percorre la strada dell’esportazione del proprio modello gerarchico politico e sociale nelle zone occupate. Di conseguenza le pratiche discriminatorie si estendono al di fuori dei confini del Reich. Tuttavia con una netta differenza tra occidente e oriente attraverso un sistema di dominazione differenziata. Ad ovest (con la vittoria sulla Francia) si ricercò la collaborazione delle élites locali della Francia occupata nonché del neonato regime collaborazionista di Vichy. Ad est si attuò invece uno sfruttamento pressoché totale delle risorse materiali e umane anche allo scopo di liberare dalle razze “inferiori” quello che era considerato lo spazio vitale per la futura espansione del popolo tedesco. Le popolazioni dei territori invasi furono completamente asservite, le loro identità culturali spazzate via. Tutto ciò a partire dalla Polonia che, una volta sconfitta, sparì dalla carta politica europea, in parte annessa al Reich, in parte occupata dall’Unione Sovietica (secondo il protocollo segreto del patto Molotov-Ribbentrop). Ma la zona centro meridionale andò a costituire una nuova realtà politica, completamente dipendente dal Reich, il Governatorato Generale per le aree occupate della Polonia, amministrato dal plenipotenziario nazista Hans Frank. Fin dai primi giorni di occupazione reparti militari di Einsatzgruppen, composti da membri delle SS e della Wehrmacht, arrestarono e sterminarono gli appartenenti all’intellighenzia polacca. Ciò nell’ambito del disegno nazista di asservimento totale degli Untermenschen secondo il quale le razze sub-umane avrebbero dovuto fornire esclusivamente forza lavoro per il Reich. Gli uomini di cultura andavano eliminati in quanto potenzialmente in grado di diffondere una coscienza storica e sociale foriera di possibili ribellioni alla dominazione nazista.

La Polonia fu insomma il primo laboratorio delle politiche di sradicamento culturale e razziale ripetute in scala maggiore e con una violenza disumana durante l’invasione dell’Unione Sovietica.

L’aggressione all’URSS ha inizio nel giugno del 1941 (operazione Barbarossa). L’avanzata della Wehrmacht nei primi mesi delle operazioni belliche è travolgente e le truppe tedesche occupano vastissimi territori. Il piano del regime nazista prevedeva l’annullamento delle nazionalità locali, la loro estirpazione progressiva e la definitiva germanizzazione di questi territori. Tale risultato sarebbe stato raggiunto attraverso la fondazione di colonie popolate da individui esclusivamente di sangue ariano in seguito alla deportazione dei “sub-umani” al di là degli Urali una volta vinta la guerra. Nel mentre che il conflitto andava avanti, in attesa della possibile realizzazione di un tale progetto, il destino della Russia occupata fu quello di essere soggetta ad un pesantissimo sfruttamento allo scopo di favorire lo sforzo bellico tedesco.

La Shoah prende forma proprio in questo quadro di aggressione all’URSS. All’interno del Reich a partire dal 1941 gli ebrei avevano subito un ulteriore giro di vite venendo affidati alla tutela esclusiva della Gestapo (la polizia segreta di stato del regime nazista), costretti ad indossare come identificativo la stella di David di colore giallo, impossibilitati ad emigrare in quanto già, fatalmente, si prospettava per la soluzione della questione ebraica un epilogo ben più drammatico rispetto agli anni precedenti. Se infatti fino a quel momento il regime nazista intendeva eliminare il pericolo della contaminazione del sangue ariano da parte della razza semita rendendo impossibile la vita degli ebrei all’interno del Reich e spingendoli ad emigrare, da questo momento in poi si orientò verso l’eliminazione fisica del “nemico razziale”. In vista del passo finale verso la soluzione della questione ebraica, gli ebrei residenti nel Reich vennero man mano deportati verso i ghetti delle grandi città dell’est, in particolare Lòdz, Varsavia, Lublino, Cracovia, Leopoli e Bialystok.

