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Categoria: Filosofia

Saggio su Husserl e Kandinsky – Se l’intenzionalita’ costituisce per immanenza, allora la composizione trascende per genesi

Saponaro ci ha ricordato che l’astrattismo di Kandinsky e la fenomenologia di Husserl nascono più o meno negli stessi anni. Ma < come > si praticheranno le loro teorizzazioni? Per la fenomenologia di Husserl, se un certo uomo si relaziona col mondo, genericamente lo fa avendo coscienza < di > quello. Gli esempi sono molto immediati da capire. Io posso avere la coscienza < di > un tavolo, < di > un’anima, < di > un sogno, < di > un oggetto (tanto materiale quanto astratto), ecc… A Husserl interessa il “filtro” coscienziale. Fra il soggetto conoscente e l’ente conosciuto, sempre s’inserisce la preposizione semplice del < di >. E’ la caratteristica intenzionalità, che rientra nel metodo della fenomenologia. Ciò che meramente ci appare, “punta” alla sua oggettivizzazione nell’esteriorità. E’ una forma di posizionamento, da parte della coscienza. Husserl se ne serve per ricusare le teoretiche del passato. Non avviene la completa riduzione dell’oggetto da conoscere al soggetto che conosce. Ciò valeva per l’idealismo. Nemmeno avviene la mera adeguazione dell’intelletto all’esistenza d’un ente. Ciò valeva per il realismo. Husserl insomma cerca la novità d’una “terza via”, per l’apparenza dal sensibile all’ideale. Il suo < di > per l’intenzionalità è dialetticamente ri-movibile. L’oggetto non si fa bloccare da una sintesi idealistica, mentre il soggetto non si fa bloccare da un adeguamento realistico. Prima di razionalizzare tutto mediante la metafisica, conviene dunque posizionare come un certo uomo si relaziona col suo mondo di vita. L’esistenza appare fra i limiti dell’esteriorità. E’ la dimensione del < come > a consentire l’apparenza d’una sintetizzazione idealistica che s’adegui alla realtà.

Riflessioni filosofiche sul cinema di guerra – Capire la guerra attraverso il cinema

Carissimi lettori e lettrici di Scuola Filosofica,

anche quest’anno si conferma la collaborazione tra il nostro blog e l’Accademia d’arte di Cagliari nell’organizzare un ciclo di seminari di argomento storico filosofico.

Ringraziamo l’Accademia e in particolare il docente di scrittura creativa Giorgio Binnella per la loro partecipazione all’iniziativa.

Si parte domenica 26 gennaio dalle ore 18 alle ore 20 con il seminario “Riflessioni filosofiche sul cinema di guerra – Capire la guerra attraverso il cinema”. Il seminario sarà tenuto dal prof. Giangiuseppe Pili all’Accademia d’arte di Cagliari presso il Lazzaretto di S. Elia a Cagliari.

Qui di seguito il link della pagina Facebook dell’evento https://www.facebook.com/events/557514315093567/ condividete!

Vi aspettiamo numerosi!

Felicità e perfezione nella filosofia dell’età classica

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Pervenire alla perfezione e quindi alla felicità attraverso la ragione

La felicità e perfezione sono due temi pervasivi della filosofia Occidentale e, da un certo punto di vista, essi sono i due obiettivi stessi della filosofia. Si può dire, infatti, che un certo modo di pensare la filosofia sia terminato nella biforcazione attuale di analitici e continentali che condividono un comune punto di vista: la filosofia non serve a portare alla felicità o alla perfezione. Si può, infatti, concludere che la filosofia contemporanea o, genericamente, post-classica è fondata proprio su questa diversione generale dalle fondamenta stesse della tradizione filosofica. Qualsiasi cosa la filosofia analitica e continentale siano, e si può discutere a lungo sulla loro natura, di sicuro esse non hanno come scopo la felicità o la perfezione di chi le segue e non hanno alcuna pretesa in tal senso. Questo non era il caso della filosofia dell’età classica, identificando proprio l’età classica della filosofia con il periodo in cui la filosofia Occidentale riteneva infatti che il supremo scopo del pensare fosse infatti quello di pervenire alla perfezione e quindi alla felicità attraverso la ragione.

A sketch of my vision toward reality

I don’t know what “reality” is. As a Kantian, I am only allowed to think that its full comprehension is impossible to my intellect and reason. However, as Kant recognized, nobody can really live without wondering on what reality is. In this respect, I am a neo-spinozist. I believe in an indefinite/infinite universe in which everything happens because a set of causes made it the case. However, this universe is a mechanism with an important feature: there is no organizing principle. There is no purpose in what it creates. Statistically, it allows some particular “creations” which we use to call “men” and “women”. As part of a universal mechanism without specific project, they act as if they are under control of their portion of universe because they see only a very limited portion of reality and then they see, by feedback, that some causal principles allow them to act as they wish (in a certain extent but for them is enough). But this is 90% untrue. Everything outside their direct control – and partially even it – it is a creation which is orchestrated far, very far from them.

Capire “Capitalismo e libertà” di Milton Friedman

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Friedman, M., (1962), Capitalism and Freedom, Chicago: Chicago University Press.

Friedman M., Capitalismo e libertà, IBL, 2010.


