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Considerazioni sul concetto di rappresentazione o immagine nel fenomenismo

Abstract
L’articolo mira a mettere in luce con breve sintesi la paradossalità delle teorie epistemologiche che ammettono la tesi fenomenista. In base ad essa, la conoscenza è una mera produzione di rappresentazioni che, in quanto soggettive, rendono dubbio ogni possibile giudizio sul mondo. Esistono teorie alternative, la filosofia dell’organismo di Whitehead ne è un esempio. Essa propone una spiegazione del rapporto tra soggetto ed oggetto che radica in una concezione relazionale della materia, in cui il differenziale tra conoscente e conosciuto si annulla, perché entrambi i poli si istituiscono come elementi costitutivi dell’esistenza dell’altro.


Il concetto di rappresentazione inteso nell’uso filosofico odierno compare, nella storia del pensiero, quando il dubbio cartesiano investe la conoscenza, incrinando i fondamenti millenari su cui giaceva il realismo classico. Il dubbio sulla percezione e sulla conoscenza, definito fenomenismo, rimane attivo e vivo nella cultura contemporanea.
Negli Studi di filosofia moderna, Bontadini sostiene che la parabola del fenomenismo moderno radica nel dualismo kantiano, da cui deriva la riduzione della portata ontologica del reale alla soggettività operata dai successori . In altri termini, la filosofia trascendentale ha il merito di portare alla luce con sistematicità il presupposto fenomenistico, presente implicitamente nelle filosofie dell’epoca senza trarne però tutte le conseguenze. Si tratta di una concezione dualistica del soggetto rispetto all’oggetto che investe con un dubbio insolvibile l’essere, relegandolo al di là da un intrascendibile orizzonte coscienziale. Il primo immediato è l’io, l’idea, oltre la quale regna l’inconoscibile, il noumeno. Soggetto e oggetto sono concepiti come nature differenti e irriducibili, l’oggetto quindi non è mai veramente conoscibile. Tra i due poli della conoscenza si interpone una rappresentazione o immagine soggettiva, che non offre la garanzia di possedere alcuna corrispondenza con la realtà. L’estetica trascendentale compie il balzo che riduce il tempo e lo spazio a forme a-priori del soggetto. Così denominate da Kant perchè tempo e spazio risultano dalla sua analisi, mere condizioni soggettive dell’esperienza. Il mondo è quindi rappresentato, è fenomeno, un costrutto che trova l’unica oggettività nelle categorie a priori. Quantità, qualità, relazione e modo, non appartengono agli oggetti, bensì danno ordine e definiscono soggettivamente i rapporti tra le rappresentazioni spaziali o temporali della sensibilità. Consegue da ciò un’oggettività che è mera apparenza, un’illusione della coscienza, un’immagine.
E’ possibile recuperare l’oggetto della conoscenza oltre la nostra rappresentazione quando l’unico modo per conoscere tale oggetto è rappresentarselo? Conosciamo la realtà? Questo è il dilemma che Kant e la sua epoca hanno lasciato in eredità al mondo.
La risposta del filosofo di Königsberg come è noto è stata negativa. E’ assurdo infatti conoscere un oggetto che si colloca fuori dal pensiero. Sarebbe come dire di avere esperienza fuori dall’esperienza. Il fenomenismo implica, citando il noto esperimento mentale di Putnam, che siamo come cervelli in una vasca collegati ad una macchina che produce le rappresentazioni del mondo a cui siamo abituati. La situazione proposta dal film Matrix esemplifica una conseguenza fantasiosa del principio fenomenistico. Dopo Kant tornare ad una concezione comune della realtà è stato impossibile e i sistemi di pensiero che si sono succeduti hanno dovuto confrontarsi con questo dilemma, proponendo soluzioni spesso non conservative e anti-intuitive, soluzioni che costringono a modificare le logiche del linguaggio e ad inventare concetti caratterizzati da tratti sconosciuti al senso comune. Il primo è stato l’idealismo tedesco, secondo il quale la materia, che nell’opinione comune è sostanziale e dura, diventa plastica e processuale, diventa pensiero.
Riflettendo sull’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in Compendio ci rendiamo conto di come il problema del dualismo gnoseologico fosse pressante in Hegel, che prova con tentativo felice ma complicato a superarne il dilemma. Secondo Hegel le cose non sono sostanze, la loro esistenza risulta da relazioni. In questo senso ogni evento è sempre determinato dal suo altro come in un gioco infinito di riflessi. L’unità derivante dalla riflessione in sé (l’identità) definita dalla riflessione in altro (la differenza) è l’esistenza. Le molteplici determinazioni che costituiscono la cosa, hanno nella cosa stessa la loro riflessione in sé, sono cioè proprietà della cosa e anche materie di essa, ma indipendenti da essa, in quanto non sono la cosa. La relazione estrinseca tra le molte materie è la forma. Il rapporto tra la forma e la materia (o cosa in sè) consiste allora in questo: la materia è un composto unitario solo in forza della forma, ma non è la forma. Entrambe quindi si fronteggiano come oggettività ed entrambe sono la totalità della cosa. Le due oggettività distinte nell’oggetto si oppongono. Tuttavia esso è dato, ed essendo dato in opposizione con se stesso, non è ciò che è, quindi appare come è. Questo apparire è il fenomeno, che ha come contenuto l’unità della materia che è la forma e le molteplici materie espresse in unità nella forma. Perciò la forma si costituisce come unità delle materie e la materia è tale come forma.
Nella cosa, materia e forma sono quindi la medesima realtà. Appare l’essenza, la distinzione, e in questo apparire essa è fenomeno. La realtà stessa quindi è fenomeno. Il fenomeno è perciò l’unica oggettività, la manifestazione stessa del reale, l’essenza della cosa . “ Il fenomeno deve apparire […] l’essenza perciò non è dietro o di là dal fenomeno ma, per ciò appunto che l’essenza è quel che esiste, l’esistenza è fenomeno”1. In tal modo il dualismo fenomeno-noumeno viene ricomposto da Hegel, il fenomeno è tutto, in esso la realtà, sebbene ridotta alla natura del soggetto, è pienamente manifesta perché non c’è nulla di ulteriore.
Nonostante il teorema dell’idealismo getti una certa luce sul problema, è sempre difficile togliere ogni dubbio sulla tesi fenomenista perché è dilemmatica e si è costretti a concedere un monismo radicale.
Il fenomenismo è la massima espressione della coscienza scettica e si presenta nel modo seguente. O conosciamo la realtà oppure conosciamo solo rappresentazioni soggettive di essa. Non possiamo provare la prima perchè non possiamo né escludere, né provare la seconda. Infatti, per essere certi che qualcosa è una rappresentazione, dovremmo confrontarla con la realtà e per essere certi che qualcosa è una realtà, dovremmo confrontarla con una rappresentazione.