La prima modalità di sterminio di massa venne attuata durante la campagna di Russia da parte dei succitati Einsatzgruppen. Lo scopo dichiarato di questi reparti era di eliminare in maniera sistematica ebrei, zingari ed avversari politici, compito svolto con bestiale efficienza. Inizialmente venivano eliminati sul posto tramite fucilazioni di massa tutti gli ebrei maschi adulti che abitavano le zone invase. In seguito si decise di non risparmiare nemmeno donne, bambini e vecchi. Si stima che entro la fine del ’41 furono sterminati circa 800.000 ebrei per mano di questi squadroni della morte. Ad aumentare la conta delle vittime, al di fuori delle centinaia di migliaia di soldati tedeschi e russi che morirono in battaglia, aggiungiamo circa 1.500.000 prigionieri sovietici caduti in mano alla Wehrmacht che morirono per fame, freddo, maltrattamenti, condizioni sanitarie inadeguate e fucilazioni sommarie. Chi restò in vita fu costretto al lavoro coatto in condizioni disumane per contribuire allo sforzo bellico tedesco.

L’economia di guerra nazista infatti, col protrarsi di un’inaspettata guerra di logoramento, dovette far fronte a difficoltà vieppiù crescenti per sostenere la macchina da guerra del Terzo Reich. Con l’invio di centinaia di migliaia di soldati al fronte, il bisogno di forza lavoro si fece sempre più pressante e la soluzione fu trovata nello sfruttamento di prigionieri di guerra e di tutte quelle categorie non appartenenti alla comunità popolare di sangue ariano. Fu messo dunque in piedi un mostruoso sistema di sfruttamento che si servì, durante l’intero conflitto, di circa 11.000.000 di lavoratori stranieri, di cui 3.000.000 di prigionieri di guerra sovietici, 3.000.000 rastrellati dalla sterminata campagna russa via via che la Wehrmacht avanzava ad est, alcuni milioni dai Paesi dell’est (Polonia e Balcani soprattutto), e perfino 600.000 tra i militari italiani catturati dai tedeschi che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana nata il 23 settembre del 1943. Tale sistema si avvalse anche della forza lavoro proveniente dai campi di concentramento della Germania, i detenuti dei quali venivano sfruttati come manodopera schiavile e costretti a vivere in condizioni al limite della sopravvivenza.

Tuttavia i campi di concentramento non furono il peggiore degli orrori messi in atto dal Terzo Reich. La massima mostruosità furono i campi di sterminio, concepiti all’unico scopo del genocidio sistematico del popolo ebraico.

La decisione definitiva di attuare il genocidio del popolo ebraico viene presa durante la conferenza di Wannsee il 20 gennaio del 1942. Si riunirono in una villa sul lago Wannsee, presso Berlino, diversi ufficiali e burocrati del Reich, tra cui i gerarchi nazisti Reinhard Heydrich ed Adolf Eichmann. Lo scopo della riunione era giungere ad una soluzione finale della questione ebraica, e la soluzione finale fu individuata nello sterminio organizzato e sistematico dell’intera popolazione ebraica europea (secondo i piani dei nazisti sarebbero dovuti essere annientati circa 11.000.000 di ebrei). Come risultato venne creata una grande rete di campi di sterminio in Polonia (Chelmno, Belzec, Sobibòr, Treblinka, Majdanek e, il più tristemente celebre, Auschwitz-Birkenau).

Per raggiungere il proprio scopo il Reich costituì un mastodontico apparato burocratico amministrativo cui parteciparono migliaia di persone, organizzato attraverso un’estrema parcellizzazione dei compiti. Ciò che può sorprendere è sapere che, per la maggior parte, le persone che lavorarono all’interno di questo apparato furono semplici impiegati comuni, uomini non pervasi da fanatismo ideologico, né da un disumano odio razziale. Uomini comuni che non furono a contatto diretto con lo sterminio ma che ebbero la colpa di voltare la testa dall’altra parte, di non farsi domande su ciò che facevano. In sintesi, colpevoli di non voler sapere. Peraltro spesso uomini comuni furono anche coloro che lavorarono a contatto con lo sterminio a vario titolo (tra le forze di polizia, i soldati, perfino le SS, militavano talvolta uomini non legati in maniera particolarmente stretta all’ideologia nazista). Nel loro caso, fatale fu una progressiva assuefazione alle atrocità con cui entravano in contatto nel trasformarli in mostri. E, sostiene Primo Levi, la causa ultima di questo perverso meccanismo di metamorfosi è da ricercarsi nella natura stessa dei regimi totalitari.

