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3. L’ampiezza e i risultati principali della “Critica della ragion pura”

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La Critica della ragion pura riguarda tutte le condizioni che rendono possibile la spiegazione della nostra facoltà di giudizio: ‘Il tavolo è quadrato’ è un giudizio che si fonda sull’esperienza (quindi, nei termini kantiani è “sintetico”, vedremo oltre cosa significa) ma che non è esclusivamente basato su di essa. Un ‘quadrato’ non è un ente fisico reale: esistono infiniti esempi concreti (ed imprecisi) di quadrato, ma la nozione generale dipende da altro, ovvero dall’operazione di generalizzazione dell’esperienza che, in questo caso, proviene direttamente da una delle fonti della nostra intuizione (lo spazio, ovvero l’intuizione esterna: il lettore non si spaventi perché ci torneremo). Quindi, da un lato c’è l’esperienza del mondo esterno, dall’altro c’è l’intelletto che unifica l’esperienza in un giudizio.

L’esperienza, di per sé, non ha forma e non può generare alcun tipo di generalità sia nel contenuto del giudizio, sia nella sua forma, che dipende interamente dall’intelletto e dall’uso regolativo delle sue categorie (regolative perché impongono un ordine all’esperienza): “Ne viene la conferma che le categorie, per sé prese, non costituiscono affatto conoscenze, ma semplici forme del pensiero, per la costruzione di conoscenze in base a intuizioni [fonti dell’esperienza] date. Dal che ne deriva, inoltre, l’impossibilità di dar luogo a una proposizione sintetica per mezzo di semplici categorie”.[1] Da un lato, l’esperienza senza intelletto non è sufficiente a generare alcun genere di giudizio ma vale anche il viceversa: senza esperienza le categorie dell’intelletto sono semplicemente vuote. È solo dall’attività regolativa dell’intelletto sulla base di dati di esperienza che è possibile, infine, avere conoscenza la cui condizione soggettiva è qui data dall’intelletto e condizione oggettiva è data dall’esperienza. Da tutto questo dovrebbe dunque risultare chiaro perché Kant non è un empirista in senso stretto: egli non concepisce il giudizio (qualsiasi) sulla sola esperienza.

Ma neppure l’intelletto può creare una teoria fisica completa perché questa richiede l’estensione della nostra facoltà di giudizio oltre la semplice soglia dell’esperienza. Questo può avvenire esclusivamente grazie alla ragione che è così definita rispetto all’intelletto: “Ammesso che l’intelletto sia la facoltà dell’unità dei fenomeni mediante le regole, la ragione risulta la facoltà dell’unità delle regole dell’intelletto sulla base di principi. La ragione non si volge mai direttamente all’esperienza o a un qualsiasi oggetto, ma invece all’intelletto, per fornire a priori, mediante concetti, un’unità al molteplice delle conoscenze di esso; questa unità può venir detta unità razionale…”[2] L’idea non è difficile da intuire.

L’intelletto formula giudizi specifici su esperienze ordinate sulla base delle sue categorie. Come già per l’esperienza, qui di nuovo si pone il problema di come formulare una unità concettuale (che, appunto, per comodità, potremmo chiamare ‘teoria’) a partire da tanti elementi disgiunti e puntiformi rappresentabili da frasi come: ‘Il tavolo è pesante’, ‘Il tavolo è marone e quadrato’, ‘Il tavolo gravato da un peso eccessivo si spezza’ etc.. Come si evince chiaramente, per avere una teoria più generale su come si comportano i tavoli in generale occorre qualcosa di diverso, appunto occorre la ragione: “Risulta dunque chiaro che la ragione, nell’inferire, mira a ricondurre la grande molteplicità della conoscenza intellettuale al minor numero possibile di principi (condizioni universali), realizzando in tal modo la suprema unità della conoscenza”.[3] E qui si comprende sino in fondo che la ragione, di per sé vuota – e che spesso sembra inutile almeno all’interno di tutto il primo terzo della critica – è fondamentale proprio per poter portare economia, semplicità, unità, coerenza ed estensione a quelle che altrimenti sarebbero solo conoscenze puntiformi. La teoria della gravitazione universale o la conoscenza dei buchi neri sarebbero impensabili, proprio in senso forte, se non ci fosse la ragione. Ma anche idee più semplici, e più utili, come ‘Domani il latte sarà ancora buono se lo conservo nel frigo’ sarebbero impossibili senza un’operazione della ragione che estende la conoscenza puntiforme del latte anche al futuro e al passato per avere una teoria del latte che possa essere utile non solo nel momento ma anche nel futuro.

Condizioni di giudizio, esperienza, intelletto, ragione e teorie, sembra già abbastanza per un testo di filosofia. Ma questo non sarebbe di per sé così rivoluzionario come invece effettivamente è. In fondo, anche altri, pur con prospettive diverse, hanno trattato tutti di questi aspetti. La parte più rivoluzionaria, per così dire, è che Kant pone le condizioni per cui la ragione non funziona più. La ragione non può tutto e ha dei limiti molto precisi e sono, precisamente, i limiti stessi dell’esperienza. Oltre questa, la ragione, guidata dalle sue stesse regole, tende ad oltrepassare i suoi limiti come un uomo che, troppo speranzoso, sogna di essere meglio di quello che è. Questo lo spingerà a fare il massimo possibile, forse, ma anche a non raggiungere mai il suo obiettivo, perché impossibile. E la logica che Kant pone alla ragione svincolata dall’esperienza (regolata dall’intelletto) è appunto la medesima: essa va oltre i suoi stessi limiti per formulare teorie che non sono fondate sulla conoscenza e, in ultima analisi, sono dunque vuote.

E dunque siamo arrivati all’insieme dei risultati. Kant propone non soltanto una visione di ciò che effettivamente conosciamo, di ciò che possiamo conoscere e di ciò che teorizziamo possibile ma anche di ciò che non conosciamo e non possiamo conoscere. Da qui ne seguiranno precise conseguenze sulla nostra conoscenza (presunta) di noi stessi, del mondo e di Dio.


[1] Ivi. Cit., p. 260, corsivo nostro.

[2] Ivi., Cit., p. 307.

[3] Ivi., Cit., p. 308.

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