Noi non vediamo le sensazioni
Scelgo quindi un’affermazione di Bateson tratta dal testo Mente e natura che mi pare appropriata per incominciare a vagliare la consistenza del concetto di rappresentazione o immagine. Secondo l’autore “è significativo che ogni percezione – ogni percezione conscia – abbia le caratteristiche di un’immagine. Un dolore è localizzato in una parte del corpo: ha un inizio, una fine e una collocazione e si evidenzia su uno sfondo indifferenziato. Queste sono le componenti elementari di un’immagine. Quando qualcuno mi pesta un piede, ciò che sperimento non è il suo pestarmi il piede, ma l’immagine che io mi faccio del suo pestarmi il piede ricostruita sulla base di segnali neurali che raggiungono il mio cervello in un momento successivo al contatto del suo piede con il mio.” [Inoltre], ogni esperienza è soggettiva, […] è il nostro cervello a costruire le immagini che noi crediamo di percepire. 2
Si evince facilmente che l’immagine di cui parla Bateson è il risultato di un’elaborazione fisica di dati provenienti dal contatto del piede con il corpo. Quindi risulta essere il corpo l’intermediario che si rappresenta l’oggetto e che rielabora le sue proprie modificazioni sotto la forma del dolore o del piacere. Questa deduzione ci servirà successivamente a far vedere che il rapporto tra rappresentazione in generale e rappresentazione del corpo si avvolge in un regresso logico in grado di investire di un fondato dubbio il concetto stesso di rappresentazione. Per ora facciamo un passo indietro e cerchiamo di mostrare come il concetto di immagine o rappresentazione sia solo presupposto nell’argomentazione suddetta.
Nelle affermazioni di Bateson sembra evidente e per sé noto che ci siano solo immagini mentali ma la verità è che nessuno ne ha mai vista una, infatti come afferma Husserl io non vedo le sensazioni di colore, non odo le sensazioni sonore, odo il canto della cantante, vedo il colore. In effetti noi nelle nostre cosiddette rappresentazioni ci viviamo, mentre le caratteristiche di un’immagine sono l’essere vista da qualcuno ed essere immagine di qualcosa. Io vedo il mobile davanti a me che si staglia su un indifferenziato muro, che -ha un inizio, una fine ed una collocazione- ma non dico, perché possiede queste caratteristiche, che è un’immagine. Le caratteristiche che Bateson enuncia sono proprie degli oggetti e delle immagini in quanto oggetti.
Una volta estrapolati i termini del linguaggio dal loro uso ordinario è facile, insegna Wittgenstein, rimanere intrappolati nel linguaggio tecnico della teoria, e l’epistemologia empirica, essendo un sincretismo di linguaggi tecnici, rischia proprio di diventare una trappola mentale.
Quindi che ci sia solo un’immagine è un presupposto o un’inferenza. Nel secondo caso, se è un’inferenza, deriva dalla considerazione che tutto ciò che conosciamo può essere diverso se noi siamo in una condizione diversa, ma questo ovviamente non dimostra che certe proprietà degli oggetti vengono a mancare quando mutano le nostre facoltà. La presenza di eventi come le allucinazioni e i sogni è sempre stata portata come una prova del fenomenismo, ma anche in questo caso, come possiamo inferire che abbiamo sempre delle allucinazioni?