The heart of the liberal philosophy is a belief in the dignity of the individual, in his freedom to make the most of his capcities and opportunities according to his own lights, subject only to the proviso that he not interfere with the freedom of other individuals to do the same. This implies a belief in the equality of men in one sense; in their inequality in another. Each man has an equal right to freedom. This is an important and fundamental right precisely because men are different, because one man will want to do different things with his freedom than another, and in the process can contribute more than another to the general culture of the society in which many men live.

Il cuore della filosofia liberale risiede nella credenza nella libertà dell’individuo, nella sua libertà di seguire la gran parte delle sue capacità e opportunità in accordo con il suo lume naturale, soggetto soltanto al limite della non-interferenza con la libertà di altri individui nel fare lo stesso. Questo implica la credenza nell’eguaglianza degli uomini in un senso preciso: nella loro non eguaglianza in un altro senso. Ogni uomo ha un eguale diritto alla libertà. Questo diritto è importante e fondamentale esattamente perché gli uomini sono differenti perché un uomo vorrà ottenere cose diverse dalla propria libertà rispetto ad un altro, e nel processo potrà contribuire più di un altro alla cultura generale della società in cui molti uomini vivono.

Milton Friedman

8. Le forme a priori dell’esperienza: il tempo

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3.3.2 Il tempo

In Kant, il tempo è una forma dell’esperienza. Esso non è qualcosa di esterno al soggetto. Al contrario, il tempo è qualcosa che fa parte del soggetto e contribuisce alla formazione dell’esperienza insieme allo spazio. Esso è una componente di tutta l’esperienza: “Il tempo è una rappresentazione necessaria, che si trova a fondamento di tutte le intuizioni. Rispetto ai fenomeni in generale, non è possibile sopprimere il tempo come tale, mentre è possibilissimo toglier via tutti i fenomeni dal tempo. Il tempo è un dato a priori” (enfasi aggiunta).[1] Tuttavia, lo spazio è un’intuizione esterna perché esso mostra qualcosa che non è parte del soggetto in quanto tale. Il tempo, invece, è interamente parte del soggetto e, per questo, è chiamato anche “senso interno”: “Il tempo non è un concetto discorsivo, universale, ma una forma pura dell’intuizione sensibile”.[2] In altre parole, tutto si dà nel tempo perché il soggetto stesso proietta il suo tempo ai fenomeni che concepisce e che ordina secondo le sue categorie. Ovvero ogni singola esperienza esiste nel tempo in quanto non potrebbe essere altrimenti: possiamo togliere tutto dal tempo ma non il tempo dal soggetto e, dunque, non dalle sue esperienze.

7. Le forme a priori dell’esperienza: lo spazio

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Spazio e tempo sono forme a priori dell’esperienza, ovvero, l’esperienza è un prodotto dello spazio e del tempo, per come li concepiamo noi. In altre parole, il soggetto stesso colloca l’esperienza all’interno di uno spazio in un certo tempo. Per questo l’esperienza stessa non può esistere se non in uno spazio e in un certo tempo: “Conseguentemente, la rappresentazione dello spazio non può derivare, mediante l’esperienza, dai rapporti del fenomeno esterno; al contrario, l’esperienza esterna è possibile solo in virtù di detta rappresentazione”.[1] Per tale ragione, dunque, per Kant, lo spazio in sé non è il risultato di una costruzione geometrica (ad esempio, una definizione  di spazio come piano infinito costituito da infinite rette etc.) ma la costruzione geometrica è essa stessa possibile in quanto noi intuiamo lo spazio indipendentemente da ogni possibile costruzione di esso: “Lo spazio non è affatto un concetto discorsivo [non si ottiene per costruzione] – o, come si dice, universale – dei rapporti delle cose in generale, ma un’intuizione pura”.[2] Insomma, il fenomeno che chiamiamo ‘tavolo’ definisce uno spazio perché noi intuiamo la sua forma in questo modo. Dato il fatto che lo spazio è concepito a noi esterno, a differenza del tempo, esso è, per Kant, il senso esterno che determina la percezione di ciò che non sta in noi. Il fenomeno del tavolo, nella sua dimensione spaziale, è indipendente da noi proprio perché esso si intuisce a noi esterno. Tutto questo è spiegato da Kant in questi termini:

5 Giudizi a priori, puri e a posteriori – una rassegna essenziale

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I predicati dei giudizi che abbiamo visto sono i due più fondamentali: giudizi analitici e giudizi sintetici. Queste due tipologie[1] di giudizio sono generali e riguardano la loro definizione puramente linguistica, cioè che non considera il ruolo dell’esperienza in essa. Tuttavia, Kant distingue altre tre categorie che si applicano propriamente ai giudizi: x a priori, x a posteriori e x puro. Da qui si hanno altre tipologie di giudizio ottenute per combinazione ma intanto cerchiamo di capire cosa significano queste parti.

The gambler’s revenge – AlphaZero, the brilliant universal chess champion

Pili, Giangiuseppe; Un mistero in bianco e nero – La filosofia degli scacchi, Bologna: Le Due Torri.

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Is Magnus Carlsen better than AlphaZero? We don’t know actually, but it would be difficult to be argued the opposite. Magnus, appropriately, seems to not taking too seriously this entity more able of him playing chess in the universe. After all, Magnus is too young to bother that a piece of technology could be able to perform a task better than humans. He did not grow up, as I did, in a place and time in which everything about technology and innovation is seen with great suspicious to say the least. Although Italy is still an extreme case, many people were worried when DeepBlue won the match with Garry Kasparov, as it was reported by Tim Van Geleder, in a philosophical analysis in which all the usual concerns were carefully considered.[1]