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Giudizio morale e autismo

Come si sviluppa il giudizio morale nell’individuo con autismo? Davvero ci sono dei ritardi nella sua acquisizione? Se sì, a cosa sono dovuti?

Ad affrontare queste domande è uno studio sperimentale che ho condotto insieme a Giulia Guglielmetti (Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento) e Luca Surian (Università di Trento, Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive), recentemente uscito sull’autorevole Journal of Autism and Developmental Disorders.

L’autismo è una condizione che prevede marcate difficoltà nel ragionamento mentalistico, ovvero nel ragionamento sugli stati mentali. Per questo, alcuni psicologi sperimentali si sono chiesti se all’autismo si accompagni anche una difficoltà a prendere in considerazione, durante la valutazione morale di un’azione, le intenzioni di chi ha agito. Infatti, nel valutare se un’azione è moralmente buona o cattiva possiamo ragionare sulle conseguenze dell’azione (se sono piacevoli o spiacevoli per gli altri) o, più spesso, sulle intenzioni che hanno guidato l’azione.

A prima vista, dagli studi sinora condotti con bambini e adulti con autismo, sembrerebbe che vi sia in questa popolazione la tendenza a giudicare sulla base delle conseguenze e a ignorare l’esame delle intenzioni.

Tuttavia, se guardati più da vicino, i dati suggeriscono qualcos’altro. Concentriamoci per un momento su due scenari che spesso vengono usati in letteratura: il ‘danno accidentale’, ovvero un danno causato da qualcuno che non aveva intenzione di causarlo, e il ‘danno tentato’, ovvero il caso in cui qualcuno, pur essendo malintenzionato, non riesce, per cause a lui esterne, a realizzare il suo piano.

Buona parte delle ricerche riportano che l’individuo con autismo, diversamente dall’individuo con neurosviluppo tipico, spesso condanna il danno accidentale, non prendendo in considerazione le buone intenzioni di chi ha agito. Tuttavia, le ricerche riportano anche che egli condanna il danno tentato, nonostante l’assenza di una conseguenza negativa. Come spiegare questa asimmetria?

Certamente risulta complesso argomentare che manchi totalmente la capacità di prendere in considerazione gli stati mentali di chi agisce. Infatti, chi tenta di danneggiare, anche se poi non ci riesce, viene comunque reputato colpevole dall’individuo con autismo. L’ipotesi che abbiamo sviluppato e sottoposto a verifica con il nostro studio è che i problemi legati al funzionamento esecutivo associati all’autismo, e in particolare quelli legati alle capacità inibitorie, siano responsabili della severità di giudizio verso i casi di danno accidentale.

Da una parte questo implica la possibilità che avvenga nell’individuo con autismo una lettura degli stati mentali altrui e possibilmente anche una loro valutazione morale e che, dunque, siano presenti nell’individuo con autismo concetti morali del tutto simili a quelli presenti nella popolazione a sviluppo tipico. Dall’altra, questo non nega che ci siano differenze tra le due popolazioni rispetto al giudizio morale. Le differenze però sarebbero dovute al diverso grado di controllo inibitorio sulla risposta.

Quando ci troviamo davanti a un caso di danno accidentale, anche se consapevoli del suo carattere accidentale, siamo colpiti dalle conseguenze spiacevoli verificatesi, tanto che spesso andiamo in cerca di possibili indizi di negligenza in chi ha agito. Ad ogni modo, il processo di valutazione ci richiede un certo sforzo cognitivo volto all’inibizione di una risposta in noi prepotente (che ci dice ‘condanna!’) e alla selezione di una risposta meno prepotente, basata sulle intenzioni di chi ha agito.

Nell’autismo – questa l’ipotesi dello studio – il controllo inibitorio potrebbe in molti casi non attivarsi a sufficienza da permettere l’espressione di un giudizio morale basato sulle intenzioni. Giudizio di cui, però, l’individuo con autismo sarebbe perfettamente capace, nelle giuste condizioni.

Lo studio aveva proprio lo scopo di creare le giuste condizioni per l’espressione di un giudizio morale basato sull’esame degli stati mentali anche nei bambini molto piccoli e con autismo. L’idea era quella di diminuire il carico cognitivo associato al compito di giudizio morale così da permettere ai piccoli partecipanti di reclutare tutte le loro capacità di controllo inibitorio, anche qualora fossero scarse.

Abbiamo così mostrato a un gruppo di bambini con autismo dai 4 ai 9 anni (e a un gruppo di controllo a sviluppo tipico) alcuni filmati in cui il personaggio danneggiava accidentalmente la proprietà di un secondo personaggio o cercava, senza però riuscirvi, di danneggiarla. Ai bambini è stato poi chiesto di categorizzare il personaggio come buono o cattivo. Per ridurre il carico cognitivo e facilitare il compito abbiamo familiarizzato i bambini al processo di domanda e risposta con un training specifico.

I risultati della sperimentazione mostrano che i bambini con autismo, in questo compito semplificato, ragionano come i bambini a sviluppo tipico, condannando chi aveva un’intenzione malvagia (danno tentato) e assolvendo chi accidentalmente aveva causato un danno.

Questa ricerca permette dunque di concludere che l’individuo con autismo sviluppa già molto presto, almeno durante l’età prescolare, gli stessi concetti morali che sviluppa chi l’autismo non ce l’ha, ovvero concetti di bontà e cattiveria morale basati sulle intenzioni (‘è cattivo/buono chi ha intenzione di danneggiare/aiutare gli altri’).

Permette inoltre di capire che, nelle situazioni di vita quotidiana in cui l’individuo con autismo dovesse giudicare sulla base delle conseguenze, a spiegare la sua valutazione potrebbe essere un problema legato alle funzioni esecutive, in particolare alla componente di controllo inibitorio. Sottolineo ‘potrebbe’ perché – naturalmente – ognuno, in maniera consapevole e a lungo ragionata, può invece decidere di voler porre attenzione esclusivamente alle conseguenze delle azioni.

In conclusione, la ricerca suggerisce che siano le limitazioni a carico del funzionamento esecutivo e non una competenza concettuale mancante a spiegare perché molti studi negli ultimi vent’anni hanno ripetutamente riscontrato scarse prestazioni da parte degli individui con autismo nei compiti di giudizio morale.

Lo studio:

Francesco Margoni, Giulia Guglielmetti, Luca Surian, “Brief Report: Young Children with Autism Can Generate Intent-Based Moral Judgments”, Journal of Autism and Developmental Disorders, First Online: 05 September 2019, DOI https://doi.org/10.1007/s10803-019-04212-9

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Articolo originale pubblicato su BRAINFACTOR Cervello e Neuroscienze – Testata registrata al Tribunale Milano N. 538 del 18/9/2008. Direttore Responsabile: Marco Mozzoni.


Francesco Margoni

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento. Studia lo sviluppo del ragionamento morale nella prima infanzia e i meccanismi cognitivi che ci permettono di interpretare il complesso mondo sociale nel quale viviamo. Collabora con la rivista di scienze e storia Prometeo e con la testata on-line Brainfactor. Per Scuola Filosofica scrive di scienza e filosofia, e pubblica un lungo commento personale ai testi vedici. E' uno storico collaboratore di Scuola Filosofica.

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