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4 Giudizi sintetici e giudizi analitici – Teoria del giudizio

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Il lettore non si spaventi dal passaggio un po’ tecnico che Kant propone nella sua chiarificazione fondamentale tra tipi di giudizio. Se risulterà troppo complesso non ci sia niente di male nel saltarlo, sebbene esso sia uno dei risultati più importanti della critica nella sua dimensione di chiarificazione della nozione stessa di giudizio:

In tutti i giudizi, in cui è pensato il rapporto fra un soggetto e un predicato (considero qui soltanto gli affermativi, poiché l’applicazione ai negativi risulta poi facile) questo rapporto è possibile in due modi diversi. O il predicato B appartiene al soggetto A come qualcosa che è contenuto (dissimulatamente) in questo concetto A; oppure B si trova totalmente al di fuori del concetto A, pur essendo in connessione con esso. Nel primo caso dico il giudizio analitico, nel secondo sintetico. Giudizi analitici (affermativi) sono pertanto quelli in cui la connessione del predicato col soggetto è pensata per identità, mentre quelli in cui la connessione è pensata senza identità, si debbono chiamare sintetici. I primi potrebbero anche esser detti giudizi esplicativi, gli altri ampliativi. I primi infatti, mediante il predicato, nulla aggiungono al concetto del soggetto, limitandosi a dividere, per analisi, il conetto nei suoi concetti parziali, che erano in esso già pensati (benché confusamente); i secondi, invece, aggiungono al concetto del soggetto un predicato che in quello non era minimamente pensato e che non poteva essere ricavato mediante alcuna scomposizione.[1]

Cerchiamo di portare qualche esempio concreto per dare un’immagine di cosa Kant stia sostenendo. Esistono due tipi di proposizioni. Le proposizioni in cui si specifica una certa proprietà dell’oggetto che è intrinsecamente parte dell’oggetto stesso. Ad esempio (celebre): ‘Lo scapolo non è ammogliato’ è un giudizio in cui la proprietà ‘non essere ammogliato’ dipende direttamente dall’essere uno scapolo uno scapolo! Anche se non si sa cosa significhi essere ammogliato, la proprietà dipende direttamente dalla definizione di ‘scapolo’. Quindi la proposizione ‘Lo scapolo non è ammogliato’ è analitica perché estrapola un aspetto intrinseco dell’oggetto: non aggiunge informazione (diremmo oggi) perché la formulazione non amplia l’informazione che non fosse già contenuta nell’oggetto. Un altro esempio potrebbe essere: ‘Giuseppe è identico a se stesso’ che è una frase triviale rispetto al contenuto, ma non nella forma. Tutte le proposizioni che non ammettono alcun ampliamento informativo rispetto all’oggetto considerato nella frase sono analitiche.

Si potrebbe dire che posta una proposizione analitica x, se un soggetto S, dotato di un insieme di credenze M a tempo t con un totale di informazione finita I, conosce x allora il valore di informazione I a tempo t1è rimasta uguale: I + x = I! Ovvero, quale che sia il numero di giudizi analitici il valore di informazione totale a disposizione è sempre costante. Questo aspetto è stato osservato, in termini diversi, da Quine che sosteneva la distinzione tra giudizi analitici e sintetici artificiosa e, in ultima analisi infondata: sono tutti sintetici! D’altra parte, è vero che I + x = I è davvero un’equazione strana. Ma ci torneremo.

Una proposizione come ‘Giovanni è inciampato due giorni fa’ è, invece, una proposizione sintetica perché non c’è nulla nella nozione di “Giovanni” che ci spinga a concluderne che è inciampato (e proprio due giorni fa). Qui l’oggetto della proposizione è associato ad una proprietà che non era in principio nell’oggetto stesso. Quindi una proposizione come ‘Giovanni è inciampato due giorni fa’ è informativa perché dice qualcosa su Giovanni che non sapevamo e non avremmo mai potuto sapere se non perché si è data nell’esperienza la congiunzione del concetto di ‘Giovanni’ con ‘inciampare’ nel tempo (due giorni fa). Quindi, in generale, una proposizione sintetica y, se un soggetto S, dotato di un insieme di credenze M a tempo t con un totale di informazione finita I1, conosce y allora il valore di informazione I1 a tempo t2è variata di una certa quantità: I1+ y = I2 dove I1< I2. Per comprendere meglio il significato di tutto ciò vediamo i due esempi e poi le due equazioni:

 

