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(2) Il linguaggio della “Critica della Ragion Pura” e i suoi limiti legati alla facoltà di giudizio

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Prima di scendere all’interno della teoria epistemologica kantiana (ʽepistemologiaʼ, ovvero ʽconoscenzaʼ) non sarà fuori luogo chiarire alcune caratteristiche estrinseche della sua opera, ovvero alcune sue proprietà secondarie, per dirla con John Locke, ovvero proprietà non essenziali all’oggetto ma che ne costituiscono comunque una parte della sua apparenza.

Abbiamo chiarito lo scopo della critica della ragione. Esso richiederà circa 400 pagine nella versione originale oltre 700 pagine nelle usuali traduzioni dal tedesco. La visione kantiana non può fondarsi su quella delle due tradizionali visioni dell’epistemologia moderna, ovvero le correnti empiriste e razionaliste. Infatti, Kant sostiene che l’impasse è proprio dovuto ad un errore di fondo perché la conoscenza è, sì, fondata sulla sola esperienza, e quindi sui dati di senso, ma è nella sua piena e totale estensione impensabile senza la ragione. E quindi egli si posiziona in mezzo alle due correnti che hanno elaborato un linguaggio idoneo a spiegare solo una porzione dell’intera conoscenza umana, così come la concepisce Kant. Per tale motivo, Kant deve inventare un intero linguaggio, fatto di termini ripresi da altri filosofi ma che cambiano di significato, costituito da locuzioni nuove o espressioni ad hoc. Ad esempio, la locuzione ‘giudizio a priori o a posteriori’ è diventato parte del pensiero ordinario addirittura in una lingua diversa dal tedesco! Esso, nel corrente uso, è stato così concepito da Kant.

D’altra parte, per comprendere un filosofo, e la sua posizione filosofica, è sempre bene cercare di mettersi al suo posto, se non proprio porsi il suo medesimo problema. E il suo posto era quello di una persona che ragionava sulle condizioni stesse dei limiti del suo pensiero attraverso modelli di ragionamento che non aveva a disposizione nei manuali. Quindi, in poche parole, il linguaggio di Kant è stato uno strumento letteralmente necessario per cercare di riportare, almeno in parte, la complessità del suo punto di vista. Perché un fatto, su cui spero di ritornare in un altro lavoro, è che la natura stessa dei concetti umani, proprio partendo da una teoria epistemologica kantiana, è quella di essere almeno parzialmente inesprimibili in quanto il linguaggio ammette il paradosso della precisione: tanto più è preciso e rigoroso quanto meno è capace di espressività. La perdita di espressività è in parte necessaria appunto per il rigore e la precisione, ma allo stesso tempo è un limite alla nostra possibilità di esprimere i concetti elaborati dalla nostra mente.

Ma vorremmo esprimere un ulteriore parere sulla questione del linguaggio in Kant. Esso è così complesso, ricco e denso non solo perché la Critica della ragion pura si pone un problema filosofico così imperioso. Esso è tale anche perché la Critica della ragion pura è essa stessa una critica alle condizioni di giudizio, ovvero del linguaggio.

Uno degli aspetti meno osservati di questo lavoro kantiano, è che esso anticipa le posizioni della filosofia analitica della prima metà del XX secolo perché si tratta di una grandiosa operazione linguistica per comprendere come funziona il nostro stesso linguaggio. E mi spiego subito. Se la domanda ultima è dare una giustificazione filosofica alla nostra capacità di giudizio, se il giudizio prevede in qualche misura una formulazione di tipo verbale, allora la comprensione stessa della facoltà di giudizio è essa stessa una comprensione della nostra facoltà linguistica. Esprimere giudizi richiede il linguaggio, come condizione necessaria. E quindi, in ultima istanza, Kant concepisce la critica della ragione come una condizione necessaria per la comprensione dello stesso linguaggio. In Kant linguaggio e pensiero si ritrovano insieme. L’unica differenza di fondo tra Kant e alcuni filosofi del XX secolo, casualmente critici per le stesse ragioni di Kant sulla filosofia a loro coeva (stagnazione filosofica vis a vis l’evoluzione spumeggiante della scienza, conoscenza come esperienza etc.) sta nella diversa attitudine esplicita nei confronti del linguaggio: la filosofia analitica nasce dal riconoscimento, appropriato, che il linguaggio funziona in modo parzialmente autonomo dal nostro pensiero ed esso stesso va rischiarato affinché si capisca la sua vuotezza (o relativa pienezza). Ma questo era proprio uno degli obiettivi del progetto kantiano, ancorché non così definito da Kant stesso che, d’altra parte, non condivideva la diffidenza nei confronti del linguaggio (ordinario) che invece avevano i primi grandi pensatori analitici, Russell e Frege tra tutti.

In realtà, questo non è del tutto appropriato, tanto è vero che Kant fonda un nuovo linguaggio per parlare di queste sue analisi, un tema che ci condurrebbe troppo lontano dai nostri scopi e quindi lasceremo qui cadere. Tuttavia, è importante fare mente locale sul fatto che la critica alla facoltà di giudizio implica anche una critica alla nozione di giudizio stessa che, in questo caso, riguarda esclusivamente la capacità della mente di pervenire alla conoscenza del vero e ad estenderla laddove è possibile.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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