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6 Kant affronta il paradosso dell’analisi

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Il paradosso dell’analisi fu formulato da Frege. Vespero e Fosforo sono due stelle, la stella del mattino e la stella della sera. Eppure, si scoprì che Vespero sono infatti la stessa stella:

(A) La stella del mattino è la stella della sera

Ad un lettore non filosofo non comprenderà (probabilmente) la portata del problema. Se la stella del mattino (Fosforo) e la stella della sera (Vespero) sono la stessa stella, allora potremmo sostituire alle descrizioni i due nomi:

(B) Fosforo è Vespero

Ma siccome infatti sono la stessa stella:

(C) Vespero è Vespero | (C*) Fosforo è Fosforo

Dunque, con dei semplici principi di sostituzione, apparentemente intuitivi si arriva alla formulazione di due la prima frase ((A): La stella del mattino è la stella della sera) sia triviale: il contenuto è identico a quello di C e C*, ovvero due tautologie. Le tautologie sono proposizioni analitiche, per dirla kantianamente: esse non aggiungono informazione. C e C* sono infatti analitiche e infatti non aggiungono alcuna informazione. Questo invece non vale per (A) che invece non è una proposizione analitica. Se per Frege questo era un bel problema, che in effetti mostra piuttosto la discrepanza identificata poi da Kripke tra designatori rigidi (nomi) e descrizioni definite, in realtà Kant ha una sua forma sofisticata di risposta a questo genere di problemi.

In primo luogo, per Kant non c’è il problema di supporre che il linguaggio sia esso stesso qualcosa di indipendente dalla mente umana. Infatti, piuttosto, è vero il contrario. Per Frege, infatti, il problema era l’opposto: dato il fatto che il linguaggio cattura qualcosa che non sta all’interno della mente umana (quando funziona!), come mai abbiamo frasi come (A) che ha un contenuto identico a (C) ma non possono contare come tautologie? Per Kant il problema non si pone perché sia (A) che (B) sono entrambe proposizioni sintetiche, indipendentemente dal fatto che esse siano a priori (che siano, cioè, ottenute per analisi dell’esperienza) o a posteriori (cioè che siano ottenute da un’osservazione diretta). Kant, infatti, disgiunge nettamente il giudizio (le proposizioni) dalle condizioni che lo rendono possibile (esperienza, intelletto e ragione). Quindi, il giudizio qui è sintetico perché la mente umana (ovvero l’intelletto qui) amplia la sua conoscenza sulla base dell’esperienza che Fosforo e Vespero sono infatti la stessa stella. Non c’è alcuna analisi a priori possibile che possa arrivare a formare quel giudizio ampliativo. E allora, se la forma può sembrare quella di una tautologia, in realtà, in Kant, non si dà problema perché in realtà i termini ultimi non sono conosciuti a priori: non sono dei dati del linguaggio che stavano là prima che la mente umana li unisse in un’unità. Il problema, infatti, per Frege era l’opposto: il linguaggio è un’unità indipendente dalla mente umana che, pure, ammette queste stranezze. Ma anche Frege deve concedere qualcosa alla mente, sebbene egli cerchi di farne a meno con la sua teoria dei “pensieri”.

La filosofia analitica è nata sposando Frege e abbandonando Kant, in questo, e almeno in un aspetto ci aveva visto giusto: il linguaggio è una sorta di bene pubblico che può essere usato in modo soggettivo ma il soggetto non può modificarlo se non in modo marginale. Nessuno dispone della “patente dell’inglese”, per dirla col filosofo Daniel Dennett. E questo è un dato di fatto. Come il fatto di indagare le condizioni del linguaggio e del suo funzionamento è stato un passo avanti filosofico fondamentale. E tuttavia questo non ci deve far dimenticare che l’atto del giudizio e la costruzione dei concetti è un’operazione molto parzialmente linguistica e molto più ‘totale’ rispetto alla natura del soggetto. L’espressione di un concetto è, in parte, modellata sul linguaggio che lo esprime ma, allo stesso tempo, è una galassia di esperienze e dati di senso riuniti in qualche modo dall’intelletto umano il quale riesce a mostrare i propri contenuti solo attraverso il linguaggio. Questo è quel che spiega il fatto che una frase come “Fosforo è Vespero” sembra identica a “Vespero è Vespero”, una volta che si sa che Fosforo e Vespero sono la stessa stella. Per il linguaggio si può parlare di tautologia, ma non bisogna fare l’errore inverso dei filosofi non analitici. Se è vero che il linguaggio ha molte trappole, che vanno disinnescate, non bisogna allo stesso tempo pensare che tutto è risolto con il disinnesco di quelle trappole. E allora, di nuovo, si ritorna al punto di Kant che può spiegare perché “Vespero è Fosforo” non è un giudizio analitico ma sintetico e che solo lo diventa una volta che si sa che “La stella del mattino (Fosforo) e la stella della sera (Vespero) sono la stessa stella” da cui segue allora che “Vespero è Fosforo” è una frase analitica. Ma questo mostra soltanto che le condizioni del giudizio sono cambiate, non la formulazione stessa del giudizio che allora diventa la superficie di un diverso concetto della mente.


Giangiuseppe Pili

Giangiuseppe Pili è Ph.D. in filosofia e scienze della mente (2017). E' attualmente assistant professor ed è il fondatore di Scuola Filosofica, coordinatore dell'associazione Azione Filosofica ed è il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. Egli è autore di numerosi saggi e di diversi articoli in riviste internazionali. In lingua italiana ha pubblicato numerosi lavori e libri. Scacchista per passione.

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