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Autore: Stefano Bernini

Lo scandalo “Datagate”. Ovvero: “Tanto rumore per nulla”.

Dopo circa tre anni [l’articolo è stato scritto nel 2012 N.d.R.], assistiamo al secondo “psicodramma” che vede per protagonisti i Servizi di intelligence (soprattutto degli Stati Uniti) e i palazzi del potere di mezzo mondo. Dopo lo scandalo “WikiLeaks”, che ha visto come “mattatore” assoluto sul palcoscenico Julian Assange – e come vittima sacrificale il soldato Manning, “gola profonda” dello scandalo e, per il momento, unico condannato (35 anni di carcere) – un altro dipendente del governo americano, sempre nel nome dei più nobili diritti alla libertà di informazione e alla trasparenza, ha deciso di vuotare il sacco (ma fino a che punto?) e di lanciare il sasso nello stagno diffondendo informazioni classificate ad alcuni organi di stampa e quasi certamente – cosa più preoccupante per l’amministrazione USA – ad altri Servizi di intelligence di Paesi non proprio “amici”. Come tutti i sassi lanciati in uno stagno provocano, lì per lì, un allarme generale tra anfibi, rettili e uccelli che abitano l’ecosistema, per poi tornare in breve tempo alla “stagnazione” tipica dell’ambiente palustre, così, in proporzione più ampia, le rivelazioni dell’analista informatico della NSA (National Security Agency, l’agenzia di intelligence statunitense che si occupa di SIGINT e ELINT – Signal e Electronic Intelligence), Edward Snowden, hanno provocato un’altra tempesta in un bicchier d’acqua, tanto eclatante quanto, alla resa dei conti, inconsistente, con reazioni che hanno oscillato tra i toni melodrammatici del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, a quelli battaglieri, tipici della grandeur francese, dell’inquilino dell’Eliseo, François Hollande, passando attraverso una oramai tristemente tipica via di mezzo (che forse vorrebbe ispirarsi alle teorie di Guicciardini, me ne è solo una brutta copia, o meglio, un’errata interpretazione) delle autorità italiane, e il più coerente e decoroso silenzio di quelle britanniche.