(A) Lo scapolo non è ammogliato

(S) Giovanni è inciampato due giorni fa

(Ae) I1+ x = I2con I1= I2

 (Se) I1+ y = I2con I1< I2

La prima proposizione non è informativa e infatti rispetta la prima equazione. La seconda proposizione invece è informativa e incrementa la quantità di informazione totale del sistema di credenze di un soggetto. Per altro, se (A) fosse stata ‘Giovanni è uno scapolo’ questa naturalmente sarebbe stata una proposizione sintetica. Questa banalità serve ad indicare che non è una questione degli oggetti delle proposizioni né delle proprietà ma la loro combinazione a determinare effettivamente l’informazione. Facciamo una matrice (senza la variabile temporale solo per ragioni di semplicità):

Possibili giudizi
Giovanni Scapolo Non ammogliato Cadere
Scapolo S A A S
Non ammogliato

Ammogliato

S A A S
Cadere S S S A
 

Con “A = analitico” e “S = sintetico”

Questa matrice mostra l’insieme dei possibili giudizi (proposizioni) formulabili sulla base dei vari oggetti e proprietà considerati negli esempi. Come si vede su 12 possibili giudizi, 5 sono analitici e 7 sono sintetici e tutti rispettano le equazioni proposte sopra: ‘Uno scapolo è uno scapolo’ è informativamente identica a ‘Uno scapolo è non ammogliato’ come ‘Cadere è cadere’ e varianti. Mentre sono tutte sintetiche le proposizioni costruite con una proprietà e un oggetto preciso, sia esso una particolare entità esistente nello spazio-tempo (Giovanni) o una intera categoria di oggetti possibili, identificate da possibili descrizioni definite costruite su predicati (scapolo e non ammogliato come oggetti). Infatti, in tutti questi casi si dice qualcosa che non precedentemente contenuta nell’oggetto. ‘Giovanni è uno scapolo’, ‘Uno scapolo cade’, ‘Un ammogliato cade’, ‘Giovanni non è ammogliato’ etc. sono tutte proposizioni che aggiungono informazione rispetto all’informazione contenuta nell’insieme di credenze precedentemente determinato.

Tutto questo sembra indicare l’irrilevanza dei giudizi analitici. Essi, in fondo, non perturbano in positivo l’insieme di informazioni che essi possono produrre. Qualsiasi operazione analitica deve rispettare il principio di conservazione dell’informazione totale: non possono aggiungerne alcuna! Ma allora che senso hanno nell’economia della conoscenza? Riportiamo un altro passo: “I giudizi di esperienza, come tali, sono tutti sintetici. Sarebbe infatti assurdo fondare un giudizio analitico sull’esperienza, quando, per formulare il giudizio, non ho alcun bisogno di uscire dal mio concetto, e non mi occorre pertanto alcuna testimonianza di esperienza. Che un corpo sia esteso, è una proposizione che sta salda a priori e non un giudizio d’esperienza”.[2] Laddove con “per formulare il giudizio, non ho alcun bisogno di uscire dal mio concetto, e non mi occorre pertanto alcuna testimonianza di esperienza” è una formulazione del principio di invarianza informativa dei giudizi analitici. E allora questi giudizi analitici che senso hanno? Che valore assumono se essi non aggiungono effettivamente alcuna informazione?

I giudizi analitici servono a chiarire i nostri concetti stessi sin tanto che è possibile. Ovvero, essi sono vuoti da un punto di vista informativo ma non sono inutili rispetto al fatto che generano le condizioni di nuovi giudizi e, dunque, aiutano a chiarire parti di oggetti e concetti che ci erano parzialmente o interamente oscure. In questo caso, il giudizio analitico ha la funzione stessa che Wittgenstein dava all’intera filosofia, ovvero quella di esaurire chiarificando quello che l’esperienza ci consegna attraverso il linguaggio. Il punto interessante, qui, è che Wittgenstein sembra andare proprio in una direzione kantiana in cui l’esperienza e il giudizio (linguaggio) sono due dimensioni disgiunte che funzionano indipendentemente, ma non autonomamente, l’una dall’altra. Infatti, come vedremo nel prossimo paragrafo (3.2), dalla distinzione delle tipologie di giudizio (analitico/sintetico) si passa alla questione sostanziale di cosa rende possibile l’esperienza enucleata e conservata nel giudizio. Quindi, mentre il giudizio sintetico serve ad aumentare la nostra informazione totale (e quindi è “ampliativo”) il giudizio analitico serve a chiarificare e dividere la nostra conoscenza, oggetti e concetti (e quindi “assertivo”): “…perché gli analitici, pur essendo estremamente importanti e necessari, lo sono esclusivamente per giungere a quella chiarezza dei concetti che è richiesta per una sintesi sicura ed ampia, come per un’acquisizione realmente nuova”.[3]


[1] Ivi., Cit., p. 80.

[2] Ivi., Cit., pp. 80-81.

[3] Ivi., Cit., p. 83.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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