Sembra aver ragione Hegel
Hegel aveva intuito che qualcosa non funzionava nella logica classica e aveva tentato, questa volta con risultato infelice, di riformarne i concetti di base in anticipo sui tempi. Senza gli strumenti matematici che poi servirono per elaborare una logica delle relazioni, riuscire ad ottenere un sistema di ragionamento algoritmico per rappresentare il movimento ed esprimere processi o relazioni era impossibile. L’intuizione fu tuttavia giusta, eliminare il concetto di sostanza e sostituirlo con qualcosa di dinamico, la dialettica. Whitehead spiega infatti che il concetto di sostanza verte sulla logica soggetto-predicato che suggerisce erroneamente che ogni ente debba essere dotato di un sostrato che lo mantiene in isolamento rispetto agli altri. Il mondo sostanziale è un’analogia del mondo così come viene espresso nelle proposizioni del linguaggio naturale, che assumono appunto la struttura sostanza-accidente. Il problema della conoscenza nasce da questa abitudine mentale e non sembra risiedere nella capacità della sensibilità di restituire l’oggetto, semmai sembra risiedere nella difficoltà di esprimere il modo in cui un oggetto materiale può rendersi manifesto il mondo e se stesso, ovvero il modo di dire come sia possibile la manifestazione sensibile senza ammettere una rappresentazione soggettiva che distorce l’informazione. La filosofia dell’organismo, negando sostanze, meccanicismo e rappresentazioni tenta di sciogliere il problema.
Leggiamo allora, nell’opera più importante di Whitehead Processo e Realtà, che gli oggetti sono costituiti da società di enti reali che, come “centri di esperienza”, sono mutevoli come un flusso a causa di prensioni reciproche, queste costituiscono la loro stessa natura. L’acquisizione perpetua dell’altro come parte di se stesso, per costituire relazioni d’ordine di varia complessità, è la causa di ciò che esiste. In questo senso l’intuizione hegeliana che gli enti reali sono il risultato della riflessione in se stessi e della riflessione in altro, è accettata dalla filosofia dell’organismo ed è in accordo con la scienza del ‘900. In senso più naturalistico è infatti evidente che la natura può esser vista come una forma di memoria per cui ogni ente è caratterizzato dai segni della sua esperienza, ovvero dal rapporto con il suo ambiente. Differentemente dall’idealismo però essere soggetto oppure oggetto è solo un punto di vista, un sistema di riferimento. Quando l’entità reale acquisisce tramite prensioni fisiche l’altra entità, è soggetto, altrimenti è oggetto. L’attività degli enti, o concrescenza è la co-costruzione dell’esperienza in una delimitazione e in un accrescimento continuo delle reciproche possibilità di essere. La causalità diventa allora l’evento più frequente e fondamentale dell’universo, ed è “sentita” da ogni entità reale in misura più o meno evoluta e consapevole come il costituirsi stesso, costante, del suo essere. Tutto ciò che esiste, agisce e reagisce con un’attività autopoietica e al contempo determinata dall’autonoma poiesi dell’altro, costituendosi entro i limiti posti da relazioni d’ordine, forme, che istituiscono il potenziale di innovazione, la creatività universale, la possibilità di esistere, il fine. La conoscenza quindi possiede una base nella materia, perchè radica già come esperienza o sentimento dell’altro da sé, nelle fasi primordiali di concrescenza. Questa base è detta da Whitehead l’efficacia causale, la quale assume solo in fasi estremamente avanzate di concrescenza l’aspetto simbolico della conoscenza. Aspetto denominato dall’autore, riferimento simbolico e della presentazione immediata. Il riferimento simbolico è la sintesi di due processi: l’efficacia causale e la presentazione immediata. Il primo definisce il rapporto effettivo di co-costruzione di un ente rispetto ad un altro. Il secondo esprime il modo in cui un ente contribuisce a costruire l’esperienza dell’altro.

