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Categoria: Filosofia Applicata

La morte e la gestione dell’anziano – Due problemi attuali perché eterni

Abstract

In questo articolo cercheremo di mostrare perché la gestione dell’anziano e la morte sono così problematici all’interno della società della complessità. Non si vuole ammettere che oltre alle evidenti questioni economiche e logistiche, c’è una questione morale la cui decisione comunque determinerà una variazione di tutte le relazioni umane presenti nella rete sociale della famiglia. La revisione dei rapporti sociali, fondati su norme non scritte e, perciò, ancora più rigide e aleatorie, è un’operazione delicata e difficile. Non solo, ma la possibilità di risolvere in modo adeguato il problema dipenderà esclusivamente dalla capacità di saper riadattare la propria relazione con tutti gli altri membri della famiglia e tutti devono fare, perciò, la loro parte.


Quando nasce un figlio nascono immediatamente una rete di relazioni tra i familiari e il nuovo venuto, supponendo che il bambino nasca in una famiglia normale. Chiamiamo a il bambino, la madre m e il padre p e così di seguito i vari familiari. Come minimo, non solo si forma una relazione R tale che R(m,a) e R(p,a), ma anche una nuova relazione !R tale che

 

!R(R(m,p), R(m,a), R(p,a) implica R(m,p,a)),

dove !R è una relazione che sancisce che esiste una connessione tra tutti i membri della famiglia. Si noti che !R è una relazione che richiede l’implicazione della relazione R(m,p,a): infatti la sussistenza delle sole relazioni a due posti di madre e di padre e di matrimonio non determinano di per sé l’esistenza della famiglia. Per esempio, supponiamo che il figlio sia dato in adozione: le relazioni R sono tutte mantenute (il padre rimane il padre, la madre la madre e la madre e il padre magari rimangono sposati) ma non si ha la relazione !R! Quindi la definizione di un nucleo familiare, la relazione !R, è superiore alla semplice somma degli individui ma anche alle loro relazioni umane tra loro. E non è un caso, infatti, che la nozione di “famiglia” sia considerata, nella sua vaghezza, un valore indipendente dalla somma degli individui, sia da un punto di vista legale, che religioso e morale. E il motivo è semplicemente quello che abbiamo mostrato.

9. L’espansione dell’apparenza nel mondo dei social media

Chiudiamo questo saggio con qualcosa che, in sé, non aggiunge nulla rispetto a quanto detto fino ad ora. Infatti, i social network non hanno creato la moda, non hanno creato il problema dell’esibizione e non hanno fatto altro che sovrapporsi ad una dimensione già esistente. Ovvero la dimensione dell’esibizione pubblica condivisa e oggetto di riflessione da parte dell’ampio spazio sociale. Tuttavia, è interessante sottolineare alcune novità o, perlomeno, alcuni fenomeni emersi nei social network (per una analisi generale, Rossolini (2014)).

Prima di iniziare l’analisi, vale la pena di riportare un fatto che mi venne fatto notare qualche tempo fa e di cui ero all’oscuro, giacché non sono iscritto a facebook o ad altri social di questo tipo (per chi voglia scoprire il motivo Pili (2013b)). Un giorno un mio coinquilino mi fa vedere una fotografia di un ragazzo che mostrava il suo deretano con la scritta dell’università di appartenenza. Non mi fece sorridere ma mi venne spiegato il motivo di tale risposta. Perché di questo si trattava. Di una risposta. Di una risposta ad un’altra serie di foto che era di studentesse universitarie che avevano scritto la loro università o direttamente sul seno esposto da una scollatura ovvero nella maglietta che celava (ma solo per rendere più evidente per contrasto) il seno prosperoso. Allibito da questo fatto, si scoprì che era diventato un fenomeno relativamente virale, parola abusata all’infinito ma tant’è… Le persone in questione non mettevano in mostra la loro faccia, tuttavia va fatto osservare che risalire alla fonte, cioè alla causa, non è una cosa difficile per nessuno che sappia utilizzare i social network.

8. Esibizione, trucco e chirurgia estetica

Proseguendo nell’analisi del trucco come fenomeno dell’esibizione, va dunque notato che esso assolve principalmente il ruolo di marcatore sessuale. Gli esempi all’estremo sono chiari. Il trucco è, in generale, un modo per far apparire qualcosa in modo che sembri diverso da quello che è o, nel migliore dei casi, sembri esattamente ciò che è. Un paio di labbra carnose possono semplicemente richiedere se stesse per essere avvertite come sensuali, ma un paio di labbra sottili potrebbero richiedere un qualche genere di trattamento per apparire diversamente.

Lo scopo del trucco è quindi triplice: serve a mostrare ciò che già c’è, serve ad enfatizzare qualcosa che c’è ma non è come si vorrebbe che sia (ovvero, che sia percepito così com’è), serve a segnalare qualcosa a qualcuno. In generale, un x è un trucco a condizione che x posto sull’oggetto y ne mantenga invariate le proprietà e ne amplifichi la percezione da un punto di vista intersoggettivo, sicché posti due soggetti S1e S2 il trucco x mostra y in modo che S1 e S2 idealmente riconoscano x attraverso y allo stesso modo. Se per l’esistenza del trucco è richiesto soltanto questo, cioè che si veda qualcosa in un modo specifico e intersoggettivamente avvertito, allora la chirurgia plastica è un caso estremo di trucco.