La macchina di morte nazista raggiunse in brevissimo tempo alti livelli di mostruosa efficacia, giovandosi dei più recenti sviluppi della scienza e della tecnologia. Per uccidere nella maniera più rapida ed efficiente i prigionieri dei campi di sterminio, si testarono vari metodi di morte alternativi alle modalità con le quali avevano agito gli Einsatzgruppen fino a quel momento. Le fucilazioni di massa si dimostrarono infatti poco adatte allo scopo per le conseguenze di lungo termine sulla psiche di chi svolgeva questo terribile compito. Ben presto ci si orientò verso la gassazione, inizialmente attraverso l’utilizzo dei Gaswagen, camion a tenuta stagna nei quali venivano caricate le vittime, per poi asfissiarle con i gas di scarico prodotti dallo stesso veicolo (questa modalità fu utilizzata nel primo campo di sterminio costruito dalla Germania nazista a Chelmno), in seguito attraverso le camere a gas. Come tristemente noto fu quest’ultimo il metodo scelto per la serializzazione dello sterminio, metodo che prevedeva l’utilizzo inizialmente del monossido di carbonio, in seguito del famigerato Zyklon B.

Per chiarire la bestialità di questo apparato di morte descriviamo il destino cui andavano incontro i deportati.

Stipati in vagoni merce arrivavano ai lager dove erano accolti dalle SS che provvedevano con feroce efficienza ad inquadrarli per la prima selezione. Il personale medico del campo provvedeva sommariamente e in modo estremamente rapido a dividere chi era adatto ad essere sfruttato come manodopera schiavile da chi non lo era. Gli inabili al lavoro (per lo più vecchi, donne e bambini) erano inviati direttamente alle camere a gas dove, resisi conto solo all’ultimo della sorte scelta per loro dagli aguzzini, morivano per asfissia. Unità di prigionieri ebrei deputati al funzionamento delle camere a gas, i Sonderkommandos, trascinavano fuori i cadaveri recuperando da questi qualunque cosa di valore (anelli, otturazioni in oro, perfino i capelli) e, infine, inviandoli nei forni crematori dove venivano completamente bruciati.

Chi veniva selezionato per il lavoro veniva invece portato nel campo vero e proprio, sistemato in una delle baracche dei prigionieri, e sfruttato allo sfinimento attraverso le varie occupazioni che gli venivano assegnate giornalmente. Spesso si trattava di lavorare per l’industria bellica del Reich, che si trovava alla costante ricerca di forza lavoro, ma talvolta si trattava di mansioni inutili, concepite al solo scopo di sfibrare i prigionieri, costretti a svolgere i propri compiti il più delle volte all’esterno, nella fredda pianura polacca, in qualunque condizione meteorologica, vestiti solo di una divisa di tela e di zoccoli di legno.

L’arrivo continuo di deportati rendeva necessario liberare continuamente dello spazio all’interno del campo, e a questo scopo erano operate continue selezioni per scegliere chi, distrutto nel fisico, ma anche nella psiche, dalle disumane condizioni di prigionia, era da destinarsi alle camere a gas.

Cause di morte particolarmente odiose furono gli esperimenti pseudo-scientifici condotti da sedicenti medici (famigerato fu Joseph Mengele, l’”angelo della morte”, ufficiale medico delle SS assegnato al campo di Auschwitz) ai danni dei prigionieri, esperimenti circa la castrazione, la resistenza del corpo umano al freddo, al caldo, al dolore, alla privazione del sonno,…

A completare il quadro della totale disumanizzazione dei prigionieri concorreva l’organizzazione dei campi, affidata in buona parte ai peggiori elementi tra i prigionieri stessi e pianificata in modo da demolirli psicologicamente, azzerandone l’umanità.

Denutriti, sfiniti dalla fatica, strappati ai loro cari, vessati da violenze fisiche e psicologiche di ogni genere, i disperati prigionieri dei campi non avevano che una via d’uscita, durch den Kamin, attraverso il camino.


Giacomo Carrus

Sono nato nel 1986. Ho conseguito la Laurea in Lettere Storiche con lode all’Università di Cagliari dove attualmente frequento il primo anno della magistrale in Storia e Società. Sono co-autore del libro “La guerra fredda – Una guida al più grande confronto del XX secolo” (editore Le Due Torri) e mi occupo di Storia Medievale, in particolare della Storia Bizantina. Appassionato dell’ambito militare, con il quale ho avuto un breve trascorso nel 2011 arruolandomi nell’Esercito Italiano, sono socio della Società Italiana di Storia Militare (SISM).

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