Monadi che sono solo finestre
Siamo costituiti quindi da società di eventi che concrescono come un flusso impermanente di sentimento. Nel senso che ogni evento è produttore dell’esperienza altrui ed è perciò oggetto e soggetto rispetto agli altri. Le entità reali sono elementi vibratili di un’infinità atomizzata di sensibilità, un flusso la cui unica fonte di permanenza è la possibilità oggettiva della forma, che permette il riciclo del medesimo e anche l’innovazione. Tutto si pone in rapporto reciproco e in rapporto con delle relazioni d’ordine possibili, idee o enti eterni. Un equilibrio tra il flusso e la costanza delle forme.
Il mondo è costituito da monadi che sono solo finestre, la cui vita è segnata dal lasciar trasparire le altrui presenze. Forme di sensibilità che possiamo cogliere a tratti, dall’osservazione di ciò che normalmente ci appare scontato. Le piante sembrano scegliere la posizione più conveniente, si aprono spazi, si rivolgono verso la luce senza possedere organi di senso. Le loro trasformazioni sono dettate dalla presenza della luce, un’altra società di eventi che dà forma ad un modo di essere e di agire entrando causalmente nel campo di esperienza della prima.
La materia è meno rigida di come si presenta a noi e le trasformazioni che in essa avvengono sono condivise e causate dall’ambiente circostante. Il calore per esempio è un moto violento delle molecole, e se noi ci avviciniamo ad una fonte di calore anche le nostre molecole si muovono più velocemente rendendoci più simili al fuoco. Un oggetto è un particolare modo di una società di enti reali di appropriarsi di eventi concrescendo in una unità di esperienza, denominata nella filosofia dell’organismo, un nesso. Ma un nesso è il risultato di prensioni e le prensioni sono rapporti autopoietici di acquisizione dell’ambiente.
Percepire è partecipare e conoscere è essere coinvolti nella concrescenza universale. L’esperienza è sempre condivisione, sentimento, innovazione. Le nostre molecole danzano con le molecole del mondo e la percezione attesta la continuità tra noi e ciò che ci circonda. L’esistenza è cioè l’efficacia causale, un modo di essere che è sempre caratterizzato dalla somma di altri modi di essere che vanno a costituire un’esperienza soggettiva. Esperire è esistere e in questo senso la filosofia di Whitehead riprende l’idealismo di Bradley e il suo, derivato da Berkeley, ‘esse est percipi’ aspramente discusso da Moore in The Refutation of Idealism.
Ma Whitehead prende tutto dall’idealismo tranne l’idealismo, è un realista naturalista che sostiene che il conosciuto è ontologico. Esiste il fatto ostinato da cui, in fasi primordiali di concrescenza, quelle in cui regna la causalità cieca, emerge come fase derivata la conoscenza così come la intendiamo. Quindi come in Hegel essa è il risultato di un processo soggettivo ma recupera nell’alterità dell’oggetto la sua fonte primaria. Processo che Whitehead chiama appunto efficacia causale e che fa da fondamento alla conoscenza più evoluta e alla sua oggettività.
L’esperienza primitiva dell’efficacia causale è una cieca emozione con carattere vettoriale. Il “carattere vettoriale”, espressione mutuata dalla fisica, è tale per ogni realtà e si caratterizza nel portare con sé, in altro da sé, elementi della propria origine. Il rapporto tra enti reali è quindi una relazione di acquisizione di conformità o di contrasto con l’altro, ma anche un ostinato sentimento della rilevanza degli eventi futuri relativamente al presente. “Organisms, generally, and animals and man in particular, always act on the presupposition of the relevance of the immediate future to the present, i.e. on the presupposition of causal efficacy.”3
La nostra percezione quando vediamo dei colori o gustiamo una pietanza, detta da Whitehead “presentazione immediata”, è invece un sistema più evoluto rispetto all’efficacia causale che ne è la base. Essa si fonda sul sistema di relazioni estensionale che si instaura tra il nostro corpo e l’oggetto percepito. Ma come vedremo più avanti, ciò che importa rispetto alla nostra tesi è che secondo Whitehead escludendo il corpo come base dei rapporti estensionali tra noi e l’oggetto, saremmo convinti di percepire mere impressioni (qui rappresentazioni) scadendo così nel fenomenismo. Esso astrae infatti dalle effettive relazioni spaziali che nel continuo estensionale costituiscono le relazioni tra i molteplici oggetti e il soggetto percipiente.
Il continuo si istituisce in questa epoca cosmica come la base effettiva per le relazioni tra enti contemporaneamente concrescenti istituendo la spazialità e la temporalità . “The point to grasp in this connection is that sense data in themselves, and spatial extensiveness in itself, are merely relational elements connecting the perceiver and other actual things in one concrete inclusive prehension”.4 La presentazione immediata introduce nell’esperienza umana quel sistema di relazioni, qualità e attributi astratti che esprimono come le altre cose contribuiscono alla nostra esperienza. Lo schema spaziale estensionale abbraccia tutte le cose, sia soggetti sia oggetti, ed è perciò che i dati sensibili, rapportandosi ad esso, assumono nella filosofia dell’organismo una valenza relazionale che connette il percipiente con il percepito in una concreta e inclusiva prensione.
In estrema sintesi la causalità reciproca produce l’estensione ed in essa la spazialità. Ma i rapporti spaziali essendo l’espressione delle relazioni causali tra i corpi, lasciano apparire nella presentazione immediata il riferimento al corpo di oggetti che lo definiscono causalmente.