7. Esibizione e vestiario: il fallimento dell’unisex

Se l’esibizione è il complesso delle attività congiunte di trucco, vestito, segnali, marcatori etc., va comunque detto che niente si può sostituire al corpo. Se il soggetto è l’oggetto dell’esibizione, ovvero la sua apparenza, allora il suo corpo è l’obiettivo de facto di tutta la sua esibizione. Questo è inevitabile. Se così stanno le cose, l’unisex è semplicemente un mito.

L’unisex è un mito perché la soggettività è sessualmente caratterizzata. Questo è stato, paradossalmente, messo in luce proprio dalle femministe perché esse fanno più di tutti notare che il soggetto concepito “alla occidentale” è un maschio bianco occidentale adulto economicamente caratterizzato e socialmente determinato. La negazione di questo non significa sospendere l’idea che un soggetto sia asessuato. Al contrario: il soggetto più astratto concepito dalla cultura notoriamente più amante delle astrazioni è sessualmente definito. Ogni soggetto ha uno sguardo sul mondo che non è privo di sessualità. A prescindere che questo possa essere opinabile, nel contesto dell’esibizione questo rimane un dato di fatto ovvio e banale ma non scontato da un punto di vista teorico.

6. Gli elementi dell’esibizione: copertura, moltiplicazione di potenza, segnali e marcatori

Tutto quello che rientra all’interno dell’esibizione può essere distinto in vari modi. In questa sede, distinguiamo i vari tipi di caratteristiche di un oggetto che un soggetto può utilizzare in funzione di una sua intenzione. Innanzi tutto, un elemento può avere una funzione protettiva. Nel caso del vestito è tipicamente una copertura dalle intemperie ma anche il contenimento della propria sessualità. Può variare il livello di tolleranza, ma esiste sempre (credo) un limite alla sessualità, imposta dalla società. A parte il divieto dell’incesto, che è il primo e fondativo riconoscimento di civiltà (in tutte è presente), a me risulta che nessuna società ammetta la possibilità di vivere completamente nudi, anche quando a protezione dei genitali ci fosse soltanto una foglia di fico. Questo perché il vestito qui è il segnale di un limite. Il sesso è per definizione una attività indispensabile ed universale, ma proprio per la sua delicatezza (sia da un punto di vista igienico che da un punto di vista sociale) ha dei limiti.

5. Esibizione: cosa è e in cosa consiste

L’esibizione è l’apparenza di una singola persona concepita nella sua interezza. In questo senso, l’esibizione è sempre un atto la cui causa risiede nell’esistenza stessa di un soggetto, riconosciuto intersoggettivamente. Sicché l’esibizione non esisterebbe, se non esisterebbero gli altri. Da qui lo scetticismo nutrito su chi sostiene, piuttosto ingenuamente, che in un’isola deserta ci si mostrerebbe esattamente come al centro di Manhattan. E’ falso per la semplice ragione che in un caso l’esibizione non c’è, mentre nell’altro c’è: ovvero, in un caso l’esibizione semplicemente non sussiste. Perché? Perché l’esibizione è un fenomeno in cui il soggetto è solo una parte, mentre l’altro è l’osservatore. Tolto il soggetto è tolta la sua esibizione. Tolto l’osservatore è tolta l’esibizione, dall’altro estremo.

Quindi, si può dire che il soggetto sia il noumeno kantiano rispetto all’osservatore (perché quest’ultimo non può sapere cosa passa realmente nella testa del soggetto). E l’associazione con il kantismo non è un caso perché Kant stesso nella prima critica (Kant (1787)) sottolinea il fatto che la conoscenza dell’altro soggetto ricade nella metafisica, ovvero fa parte del noumeno che ha importanti ricadute in sede morale ma non da un punto di vista epistemologico, laddove esso è appunto il limite stesso della ragione conoscitiva. Dal punto di vista dell’osservatore, l’esibizione è ciò che può essere esperito immediatamente. Soltanto in seconda istanza l’osservatore può riconoscere il soggetto come tale, ovvero riconoscergli, per esempio, una certa personalità.

4. L’ambiguità della moda e i tre cardini di essa

La moda, dunque, è solo una piccola frazione del sistema dei vestiti. Il ‘sistema della moda’ si fonda sul sistema dei segni e dei significati del più ampio mondo della rappresentazione di se stessi attraverso l’abito. Questo mostra in modo inequivocabile che la parola ‘moda’ è ambigua perché racchiude sia la variazione degli abiti, sia la variazione dei segnali e marcatori che si impostano una volta scelto l’abito. Inoltre, la moda varia sia sul breve periodo che sul breve periodo (onda lunga e onda corta, cfr. 2.), lungo e corto periodo che si è già visto essere legati ma autonomi (cfr. 2) a tal punto che le autorità epistemiche variano (cfr. 3).

La parola moda è così ambigua in quattro sensi e rispetto a due tipologie diverse di oggetti: (a) trucco e (b) vestito, rispetto (c) all’onda lunga o (d) all’onda corta. Va dunque notato che la parola si applica in modo consono sia alla moda del vestito, sia a quello che si dice essere ‘in voga’, che infatti viene forse impropriamente, ma chiaramente, detto ‘alla moda’. Una canzone può essere ‘in voga’ e quindi essere ‘di moda’. Se questo significato può essere criticato dai puristi, rimane il fatto che segnala il fatto che la moda è un fenomeno che riguarda la massa e attiene alla logica intersoggettiva in cui il soggetto è in una certa misura passivo (da qui uno dei motivi per cui alcuni rifiutano in blocco tutto il complesso di significati impliciti della moda e di tutto quello che ne consegue). Quindi, c’è un senso in cui è lecito parlare della moda come di ciò che fornisce l’insieme di regole di codifica e decodifica dei segnali impostati su marcatori (cfr. 6) riconosciuti nell’onda corta: questo è ciò che va in voga nell’esibizione (cfr. 5).

3. Modelle e top model: le due autorità

La moda ha attirato studiosi (non troppi) per diverse ragioni ma, a mio parere, essa si travisa nel momento in cui non si tiene sufficientemente presente che la moda ha un obiettivo ristretto, che è quello di imporre un certo stile di vestiario ad un numero sufficientemente limitato di persone, vale a dire quelle che possono permettersi i capi della moda. Certo, poi questi hanno un ritorno sulla vita di tutte le persone economicamente capaci di comprarsi vestiti seguendo più o meno quello che credono gli interessi. Gli abiti della moda diventano ‘modelli di consumo di vestiario’ e, quindi, influenzano quelle persone che sono comunque sensibili al problema di come mostrare cosa con cosa nel modo appropriato, un insieme non equivalente e ben più ampio di quello delle persone che si interessano specificamente di moda.

I ‘modelli di consumo di vestiario’ seguono una catena di diffusione dell’informazione precisa: in primo luogo vengono prodotti, poi vengono indossati e infine vengono fotografati (riviste) o filmati (sfilate). Il vestito è solo una parte insignificante della moda come fenomeno mediatico di massa, su cui purtroppo non è lecito soffermarsi in questa sede, sebbene sia indubbiamente interessante scoprire i meccanismi più sottili di una simile industria culturale. In ogni caso, il passo che interessa a noi consiste nella base della moda, ovvero essa nasce nel momento in cui il vestito viene indossato. I modelli di vestiario vengono interpretati dalle modelle, che vengono rappresentate nelle riviste. L’abito, dunque, diventa così modello con interpretazione. L’abito da solo, soprattutto quando così sofisticato, non è interpretabile o non è infinitamente interpretabile. Serve un interprete che ti mostri come applicare le norme della moda nel modo giusto. A questo servono le modelle.

2. Onda lunga e onda corta: i due intervalli temporali della moda

L’onda lunga della moda impone il trend dell’evoluzione complessiva del vestiario. L’onda lunga, cioè, interviene sui singoli pezzi di vestiario solo in quanto essi sono legati da una visione unica che si applica al vestito. Ad esempio, la lunghezza della scollatura non è slegata dal resto dell’abito, così come la lunghezza e la tipologia della gonna (con pieghe o senza, a tubo o no, lunga o corta etc. vedi Barthes (1993)) varia in funzione della sua relazione con il resto dell’abito.

Quindi, rispetto al lungo periodo, considerare la variazione di un singolo elemento è ininfluente, perché la causa risiede nelle idee degli stilisti che si modificano solo di poco. Questo perché la componente soggettiva dello stilista è vincolata al concetto generale della categoria di abito che sta modificando: siamo vincolati ad usare certi tipi di abito in certi tipi di contesto, sicché la componente intersoggettiva, che sancisce le norme di utilizzo di abiti in contesti istituzionali, oppone un limite alla rivisitazione complessiva dell’abito da parte della soggettività dello stilista.

1. La moda come sistema complesso: normatività, prescrizione e descrizione

La moda si configura come insieme di imperativi. Ad esempio, la prescrizione ‘usa i jeans slavati’ indica come ci si deve vestire, ma anche come giudicare il vestito degli altri. Sicché la moda è, tipicamente, un esempio di disciplina ambigua, in cui la prescrizione e la qualificazione seguono dallo stesso tipo di precetto. Ovvero, la formulazione della regola consente tanto la valutazione quanto la prescrizione. E non è un caso, infatti, che alcuni percepiscano la moda sia come una (imposizione) morale che come un sistema precetti pratici.

La descrizione nella moda, invece, è tipicamente l’identificazione di un modello che è anche un oggetto specifico: lo specifico capo di vestiario mostrato nella rivista non solo è un oggetto particolare, ma è anche il ‘modello’ di un concetto astratto di modo di vestire. Classicamente si considera il problema della rappresentazione di sé come qualcosa di codificato mediante regole che sono sia normative (sanciscono qualità) sia prescrittive (ti dicono cosa fare e come farlo).