Ma… possiamo provare che il fenomenismo è paradossale?
Ora, tornando alla citazione di Bateson, possiamo osservare che per l’autore effettivamente è il corpo che percepisce e ad esso appartiene la sensibilità. Il fenomenismo sostiene appunto che la rappresentazione fenomenica è un prodotto di questa sensibilità fisica, ma ciò implica che il corpo stesso deve essere conosciuto come un fenomeno. Anch’esso è rappresentato, è un fenomeno tra altri fenomeni. Si mostra cioè della stessa natura degli altri fenomeni, tranne per il fatto che il corpo è un agente epistemico, produce le rappresentazioni. Quindi riflettendo sul rapporto che sussiste tra fenomeni e corporeità, dobbiamo concludere che se consideriamo il corpo, che nella teoria è un fenomeno ed è anche produttore di tutti i fenomeni, ci troviamo nella condizione di dover credere che il corpo è quel fenomeno che si rappresenta tutti i fenomeni.
Perciò:

a) Ammettiamo che i fenomeni non si rappresentano da soli e ammettiamo che il corpo è un fenomeno e ammettiamo anche che il corpo rappresenta i fenomeni
b) allora assumendo che il corpo rappresenta se stesso
c) cadiamo nella contraddizione che un fenomeno si rappresenta da solo. Abbiamo infatti già ammesso che i fenomeni non si rappresentano da soli.
d) Quindi l’assunzione è falsa perciò il corpo non rappresenta se stesso.
e) Ora, assumendo la conclusione precedente, cioè che il corpo non rappresenta se stesso
f) cadiamo nella contraddizione per cui, avendo già concesso che è proprio il corpo che rappresenta i fenomeni, e che il corpo è un fenomeno, allora il corpo si rappresenta da solo.
g) Quindi anche questa seconda assunzione è falsa, allora il corpo rappresenta se stesso.
h) Abbiamo così ridotto la teoria ad un paradosso: Il corpo non rappresenta se stesso solo e soltanto se il corpo rappresenta se stesso.

Dimostro la validità logica dell’argomentazione
1 AX:(fenomeno)(X)<=> – (rappresenta)(X,X)         ipotesi
2 AX:((rappresenta)(a,X) & (fenomeno)(X))             ipotesi
3 (fenomeno)(a)                                                           ipotesi
4                          (rappresenta)(a,a)                           assunzione
5                        -(rappresenta)(a,a)                            elimina A: e elim equivalenza <=> 1,3
6 -(rappresenta)(a,a)                                                   inserisci (–) 4-5
7                        -(rappresenta)(a,a)                            assunzione
8                        AX:((rappresenta)(a,X) & (fenomeno)(X))     ripetizione 2
9                        (rappresenta)(a,a)                               elimina A: e elimina & da 8
10 – -(rappresenta)(a,a)                                                 inserisci non (-) 7- 9
11 (rappresenta)(a,a)                                                     elimina non (-) 10
12 (rappresenta)(a,a)<=> -(rappresenta)(a,a)         inserisci equivalenza da 6-11

Legenda per la notazione in uso:

Ax: è il quantificatore “tutti”
è la negazione
<=> è l’equivalenza
a è una costante che in questo caso si sostituisce con il corpo
X è una variabile che in questo caso si sostituisce con qualsiasi fenomeno

Pare quindi si possa almeno dubitare di ogni teoria che pretende di interporre tra noi e gli oggetti una rappresentazione completamente costruita da noi stessi, oppure che pretende di poter affermare che tutto il conosciuto è una costruzione soggettiva. Si può sostenere invece, come Whitehead, che siamo un fascio di esperienza.
Il paradosso deriva dalla necessità di concepire un sostrato per qualsiasi realtà. Un errore che si annida già nel costituirsi delle frasi del nostro linguaggio, perché il soggetto può essere concepito distintamente dal predicato. Il fenomenismo infatti, postula erroneamente e tacitamente, che esiste un sostrato di tutte le rappresentazioni senza che sia esso stesso una rappresentazione. E’ indifferente se questa sostanza è un corpo, una mente o un generico soggetto. E’ certamente sufficiente che sia di diversa natura rispetto al fenomeno per non essere il fenomeno di tutti i fenomeni, ma se fosse di natura differente dal conoscente, sarebbe oggetto di conoscenza, quindi dovrebbe essere rappresentato nel sostrato e per il fenomenismo sarebbe inconoscibile. In ogni caso considerare il soggetto e l’oggetto della conoscenza come poli opposti implica un elemento di mediazione per spiegare la conoscenza, una rappresentazione fenomenica che non prova la sua stessa capacità di rappresentare.
La critica al concetto di rappresentazione ci offre quindi la possibilità di considerare la conoscenza come un rapporto reale e vitale con la realtà, un’esperienza che ritorna ad essere vita vissuta, in cui si esprime il legame inscindibile che sussiste tra il soggetto e il mondo.


1 G. W. F. Hegel, Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in Compendio, pp. 137-138.

2 G. Bateson, Mente e natura, pp.48-49.

3 Sydney E. Hooper, Whitehead’s Philosophy: Theory of Perception in Philosophy, vol. 19, no. 73, 1944, p.143.

4 Sydney E. Hooper, Whitehead’s Philosophy: Theory of Perception in Philosophy, vol. 19, no. 73, 1944, p.148.


Bibliografia:
G. Bateson, Mente e natura, Milano, 1984.
G.Bontadini, Studi sull’idealismo, Armando Argalìa, Urbino, 1942.
G.Bontadini, Studi di filosofia moderna, Vita e Pensiero, Milano, 1966.
E. Husserl, La fenomenologia trascendentale, a cura di: Alfredo Marini, 1977.
G.E. Moore, The refutation of idealism, Mind 12, 1903.
B. Russell, Teoria della conoscenza, Roma, 1996.
A. Stroll, Twentieth-Century Analytic Philosophy, New York, 1921.
Sydney E. Hooper, Whitehead’s Philosophy: Space, Time and Things, in Philosophy, vol. 18, no. 71, 1943, pp. 204–230.
Sydney E. Hooper, Whitehead’s Philosophy: Theory of Perception, in Philosophy, vol. 19, no. 73, 1944, pp. 136–158.
A. N. Whitehead, Processo e Realtà, Milano,1965
G. W. F. Hegel, Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in Compendio, Roma-Bari,2008.


Massimo Fabi

Nato a Trieste nel 1968, mi sono laureato nel 1999 presso l’Università degli Studi di Trieste in Scienze dell’Educazione seguendo l’indirizzo per Esperti nei Processi Formativi. Ho scritto una tesi in Storia della Filosofia dal titolo Bontadini e il Dialogo con L’Idealismo incentrata sugli studi bontadiniani del gnoseologismo moderno e sull’intenzionalità del pensiero. Negli anni successivi, dopo aver seguito un master in Formazione dei Formatori e un corso di perfezionamento in Terapia della Famiglia, mi sono iscritto all’albo dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti (ANPE). Sono un Pedagogista, ma gli interessi per la logica e la filosofia della scienza, sviluppati all’università durante un tirocinio del prof. Alessandro Cortese in Scrittura Filosofica, mi hanno seguito portandomi tutt’oggi a concentrarmi sulle problematiche relative all’analisi del linguaggio, alla coscienza critica, all’epistemologia e agli aspetti fondazionali e metodologici delle scienze umane.

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